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Semo gente de borgata

La discussione infuria, chi è contro i rom, chi è a favore di Simone, chi sposta il fronte delle barricate a Casal Bruciato. Il mio amico Antonio su Strisciarossa ricorda che nel 1987 accadeva la stessa cosa sulle barricate a Villalba, lungo la via Tiburtina, paralizzata da decine di posti di blocco contro l’insediamento di un campo rom tra Setteville e l’Albuccione.:

Trentadue anni fa. La rabbia dei quartieri già allora dimenticati era esplosiva. Covava nel profondo, serpeggiava nel livore e nell’abitare difficile, disegnava le periferie, quei campi sterminati dell’abbandono, della fatica di vivere, dell’immondizia e del cemento a strappare via il verde, la campagna, l’idea di bene comune, il futuro.

La distruzione del tessuto sociale era in atto, avveniva nel silenzio della politica, quando non nella complicità di una politica che non aveva chiaro il contesto, che cominciava a rinchiudersi in un meccanismo autoreferenziale, in un dialogo sempre troppo ravvicinato col potere economico. E quel potere chiedeva distruzione in cambio di poco, di briciole di lavoro, di aria pestifera, di cementificazione sulle sorgenti delle Acque Albule. Tutto quello che c’era da perdere è stato perduto“.

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Facciamo le presentazioni

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Il 19 settembre a Roma, Piazza Santi Apostoli, ore 17, presso la libreria del Touring Club, grazie all’organizzazione di Iacobelli Editore, presento il mio libro su Centocelle.
E’ emozionante solo pensarci: al centro di Roma.
Metterò una bella giacchetta e sarò spalleggiato da un paio di amici giovani e belli.
Vi aspetto.

Morte in periferia

I Rom, i nomadi, gli zingari, i Sinti, i Camminanti, i giostrai, chiamiamoli come vogliamo, a Centocelle ci sono sempre stati. Ci sono arrivati come gli altri, prima dell’ultima guerra, e hanno continuato a viverci, andando e tornando, alternandosi nei vari punti del quartiere e altrove.

E’ una convivenza difficile ma necessaria, e va avanti da decenni.
La gente si lamenta di furti e furtarelli, del rovistare nei cassonetti, dei fumi puzzolenti e tossici. Da piccolo mi dicevano di stare attento, che gli zingari portano via i bambini. Anni fa mi trovavo ad Aigues Mortes, in Camargue, e una donna molto bella e ben vestita mi avvicinò per chiedermi l’elemosina, dicendomi “hai paura di noi gitani? Regalami qualcosa, per favore”. E’ così da sempre.

Ci sono molti luoghi comuni, tipo quello degli zingari ricchi, che evidentemente esistono pure, ma non credo sia il caso di questi Halilovic, cognome assai diffuso, che dormivano in 13 in un camper. I ricchi non vivono in 13 in un camper.

Su facebook c’è stata anche una gara a rallegrarsi dell’accaduto, ma non diamole spazio: sono morte una ragazza e due bambine nel modo più atroce. Questo ci deve far sentire umani, se abbiamo ancora un po’ di sangue nelle vene, e lasciare da parte i cattivismi che servono solo a creare un ambiente invivibile.

I rom vivono in massima parte in condizioni assurde e indegne di una società moderna e opulenta come la nostra. E nessuno sceglierebbe di vivere così se avesse delle alternative.

Non è vero, secondo me, che la gente è esasperata perché la situazione peggiora: la gente è esasperata da decenni, e non ha mai visto di buon occhio questi ragazzini cenciosi con le donnone che li portano in giro e queste carrozzine scassate con cui trasportano cenci e scarpacce vecchie. Non sopporta il ciondolare degli uomini che spesso sfruttano donne e bambini.

Ma non tutto è uguale, non tutto è inevitabile, non si può generalizzare sempre. E non è automatico, poi, che non si possa convivere, anzi, di fatto lo si fa, e in una realtà come quella di Centocelle i rom non sono altro che una delle sfaccettature del caleidoscopio, un ingrediente un po’ piccante dentro il melting pot.

Quando succede un fatto brutto ci deve essere una reazione positiva, di partecipazione, empatia, pietà, chiamiamola come vogliamo. E c’è stata. Meglio sarebbe stato se si fosse proclamato un lutto cittadino.

Quanto a liquidare i rom soltanto come presenze negative, stiamo anche attenti al contesto: anni fa a via dei Noci mettevano su, la mattina presto, un apparecchiamento di stracci vecchi che mascherava un piccolo commercio di oggetti sgraffignati chissà dove. Ho assistito personalmente alla scena di signore ben vestite che compravano oggetti d’oro.

Il problema dei rom non è la loro tradizione, ma la loro assoluta marginalità, che li rende in gran parte cittadini senza diritti, che vivono di espedienti e, spesso, muoiono giovani e in circostanze assurde. Che facciano o meno il loro dovere di cittadini, perché questo sono, anche se li si considera di serie B. Un po’ come faceva un tizio con i baffetti, che però amava internarli in dei campi di sterminio, insieme agli avversari politici, agli ebrei, agli omosessuali. Mica vorremo confonderci con un simile assassino.

Ma Centocelle se ne frega

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“…al capolinea di piazza dei Gerani ci arrivo da solo e il conducente smonta spegnendo le luci, chissà se ne ripartirà un altro, di 19, mi chiedo, nella piazza non ci sono gerani né un’anima viva e senza occhiali da vista tutto è confuso e tenebroso, pazienza, animo, mai chiedere aiuto, mai disperare, mica è il Bronx, sono in buona forma, grazie al nuoto, il mio fisico è abbastanza compatto, non dico di incutere rispetto ma insomma, non sono mica una nonna con la borsetta e posso pure tornare a piedi, fino a un certo punto, poi nel mondo civilizzato troverò un taxi o qualcosa. Ed è pur sempre una bellissima e calda notte romana di fine agosto.”
(Edoardo Albinati – 19)

A Centocelle le cose stanno cambiando. Il deserto raccontato da Albinati qualche anno fa rimane, ma aprono pizzerie, bar, negozietti alternativi già da qualche anno, e qualcuno che vola con la fantasia parla di nuova frontiera di Roma Est, di evoluzione del Pigneto, del Village, di San Lorenzo e di Torpigna che fanno corona alla mecca della nuova gentrification made in della Caput. Continua a leggere

Memorie dal sottosuolo: le fungaie di Centocelle

(Scritto per Emergenze il 22/11/2016)

Il sottosuolo, si sa, evoca pensieri angosciosi. Tutti, da piccoli, abbiamo fatto i conti con la fifa, e qualcuno non se n’è mai liberato. Il buio, il silenzio, l’ignoto sono spauracchi che si possono trovare nei sotterranei, nelle cantine, nelle grotte. O anche nei sogni, che spesso rivelano i pensieri oscuri che si rincorrono nel sommesso dialogo interiore che mormora incessante quando dormiamo, libero dalle pastoie del nostro controllo.

A Centocelle era facile, una volta, trovare un accesso alla fitta rete di cunicoli sotterranei, vecchi di secoli e secoli, di cui si sentiva quotidianamente parlare.
“A Roma nun ce fa er teremoto, sfoga tutto sottotera, è tutto vòto”, diceva Alvaro a Memmo. I due, bene informati, alzavano il bicchiere d’olevano e brindavano, non si sa se alla maggica o alla faccia sua, o a quella de chi ce vò male. Quando stavano ingranati je daveno de cògnacche Tre stelle, e allora te poteveno ariccontà de quanno ce stava er Gobbo der Quarticciolo che girava a castigà quei brutti infamoni de li borsari neri, li mortacci loro.

Il Gobbo, al secolo Giuseppe Albano, era un giovane immigrato calabrese che viveva nelle case popolari costruite dal Fascio al Quarticciolo, dove alloggiava una parte degli sfrattati di via dell’Impero, bonificata per costruire la via dei Fori Imperiali, inno alla vanagloria del dittatore.

Albano, ribelle irriducibile, mise insieme una banda che divenne, con la guerra, un gruppo tra i più attivi della Resistenza romana. Espropri proletari, spedizioni punitive contro collaborazionisti e borsari neri, redistribuzione delle ricchezze recuperate, azioni contro i fascisti e i tedeschi, come quella in cui fu ucciso un ufficiale nazista a piazza dei Mirti, dove c’era la vecchia trattoria in cui si riunivano e facevano comizi i partigiani, tavoli e panche di legno e una rota der carretto appesa fuori.

Si usava, nelle trattorie, attaccare al muro o all’esterno una ruota da barroccio, di legno, in genere colorata di rosso e verde. L’insegna della Peroni e quella del Chinotto Neri completavano l’opera. In piazza dei Mirti c’era anche una specie di pergola che proteggeva dal caldo (ma nun è er callo, è l’ummido che te frega) e la gente si fermava per una chiacchiera e un quartino, o un mezzo litro (fojetta).

Il Gobbo e la Resistenza romana usavano la rete fitta di cunicoli per nascondersi, sfuggire ai tedeschi o tendere loro micidiali imboscate. Si trattava di cave di pozzolana scavate dai romani, attive da secoli, in piccola parte usate anticamente come catacombe. Autentiche strade larghe metri e metri che s’intrecciavano in incroci ortogonali, diramazioni, svolte, affioramenti e frane, grotte più ampie e rivoli che si perdevano nell’oscurità e nel silenzio rotto dallo sgocciolio perenne dell’acqua piovana o di quella, sempre più copiosa, che lasciava filtrare la rete idrica. Roma, si sa, d’acqua ne spreca tanta.

A Centocelle c’è, intatto, un pezzo dell’Acquedotto alessandrino. Scende giù per via dei Pioppi, attraversa la Togliatti, che una volta era la Subaugusta, oppure la Botanica, e risale verso il quartiere Alessandrino che chiamavamo la Borgata.

C’era un fosso, nel punto più basso, che ogni tanto straripava e allagava tutto. Ora c’è rimasto il toponimo (via del Fosso di Centocelle), che si perde tra fiori e piante che caratterizzano lo stradario dei due quartieri.

All’incrocio tra lo Stradone attraversato dagli archi e la Casilina s’apriva un cunicolo scavato dal Fascio che passava sotto l’aeroporto. Non un posto qualunque, sopra a quel pratone aveva volato Wilbur Wright in persona.
Mussolini voleva farci qualcosa che somigliasse a una metropolitana.

Il tunnel doveva correre interrato parallelo alla Casilina e sbucare dalle parti del Mandrione, dove hanno rinvenuto, qualche tempo fa, una piantagione di marijuana che sfruttava come serra un pezzo di galleria, attrezzata a dovere di lampade alogene per una climatizzazione favorevole.
Mussolini avrebbe deplorato, o forse avrebbe lodato lo spirito autarchico dei coltivatori, imponendo loro di chiamare le piante con un più appropriato e italico, ancorché effeminato, Maria Giovanna.

Riscendendo dal Mandrione verso Torpignattara e costeggiando gli archi dell’acquedotto di cui sopra, giunto ormai alle porte della città, si arrivava alla zona degli sfasciacarrozze di via di Centocelle, dove c’era un accesso alle grotte che nel frattempo erano state trasformate in fungaie, illuminate e attrezzate, ma solo per una parte minima delle gallerie antiche.

Chiuse le fungaie (fine anni ’70) il luogo era diventato uno snodo di piccoli traffici ed era presidiato dalla figura grottesca di una prostituta anziana che stazionava sul posto, spesso inveendo contro gli automobilisti che le passavano davanti apostrofandola nei modi più turpi. Goliardia. Quella donna era una caricatura, come altre figure del quartiere, dove convivevano lavoratori, gente che viveva di espedienti e un fitto universo di creature in difficoltà.

Noi, piccoli, giravamo, con le mamme o con i compagni di scuola, tra campi di tabacco e prati dove razzolavano le matrone decadute, insieme alle massaie immigrate dal Molise o dalla Calabria, in cerca di cicoria.

Facevamo le porte con le giacche e giocavamo a pallone, oppure esploravamo la zona in cerca d’avventura. Qualcuno con un po’ meno fifa non si fermava all’entrata di quelle grotte, ma provava ad avanzare fino a che il buio non gli impediva di andare oltre. C’era una volta a cupola, c’era una discesa di terra smossa percorribile ma ripida, e in fondo quello che sembrava un budello oscuro, scavato, di cui non si vedeva il fondo. Alcuni miei compagni delle medie si erano organizzati per un’esplorazione, con le torce, da fare in più d’uno che se succede qualcosa non sia mai uno torna fuori e chiede i soccorsi.

Io non ci sono andato.

Giravano troppe storie terrificanti, c’era quel bambino, Marco Dominici, che era sparito giù in fondo, dalla parte di Forte Prenestino, e non si sapeva chi l’avesse preso e dove lo tenessero nascosto. E capirai, a Centocelle er sottosuolo è pieno de grotte, è tutto scavato, magari te voi annisconne. E chi te trova?
Leggende dicevano di gente scomparsa e mai più ritrovata. Marco fu trovato morto, qualche anno dopo, in un cunicolo nella zona di Forte Prenestino/Borgo Don Bosco. Della sua scomparsa fu accusato un povero squilibrato, poi assolto al processo. Il padre di Marco affermò poi con certezza che quel cunicolo era stato setacciato in lungo e in largo dalle forze dell’ordine, senza che il corpo del bambino fosse rinvenuto. Marco era andato al Borgo Don Bosco a vedere un film. Anch’io andavo al cinema in parrocchia, ma a San Felice, dalla parte opposta del quartiere. Ho qualche sbiadito ricordo di un Marcellino pane e vino pomeridiano.

Leggende e superstizioni, su quelle grotte, ce n’erano tante. Storie simili a quelle degli alligatori di New York, che hanno preso vigore quando il cemento ha aggredito i pratoni, negli anni ’70, tappando le buche dove noi cercavamo di infilarci a curiosare. Così una parte dei cunicoli sono stati trafitti dai pali di fondazione delle case, riempiti dai liquami, dalle infiltrazioni di fango, pioggia e perdite d’acqua, e popolati da una fitta fauna di zanzare, scarafaggi e topi.

Ogni tanto si segnalava un’invasione di ratti, ricordo bene quella di via Riofreddo, a Centocelle vecchia, che si riconosce dai toponimi dedicati ai paesi della Ciociaria. Un giorno, forse per un crollo avvenuto in qualche cunicolo sottostante, la strada si riempì di toponi che sciamavano, incuranti delle persone che tentavano di aprirsi un varco verso casa. Mondi che venivano accidentalmente a contatto, prima di rientrare nei rispettivi spazi.

Si dice che i cunicoli, oggi, siano poco sicuri. Non perché ci abiti una Shelob de’ noantri, che terrorizzi i passanti con i suoi artigli proteggendo una sua via del Monte Fato e una sua Mordor. Non perché quel dedalo oscuro sia il luogo che ha ispirato Tolkien per immaginare il sentiero dei morti percorso da Aragorn, tallonato dalla Grigia Compagnia. Oltre al pericolo di crolli e al fatto che solo una parte di quei cunicoli sia stata mappata, c’è la possibilità concreta che quel mondo buio ospiti qualche diseredato in cerca di riparo dalle intemperie. Un mondo di sopra che s’immerge e rende la pariglia ai ratti di via Riofreddo, spettro che evoca le storie sordide dei ragazzini che vivono nelle fogne di Bucarest. Lontane ma vicine, possibili anche qui, che già, forse, accadono.

Un mondo buio dove ci si può sottrarre alla vista di chi sta fuori, accecato dal buio dell’indifferenza. I partigiani lo frequentarono per combattere e per liberare la città. La dittatura e l’occupante nazista avevano ammorbato l’aria e terrorizzato la gente ma non sapevano penetrare in quel ribelle mondo sotterraneo, dove resistette la libertà che qualcuno voleva soffocare, prima di uscire fuori a riprendersi la luce.

 

La decadenza di Roma

La-grande-bellezza-1 In questo post su Eclettismi Marco Di Maio sottolinea la contraddizione che c’è tra l’immagine stereotipata di Roma e quella reale, che si scopre vivendoci. Di Maio dice: Da un lato il fascino e la seduzione dei grandi monumenti, della vita notturna, dell’eternità della sua storia, dei suoi palazzi, dei suoi luoghi più suggestivi; dall’altro l’effimera immagine di una città che non riesce più ad essere all’altezza della sua storia, che cerca di adeguarsi ai tempi in modo pacchiano, con l’ostentazione di un’opulenza che non c’è (o non c’è più), nel vano tentativo di nascondere la decadenza che ormai è nei fatti ed evidente anche agli sguardi meno attenti. Continua a leggere

Centocelle

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Se la guardi sulle mappe, Centocelle è un rettangolo, o un quadrilatero composto da due trapezi sovrapposti, inscritti nello spicchio di Roma che parte da Porta Maggiore e si dirama verso oriente, con la Prenestina a nord e la Casilina a sud a fare da limite, e lo Stradone, vecchia Subaugusta, oggi Viale Palmiro Togliatti, a tamponare a Est. Un’area piccola, poggiata sull’Aeroporto di Centocelle e l’antistante stazione, cresciuta tra la chiesa di San Felice, immortalata da Pasolini in Accattone, e Piazza dei Mirti, agora intorno alla quale crebbero i primi non luoghi: un grosso mercato rionale, ora migrato a ovest, e l’anello con cui il tram, fatto capolinea, tornava verso la Casilina e la Città. Una rete di strade ortogonali a riempire l’area, manco ci si fosse messi con una riga a disegnarla sulla tovaglia di carta di una pizzeria di quelle storiche, con i tavolini all’aperto e la ruota del barroccio appesa fuori. Continua a leggere

Fatto di sangue a Centocelle vecchia

La credenza del Vini e olii di Piazza dei Gerani era lucida, come sempre.  Le bottiglie di vini e liquori bene in vista. Il bancone di marmo era alto e faceva sembrare piccolissimi gli avventori. Alfredo ci passò sopra una pezza bagnata, osservando con la coda dell’occhio Memmo, che armeggiava tra le bottiglie di liquore. Dopo aver scelto, Memmo avanzò esitante verso il bancone.

– Buongiorno, Sor Alfré. Prenderei queste.
– Ottima scelta, Memmo. Na bottija de Strega e una de Cognac Tre Stelle. Fanno tremila lire, e tremila dell’antra vorta che sò sei.
– Ecco, je volevo dì giustappunto se la posso pagà domani. Aspetto de finì un lavoretto, devo vernicià le persiane della Sora Ida, giù a Viale delle Gardenie. Ha detto che me dava un acconto stamattina ma stava impicciata…
– A Memmo, sempre la solita storia. Certo che me poi pagà domani, ma sei sicuro che te basteno li sordi? Ce lo sai che te cerca er Caccola, dice che avanza un sacco de quatrini. Essi bravo, pensa a tu moje, a tu’ fio piccolo…
– Sor Arfré, je lo giuro su mi’ fio…
– Nun giurà, a Memmo, lassa perde. Nun se giura sulle creature.
– A me me basta che me rimetto un po’ in piedi. Sò stato male, me faceva male la testa, non ce la facevo a arzamme dar letto. Daje e daje Angelina m’ha rimesso in piedi a forza de sospirà.
– E’ che la bottiglia la dovresti lascià perde’, Memmo. Guarda, vado contro l’interessi mia…
– Ma guardi che io ormai bevo poco. Me serve un goccio giusto pe’ tiramme su, pe’ staccamme dar letto la matina. Sò un uomo pure io, lasciateme avé un vizio. Fumà non fumo, giocà nun gioco…
– Almeno quello. Ma stai attento, con certa gente nun se scherza. Quanti sordi je devi dà ar Caccola?
– Settemila lire.
– E pe’ settemila lire sta così incazzato?
– E’ che je le devo dà da un po’ de tempo, l’ho tirata un po’ per le lunghe. Ma je le do, il tempo de rimetteme un po’ in sesto. Allora io vado, sor Arfré. Nun se preoccupi, appena posso pago. Buona giornata.

Memmo mise in una bustina di plastica le bottiglie, fece ancora un cenno di saluto all’oste, si girò e fece per avviarsi. In quel mentre entrò nel negozio er Caccola, al secolo Alvaro Rustichelli.

– Guarda guarda, io a entrà e te a uscì, eh? Pensa che combinazione. Allora Mé? Quanto tempo è che nun se trovamo faccia a faccia?
Memmo rabbrividì. L’oste osservò la scena, preoccupato.
– Alvaro, nun vojo storie qua dentro, me raccomando a te.
– Niente storie, Sor Arfré. Adesso Memmo qua me dà i sordi che me deve dà e stamo a posto. Lo vedo che sta ingranato, guarda che belle bocce che se compra… Omo de vino nun vale un quatrino, dice, ma a lui che je frega de li quatrini? Tanto ce sta chi je li impresta, è vero Mé?
– Arvà, devi avé ancora un po’ de pazienza – azzardò Memmo.
– Sto a lavorà, appena riscuoto te ridò li sordi tua. Te lo giuro.
– Allora nun se semo capiti. E’ da st’estate che me devi ridà settemila lire. M’hai preso per il culo in tutte le maniere. Adesso tiri fuori i soldi, sennò te faccio assaggià sto cortello…

Con un gesto plateale Rustichelli tirò fuori un coltello a serramanico e fece scattare la lama.

– Boni coi cortelli, ahò! Che siete diventati matti? – Strillò l’oste.
Memmo davanti alla lama del coltello perse la testa, buttò le bottiglie in terra e tentò di uscire dalla porta. Alvaro si frappose. I due entrarono pericolosamente a contatto, sferzati dalle listarelle di plastica della tenda antimosche.
– Viè qua, che nun me scappi. Me devi dà li sordi mia.
– Aiuto! Sor Arfré, chiami la polizia! – Strillò Memmo. L’altro lo teneva per il collo e gli faceva sentire la punta del coltello sull’addome.
– Lascia perde’ la Madama. Andò stanno ‘sti sordi? Cacciali fori!
– Non ce l’ho! Lasciami perdere!

Memmo era molto più forte e robusto di Alvaro, che era piccolo al punto di meritare il soprannome di Caccola. Forzò con le spalle per liberarsi del braccio che gli cingeva il collo, sgomitò, tentò di divincolarsi con la forza. Guadagnato un po’ di spazio, tentò di colpire Alvaro con un calcio. Questo incassò e grugnì.

– A pezzo de merda, ma che me dai li carci? Ma forse nun hai capito che io me te metto all’anima. Te levo dar monno! Tiè, a pezzente!

Con un colpo secco gli affondò il coltello nell’addome. Lo ritrasse e gli rifilò un altro fendente, e poi un altro. Memmo cadde a terra, come un pallone sgonfio. Alvaro si girò verso l’oste e ringhiò:
– Te nun hai visto un cazzo. Se parli te sei fatto li cazzi tua!
E saltò fuori dal negozio, dandosela a gambe.

Alfredo corse a soccorrere Memmo, riverso a terra, sanguinante.
– Nun te preoccupà, Memmo, adesso chiamamo l’ambulanza. Dove t’ha colpito?
Memmo non rispose. Aveva la camicia zuppa del sangue, tanto, che fiottava da tre ferite profonde. Le labbra esangui, gli occhi socchiusi, che fissavano un punto fuori dal negozio.
– Io je li volevo dà i soldi, lo giuro…
– Nun te stancà, aspetta qua, corro a chiamare l’ambulanza – disse l’oste, facendo per staccarsi.
Memmo gli strinse debolmente il braccio, giusto un attimo. Sembrava volesse dire qualcosa, ma non gli uscì un suono dalla bocca. Poi mollò la presa, reclinò la testa e morì.

(Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone realmente esistenti o esistite è del tutto casuale).