La Lazio non è fascista

1200px-Stemma_della_Società_Sportiva_Lazio.svgNegli ultimi tempi mi è capitato più di una volta di spiegare, in due battute, che i laziali non sono fascisti.
Ho visto che la coda lunga porta di continuo su queste pagine lettori del mio post del 2015 su laziali e romanisti (la storia infinita), letto ormai da diverse migliaia di persone (mi toccherà magari aggiornarlo), dunque confido nei servigi di Google e affido alla rete un altro messaggio in bottiglia.

La Lazio non è fascista.
E’ stata fondata il 9 gennaio del 1900 da un gruppo di ragazzi, su iniziativa partita da Luigi Bigiarelli, ex bersagliere, nato a Roma (Borgo) nel 1875, reduce da Adua, legato a un’associazione, Gioventù Cristiana, che era anticlericale, vicina alla massoneria, e che fu vietata dal fascismo. (fonte: Laziowiki, con abbondante documentazione)

La prima fase della Società Podistica Lazio si svolse con il preciso intento di far praticare sport a più gente possibile, di qualunque estrazione sociale. L’attività si svolgeva nella zona di Piazza d’Armi, e la fondazione, secondo le cronache, è avvenuta in Piazza della Libertà ed è documentata dalla stampa romana (Il Messaggero).
Quindi l’area in cui risiedeva la Lazio era l’odierna Roma-Prati.

Per questo motivo, non per altri, si ritiene la Lazio inserita prevalentemente nel contesto borghese di Roma Nord. La Lazio calcio giocava alla Rondinella, che si trovava dove oggi c’è lo Stadio Flaminio, più o meno, cioè ai piedi dei Parioli.
Fin dall’inizio, però, l’attività si è svolta su più campi da gioco, praticando diversi sport, in giro per il territorio nazionale e internazionale (proprio Bigiarelli si trasferì a Bruxelles e lì disputò e vinse diverse gare podistiche). Dunque fin dall’inizio la Lazio ha esteso la sua sfera d’azione su tutto il territorio cittadino, in cui è presente e visibile da sempre.

Per fare un esempio, si narra che Francesco Totti, nato e residente nella zona di Porta Metronia (Piazza Tuscolo), imparò a nuotare da tesserato della Società Sportiva Lazio.

Nelle varie sezioni della Lazio romani e non hanno praticato, negli ultimi 119 anni, Calcio, nuoto (anche Bud Spencer), pallanuoto (anche Nanni Moretti), atletica, baseball, softball, rugby, arti marziali, motociclismo, calcio a 5, hockey su prato, pallacanestro, pattinaggio, polo, scherma, tennis, tiro con l’arco, vela, equitazione, golf, ciclismo, canottaggio, canoa, cricket, football americano, bridge, scacchi, bocce, biliardo, bowling, escursionismo, badminton, tamburello, paracadutismo, pattinaggio e tanti altri ancora. Su tutto il territorio cittadino e altrove.

Con l’avvento del fascismo, al quale la Lazio preesiste, come abbiamo visto, da più di vent’anni, la società venne sollecitata a unirsi alle altre realtà sportive romane, in previsione del varo del campionato di calcio a girone unico, che sarebbe diventato la Serie A.  La Lazio non accettò di sciogliersi nella nascente Roma: il Generale Vaccaro, che all’epoca la guidava, pose come condizione che la fusione fosse incorporata dalla stessa Lazio.

duce asroma

Mussolini assiste a una partita della Roma

 

Alla fine non se ne fece niente e la Roma, come il Napoli, il Bari e la Fiorentina, nacque a tavolino in ossequio a un progetto fascista. Nello stesso periodo, sempre per volere del Regime, l’Inter, il Milan e il Genoa cambiarono nome, per appellarsi, secondo italico linguaggio, Ambrosiana, Milano e Genova 1893. Si potrebbe sostenere, ma non lo faremo, che l’unica società che seppe resistere alle riforme del Regime fu proprio la Lazio.

La nascita della Roma si portò dietro l’inizio del mito della Roma testaccina e popolare.
In realtà entrambe le squadre sono fortemente radicate in tutto il territorio cittadino e regionale. Il seguito di tutte e due è di qualunque estrazione. L’attribuzione  ai giallorossi della provenienza cittadina, che vedrebbe la Lazio relegata a un bacino d’utenza prevalentemente regionale, è una sciocchezza che spesso ho sentito dire, da gente di fuori Roma, che ritiene la Lazio riferita alla regione per via del nome, o da romanisti in vena di prese in giro.

Come abbiamo visto, la Lazio può vantare primogenitura e luogo di nascita certi e documentati. La stessa circostanza non ricorre per i giallorossi, la cui data di fusione non è confermata dagli atti, ma viene fatta risalire a un incerto periodo più o meno estivo del 1927, non si sa dove. Dalla sciocchezza di cui sopra discende la stupidaggine del laziale burino tanto cara ai giallorossi: in realtà le due società hanno entrambe un seguito solido nella regione.

La Lazio ha avuto, come la Roma, un grosso apporto di tifosi provenienti dalla provincia, soprattutto quella viterbese e quella di Frosinone, oltre che dai dintorni di Roma, fin quando l’avvento delle pay tv non ha portato i tifosi lontani a sedersi davanti a un più comodo schermo televisivo, condiviso in un club o nel salotto di casa. Una parte del calo generalizzato delle presenze allo stadio è dovuta al venire meno di questi spettatori, una volta assidui.

La politicizzazione del tifo sportivo è un riflesso di quella della società e nasce negli anni ’70, contemporaneamente allo svilupparsi del tifo organizzato con tendenze ultras. In quella fase la curva romanista si connota a sinistra e quella laziale (secondo alcuni per reazione) a destra. Gli eccessi sono riservati soltanto al tifo sportivo, fino agli anni ’90, quando entra in azione un vero e proprio piano di colonizzazione delle curve di mezza Italia da parte dell’estrema destra.

I tifosi non ultras sono sempre stati gente comune, distribuita nell’arco politico come da elezioni: centro, sinistra, destra. Né più e né meno. Anche la tragedia dell’omicidio Paparelli, tifoso laziale ucciso da un razzo sparato da un tifoso della curva romanista, maturò in un delirante scenario “tifoso”. Negli anni ’90 entrarono poi in scena neonazisti e neofascisti nelle curve di mezza Italia. A Roma la colonizzazione si è compiuta sia nella curva laziale che in quella romanista.

Nel resto d’Italia si fascistizzano, nel tempo, in tutto o in parte, gli ultras del Verona, dell’Inter, della Juventus, del Napoli, del Bari, della Triestina, dell’Ascoli, di tantissime squadre, incluse alcune con tifoserie tradizionalmente orientate a sinistra, come Bologna o Milan. E’ un fenomeno che attiene esclusivamente alla sfera del tifo ultras. Le scritte che tappezzano Roma sono di mano laziale e romanista e sono tante. Spesso recitano slogan e contenuti razzisti e neonazi/fascisti.

La loro diffusione si lega alle abitudini dell’ultradestra romana, impegnata da sempre in un alacre lavoro di bomboletta per far sentire la propria presenza capillare, fin da quando poteva contare su pochi adepti. Erano pochi ma scrivevano tanto. Ora il loro numero, come abbiamo visto in più occasioni, è cresciuto di molto e, soprattutto, la loro azione si è spostata fuori dall’ambito tifoso, che per molti anni è stato considerato un recinto dove confinare certi rigurgiti della società.

La stigmatizzazione di questi fenomeni è doverosa, ma certe azioni vanno inquadrate nel contesto in cui maturano. Spesso i gesti degli ultras sono urticanti per principio (se so che una cosa dà fastidio la faccio apposta per dare fastidio) e sono volti a ottenere spazio nei mezzi di comunicazione, il che accresce il prestigio di questo o di quell’altro gruppo nella logica di contrapposizione tifosa.

L’uso strumentale fatto dall’informazione, spesso anch’essa tifosa, su certe manifestazioni, è confermato dal diverso risalto dato a scritte e a rappresentazioni come quella di Anna Frank vestita con diverse maglie calcistiche, tra cui quella romanista e quella laziale.

Sono rappresentazioni antisemite diffuse ovunque e confermate ogni giorno da altre scritte che si aggiungono continuamente e che trovano spazio sui giornali solo alla vigilia di un derby o nel soprassalto di una campagna di stampa che generalmente si dirige in una e una sola direzione. Le svastiche, le bandiere naziste e le scritte antisemite pesano di più o di meno a seconda di dove compaiono. In certi contesti vengono sminuite e ottengono meno spazio, in altri viceversa.

Non giova a eliminare questo accostamento fastidioso la goffaggine con cui la società Lazio ha gestito certe situazioni, riaffermando l’estraneità a certe manifestazioni che è dovuta di diritto a qualunque entità, sia individuale o collettiva: nessuno deve scusarsi per il razzismo e l’antisemitismo altrui. Gesti del genere mancano di spontaneità, sembrano forzati e possono irritare i destinatari, com’è avvenuto in alcune circostanze.

La Lazio deve agire come parte lesa, in questi frangenti: non ha nessuna responsabilità per il comportamento di poche persone che sfruttano l’apparente impunità di cui gode chi infrange le regole negli stadi, da sempre considerati zona franca, nel nome dell’assurdo “Lo stadio non è un teatro”.

Abbiamo visto tutti, negli anni, cose inenarrabili. Pensiamo all’omicidio del tifoso del Napoli Ciro Esposito, vittima di un ultras neonazista romanista condannato a 16 anni di reclusione,

fausto_coppi

il tesserino laziale di Fausto Coppi

La Lazio ha avuto tesserati al di sopra di ogni sospetto. Per citarne due: Fausto Coppi e Tommaso Maestrelli. Tanti tifosi accesi di inequivocabile passione antifascista.
Il gruppo su facebook dei laziali antifascisti conta più di 6.000 iscritti. Una delegazione nutrita di laziali partecipa da vent’anni ai mondiali antirazzisti. L’adesione alle tendenze ultras che portò Di Canio al gesto odioso della mano a paletta alla fine di un derby non deve fuorviare.

Ma non è questo il punto: il punto è che lo sport è sport, la politica è la politica, e il razzismo, l’antisemitismo e il rigurgito nazifascista sono il male assoluto. Non devono avere cittadinanza né sui campi sportivi né nelle passioni politiche.

E nessuno che non se ne sia macchiato, direttamente o indirettamente, deve sentirsi obbligato a discolparsi. La dissociazione, invece, che non è automatica, è doverosa.
Sentirsi sotto accusa è stupido. La Lazio, come le altre società coinvolte loro malgrado, è vittima, non colpevole.

Come tale, va tutelata. In primis dai laziali, poi dalle persone di buona volontà.

 

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  1. The Running Franz

    Io stesso avevo quel preconcetto che tu mi aiutasti a superare. Fosti il primo laziale che non associavo al gesto di Di Canio, a quell’area politica. E mi accorsi che se c’eri tu, dovevano essercene altri, Molti altri. Gente come te, gente come me che ha una passione sana (e smodata) per il calcio. E una maglia da venerare 🙂

    Comunque fai bene a ribadire, ché dobbiamo togliere il terreno di sotto i piedi a qualsiasi estremismo!

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  2. romolo giacani

    Da sottoscrivere dal’inizio alla fine. Tranne forse la provenienza extraurbe dei nostri tifosi: secondo me (ma potrei sbagliare) la provincia più laziale di tutte è la sabina, non credo proprio il frusinate (tutti juventini ed interisti a che so io)

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