La decadenza di Roma

La-grande-bellezza-1 In questo post su Eclettismi Marco Di Maio sottolinea la contraddizione che c’è tra l’immagine stereotipata di Roma e quella reale, che si scopre vivendoci. Di Maio dice: Da un lato il fascino e la seduzione dei grandi monumenti, della vita notturna, dell’eternità della sua storia, dei suoi palazzi, dei suoi luoghi più suggestivi; dall’altro l’effimera immagine di una città che non riesce più ad essere all’altezza della sua storia, che cerca di adeguarsi ai tempi in modo pacchiano, con l’ostentazione di un’opulenza che non c’è (o non c’è più), nel vano tentativo di nascondere la decadenza che ormai è nei fatti ed evidente anche agli sguardi meno attenti. In realtà, la decadenza della Capitale dell’Impero Romano è roba vecchia di duemila anni. La Roma imbastardita e corrotta presa di mira dai barbari che da allora non si è più ripresa, superando ogni sorta di oltraggio, dal Sacco lanzichenecco agli sfregi nazisti, sempre con lo stesso ghigno fatalista in volto. Un città storica, vecchia, bellissima per ogni sfregio che mostra, cosciente di essere eterna e di portare dentro le viscere il sangue del mito troiano. La decadenza di cui parla Di Maio è quella rifardita dei coatti, di chi ostenta ricchezze, capacità e virtù che non possiede. C’è una circolazione interna cittadina difficoltosa, che mostra o nasconde, a seconda delle circostanze, le anime di Roma, che sono tante e in continuo divenire, sempre sguazzando, però, in un brodo di coltura tiepido, che offre rifugio al riparo di una tonaca o di una cupola, per chi rimane esposto al freddo e al gelo, al vuoto della pancia e dei sentimenti. Le creature stanziali delle borgate pasoliniane in giro non ce le vedi, ma esistono ancora. Magari hanno un colore della pelle diverso, storie che vengono da lontano e che sembrano sempre uguali, ma sedimentano sopra quelle dei meridionali, degli abruzzesi, dei marchigiani e degli umbri che hanno stretto corona intorno al centro storico, salendo i gradini della mobilità sociale e illudendosi di poter penetrare nella Roma ricca delle residenze patrizie e dei palazzinari, del Vaticano e dei Parioli. Un cerchio che si allarga agli immigrati che vanno a occupare spazi ancora più lontani, rimpolpando la massa dei desperados che premono alle porte della Capitale. Una decadenza che è, in sostanza, terzomondizzazione. Il che però non dipende soltanto dai flussi dell’immigrazione e dalle tensioni che si creano, tra bisogni economici, lavoro che scarseggia, fremiti xenofobi e rigurgiti reazionari. Piuttosto dal decadimento delle istituzioni, che non sembrano in grado di assicurare alla città una corretta amministrazione, l’ordine pubblico, la pulizia delle strade, il ripristino degli arredi urbani, l’efficienza dei trasporti, la modernizzazione delle infrastrutture. Una città in cui è evidente che i servizi che funzionano, o almeno ci vanno vicino, sono appannaggio del Centro Storico e di poche altre zone importanti. Una città di cui si conoscono debolezze e peccati, corruttele e legami col Malaffare vero, quello con la maiuscola. Il fatto che ci siano percorsi che lambiscono periferie fino a ieri degradate (il caso del Pigneto, o della Centocelle di cui si parlava un paio di settimane fa) regala uno sguardo meno da Grande Bellezza, un assaggio spot di quanto di interessante si può trovare all’ombra dei casermoni popolari che incorniciano l’Urbe. E lì, altro che decadenza… tossici e malandrini, gente che campa d’espedienti, disoccupati, assistiti, clandestini, zingari. Una corte dei miracoli che c’è sempre stata, mimetizzata a ridosso delle famiglie che occupano la gran parte delle palazzine basse e delle case d’appartamenti, quelle con gli ascensori scarabocchiati col pennarello che inneggia ar Capitano o alla bella del quinto piano. Quelli delle scritte fatte sul marciapiede a giurare sgrammaticato imperituro amore, delle firme dei graffitari, dei volantini attaccati fitti fitti, delle affissioni abusive, delle cacche di cane in cui Mastroianni riconosceva il cuore pulsante di una città viva.
Ma se vai ai Parioli, altro che decadenza. A Via Veneto, a Trinità dei Monti, a Villa Borghese, vai a fartici un giro, che lo splendore è ancora qua. Insidiato e lambito dal sozzo e dal birbaccione, ma sai che novità. Roma è un’illusione. Decade di continuo, si contraddice, dignitosa e sguaiata, traditrice e virtuosa, bella e impossibile. Chi la lascia se ne pente, chi la trova gioisce, chi ci vive gode anche se non ne può più. E’ una ricchezza, ma non è solo bellezza. La sua bellezza ci salverà, se sapremo mantenere l’equilibrio sul filo della decadenza.

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