Periferia

Zerocalcare nelle 20 pagine di oggi (Romanzo Sanitario) tira un siluro a un luogo comune che chi è nato, è cresciuto o semplicemente ha vissuto nelle periferie romane conosce benissimo: l’universo de scippatori mignotte tossici prostituti malandri bulli anarfabbeti zoticoni poracci accattoni asservito alle ardite schiere dei fascistoni che hanno stabbilito er contatto cor teritorio sottraendolo alla sinistra assente imborghesita cor caviale in mezzo ai denti esiste parte sui libri, parte sui giornali, parte nelle fiction, parte nei film e parte nella realtà.

Oltre a quelli, a Roma ci sono centinaia di migliaia/milioni di persone che lavorano, vanno a scuola, cercano un lavoro, farebbero sport se je riuscisse, o vita di relazione, cercano di divertirsi, cantano, leggono, pregano, scrivono, fotografano, spippolano col cellulare, fanno piazzetta in comitive, se spiano dalla finestra e dal balcone, si appassionano alle piante, allevano cani, gatti, tengono acquari, fanno la pasta in casa, seguono corsi di cucina, giocano a scala 40, fanno shopping on line, vanno nei centri commerciali, fanno conserve domestiche, disegnano, dipingono con l’acquarello, prendono la metro per andare in centro, oppure vanno al mare, ai Castelli, al lago, da zia Maria, da mio cuggino, je piace er pesce, fanno la pizza, magnano i supplì, fanno l’aperitivo, mangiano gelati granite mousse cannoli pastarelle maritozzi fusaje cheeseburger cheesecake insomma CAMPANO come tutti.

Gente normale, de sinistra de destra de centro de sopra de sotto cattolica agnostica atea musulmana ebrea indù animista animala evangelista testimone de geova satanista aderente a sette esoteriche no vax si vax terrapiattista terratondista romanista laziale juventina napoletana sicula calabra maghrebbina cingalese asiatica peruana. Magari ne vuoi. In trentamila senza un presidio sanitario, e chissà per quanti trentamila va moltiplicato.
Maledettiiiii

Gli ingrati ristorati

Michele Serra ha scritto un’amaca intitolata “Ristori” (Repubblica di oggi) in cui si lamenta delle lagnanze di cui ogni giorno i “tigì” si fanno portavoce. Si tratta dei lamenti di non meglio precisate categorie, non paghe delle generose rimesse che lo Stato (il Welfare! l’Europa!) gli ha bonificato sugli esangui conti correnti, rimasti a secco, senza flussi di denaro per colpa della pandemia.

Categorie ingrate, che riterrebbero dovuto il risarcimento del reddito com’era, in nome di un diritto che mai le generazioni precedenti si sono sognate di avere: gente che si è rimboccata le maniche e ha accettato di soccombere dignitosamente sotto i colpi delle guerre, delle pestilenze, delle mille sciagure che la Storia ha inflitto al genere umano.

Ora arrivano queste corporazioni di privilegiati che azzannano la mano che gli fa pat-pat sulla spalla, e ingrate, anzi proterve, osano levare grida di dolore davanti ai microfoni dei tigì. Microfoni saldamente impugnati da colleghi di Michele, se la vogliamo dire tutta, che decidono chi va e chi non va in onda, preferendo il pittoresco e un po’ comico urlatore che bercia il suo Maledettiiiiiiii alla pacata disamina di un passante non obnubilato dalla rabbia corporativa.

Le anonime lamentose congreghe osano chiedere di più alla munifica mano dello Stato, non si contentano di essere sopravvissute alla pandemia, seppur con la pancia un po’ vuota, e ignorano il lungo percorso politico, di assistenza pubblica e di solidarismo organizzato che li fa figli, come tutti, di un Dio Maggiore.

Stato, Welfare, Europa. Ho riletto l’Amaca perché, per quanto sappia già della deriva da vecchia zia del Serra, non riuscivo a capacitarmi: è mai possibile, dopo un anno di pandemia, scrivere venti righe di rampogne generiche a categorie non meglio identificate, tacciate, per soprannumero, in chiusura di pezzo, di non aver contribuito alla Cassa Comune, evadendo le tasse spesso e volentieri?
Proprio lui, quell’uomo arguto a cui mi ispirai per le mie profezie per l’anno nuovo, che il mio amico Antonio pubblicò in doppio paginone centrale nella sua coraggiosa parentesi da direttore di una versione residuale dell’Ora di Palermo?

Quello che fa impressione è il senso, sottostante a quelle venti righe sconcertanti, che rimane: i ristori, raccontati così, sembrano regalie, sussidi elargiti dallo Stato, con la benedizione dell’Europa, per qualcosa che non sarebbe, in un mondo restituito alla sua crudeltà primigenia, mai elargito a nessuno.

Tutto con un fastidio per il rumore fatto da quelli che si trovano stesi da una serie di misure, per quanto necessarie, che hanno devastato interi settori dell’economia, spesso senza distinguere caso da caso, azzerando interi settori, come quello della cultura o quello del turismo, riducendone altri al lumicino, bar, ristoranti, piccolo commercio di prossimità, eccetera.

Il tutto, per di più, dal salotto privilegiato di chi il lavoro non l’ha perso, e incassa il suo lauto bonifico per pontificare sulle pagine di un giornale che si ritiene, forse ormai completamente a torto, voce autorevole della parte progressista del Paese.

Per Michele i danni economici da Covid sono semplice sfiga. Come tali, come si dice a Roma, ce devi stà: a chi tocca ‘n se ‘ngrugna. Ringraziare e asciugarsi le lagrime, rimboccarsi le maniche e pensare alle generazioni che dal Cro-Magnon all’uomo qualunque hanno accettato la fatalità, senza turbare la quiete dei salotti buoni che si concedono il bene di un tigì prima di cena.

Viene in mente Contessa, chissà se Michele se la ricorda ancora:

Compagni, dai campi e dalle officine
Prendete la falce, portate il martello
Scendete giù in piazza, picchiate con quello
Scendete giù in piazza, affossate il sistema.


Gente proterva e parimenti sciocca, ça va sans dire: oggi abbiamo imparato da Michele Serra che far finta di niente, davanti a un destino crudele, è più elegante.

Honi soit qui mal y pense

Viviamo immersi in una bolla maleodorante di comunicazione faziosa che tende a colpire i comportamenti virtuosi, responsabili o anche soltanto semplicemente positivi. Chi fa cose pro bono desta sospetti, deve avere da qualche parte dei secondi fini, si considera buonista e gratta gratta pure ipocrita.

In realtà si tratta di un artificio facile da scoprire, basta guardare verso chi solleva dubbi e sospetti maligni e se ne trova facilmente la motivazione. Il gioco però diventa pericoloso quando a farlo non sono più le microbolle social di questo o quell’odiatore, che ogni tanto sgorgano dai tombini fino ad attrarre l’attenzione di qualche autorità che sanziona, come nel caso di quella decina di stracciaculi che ha insultato Mattarella sui social e che è stata punita qualche giorno fa.

Se alla gara tra tifoserie si aggiungono i principali giornali del Paese si rischia di fare danni parecchio più diffusi. Mi ha colpito, anche se non l’ho verificata personalmente, la tesi che delle difficoltà legate al vaccino Astra-Zeneca si occupino solo le prime pagine dei giornali nazionali, mentre i maggiori quotidiani europei danno un taglio meno sensazionalista alla notizia.

Che sia vero o no, lo trovo verosimile, perché rientra nella logica dello scontro tra visioni del mondo, dell’indignazione a targhe alterne, del sospetto infamante che spesso viaggia a senso unico, della critica pregiudiziale.

Tutto fa parte di questa fase perversa in cui chi si dispone all’aiuto prende le sassate. Di esempi ce n’è a piene mani, e tutto serve a giustificare i comportamenti di chi non ha nessuna intenzione di agire per il bene degli altri, ma solo ed esclusivamente per il proprio. Quando non ci sono di mezzo temi aberranti, tipo l’odio per i diversi, le donne, gli immigrati, quelli che si battono per l’ambiente e per la giustizia sociale.

Le anime belle, che qualcuno cerca sempre di dipingere come brutte, componendo il quadro di un mondo cinico e violento, che preferisce i lupi agli agnelli. In tutto questo schifo preferisco chi si presenta come lupo a chi si ammanta del vello di pecora: meglio sapere contro cosa ci si deve difendere. Almeno uno se lo ricorda e non abbassa la guardia.

Per questo l’ambiente social è pericoloso: troppo facile il like, troppo agevole la condivisione superficiale, troppo a portata di mano gli slogan che l’algoritmo non blocca e ci fanno pensare che il pensiero cattivo che affiora nella nostra mente sia esprimibile e sostenibile, e non da rigettare come i tanti pensieri senza importanza che si rincorrono e fanno capolino ogni giorno nella testa di chiunque.

Largo ai ggiovani

Nel 2021 continuano ancora a proporci i personaggi anni ’80 di quella specie di scena da “deejay” come se fossero giovani freschi e moderni, ironici oh yeah, gioca jouer. Cecchetto padre e Linus Amadeus Jerry Scotti figli, più Fiorello superstar e idolo degli animatori. Quello che sa fare tutto un po’ bene ma soprattutto sa farti ridere ed è un asso del karaoke, vero standard televisivo da 35 anni, come dimostra l’incessante collage che ne fa blob. La variante della cantatina nello studio televisivo è la canzoncina umiliante fatta cantare al politico di turno, smanioso di fare il coglionazzo per mostrarsi anche lui dentro questa nuvoletta ggiovane. Ora, i sullodati sono tutti over 60, hanno la pelata la panza la prostata la dentiera i capelli bianchi e la fava esausta, mi si perdoni l’eccesso verbale. Quindi che razza di giovani dovrebbero essere? Immagino che i giovani, quelli sui 20-25, li considerino dei vecchidemmé che pensano di essere ancora ganzi. Epperò un pochino pena fanno, sono pure più vecchi di me… anche se introducono sul palco, anche questo è vero, fior di ottuagenari canterini, quelli che si dice ancora campa, quando lo vedi. Oh, gli anni ’80 sono finiti più di quarant’anni fa, sarebbe ora di voltare pagina…

Mare

Sciacquatevi le bocche con l’acqua del mare!
In essa nulla marcisce e per questo è preziosa e santa come una medicina, una magia, e ancora forma imperfetta dell’eternità che ci attende. Amara, ma non temete l’amarezza: amarezza significa distacco, e i distacchi sono stazioni imprescindibili sulla strada verso la perfezione. Confidate la vostra sofferenza montana al mare: esso è infinito e irresistibile come un incessante invito a continuare il viaggio.
Qui, su uno sperone di pietra, guardando il mare, tace la nostra poesia montana e termina con un’esclamazione di stupita sorpresa.
Diventiamo leggeri e abili.
Navighiamo.
L’onda tramuta in ala.
Diventiamo incorporei e felici.
Voliamo.
(Ivo Andric)
(post numero 500!)

Centocelle (il nightmare dell’autore)

Il 10 luglio del 2017 ho inviato a un editore il file completo del mio libro su Centocelle. Un lavoro scritto in due-tre mesi, febbrilmente, che metteva insieme ricordi e fonti recuperate su internet, setacciando gli archivi del Corriere della Sera, della Stampa, dell’Unità e tutte le altre fonti disponibili on line, citate sul libro, oltre ai lavori magnifici del Prof. Portelli, al magnifico Berlinguer/Della Seta sulle Borgate di Roma, e tutto quel (poco) che ho trovato nella biblioteca comunale di Siena, più un paio di libri sulla Resistenza, quello di Carla Capponi, uno sul Gobbo del Quarticciolo e poco altro.

Lui aveva accettato nel giro di un paio di giorni di pubblicarlo: mi aveva dato la dritta un amico, gli avevo mandato la proposta e ok. Firmato il contratto, mi sono messo in attesa di vedere l’opera finita, tutto contento per il fatto che l’editore non ritenesse di dover fare opera di editing, visto che avevo revisionato da solo il testo 3654637 volte (ogni volta che lo rileggo trovo errori).

Sono molto grato al mio editore: si è detto subito felice di pubblicare, non mi ha chiesto un soldo (non avrei accettato di pubblicare a pagamento perché quella doveva essere la prova: sono all’altezza di scrivere roba pubblicabile?), non ha messo bocca minimamente, si è preso testo e foto e via. Veloce come una schioppettata, ma solo all’inizio.

Il libro è uscito dopo quasi un anno. Per tutto questo tempo non ho praticamente avuto notizie, immagino per questioni di programmazione dell’editore. L’ho poi visto impaginato, ho letto la quarta di copertina, l’ho visto messo nel sito, in vendita on line, l’ho visto con orgoglio in libreria.

L’ho dovuto rileggere prima di presentarlo perché avevo dimenticato, dopo tutto quel tempo, che cosa ci avevo scritto. Il libro mi ha dato molte soddisfazioni. Intanto farlo, perché era un’opera che mi pareva complessa e l’ho portata a compimento scomponendola in tanti pezzi, come avrei fatto se fosse stato un lavoro (di mestiere faccio l’amministrativo). Non era esattamente così, era un pezzo di cuore, un tributo al posto che avevo lasciato e qualcosa che doveva risarcirmi da un’esperienza lavorativa traumatica.

E poi il contatto con le persone, chi recensiva, chi aveva letto, chi ne parlava sui social. Gratificante. Anche, ovviamente, amici, parenti, conoscenti. La lentezza dell’editore si è propagata fino alla fase di rendicontazione, per cui a distanza di tre anni non so se il libro ha venduto 30 o 3000 copie. Ma per saperlo: un post che ho scritto facendo ironia su Totti è stato letto 6000 volte, difficilmente posso battere il mio record di letture.

Mi hanno dato dei numeri un paio d’anni fa, dicendo che avevano quasi finito le copie stampate, mi parlarono anche di uno strampalato ostracismo delle librerie di zona che non ho mai compreso fino in fondo, per cui il libro aveva avuto meno riscontro del previsto, anche per il fatto che, stando io fuori, non potevo promuoverlo sul territorio. Ma mi ha chiamato a promuoverlo solo la carissima Cleofe, che ringrazio ancora tantissimo.

Insomma, il mio rapporto con l’editoria è stato questo: ho scritto un libro, se lo sono preso, hanno fatto il possibile per promuoverlo, ho ricevuto un po’ di copie omaggio, un po’ le ho comprate a metà prezzo e via. Credo sia una storia comune ad altri che s’ingarellano con le case editrici, che immagino, anche perché per un tratto di vita ho lavorato in un’industria grafica scombiccherata, hanno quasi tutte i loro problemi a mettere insieme il pranzo con la cena. Gli autori, notoriamente, campano d’aria, facendosi vento con la penna alata.

Così penso che fare self publishing sia un po’ da sfigati, ma anche no, se quello che produci e che è appetibile passa dalle tue mani a quelle di qualcun altro e cessa di essere tuo, nel senso che non ti si deve nemmeno mezza informazione su che sorte gli ha riservato il mondo, se è rimasto in uno scatolone, su uno scaffale, o se è finito nella libreria, scarna o nutrita, di qualche incauto acquirente, se è stato regalato, buttato via, usato per puntellare un tavolino che traballa, strappato per accenderci il fuoco o che. Il che non sembra corretto, visto che un editore con quello che scrivono gli autori ci campa, ma il mondo va così.

Il mio amico Antonio mi aveva detto: autoproduciamolo! Ma io volevo saziare la mia vanità: volevo un editore che lo pubblicasse. L’ho avuto. Se mai scriverò ancora, però, e potrei pure farlo, se nontenessinacapaemmé, a costo di stampare con word a uso e consumo di parenti e amici, e ribadendo tutta la gratitudine a chi mi ha pubblicato, non ci ricasco. Sconsiglio i giovani autori. Gli scrittori, vabbè, quelli sono baciati dal talento, la fame non li tange.

Diego è morto

Diego è morto.

Lo abbiamo amato come amiamo gli irregolari, quelli che non sanno stare fermi, perché hanno bisogno di uno spazio libero dove spostare i confini, per esprimere il proprio smisurato talento.

Aveva un rapporto simbiotico con la palla: erano fatti l’uno per l’altra: si somigliavano, si attraevano, danzavano in una coreografia sensuale, condividevano un rapporto esclusivo, che non era aperto agli altri che calcavano il prato verde.

Un amore generoso verso i compagni, implacabile verso gli avversari, ma tollerato, da loro, con ammirata rassegnazione. A parte Goicoechea che gli spaccò le gambe, ma era un macellaio. Ricordato solo per quello.

Era un grande fuori dalle smancerie del fair play a tutti i costi, ché se c’era da sporcarsi le mani lui era il primo. Lo lo fece in un mondiale, a danno dell’Inghilterra, e lo rivendicò, contro il nemico della guerra di quattro anni prima. La mano de dios.

Sesso, droga e futbol, amicizie scomode, incluso Fidel, il gelo con gli americani, la trasformazione in una caricatura, la deriva etilica, tossica, logorroica, adiposa, clownesca. Un cuore grande che alla fine cessa di battere. Ma prima, la gioia infinita di un eterno bambino col pallone.

Lo vidi in un giorno di primavera, nel 1989, ero a Capodichino, avevo incontrato i miei amici cassintegrati ed ero in un parcheggio. Da un cancello laterale uscì un gruppetto di persone, tutte intorno a lui, un ragazzino felice che giocava con la sua Dalmita a cavacecio. Brillava di una luce gioiosa.

Napoli era ai suoi piedi, la città era piena di foto, di bandiere, di scritte.
Una me la ricordo bene, diceva: A Napoli ci stanno tre cose belle: Maradona, tassinari e sfogliatelle. I napoletani non lo dimenticheranno mai. Nessuno lo dimenticherà. Addio, e grazie per aver reso quel gioco meraviglioso. 

Canaglie

Scritto per Kulturjam (25/10/2020)

Se esiste una squadra di calcio che ha stimolato la fantasia di scrittori con la esse maiuscola, raccontatori della domenica, penne da forum e da social, anchormen televisivi e radiofonici e bloggers pallonari è la Lazio di Maestrelli e Chinaglia. Che vinse il suo primo scudetto, nel 1974, in un tempo in cui il campionato di calcio non era soltanto una riserva juventina, ma si regalava avventure alternative, premiando occasionalmente altre squadre, oltre alle solite rivali milanesi: la Fiorentina, il Cagliari, il Torino non più Grande, e poi la Roma, il Verona, il Napoli, la Sampdoria.

Le Canaglie, Sellerio

Una storia che somiglia a un romanzo: uno spogliatoio spaccato in due clan e una serie di episodi, raccontati fino allo sfinimento, che vedono i contendenti darsele di santa ragione in allenamento. Per poi riunirsi, la domenica, sotto la guida di Maestrelli, il tecnico gentile, e strapazzare le avversarie col gioco totale e con l’energia incontenibile del (super)eroe, Giorgio Chinaglia, per gli amici Long John o Giorgione, per gli avversari il Gobbo.

Angelo Carotenuto aggiunge il suo contributo all’epopea con “Le canaglie” (Sellerio, 354 pagine, 16 euro). Scandito dal passo degli eventi che, dal 1971 al 1977, portarono la squadra biancoceleste a risalire da una brutta retrocessione fino a raggiungere il massimo traguardo, per ripiegarsi, poi, sotto il peso delle tragedie che la colpirono: la morte di Maestrelli e di Re Cecconi e la fuga in America di Chinaglia, primo episodio di un’incessante alternanza di ritorni e partenze, ogni volta più tristi e ingloriose. 

Carotenuto usa la voce narrante di Marcello Traseticcio, fotografo/paparazzo che viene dal cinema e opera nella redazione di un quotidiano romano.  Una figura ispirata a Marcello Geppetti, fotografo dell’epoca, autore della foto di copertina del libro, che raffigura Chinaglia che rimira il suo winchester, sulla porta dello spogliatoio di Tor di Quinto, scenario delle folli avventure narrate nel libro. 

Il quotidiano somiglia al coloratissimo Momento Sera, quotidiano romano dell’epoca. Lo compravamo tutti i lunedì, noi malati di calcio, per ritagliare le foto a colori dei nostri idoli, chi biancoceleste, chi giallorosso. 

Traseticcio non ama il calcio ma si appassiona alla banda laziale. Ne racconta le risse, le spacconate, le avventure erotiche, gli eccessi d’ogni sorta, l’amore per le armi, il nonnismo, la ribalderia, ma anche la capacità di lottare per un obiettivo, uniti/domati dalle qualità umane di Maestrelli. 

Un io narrante che parla una lingua tutta sua: un romanesco particolare, che entra e esce, nel testo, usando espressioni qualche volta arcaiche, altre volte oscure, che riportano alla memoria quelle figure “vissute” che a Roma sembrano oggi sparite. 

Il filo del racconto della Lazio di quegli anni si snoda in una spirale parallela a quello degli eventi più importanti dell’epoca: gli scontri di piazza, la repressione della polizia e il terrorismo, la politicizzazione della lotta, la violenza generalizzata, la criminalità dilagante.

Un campionario esplorato anche dal cinema, in cui stride la drammaticità degli eventi di cronaca col quotidiano spericolato e un po’ viziato dei calciatori professionisti, non ancora ricchi a milioni ma già famosi e in grado di fare capricci degni delle rockstar.
Almeno Chinaglia. 

Il libro scorre via leggero, non è privo di momenti di scrittura vera, soprattutto quando Traseticcio si abbandona al racconto della magia della fotografia, mentre subisce gli eventi che la vita gli infligge. Tragici come quello che porta alla morte di Re Cecconi, talmente assurda che c’è chi ancora non se ne capacita. 

Un libro da leggere, insomma: chi tifa Lazio criticherà qualche passaggio ma si consolerà col dolce ricordo della prima grande vittoria, della figura di Maestrelli e di quella, bella e sincera, di Re Cecconi. Chi non è laziale troverà un racconto ricco di sfumature, che demolirà qualche luogo comune  sul calcio. 

O perlomeno alimenterà la nostalgia per un mondo del pallone che non c’è più. Fagocitato dall’odierno showbiz, coperto di milioni dalla televisione e dagli sponsor, con le sue primedonne irraggiungibili e la noia mortale dei verdetti del campo, sempre uguali e impossibili da sovvertire, che spingono ad aggrapparsi ad un’Atalanta qualsiasi, pur di respirare una boccata d’aria nuova. Aspettando un nuovo Maestrelli.

Il registro degli assenti

Scritto per Kulturjam
https://www.kulturjam.it/costume-e-societa/il-registro-degli-assenti-amatrice-e-la-ricostruzione-fantasma/

I tempi lunghi della ricostruzione dopo il terremoto nelle terre amatriciane

Se un giorno ti capita di andare all’Amatrice ti conviene alzare gli occhi e guardare il cielo, oppure la fila verde dei Monti della Laga, che oggi già sono bianchi di neve. Se guidi per quello che era il Corso, poi, attento a non piangere.

Perché basta un niente per scavalcare con l’occhio la parete che tenta di nascondere alla vista l’assenza. Può entrarti nell’occhio il mozzicone della Torre Civica, simbolo di una resistenza teorica, che tutti nominavano per farsi coraggio.

Ma se ti guardi intorno vedi la stessa devastazione di quattro anni fa, appena mitigata da una rassettata di massima, uno sgombero di macerie che lascia il posto a una spianata che sembra infinitamente più piccola del sito occupato dalla cittadina, prima dell’apocalisse del 24 agosto 2016, replicata il 26 e il 30 di ottobre e il 18 gennaio del 2017.

In giro, qualche sparuta gru che racconta una ricostruzione lenta ed esasperante, appesantita dalla burocrazia e dalla mancanza di dialogo con Roma, avvelenata dalla rabbia di chi ha perso tutto e non capisce come potrebbe ricostruire, e dove, e quando.

Una rabbia sacrosanta, che ha però il difetto di dividere, anziché unire, e di rendere ancora più difficile il passaggio delicato che si sta attraversando, con i tentativi di semplificazione delle norme che i sindaci e il quarto commissario straordinario nominato, Giovanni Legnini, provano timidamente a condurre.

Scendendo giù da Amatrice e scorrendo la via Salaria si vedono ancora scheletri di paesi fantasma, a cominciare dalla scatola vuota dell’ospedale, grottesca nell’imbracatura che ne preserva la distruzione. Poche settimane fa è stata finalmente bandita la gara per la ricostruzione, dopo anni di attesa, comune a tutto il cratere del terremoto.

Dei nove ospedali distrutti nell’intera area colpita ancora nessuno è stato ricostruito.

Per quello di Amatrice si discute e si litiga da anni: prima per evitarne la chiusura, poi, a struttura distrutta, per individuare il posto giusto dove ricostruirlo: se nel sito originario oppure lungo la via Salaria, il che rimbalza l’annosa disputa tra Comune e frazioni, che si beccano tra loro da sempre.

Già, le frazioni. Sono 69,  quasi tutte distrutte, del tutto o in parte, e la loro ricostruzione passa per l’iniziativa dei privati, che devono attivarsi per superare una serie di paletti burocratici.

Lo scoglio principale, spesso, è sciogliere il groviglio che tiene uniti i proprietari degli aggregati da ricostruire, fatti di infinite particelle passate di proprietà, nei secoli, per eredità, per matrimoni, per vendite sancite spesso con strette di mano e scambi, secondo utilità: una macchia per un campo, un pagliaio per una stalla, cose così. Consuetudini dell’Appennino che si perdono da decenni, messe all’angolo dall’inurbamento dei giovani, generazione dopo generazione, alla ricerca di un salario e di condizioni di vita migliori, rispetto a quelle offerte da questi meravigliosi posti di montagna, con i loro inverni freddi e lunghissimi e con la terra che la quota e il clima rendono avara.

Chi è rimasto si occupa di agricoltura, di allevamento, oppure conduce attività commerciali o ricettive, spazzate via dal sisma e riattivate, con soluzione di fortuna, in questi lunghi anni di attesa della ricostruzione. Lo stesso per le case dei privati, trasferitisi, quasi tutti, nelle SAE, le Soluzione Abitative d’Emergenza che hanno restituito a tutti i senza tetto un fugace sorriso, prima di rivelarsi poco adatte a sopportare le sollecitazioni di un clima estremo come quello amatriciano. La strada per la ricostruzione è lunga, anche se si dice sia in procinto di accelerare.

Difficile da credere, visti i ritardi impressionanti sul fronte del ripristino delle infrastrutture: la Statale è un susseguirsi di sensi unici alternati, regolati da semafori mobili, e scivolando verso Ascoli il panorama sembra quasi peggiorare: il disastro di Accumoli e di Pescara del Tronto, la desolazione di Illica e Grisciano ti accompagnano, mentre ti avvicini alla sagoma severa del Monte Vettore, sfregiato dalla faglia, il taglio consacrato alle fate dal piede caprino che scendevano a danzare a Pretare. Una terra di leggende che racconta, oggi, una storia di oblio e di distruzione.