Sergio Mattarella

Un Presidente fratello di una vittima illustre della mafia, che esce di casa della figlia con la Panda, si commuove, rivolge un pensiero agli italiani in difficoltà e prima di ogni altra cosa si ferma in visita alle Fosse Ardeatine. Siamo un Paese antifascista, la DC lo era quanto il PCI, e l’elezione di Sergio Mattarella significa che la Costituzione e la Repubblica, nonostante i loschi figuri che si aggirano per il Paese, non hanno intenzione di mollare. Forse non ci sarà da festeggiare, ma c’è un’Italia fatta di persone serie.

Maurizio Arcieri

La morte lo ha colto vivo, a 72 anni. Mica è poco. Intanto perché era una figura che difficilmente ci si poteva immaginare “vecchia”. Sempre a dettare il passo, in un panorama musicale desolato, dal tempo in cui le suggestioni punk lo colsero, insieme alla moglie, Cristina Moser, con cui formò i Krisma. Suoni che parevano venire dal futuro, con la fusione tra il suo aspetto tra il torbido e lo sballato e la presenza della moglie, una gnocca stratosferica. Non lo si ricorda per la musica, tutto sommato perdibile, e nemmeno per la passione per le cose moderne, i programmi sul satellite e tutto il resto. Passa alla storia per la rasoiata da grand guignol con cui si staccò sul palco il dito indice, prima di correre a farselo riattaccare. Gesto di rottura un po’ folle che attrasse l’attenzione dei media e gli valse l’aura di eroe punk da lì all’eternità. In fin dei conti si trattava di un gesto autolesionista degno della follia tossica di un Iggy Pop o di un Johnny Thunders, o della sanguinolenta follia di un Sid Vicious o ancora dell’Iguana. Storie di antichi ribelli che se ne vanno. Ci mancheranno, ma perché ci manca saperci giovani.

Il parcheggio perduto e altre storie

giustizia2-G

Nella giungla d’asfalto semimetropolitana il Palazzo di Giustizia sorge improvviso come sfinge accucciata. Un tratto che sembra uscito da Blade Runner che ci scorre accanto, mentre dribbliamo il traffico caotico e cerchiamo ricovero in un parcheggio interrato.

Trovare la destinazione è facile. Il metal detector ci lascia passare, la mappa dei percorsi possibili è chiara e ci fornisce coordinate da battaglia navale che si rivelano azzeccate alla prima botta. L’ascensore ci issa sulla groppa della bestia venuta dal futuro: le sliding doors ci proiettano tra le frotte di legulei accampate fuori dalle stanze dei giudici o di chi tribola per loro.

Crocchi d’incravattati e tailleurate, stacchi di gamba e tacchi a spillo, borse di vera pelle e zainetti cool, cartelline gonfie di fogli alla mano. Sembrano piccoli bivacchi che si susseguono, uno a uno, negli interminabili corridoi che percorriamo alla ricerca di una destinazione che non si trova, tra stanze chiuse e cartelli che ammoniscono: NO INFORMAZIONI.

Improbabili rappresentazioni grafiche dove il corridoio è una riga e la stanza un rettangolone con dentro nomi e nomi e nessuno è quello giusto. Scorriamo la teoria interminabile di cessi chiusi e di pannelli informativi impossibili da decrittare, fin quando non si accende la lampadina. Contando i ponti che dividono le strade parallele interne alla sfinge si può trovare il posto giusto. Detto, fatto. La Cancelleria Fallimentare.

Il totem per i numeretti sta lì, severo, e ci ammonisce anche lui: nessuno prenda più numeri di quelli che deve. Cerchiamo  una tastiera in mezzo ai pezzi di carta appiccicati sullo chassis, poi ci accorgiamo che il video ci mostra un’immagine di un totem sedicente fuori servizio. Increduli, insistiamo. Sul muro le affissioni dettagliano servizi e numeretti da prendere, ma non ci sono né quelli rossi né quelli azzurri. Intercede per noi una bionda scarmigliata, forse impietosita dall’aria dimessa del cassintegrato, lascia stare che siamo al momento occupati, la mobilità è lì che ci sorregge ancora per qualche tempo e nelle stracche pieghe del viso questo si nota.

Ci iscriviamo a una lista anonima appesa con lo scotch da qualche parte. Numero 26. Alle dieci si apre lo sportello e l’uno resta appeso al bancone venticinque minuti. Non si trova la pratica. C’è un via vai di caviglie tornite e di scarpe impunturate a fare tutti la stessa domanda. Che numero è dentro? Lo sconforto ci prende. Ma non c’è nessuno che chiama la fila.

All’improvviso si apre uno spazio libero negli interstizi legulei: una bolla in cui il tempo pare sospeso ci mostra il bancone vuoto e l’impiegata sorridente che ci invita ad avvicinarci. Intorno a noi i bivacchi cicalecciano e scartabellano. Noi ci lanciamo con partenopeo tempismo. Le carte sono pronte, a nostra disposizione, arrivederci, buongiorno.

Saltata la fila ci si rimette in viaggio, ebbri. Il più sembra fatto. Ma l’ascensore ci lascia, ignari, sotto la faccia sbagliata della sfinge bifronte, davanti alla quale c’è il parcheggio gemello di quello buono, che negli spazi troppo simili a quelli che sono altrove allinea una fila di vetture che non sono la nostra.

Ci prende l’affanno, annaspiamo, criceti nella ruota, in cerca di un elemento che possa rivelarci dove siamo. Il passante sollecitato ci riprecipita nell’errore: sì. Il parcheggio che cercate è quello. E invece no: il parcheggio è dall’altra parte del mostro, il cui periplo compiamo tra una maremma maiala e uno speriamo bene. Scoperto il trucco e recuperato il cocchio ci attende beffarda la cassa automatica, che non funziona e rimanda a un altro aggeggio posto chissà dove. Fanno due euri. Fuori fiocca.

Semaforo rosso

semaforo

Er biondo aveva gli zoccoli ai piedi, bianchi traforati, con la suola di legno. I jeans sbracalati, una magliettaccia bianca e i capelli a caschetto schiariti con una colata d’acqua ossigenata, zozzi, folti e fitti che gli cascavano davanti agli occhi.
“Nun me va de fà un cazzo” si lamentava. “Ma come cazzo ve va de fà su e giù davanti a ‘sto semaforo, co ‘sta callaccia, se suda, nun se sopporta, io me devo mette’ a sede’”. E accendeva un’altra Marlboro.
Veramente non s’era alzato da lì quasi per niente, poi si lamentava se il principale lo cazziava, la sera, se non aveva venduto le rose come noi. Il principale era quello col nome da moschettiere, ci portava al semaforo col forgone grigio, un Fiat 850 furgonato senza finestrini né sedili, che seduti dentro poggiati sul fondo si cascava a ogni buca, e il moschettiere guidava che manco in formula uno. Meglio, decisamente, quando si presentava con l’Alfa 2000 (er dumila).
“Che poi ma chi cazzo se le compra, ‘ste rose demmerda, che fanno schifo. Zingaro! Zingaretto, ahò, a pischè, viè qua!”. Er biondo chiamava ogni tanto il bambino rom che lavava i vetri alle macchine. Era simpatico, ci si giocava, così, per divertirsi e far passare prima la giornata.
“La voi ‘na piotta? Sì? Ficca la testa dentro ar secchio dell’acqua gelata, tiè”.
Il bambino non se lo faceva ripetere due volte e infilava tutta la testa dentro il secchio. Ne usciva ridendo, con l’acqua fredda che gli colava giù da tutte le parti. Scrollava la testa come un cagnolino. “Tiè, sei gajardo, me piaci. Ecchete li sordi. Fà na cosa, vendime un po’ de rose, t’ammollo na piotta per ogni mazzetto che dai via. Daje, datte da fà”.
Il bambino rideva, ma non gli dava retta e continuava a pulire, o forse sporcare, i vetri agli automobilisti capitati in fila. Un semaforo sull’Appia, la mattina, nel sole di luglio di Roma. 35 anni fa.

Fischi per fiaschi

Non sono in grado di fare analisi politiche, che siano superficiali o spinte, sul voto che in Grecia ha premiato la bella faccia di Tsipras. Conosco sommariamente i greci per essere stato diverse volte in vacanza da loro, ma, se non altro per empatia, sono convinto che il loro voto non abbia fondamento ideologico. Non sia, cioè, un voto che scientemente svolta verso sinistra, ma soltanto (hai detto niente) il sostegno a qualcuno che ha detto forte e chiaro che la Grecia deve vivere e non può lasciare che altri ne decidano le sorti. Il motivo è la spaventosa disoccupazione, la crisi economica senza precedenti, il disastro sociale e l’inutilità delle misure draconiane adottate, che hanno ridotto la gente in miseria sortendo l’effetto dei pannicelli caldi contro una malattia devastante. Chi s’illude che spiri un vento nuovo perché nelle piazze si canta Bella Ciao faccia bene i propri conti. Soprattutto, verifichi quanto davvero sia il caso qui d’intonare quel nobile canto, quando si è ben lontani dall’esserne degni. La Grecia una mattina s’è svegliata e ha trovato l’invasor. Oggi canta il proprio orgoglio. Noi possiamo applaudire, ma la loro rivoluzione, se tale è, non è esportabile altrove. I concetti chiari e forti espressi da Tsipras, invece, sì. Chi li farà suoi avendo un minimo di credibilità farà il pieno di voti anche qua.

Il grido del Drago

In un Paese che confonde l’arte con la proposta di spettacolo omologante un’artista come Ilaria Drago è una mosca bianca. Un animale strano che bazzica i vicoli bui della poesia e del teatro fatto con pochi mezzi e grande talento. La sua lettera aperta al Cirque du Soleil, che si esibirà all’Expo 2015 in cambio di 8 milioni di euro, è il grido di dolore del talento soffocato a morte da chi nega spazi e risorse, nascosto dietro la pretesa di riconoscere soltanto chi sia in grado di alimentare canali commerciali che gli consentano di sopravvivere, trovando ricche scritture e costruendo occasioni per proporsi. Spazi chiusi e lottizzati, mancanza di mezzi e nessuna tutela: questa la realtà che la lettera denuncia, dall’alto di una qualità di artista indiscutibile e da più parti riconosciuta. Meritevole. Mi piacerebbe molto che gli artisti canadesi del Cirque trovassero l’occasione di rispondere e di sostenere la battaglia di Ilaria. Ci conto.

Auschwitz, l’Italia e la dannazione della memoria

Qui la bella lettera scritta da Maria Giorgi, ragazza davvero in gamba che ho avuto la fortuna di conoscere qualche tempo fa e che, vedo, cresce benissimo. Parla di una visita ad Auschwitz, dove il padiglione dedicato alla memoria degli italiani morti nel campo di sterminio è stato chiuso quattro anni fa dal nostro Governo. Un caso di dannazione della memoria al contrario, dove si cancella il ricordo non del nemico ma della vittima della sua follia. E forse non è un caso se solo il nostro padiglione è chiuso: gli accadimenti quotidiani dimostrano oltre ogni ragionevole dubbio che di ricordare certe cose non abbiamo, come Paese, nessuna voglia. Una voglia di dimenticare che un giorno, forse, pagheremo.

Lamento per la morte dei cannolicchi

Nessuno se li ricorda più, i cannolicchi. Lo so perché non li vedo più in giro, e se li vedo si chiamano in un altro modo. Ditali, per esempio. Rigati come fossero penne o, peggio, rigatoni, segnati da convergenze parallele che sono niente rispetto alla spiralatura dei fusilli, che invitano ad avvitarsi peggio di un succhiello, anche lui scomparso, per giunta. I cannolicchi invisi ai poteri forti per la loro sincerità, lisci cilindretti, sintesi di un pensiero lineare, di una cucina semplice ma genuina, onesti perché semplici e diretti, da impalare col cucchiaio o infilare con la forchetta, impermeabili condotte attraversate da salse o sospese in brodi, irrorate d’olio, glassate di caci grattugiati e fusi al fuoco della speranza. Cibo della gente semplice scomparso dallo scaffale dove le merci, troppe, ne nascondono persino il ricordo. Un complotto mirato alla sofisticazione del pensiero giovanile, ma anche anziano, ha eliminato il cannolicchio dalla nostra tavola, ma noi siamo pronti a ogni azione per perpetuarne il ricordo, testimoniandone il messaggio di libertà. A breve nascerà una pagina facebook (titolo provvisorio Cannolicchio fan page), alla quale seguirà una raccolta di firme e il lancio di una t-shirt “boicotta i ditali” che servirà a raccogliere i fondi per sostenere la campagna.
Save the cannolicchi. Now.

Anna Oxa e il blue collar & manduline

Fu svoltando a sinistra sull’ennesimo tornante che risaliva il Pantokrator che, scalzata radio maria dall’anonima emittente schipetara, realizzai che la eVVe arrotatissima di Anna Oxa altro non era che il segno del cordone ombelicale che la legava all’Albania. Vadio TiVVana, scandiva gongolante il diggei, mentre sbatteva sul piatto un qualche successo mainstream nella torrida estate ionia. La memoria tornò alle giovanili passioni della Nostra, che si rivelò nascondendo le feconde grazie sotto la parodia di un abbozzo di vestiario punk all’esordio nel canile sanremese, dove l’italica ignoranza salutò, non senza tremori, lo sbarco del nichilismo d’oltre manica presso le nostre placide spiagge, tra un cappero e una medusa. L’anima rocchettara dell’Oxa risorse di lì a poco, smesse le creste e le giacche da maschio rinvenute in soffitta, riproponendo un riff sporco di benzina dell’alfiere del blue collar rock Bob Seger, che più tardi sarà saccheggiato ulteriormente da Gianni Morandi in coppia con l’avvenente Amii Stewart. Il vecchio Bob cantava, stracco, di sfigati in cerca di un riscatto che tarda ad arrivare, già persa ogni velleità abrasiva. Più che un bourbon una birretta, in cui Anna e i suoi autori mescolarono una robusta dose di gazzosa. L’effetto fu notevole: Discoring si procurò delle borchie di Ford Capri da appendere al muro e una vecchia pompa di benzina da usare come scenografia, mentre Anna arrotava grintosa la sua eVVe, parlando del suo amico immaginario. Un pagliaccio azzurro che non chiedeva rivincite dalla vita, ma solo di mantenere le distanze dalla minacciosa erinni dell’Epiro.

Fonti, senza embeddare:
Il Seger https://www.youtube.com/watch?v=D0U2Pl4h57Q
La Oxa https://www.youtube.com/watch?v=ajXXvYSIM0A

Hotel California

Si chiudono all’unisono gli sportelli della macchina. Finestrini abbassati, una marlboro accesa. Occhiali scuri. Le vie del quartiere che scorrono via, l’autostrada che porta in qualche altro dove. La cassetta inserita, il volume al massimo. Arpeggi e versi ambigui, alberghi di lusso, ragazze con tanti amici, echi di paradisi artificiali, prigioni dorate. Teste che si muovono al ritmo della musica, sguardi carichi di promesse. Poi attacca l’assolo, tamarro all’eccesso. E la tensione lascia spazio all’impazienza. Il piede affonda nell’acceleratore, la velocità sale con lo strazio della chitarra che va e torna, leccato, armonico, radiofonico. Non è un crescendo, piuttosto un movimento circolare, avvitato intorno a una melodia leggera. Facile. Che sfuma invece di deflagrare, come promessa non mantenuta.