Mani vere per scrivere poesie vere

53

Scritto da me per Emergenze il 27 settembre 2016

“Solo mani vere scrivono poesie vere.
Io non vedo alcuna differenza di principio
tra una poesia e una stretta di mano”
(Paul Celan)

 

Now I can change the world
With my own two hands
Make it a better place
With my own two hands
(Ben Harper)
Ho preso la penna e un foglio di carta, l’altro giorno, per scrivere una lettera. Con la sinistra tenevo il foglio, con la destra scorrevo lungo immaginarie righe orizzontali.

Tenevo la penna piegata a 45 gradi e seguivo il gesto con la testa reclinata nella stessa direzione. Faticavo e mi ricordavo del callo che mi veniva al tempo antico dei compiti in classe. Scrivere sfiorando la tastiera di un Mac viene più facile. Si può correggere e si guadagna tempo, ma l’estensione della tecnologia fa perdere alle mani il contatto con le cose vive.

Penso alle mani rappresentate da Tina Modotti: quelle della lavandaia che sbattono e strizzano i panni, incuranti dell’acqua gelida, quelle grandi del contadino che tengono sicure la pala, quelle del burattinaio, forti e delicate. Sono mani operaie, che raccontano un tempo in cui il lavoro sognava il proprio riscatto definitivo dalla fatica e dal dolore. Usate per guadagnarsi il pane e il salario. Negate, spesso, alle loro infinite possibilità: le mani sono lo strumento che consente al pensiero di diventare azione, più di ogni altra parte del corpo deputata a esprimersi.

Meglio della voce, perché verba volant.

Meglio dei piedi, a meno che non si ragioni di Maradona, che a pensarci bene, però, ha scritto la storia con la sua mano de Dios, contro l’Inghilterra già attaccata da Galtieri alle Malvinas.
L’arte si fa con le mani. Le mani possono modellare la materia, modulare il suono su uno strumento musicale, raffigurare il mondo o dare corpo a un pensiero astratto. Sono strumenti d’amore, che danno e restituiscono emozioni. Sono sensori del dolore e sostituiscono la vista, al buio.
Possono anche fare a meno di qualche dito e rimanere prodigi di natura: la mano sinistra di Django Reinhardt e la sua vertiginosa chitarra jazz tzigana.
Grazie alle mani ha preso forma l’intuizione. Abbiamo imparato ad accendere fuochi e a costruire utensili sempre più perfetti, a uccidere prede e nemici. Abbiamo impastato elementi per trasformarli. Un gesto che ripetiamo ogni giorno, quando prepariamo da mangiare.
Impastare il pane è una grande emozione. E’ un gesto che si può fare con forza oppure lentamente, esercitando una lieve pressione e un movimento circolare. Ipnotico. Insistito. Che produce una forma impossibile da creare altrimenti, unica e perfetta, appena levigata, elastica.

Mi affanno a sentire il mondo attraverso le mani e cerco di abbandonare la tecnologia che non mi è necessaria. Gioco con la penna e con la chitarra. Tocco le persone e le cose. Conto. Mi riscopro e mi ricordo, cercando di sfuggire alla meccanica dei gesti mandati a memoria. Sento la fatica di chi ha dimenticato il lavoro manuale e ricordo le mani di mio nonno, che costruivano tutte le cose che servivano a una quotidianità contadina. Faceva mobili e utensili, intrecciava cesti, costruiva sedie, ferrava asini e disegnava ghirigori col coltello con cui si radeva. Usava anche la penna, però, e che penna. Viveva attraverso il tatto.

Io invece uso le mani come tutti, senza pensare. Ma basta appoggiarle delicatamente una sull’altra per ascoltare la loro sensibilità. Sentirle emanare calore. Usarle per comunicare col mondo circostante o poggiarle sulla materia inerte per dare forma a un’idea. Sporcandosi, come si sporcano i polpastrelli di un edicolante, sempre neri, sotto i guanti che coprono le mani lasciando libera la punta delle dita.

Mani che toccano la carta. Tangibile, conservabile, concreta.

Perché scripta manent.

Il ritorno ad Amatrice, o della cartolina scomparsa

Scritto per Emergenze il 20/9/2016

Per andare al paese  (dico così, tra me e me, quando ho la fortuna di fare un salto ad Amatrice), percorro in genere la galleria che da Norcia porta, passando nelle viscere della Sibilla, alla via Salaria. Una galleria lunga, dove non si capisce se si sale o si scende, che cambia completamente lo scenario: da una parte si sta coperti sui fianchi della montagna, dall’altra ci si affaccia sulle coste ripide che scendono a valle, verso il Tronto, per poi risalire quando cominciano i monti della Laga.

Sopra, in cima alla Sibilla, c’è la Faglia della via delle Fate. Sotto passa la strada, con i suoi viadotti arditi, battuta dal vento che siccome è ancora estate è tiepido, un poco umido, e insieme al sole fa il suo dovere per asciugare l’umidità della notte. Tempo da funghi. Per terra è bagnato, ha piovuto e ogni tanto ricomincia, giocando a disegnare arcobaleni.

Guardo in basso e vedo la strada che scintilla al sole. Poi arriva Pescara del Tronto.
Te la trovi sotto strada. Ma non c’è. Al posto del paese un cumulo di sassi che mi obbliga a uscire dalla cartolina per fare i conti con la realtà.
Fin qui i segni del sisma non erano evidenti, sembrava la solita strada, il solito paesaggio di montagna, che scorre veloce, quando si annusa l’aria di casa. Il cambiamento mi arriva addosso all’improvviso. Su questi paesi sembra ci sia stato un bombardamento. Il paesaggio è sconvolto, scendendo giù fino alla Salaria per poi risalire verso Amatrice si vede l’indicibile.
Qualcosa che va oltre l’immaginazione, come ripetono tutti gli amici che incontro durante la giornata. Siamo tutti qua, in cerca di qualcosa che si è perso quella notte. Chi c’era soffre perché ricorda la paura, chi non c’era prova compassione ma non può capire fino in fondo.

La realtà supera l’immaginazione, basta guardarsi intorno per capire che nemmeno nel più angoscioso degli incubi sarebbe stato possibile ipotizzare un disastro come questo. Le storie che si raccontano, ripetute all’infinito, prendono vita propria e descrivono vicende che potrebbero adattarsi a tutti i luoghi e a tutte le persone. Il caso ha giocato con la vita di tutti, i sopravvissuti misurano la distanza minima che li ha separati dalla morte. E basta guardare i detriti sparsi in giro per capire che è stato proprio così: case grandi e belle ridotte in briciole, come quella dell’ex sindaco di Amatrice Serva, amato medico condotto che conosceva uno a uno vecchi e giovani di questi paesi, una bella villetta che chiudeva lo struscio su corso Umberto. Un mucchio di sassi.

Tra le briciole gli scatti di vita fermati nell’istante in cui la scossa ha scatenato il finimondo. Oggetti, vestiti, televisori, imposte, soprammobili, stracci. Sembrano i mucchi di calcinacci che si fanno quando si demoliscono le parti di una casa per rifarla nuova e più bella. Sono pezzi di esistenza seppellita: sotto queste case crollate sono morte centinaia di persone, sorprese nel sonno dal finimondo che si è annunciato, raccontano, con un boato terrificante. Indimenticabile. Simile al rumore di un aereo all’atterraggio, dice qualcuno. Con la casa che sembra sollevarsi per aria come se ci fosse un gigante che la prende per scuoterla e vedere cosa c’è dentro, dice un altro. E mentre si cerca di ritrovare il controllo dei propri movimenti si pensa al peggio, mentre fuori la falce fienaia della morte scandisce il ritmo della danza macabra.

Ad Amatrice ci sono più volontari che senza tetto. È tutto un brulicare di persone gentili che indossano divise. Polizie, pubbliche assistenze, misericordie, croci rosse, gente che si adopera, aiuta, consiglia, sorride. Disponibili e discreti. Chiedono di evitare di fare foto, se possibile. Sembrano dirti di non guardare, che è meglio rispettare la memoria di una cittadina che giace scomposta e irriconoscibile, lacerata irrimediabilmente. Che è meglio avere pietà.

Vedo amici che si stanno organizzando per lasciare le tende. Antonio, sorridendo, mi dice che si adatterà, per adesso, in un garage che è rimasto intero. Lui un lavoro ce l’ha, anche se non sa bene cosa aspettarsi da qui in avanti. Gianni, che quando eravamo piccoli era quello più chiuso e silenzioso, sfodera un sorriso mesto e dice che andrà a stare in albergo a San Benedetto, con la moglie e la figlia piccola, perché se anche trovasse qui un posto dove stare non ci sarebbe lavoro, e come campi? Ma lì forse si trova qualcosa, gli auguro. Mentre ci abbracciamo gli dico che ci rivedremo qua, ma sappiamo tutti e due che sarà difficile.

Quando la frenesia di questi giorni finirà, quando arriverà l’inverno, i sorrisi dei volontari si trasformeranno in arrivederci e la strada della ricostruzione si farà dura. Difficile immaginare un futuro in una città costretta a coprirsi per nascondersi allo sguardo pietoso del mondo.
Ferita anche nell’orgoglio, costretta com’è a nutrirsi della compassione altrui.

Mentre riparto arriva un altro acquazzone. Prendo la via di Collespada, che passa nel bosco e che nessuno conosceva. Adesso è diventata una piccola arteria di comunicazione, senza nemmeno un cartello che ti dica dove va, si lamenta un volontario toscano, sorridendo.
Ho davanti un arcobaleno nitidissimo, che arriva giù fino sul prato. Non sembrano esserci pentole di monete d’oro, alla base. Per strada ogni tanto si vede, appesa a un cartello o fuori da una finestra, una bandiera tricolore.

Una conversazione tra Nicola La Gioia e Jonathan Safran Foer sull’11 settembre

Nicola Lagioia   Continua a leggere Una conversazione tra Nicola La Gioia e Jonathan Safran Foer sull’11 settembre

Morte (violenta) di Tiziana C.

Ho letto molti interventi sul suicidio di Tiziana e ho fatto fatica a condividerli. La condanna del web o dei mezzi di comunicazione secondo me è un esercizio poco distante dal moralismo che ha oppresso la ragazza, che in un momento di debolezza estrema si è uccisa.
Il problema è più a monte: è stata compiuta una violenza pubblicando il video senza il suo consenso. Qualunque sia stato il contesto in cui il video era stato girato, pubblicarlo è stato un gesto violento e irresponsabile e niente conta il fatto che Tiziana fosse consapevole di essere ripresa, il che ha dato il via al massacro di frizzi e lazzi che con troppa leggerezza si liquidano come goliardia, da una parte, o come deviazione estrema del web assassino dall’altra.
Il web veicola i sentimenti delle PERSONE che lo usano e le persone, molte di loro, sono grette, moraliste, stupide, meschine, violente. Come nel mondo. Bisogna ragionare sul potenziale di violenza insito nella comunicazione che facciamo su internet, che equivale, in un certo senso, al potenziale distruttivo che può avere un’arma nelle mani sbagliate.
Nessuno vorrebbe che fossero mostrate a terzi (o al mondo intero) immagini riprese nell’intimità, dove c’è uno scambio di gesti che riguarda le persone che sono direttamente coinvolte.
Il potenziale di ricatto e di violenza psicologica che ci mettono in mano i dispositivi multimediali che usiamo tutti i giorni è enorme, per questo occorre difendersi, non fidandosi ed evitando che certe cose sfuggano dal nostro controllo diretto.
Un video intimo in mano a una persona “altra” da noi ci rende infinitamente vulnerabili. E su questo si basa la vicenda di Tiziana: una violenza estrema che ha condotto al suicidio di una persona. Ciò non toglie che nei probabili innumerevoli casi analoghi non sia successa la stessa cosa, ma un suicidio è un fatto che va riferito alla sfera più intima di una persona.
Come tale non si può ricollegare a uno schema.
Il giudizio morale che lascia la scia dietro a questa vicenda è della stessa grana di quello che fa dipendere una violenza carnale da un atteggiamento disinvolto o in qualche modo provocatorio della vittima.
E’ sulla violenza che va messo l’accento, e rendere pubbliche e accessibili al mondo intero certe immagini ha esposto Tiziana a una pressione ingestibile, dall’interno di sé e dall’esterno.
I giudizi della gggente vengono dopo, i media pruriginosi e paraculi vengono dopo. Quei video dovevano rimanere un fatto intimo tra adulti consenzienti, renderli pubblici è stato un atto di violenza.
Uno stupro psicologico, più grave di quello carnale perché non si limita all’atto aggressivo in senso fisico, ma si protrae all’infinito nel tempo, vista l’impossibilità di cancellarne le tracce.
Chi lo ha fatto deve pagarne le conseguenze.

Le ciminiere in piedi di una classe operaia abbattuta

Scritto per Emergenze il 13 settembre 2016

Ci sono due ciminiere, a Piombino, che ricordano le Torri Gemelle del World Trade Center di New York. Nessuno le ha abbattute, però. Stanno lì nonostante l’acciaieria abbia da tempo chiuso i battenti, disperdendo l’enorme patrimonio umano dei lavoratori che per decenni hanno sacrificato la salute a una fatica massacrante.
Ci sono le ciminiere, insomma, ma non i lavoratori. E viene da pensare: che fine hanno fatto gli operai? Dove si sono nascosti, incalzati dal mondo patinato della pubblicità e lontani anni luce da ogni modello attuale d’inclusione sociale?
Eppure gli scaffali dei centri commerciali sono zeppi di merci, che siano low cost oppure di gran lusso. Chi le produce? Dove sono le fabbriche? Che fine ha fatto la Classe Operaia? Forse si è persa mentre cercava il Paradiso. Oppure ha dovuto abbandonare ogni illusione, tradita dall’ideologia e impossibilitata a portare avanti la contrapposizione con i Padroni che teneva banco negli anni ruggenti della Lotta di Classe.
La formula che riassumeva in un lampo l’esistenza di molti, una volta, era ProduciConsumaCrepa. Forse la si potrebbe aggiornare in uno SparisciConsumaCrepa più al passo con i tempi. Alla forza della massa di lavoratori che cercava di prendere coscienza della propria condizione e di lottare per cambiarla si è sostituita la debolezza diffusa di un corpo sociale frammentato e impaurito, bersagliato dalla crisi, che paga il prezzo più alto in termini di peggioramento della qualità della vita.
Milioni di persone che potremmo figurarci accalcate fuori da un ristorante di lusso, mentre premono il naso sulla vetrina che mostra loro come vivono i privilegiati della società della ricchezza polarizzata, che aumenta aumenta aumenta in mano a pochi e a scapito di molti molti molti senza alcuna speranza e con la sola consolazione dell’acquisto low cost, compulsivo nei limiti angusti delle tasche esauste.
Una moltitudine da sfruttare per permettere gli eccessi di un’élite.
Mi capita di pensare alle facce stanche che vedevamo sugli autobus, la sera, tornando dal lavoro, alle mani grandi dei manovali, alle economie di famiglia basate sulla fatica quotidiana senza fine. Facce che oggi sembrano impaurite, talvolta ostili nei confronti di chi ha attraversato il mare per ritagliarsi una speranza. Facce che potrebbero, se ne avessero la forza, spiegare cos’è la disillusione. Me le immagino, però, col sorriso: vorrei vederle sperare di nuovo in un futuro da costruire con le proprie mani.
Sognando di abbattere quei Recinti invisibili che diventano feroci, nelle periferie, sui confini del mondo. Perché l’utopia è necessaria. O essere utopisti o sparire, diceva il Poeta. Bisogna ricordarsene.

L’organetto, la poesia a braccio: ricostruire l’identità

Scritto per Emergenze il 31/8/2016

I giorni passano. L’attenzione sulle zone terremotate è ancora alta, ma il funerale celebrato ieri ad Amatrice ha segnato un punto di svolta. È stato emozionante vedere uniti Stato e Cittadini, in un abbraccio che ha superato persino le pastoie del protocollo e della sicurezza. Tutti vicini, a contatto di gomito, in un afflato che si può leggere in molti modi: siamo tutti alla mercé degli eventi, da una parte; non siete soli di fronte alla tragedia, dall’altra.

Ad Accumoli, Amatrice e Arquata l’inverno arriva presto. Già adesso l’escursione termica tra giorno e notte è notevole, soprattutto se piove. La ricostruzione degli edifici ha bisogno di tempi lunghi, incompatibili con la condizione dei senza tetto. Bisognerà allestire in fretta degli alloggi adatti a difendere la gente dal freddo che in zona si fa sentire, con temperature che possono scendere di molto sotto lo zero.

C’è da sgomberare l’enorme quantità di detriti, e c’è da mettere in piedi un progetto per una ricostruzione intelligente. Da una parte, come hanno chiesto i sindaci e i cittadini, che rimetta in piedi i luoghi per come erano. Dall’altra, che rappresenti un’opportunità per rimettere in moto la vita da dove si è fermata, creando prospettive per un futuro migliore.

L’identità dei luoghi.
Più che i paesi distrutti dal sisma, però, c’è da ricostruire un’identità dei luoghi che va oltre la loro architettura. Il terremoto ha privato la popolazione di tutti i punti di riferimento: ha distrutto le case, gli edifici istituzionali, le botteghe, i supermercati, gli impianti sportivi. Quello che è rimasto in piedi è in massima parte inagibile. I tempi necessari ai sopralluoghi, al censimento delle costruzioni danneggiate e agli interventi di ripristino o di demolizione superano abbondantemente l’inverno, che sarà perciò la fase più delicata.

La gente è stata strappata via dai suoi percorsi abituali: dal lavoro, dalla cura della casa, degli orti, degli animali da cortile. Dal gioco, dallo sport, dalla frequentazione dei luoghi di intrattenimento. Molti hanno perso le loro cose: la casa, ma anche la macchina, i vestiti, i libri, i dischi, i computer, la televisione, gli oggetti personali, gli hobby. Non ha più senso alzarsi a orari prestabiliti, ma non è possibile nemmeno rimanere a letto. Gli spazi personali non esistono. Non si può leggere, guardare la tv, studiare, scrivere, cucinare. E’ una condizione terribile, che si somma al lutto e allo shock dell’evento catastrofico.

Tutti si trovano scaraventati in un vortice di precarietà, in attesa di mettere un punto per ripartire. In una microcomunità come questa sono venuti meno familiari, amici e punti di riferimento che segnano la quotidianità.

Su internet la gente che ha un legame col territorio ha cercato di mettere insieme i ricordi. Si tratta per lo più di persone che frequentano questi luoghi di villeggiatura e che scrivono dal posto dove vivono abitualmente. C’è chi racconta il suo paese e i suoi abitanti come può, chi setaccia Youtube per trovare documenti su feste, danze e canti che rammentino le tradizioni locali. Un tentativo di testimoniare la propria identità che proseguirà.

Fioriranno le pagine facebook, le raccolte di foto di case danneggiate e di paesini com’erano prima del disastro. Documenti che serviranno a rimettere insieme l’identità di questi paesi, che si è manifestata forte e chiara nel momento in cui per motivi logistici si è ipotizzato di celebrare nella lontana Rieti i funerali solenni di ieri.

Una risposta che è stata una fiammata di vitalità e ha ottenuto di celebrare questo giorno del ricordo sul proprio suolo martoriato. I sindaci e le autorità hanno parlato per tutti: nessuno mollerà, bisogna sopravvivere per impedire che questa sciagura sia l’ultimo atto di una storia millenaria. Sottrarsi al declino incombente, però, non sarà facile.

Si devono recuperare l’organetto, le ciaramelle, la poesia a braccio, oltre alla gastronomia, al dialetto, ai racconti dei bei tempi passati: tutte cose che creano coesione e che aiuteranno la gente a ricordare. Le radici comuni sono importanti.

Più importante sarà, però, l’apertura di un processo di ricostruzione che coinvolga la popolazione in prima persona, per quanto possibile. Intanto mantenendo il contatto con i luoghi anche durante la ricostruzione: la paura delle scosse, la perdita dell’agibilità della casa e di tutti i punti di riferimento nel territorio, oltre che delle persone più prossime, potrebbero accelerare definitivamente lo spopolamento che minaccia questi luoghi da decenni e che già ha prodotto una miriade di località prive di cittadinanza stabile, aggregati di seconde case che rivivono solo d’estate e che, danneggiati come sono, rischiano di trasformarsi in paesi-fantasma.

Lavoro per rinascere.
Perché questo accada è necessario che la gente abbia un lavoro, che le scuole siano aperte e che si ricrei un tessuto connettivo sufficiente a far rivivere una comunità che possa, con la propria energia, indirizzare lo sforzo esterno per la ricostruzione. Non una cittadinanza passiva in attesa di un intervento dall’alto, ma una compagine unita che decida, per quanto possibile, l’indirizzo da dare alla ricostruzione.

Questo sarà fondamentale perché si possa cogliere l’opportunità di rinascita che una ricostruzione da zero porta sicuramente con sé: l’intervento più profondo che si possa immaginare per rifondare una comunità.

È qui che si decide se da questa fase si può ripartire per crescere, o se si tratta soltanto di rimettere in piedi qualcosa dove possa continuare a vivere, cercando di dimenticare tutto questo dolore, una comunità di superstiti destinata al declino.

Perché ciò accada è necessario che ci sia un rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. Chi guiderà la ricostruzione dovrà interfacciarsi con la gente, capirne le esigenze e riprogettare la comunità cercando di individuare le possibili linee di sviluppo future.

Legate al turismo, al Parco, all’attrazione di nuovi visitatori e al ripristino del tessuto dei paesi dove i villeggianti aspirano a tornare. Semplici luoghi della memoria, cioè, che s’incrociano con luoghi per cui la memoria deve essere il punto da cui ripartire per costruire una nuova storia: dalla costruzione di questo equilibrio dipende il futuro della Conca amatriciana e delle altre zone interessate.

Ricreare una comunità in grado di costruirsi da sé le giuste opportunità. Una bella sfida da raccogliere per un paese che fa fatica a sottrarsi alla deriva degli ultimi anni: vivo d’estate, vuoto di gente e di cose durante la brutta stagione.

Qui viene meno, con ogni evidenza, l’accostamento fatto con la realtà aquilana, fatta di grandi numeri e questioni molto più complesse. La vicinanza con la Città ferita, però, può far sì che Amatrice, Accumoli e Arquata abbiano un punto di riferimento importante, che si è già misurato con i problemi legati alla ricostruzione. Lo stesso vale per Norcia, da più parti citata, in questi giorni, come esempio di rinascita virtuosa.

La necessità della ricostruzione di Accumoli, Amatrice e Arquata offre, poi, l’opportunità per riordinare le norme e cominciare a fare qualcosa per prevenire futuri disastri, lutti e sciagure cui siamo abituati da sempre. La frequenza con cui accadono certi eventi è impressionante. Le parole dell’omelia del Vescovo di Rieti, però, sono state illuminanti: il terremoto modella da sempre la terra in cui viviamo. Non è lui a uccidere, ma l’uomo. Non il destino, cioè, ma l’incuria.

Lo slancio riformatore del Governo avrà pane per i suoi denti, insomma: avviare un cambiamento epocale che porti la cultura della prevenzione. Mai più Amatrice, l’Aquila, Gemona, Belice, Norcia, Modena, Sant’Angelo dei Lombardi, Assisi.
Chissà che non sia, almeno questa, #lavoltabuona.

Amatrice, riscoprire il bene comune per salvare la mia città di rovine

Scritto per Emergenze il 28/8/2016

Non è ancora finita, l’emergenza. Mentre scrivo le repliche della scossa assassina delle 3.36 del 24 agosto sono più di 1500, e il numero dei morti si avvicina pericolosamente a 300, un altro dato che accomuna il sisma di Accumoli, Amatrice e Arquata a quello aquilano.
Sono state dette e scritte tante cose per raccontare questi luoghi che qualcuno definisce, forse a ragione, dimenticati. Questo è ovvio, se se ne considerano anche soltanto le dimensioni.
Si tratta, però, di luoghi che diventano importantissimi perché su di essi si concentra l’empatia che tutti stanno provando in questi giorni, in tutto il mondo.

La grande mole di messaggi positivi che è circolata fuori dai media convenzionali, che dimostrano una volta di più la loro drammatica inadeguatezza ai tempi, è stata sufficiente a sovrastare il frastuono che caratterizza la comunicazione social. I seminatori d’odio e di bufale, lungi dal tacere, sono stati zittiti da una valanga di sentimenti positivi autentici. E non è vero che il fatto che esprimerli costi il piccolo sforzo di un clic ne ridimensiona la portata. È, invece, il risultato tangibile di un coinvolgimento reale.

Hanno ripreso autorevolezza i tradizionali portatori di messaggi edificanti: il Papa e il presidente della Repubblica, che è come dire la Chiesa e lo Stato. La disponibilità della gente si è concretizzata in una quantità di gesti, dalle file per la donazione sangue, da più parti testimoniate, alla sovrabbondante raccolta di viveri e beni di sussistenza anche apparentemente marginali, all’attivazione di canali per la raccolta di fondi.
L’attenzione per l’informazione è elevatissima: televisione, radio, giornali, siti, ma anche racconti fatti da gente del posto che ha preso di petto l’angoscia raccontando con passione quello che forse non tornerà più.

Tutto questo può sembrare scontato, ma se si pensa allo scenario antecedente al terremoto si capisce che non è così. Hanno perso la scena le nefandezze e i parapiglia da pollaio che caratterizzano da tempo tutti i media. In tanti, indignati, si sono messi a denunciare le bugie che infestano la comunicazione e a deprecare gli sciacalli virtuali quanto quelli che sono stati trovati a rovistare nelle macerie alla ricerca di valori abbandonati da rubare.

Non è poco, perché tutto quello che ci spinge ad agire per partecipare in positivo alla conversazione è un mattone che serve alla ricostruzione di valori che può ripartire, paradossalmente, dal crollo di queste piccole città di provincia, situate nel cuore di uno dei Paesi più importanti del mondo, per l’enorme patrimonio culturale che contiene.

Gli effetti di questi soprassalti di umanità si faranno sentire eccome. È di questa sintonia con il bene che c’è bisogno quando si accosta lo sguardo a immagini come quelle che arrivano da Aleppo, sinistramente simili a quelle di Amatrice. Riflettere sulle cause diventa doveroso e proficuo ed è sicuro che l’occhio solidale e compassionevole si può allenare. La scossa delle 3.36, insomma, può portare, se non altro, l’effetto positivo di svegliare almeno un poco le coscienze.

La ricerca delle responsabilità umane nel disastro è appena cominciata. Chi avrà sbagliato pagherà. Finiranno sul banco degli inquisiti i tanti che localmente avranno lavorato alle costruzioni e alle ristrutturazioni, animati dallo stesso spirito che muove i piccoli operatori di questo tipo: guadagnarsi la pagnotta, dribblare gli ostacoli della burocrazia, scavalcare gli ostacoli delle verifiche e delle restrizioni, farsi pagare dai clienti.

Una marmellata che innesca le bombe a orologeria che sono questi paesi costruiti dal medioevo in avanti, dove tutti hanno agito in base alla propria convenienza, chi ricavando una stanza da un pertugio, chi aprendo una finestra in un muro portante, chi regalando qualcosa a un funzionario compiacente, chi muovendosi nelle regole ma affidandosi a imprese che hanno lucrato risparmiando sul materiale e sulla manodopera. Cose che si sanno e che produrranno conseguenze soltanto sul posto, dove le carte saranno soppesate a dovere, mentre altrove si procederà come sempre, perché continueremo a tenere tutti famiglia e a valutare certi interventi sulle case che compriamo o che prendiamo in affitto soltanto per il denaro che ci costano e non per gli effetti che producono.

Il che sembrerà normale, se così fanno tutti, anche quando il committente dei lavori è pubblico e dei servizi usufruisce la collettività, che paga conti spesso gonfiati per opere difettose, che poi si sbriciolano sotto ai colpi della natura.

Il territorio di Accumoli, Amatrice e Arquata, esposto a terremoti distruttivi raccontati precisamente dalla storia (almeno 6 negli ultimi 400 anni), ha subito altri cambiamenti dovuti a frane, a valanghe, a modifiche apportate all’ambiente dagli uomini. Lo racconta Agostino Cappello, di Accumoli, nelle sue Osservazioni geologiche e memorie storie di Accumoli in Abbruzzo, scritto nel XIX secolo, leggibile integralmente su Google Books.

A Capodacqua, salita alle cronache in questi giorni, ogni tanto veniva giù la montagna e seppelliva paesi. Lo stesso da Accumoli verso l’interno. Terremoti e frane ridisegnavano il paesaggio, creando e cancellando luoghi, spostando sorgenti e fiumi, imponendo la propria legge alla popolazione, che ripartiva ogni volta da zero rimanendo esposta al capriccio degli elementi.

Niente di nuovo, insomma: non facciamo altro che perpetuare gli atteggiamenti dei nostri antenati, apportando piccole modifiche se e quando costretti da vincoli esterni, o dall’illuminazione di un lampo d’intuito. Dovremo cambiare sistema, ma forse costerà di meno fare degli interventi usando le risorse rivenienti dalla solidarietà e dagli stanziamenti straordinari che sarà possibile fare.

Il che frutta sorrisi e primi piani in televisione, posponendo alla prossima tragedia i commenti critici al proprio operato, resi blandi dal prevalere della reazione emotiva all’evento, dall’empatia con le popolazioni colpite, dallo strazio delle storie dei bambini morti sotto le macerie.

Se ci mettiamo a cercare sul web possiamo facilmente ricostruire quello che è successo dopo il terremoto dell’Aquila. Le polemiche sulla costruzione degli edifici per gli sfollati, l’orrenda storia degli sciacalli che ridevano al telefono, l’oblio per una delle più belle città d’Italia, il cui centro è ridotto allo stato di una città fantasma di quelle che visitano i turisti nel west.

Uno scenario che tenderà a ripetersi, perché la legge che domina le nostre azioni è quella del rapporto costi/benefici, e alla voce benefici la collettività viene sempre dopo il nutrimento necessario ai meccanismi di potere, quali sono, anche nella piccola dimensione locale, le strutture che amministrano, qui e altrove, il Bene Comune.

Serve, anche qui, una scossa, e non possono darla vuoti slogan che non cito. Servono i fatti, che non vanno più di moda, perché questo è il momento in cui il consenso si conquista con le bugie e con le bufale. Quelle stesse che i sentimenti che ha scatenato questa sciagura ha relegato, per un attimo, in seconda pagina. Dobbiamo imparare da questo: vale tanto, un moto dell’anima, uno slancio sincero provato anche su un divano a duemila chilometri di distanza dal disastro. Vale tanto una My city of ruins cantata oltreoceano e dedicata alle vittime del terremoto da Bruce Springsteeen, come sempre Maestro che insegna a restare umani.

Il Disegno che molti vedono dietro certi accadimenti (Signore, che si fa?, diceva il Vescovo di Ascoli) lo determinano le nostre azioni concrete. Nient’altro.

Come cittadini starà a noi pretendere che lo Stato legiferi per far muovere al Paese passi decisivi per prevenire le sciagure a venire. Non serve sgranare il rosario dei terremoti degli ultimi 50 anni, l’abbiamo fatto fino alla noia. Ce ne saranno ancora.

La soluzione non partirà dal basso, se non sarà il basso a pretendere che ci si muova in tal senso. Non conviene ai politici, non conviene ai cittadini. Il punto è cambiare paradigma e smettere di pensare in termini di convenienza.

Riscoprire il valore del Bene Comune, anche superando quel senso comune di cui tutti siamo diventati ottimi portatori, a cominciare da chi siede sugli Scranni delle Istituzioni politiche che governano in Italia, in Europa e nel mondo.

Che è solo una finzione, se non muove verso il superamento degli squilibri che stanno distruggendo, oltre al pianeta, la qualità della nostra vita.