Celtic soulbrothers

Se noi mediterranei abbiamo potuto emozionarci con lo scalpiccio delle dita sul bodhran, lo scroscio tintinnante dei cucchiai e le piogge di note delle uillean pipes lo dobbiamo in gran parte a Christy Moore. Oggi l’uomo ha 70 anni e non gode di ottimissima salute, ma ha alle spalle una carriera esemplare, come solista e come fondatore di due gruppi fondamentali per la rilettura moderna della musica tradizionale irlandese. Il primo progetto è quello dei Planxty, gruppo di punta del folk anni ’70  che era una spanna oltre i pur celebrati Pentangle, Fairport Convention, Steeleye Span, Alan Stivell e celticherie varie.

Gighe, polke, reels, saltarelle, valzer. Danze scandite dalla cornamusa che gli inglesi imposero di suonare da seduti, creando un sistema di agganci del mantice al gomito e di uso necessario del ginocchio per umiliare l’ardore irlandese. Uno strumento dal suono impareggiabile, caldo e squillante allo stesso tempo. I dischi dei Planxty fanno sognare, sembrano colonne sonore di saghe nordiche fatte di incantevoli spose lentigginose dalla pelle bianca (mentre ascolto Cùnla mi viene in mente Nicole Kidman, non so perché) difese da cavalieri senza macchia, raccontano danze fatte a piedi scalzi sull’aia e sogni d’amore fatti al tempo del raccolto.

Ma il progetto più bello di Christy Moore e stato quello dei Moving Hearts, moderna fusione di musica celtica, tinte jazz e testi impegnati che raccontano di eroi popolari, parlano di pace, citano Sacco e Vanzetti e si schierano, in un momento in cui le tensioni sociali superano il livello di guardia in tutta Europa.

Si dice che Christy mollò il lavoro da bancario per dedicarsi alla musica, suo hobby, dopo un lungo sciopero che gli consentì di dedicarsi esclusivamente alla sua passione. Una storia che sembra scritta da Ken Loach. Christy ha diradato la sua intensa attività per gli acciacchi legati all’alcol e agli stravizi, oltre che all’età, ma è ancora attivo, con la sua voce calda e la sua penna pulita e lucida. Aggancio qua di seguito qualche perla che vale la pena di ascoltare. I nomi che gli hanno tenuto compagnia nelle varie avventure sono quelli di Donal Lunny, nei Planxty e nei Moving Hearts, di Andy Irvine e del fenomenale Davy Spillane, continuatore del progetto Moving Hearts spintosi fino al limite della musica New Age. La suite presente su The Storm è il suo contributo da splendido continuatore del lavoro di Christy Moore.

Prestatemi orecchio…

Cunla https://www.youtube.com/watch?v=8Gk9dXLpGHc
As I roved out https://www.youtube.com/watch?v=bAu66V67hWs
The Jolly beggar https://www.youtube.com/watch?v=QDepni5lJks
Denny Murphy’s Polka https://www.youtube.com/watch?v=LHp7ZIJ9vVE (MA DOVETE BALLARE)
No time for love (Moving Hearts) https://www.youtube.com/watch?v=SLOGJw4pKG0
Irish ways and irish laws (Moving Hearts) https://www.youtube.com/watch?v=mIILCtCtk9o
The Lark (Moving Hearts, la perla di Davy Spillane) https://www.youtube.com/watch?v=8-QIr6XeppE

Una chiesa senza bellezza è destinata a svuotarsi

La settimana scorsa ho partecipato a una piacevole cerimonia: il battesimo del figlio di un mio carissimo amico, in una chiesa piuttosto bella e antica che si trova in un paesotto che ha visto tempiSanto_Volto_Torino__ migliori sul litorale romano. Il prete nell’omelia ha accennato a un tema interessante: non bisogna vergognarsi della propria fede, bisogna andarne, anzi, orgogliosi. Giusto, sacrosanto, ma anche rivelatorio di una sindrome d’accerchiamento che va avanti non da oggi. Le chiese sono vuote: ci metto piede saltuariamente ma le trovo sempre vuote, con qualche sparuta e silenziosa presenza. Gente anziana, perlopiù.

Chiese spesso brutte e piene di paccottiglia assurda, segno di una sciatteria che non può essere la causa principale dello svuotamento, ma certo non passa inosservata. Le statue a grandezza naturale di Padre Pio, la pubblicistica missionaria e gli opuscoletti finalizzati al drenaggio di qualche piccola e stracca elemosina, i terrificanti lumini elettrici che sostituiscono le candele, il senso di raccogliticcio, di vecchio e sbiadito che si fa passare per frugale e pio. Continua a leggere Una chiesa senza bellezza è destinata a svuotarsi

Report

Ho simpatia per l’ottima Gabanelli, e a pelle mi piace l’idea che esista un programma come Report, anche se non lo vedo quasi mai. Quando mi capita mi dice male: dopo una puntata che vidi tempo fa sui patimenti di Siena, che trovai inutilmente e gratuitamente tirata via al punto di essere quasi offensiva verso la città che mi ospita, stasera ho visto la parte del programma dedicata agli scandali della FIFA e alle faccenduole che stanno dietro al commercio dei diritti TV della Lega calcio. Sono rimasto deluso come l’altra volta. Niente di nuovo, tutta roba già vista: prima le accuse al metodo Blatter, alla FIFA dei magnoni e a tutto il vorticoso giro dei denari che ruota intorno al calcio (a proposito, qualcuno venga ancora a scandalizzarsi per i soldi che prendono i calciatori e per le partite taroccate, il doping, la connivenza con gli ultras e tutto il resto…). Poi l’immersione nel calcio italiano con il tentativo di far luce sul ruolo di Infront. E qua direi che non ci siamo per niente. Continua a leggere Report

UB40

Stamattina riascoltavo Signing off, il primo disco degli UB40. Era tanto tempo che non lo facevo e sono rimasto colpito per quanto regge l’urto del tempo. Uno dei tanti prodotti del fermento che c’era in UK alla fine degli anni ’70, va bene, ma è disco di altissimo spessore, ancora più alto se si considera che si tratta di una prova d’esordio.

Infatti gli UB40 hanno fatto una bella carriera e sono diventati famosi ma non hanno mai più raggiunto le vette di questo disco, una sintesi perfetta di reggae/pop delizioso, ma suonato e cantato con una tensione diversa, con dentro quella rabbia tagliente che resta miracolosamente intatta mescolando ingredienti che avrebbero potuto edulcorarla fino a farla sparire. Continua a leggere UB40

La ladra di piante

laladraRiccardo ha un motorino che si chiama come un grande allenatore ungherese morto ad Auschwitz. Anna è palindroma di nome e salva le piante, qualche volta portandole via a proprietari distratti che le trascurano. Poi le piante, che hanno carattere e personalità propria. E gli occhi di Chet Baker che affiorano ogni tanto, insieme a qualche riff dei Clash.

Lui fa il giornalista, lei fa la precaria al CNR. Sullo sfondo il grido di dolore del talento sprecato, del lavoro frustrante per chi ha qualità senza avere la strada spianata e finisce vittima di un capo miope e invidioso o si infogna nelle retrovie, le strade tappate da figli di baroni e raccomandati, a fare cose che non c’entrano niente con quello che si è studiato con passione e che non si riesce a tirare fuori dal bagagliaio, se non in qualche lampo di vita che passa inosservato. Continua a leggere La ladra di piante

L’azienda chiude? La prendano i lavoratori. Ma facendo attenzione

Leggevo questo interessante post uscito su PopOff e ripreso da amici su facebook e non ho potuto fare a meno di ripensare alla mia esperienza personale di Workers’ Buyout. Non so se è censita dentro le 252 di cui parla l’articolo, secondo il quale il 36% delle aziende rilevate dai lavoratori riuniti in Cooperativa è ancora attivo. Un dato rassicurante, che a orecchio mi pare superiore a quelli che si riferiscono alla speranza di vita per le Startup. Continua a leggere L’azienda chiude? La prendano i lavoratori. Ma facendo attenzione