Z.

Nonostante la vita continuasse a inviargli i suoi segnali, Z. si ostinava a comportarsi come aveva sempre fatto. Era certo che la leggerezza fosse la via per suscitare la benevolenza altrui, conquistarne la simpatia e l’apprezzamento. Leggerezza che non significava superficialità.

Z. era abituato a esercitarsi nell’empatia, talmente proiettato verso gli altri da dimenticare di rimanere centrato con i piedi sul terreno dove stava. Continuava a inzepparsi la testa di letture profonde e di informazioni inutili, che sciorinava, talvolta, in una conversazione, ma senza vantarsene, anzi, minimizzandone l’importanza.

Era compiaciuto dal fatto di conoscere la risposta giusta, e si divertiva a indovinare la soluzione di qualche problema pratico, di scarsa importanza, che i più consideravano fastidioso.

Sul lavoro s’era costruito così la reputazione: quando non sai chi ti può risolvere il problema, rivolgiti a Z. (il che comportava lo sgradevole effetto collaterale di diventare quello a cui si mollano le rotture di scatole più assurde, ma nella sua mitezza Z. fingeva che questo non fosse un problema).

Era convinto, Z., che la strada per il successo passasse per la sostanza: se sai e sai fare il mondo sarà sempre ai tuoi piedi, o, comunque, finirà per accorgersi di te.

In realtà l’incapacità di far pesare quello che sapeva e sapeva fare lo condannava all’irrilevanza, alla consapevolezza che la brillantezza senza talento non porta da nessuna parte e che se si ha la fortuna di saper fare discretamente alcune cose ci si deve lavorare forte sopra, per eccellere almeno in una.

Svolazzare come una farfalla in attesa della retina di un collezionista illuminato serviva a poco: meglio un paio di canini affilati che i modi affettati del milord, che al primo vento di tempesta mostrano tutta la loro inutilità.

Insisteva, comunque, coerente e coraggioso. Procedeva a testa alta verso la nebbia del futuro, convinto di aver fatto qualcosa di importante nella vita, anche se non ricordava bene cosa.

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Mangiare è un atto agricolo

“Mangiare è un atto agricolo”
(Wendell Berry)

“…applicare il principio del libero scambio alle derrate di cibo è quanto di più ingiusto si possa immaginare, proprio perché le nostre comunità nei singoli territori vivono dei prodotti del suolo e hanno bisogno dei mercati locali. Queste realtà non possono restare sotto schiaffo di un libero scambio i cui prodotti ottenuti su scala industriale, gli stessi prodotti che arrivano da fuori a un prezzo più basso, per motivi sociali, economici, di sfruttamento, e in alcuni casi anche di manipolazione genetica, sono in grado di scardinare le realtà agricole dei singoli paesi e distruggere le economie locali” (Carlo Petrini)

Reddito d’inclusione. Sarà un bene?

big_reddito-di-inclusione-socialeLa misura è rivolta alle famiglie con minori, disabili, donne in gravidanza a quattro mesi dal parto e over 55 disoccupati ed evrà un tetto di 485 euro al mese (5.824,80 l’anno). Destinatari, i nuclei con Isee inferiore ai 6000 euro, aventi un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro e un valore del patrimonio mobiliare, non superiore a 6.000 euro. Sogli che può salire di 2000 euro per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di euro 10.000. L’importo del sostegno è crescente a seconda del numero dei componenti della famiglia, partenza da 187 euro fino a 485. Le domande potranno essere inviate a partire dal 1 dicembre, mentre il sussidio partirà dal 1 gennaio. (Repubblica.it)

La lotta alla povertà è sacrosanta e va combattuta fino alla fine. Il reddito di inclusione, però, è una misura che potrebbe avere delle controindicazioni grosse. Nelle intenzioni è una buona cosa, anche se non si capisce bene (o almeno non lo capisco io) come mai da ogni agevolazione debbano rimanere esclusi i soggetti che non hanno figli o quelli che non hanno formato un nucleo familiare. A vedere bene, uno dei motivi principali per cui la gente non fa figli e non mette su famiglia è proprio il fatto di non possedere adeguate risorse.

Resta però il problema del lavoro e l’introduzione di un reddito d’inclusione, a occhio, sembra una misura che potrebbe acuire il problema della disoccupazione. Non tanto perché costituisce un reddito alternativo, quanto perché potrebbe stimolare pratiche già abbondantemente in atto, che sono un problema cronico. Il destinatario di un reddito d’inclusione, come già il cassintegrato e il percipiente indennità che costituiscono ammortizzatori sociali, è il soggetto perfetto a cui affidare incarichi in nero.

A maggior ragione se percepisce un trattamento di famiglia, legato alla presenza di minori, disabili eccetera. L’integrazione percepita dallo Stato risolve due problemi: quello dei costi legati a un rapporto di lavoro regolare e quello di un livello salariale consono, ancorché in nero. Sapere che tu prendi 500 euro al mese di reddito d’inclusione invoglierà qualcuno a offrirti un salario più basso; oppure tu lo accetterai, avendone bisogno, tagliando fuori chi senza quei 500 si trova sotto il livello di sussistenza.

Si rischia, insomma, di rendere ancora più appetibile il lavoro nero. In più, l’aver messo mano a un simile sistema di inclusione potrebbe far passare in secondo piano il problema della disoccupazione, avendo risolto in prima battuta la questione del salario. Non ti si dà lavoro ma hai comunque il tuo argent de poche. Fermo restando che il lavoro, oltre a essere un diritto, è anche l’elemento fondante, Costituzione alla mano, della Repubblica Italiana.

Perciò una misura buona nelle intenzioni può rivelarsi un boomerang, alimentare ancora di più la distanza sociale, disincentivare l’iniziativa privata da una parte e il rispetto delle norme che regolano i rapporti di lavoro dall’altra, incitare gli imprenditori senza scrupoli a reclutare manodopera in nero e a contrarre ancora di più l’offerta salariale, potendo contare sul puntello statale.

Già m’immagino chi arrotonderà l’assegno d’inclusione facendosi sfruttare dal caporalato per quattro soldi, ancora meno di quelli che oggi vengono elargiti ai clandestini. Si rischia di cronicizzare l’emergenza lavoro e di aumentare a dismisura i confini di quella povertà che si dice di voler combattere, ingrossando le fila della manodopera fantasma che avrebbe addirittura interesse, a questo punto, a essere invisibile.

Ricordo che se un’azienda assume manodopera in nero commette un’infrazione sanzionabile. Se un lavoratore in nero percepisce indennità legate al suo stato “ufficiale” di disoccupazione dichiara il falso e commette un reato, come quando percepisce indebitamente indennità legate allo stato di disoccupazione o alla Cassa Integrazione.

Infine si crea una zona opaca in cui potrebbero generarsi rapporti di lavoro precari, se per rientrare nei limiti previsti dal reddito d’inclusione fossero compatibili redditi da rapporti di lavoro autonomi o parasubordinati di natura occasionale, di limitato impatto economico. La tentazione di ridurre durata, entità, classificazione del rapporto sarebbe continuamente in agguato.

Per evitare di iniziare un nuovo capitolo nero occorrerebbe una vigilanza puntuale, efficiente, capillare. La stessa che serviva per evitare l’abuso dei voucher, o quello dei CoCoCo, o tutti quelli messi in atto negli ultimi decenni. Sembra un film già visto, e questo lo finanzia direttamente lo Stato. Con le fanfare che suonano marcette trionfali preelettorali.

Black friday

BlackFridayPromotions

Questa storia del Black Friday ci ha preso la mano, ammettiamolo. Ma non per l’operazione in sé, quanto perché è l’ennesimo segno di un cambiamento rispetto al quale eravamo/siamo impreparati. Una cosa travolgente che ancora non ha lasciato tutto il segno che poteva/potrebbe lasciare.

Il punto è che compriamo tutto quello che possiamo comprare, sul web e fuori, nel momento in cui ci rendiamo conto che l’offerta ci concede sconti importanti. Fin qui non ci sarebbe niente di male, ma spesso compriamo roba che non ci serve. E, per quanto costino poco, non ha senso avere in casa 700 penne biro, un cassetto di calzini per fare sport quando manco si fa sport, piatti e bicchieri che bastano per la refezione di una Caritas e tante altre cose. Tante. Troppe.

In più, l’operazione ammazza-prezzo ha radici precise e profonde in un riassetto globale dell’economia bassa, quella basata sulle dinamiche salario-borsellino, che determinano il potere d’acquisto che abbiamo come individui. Se da una parte Amazon, Ikea, H&M, Decathlon, GDO e compagnia hanno incrementato il nostro potere di acquistare cose utili o anche (e soprattutto) superflue, dall’altra questo ha avuto ripercussioni sui nostri salari, in caduta libera da decenni, e sulla nostra capacità di collocarci sul mercato del lavoro, diminuita drammaticamente per una serie di motivi che origina sempre dalla stessa fonte.

Lo stesso accade ai bottegai, tagliati fuori dalla capacità della GDO e dei colossi internettici di mantenere rapporti di lavoro formalmente corretti abbassando i prezzi in modo drastico, che rende impossibile reggere il confronto. Ai piccoli esercizi si lascia la nicchia di una “qualità” che diventa una pura astrazione se il prezzo da pagare per averla è insostenibile per la gran parte dei consumatori, le cui sempre più magre risorse vengono drenate continuamente dai colossi che tirano le fila dello shopping mondiale.

Si tratta di un ingranaggio distruttivo, che aumenta e capillarizza la polarizzazione della ricchezza, dividendo il mondo in eserciti di poveri, i più fortunati dei quali possono avere lo stesso letto svedese e le stesse sneakers in qualsiasi continente, sovrastati da piccole moltitudini di benestanti o ricchi che hanno accesso alle cose belle e buone che costano molto. A completare il quadro l’indebitamento: comprare una casa di bassa qualità 25 anni fa costava 100 stipendi da impiegato medio, oggi si viaggia sul doppio o sul triplo. Se si ha la fortuna di avere un contratto a tempo indeterminato.

Rispetto a questo fenomeno, che è globale, non possiamo difenderci: siamo nel mirino di chi ci offre salari sempre più bassi, e li giustifica attingendo manodopera meno qualificata, creando un piccolo esercito di disoccupati di alta qualità, e di chi monopolizza ogni tipo di mercato avendo dalla sua la possibilità di stressare i prezzi e renderli appetibili per chi ha sempre meno soldi in tasca.

L’effetto collaterale di questa dinamica perversa è la standardizzazione di certi consumi, la modalità di fruizione della cultura e del consumo, l’inaridimento sempre più allarmante delle possibili fonti di lavoro, e quindi di reddito, per la gente. Il paradosso è che a salari che crollano corrispondono consumi che crescono, spesso non sostenibili: un gigantesco dissipare ricchezza, non tanto e non solo economica quanto di risorse fisiche del pianeta che non sono rigenerabili e alimentano quella scarsità che è alla base di un modello economico suicida.

Che si basa, appunto, sulla scarsità ma, paradossalmente, tende ad azzerare i prezzi per dare la sensazione di un’abbondanza senza precedenti, che sembra poter non finire mai.

Io questo venerdì non compro niente, nel mio piccolo non partecipo. Ho perso un po’ di tempo a cancellare la mia iscrizione a mailing list e a bollettini pubblicitari on line. M’impegnerò ad abbassare il numero medio di mutande, calzini, camicie e magliette che ingolfano il mio armadio, cercherò di non acquistare compulsivamente cose che posso reperire in altro modo. Sono solidale con quei commercianti che,  pur di portare a casa un incasso in più, s’inventano di tutto, perché mi rendo conto del loro dramma, ma penso che non siano loro le vittime più meritevoli di tutela di questa situazione: a rimetterci di più è la gente che viene chiamata a consumare ma non più a produrre.
Fin quando non crepa.

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Vita digitale

Trent’anni fa (quasi 31) mi sono seduto per la prima volta davanti a un computer vero. Uno strumento di lavoro, intendo, non un Commodore con le cassette per giocare.
Era un accrocco NCR col doppio floppy da 5 pollici e un quarto. Da una parte caricavi il sistema operativo, dall’altra salvavi le tue cose. Per elaborare le paghe dovevi avere cognizioni base di Cobol, e stampare a modulo continuo era un’impresa per virtuosi, che in genere si faceva in due, uno lanciava la stampa e uno controllava che l’ordigno/stampante non si mangiasse i preziosi cedolini vidimati.

L’hardware costava cifre spaventose, diventava obsoleto in pochi mesi e non c’era niente che fosse user friendly. Si lavorava ancora molto con la macchina da scrivere. Due anni dopo, nemmeno, già avevo macinato un 286 e avevo in mano un 386, lavoravo col DOS, facevo sciocchezzine in Basic, programmavo macro complessissime su Lotus 123 e usavo normalmente Wordstar, giocavo a scacchi e alle olimpiadi, cominciavo a flirtare con Windows 3.1 che pareva bello ma stranamente complicato. Il tutto in collegamento remoto con un IBM S/36 che pareva inaccessibile.

Poi ho scoperto il Macintosh, con un SE, poi con un classic e poi ancora con un LC. La stampa laser. Tra system 6 e system 7. Una vera interfaccia user-friendly, l’alternativa alle contorsioni di Windows, che cercava la rimonta ma rimaneva sempre indietro. Ho visto nascere Excel e Word. Intanto avevo cominciato ad avere un PC a casa. Il primo fu un Celeron. I prezzi crollavano. Studiavo all’università da dopolavorista ed ebbi in dote un indirizzo email, mai usato. Poi imparai a fare qualche scemenzina in HTML. Andai su internet con un modem 14.4. Leggevo su usenet i newsgroup con i risultati dei meeting di atletica. Feci un sito su Amatrice e le sue Ville ma mi fermai a un livello superficiale, perché m’ero perso il libro del Massimi con i cenni storici sulle frazioni, e mica era tutto a portata di mano come adesso. Intanto mi smazzavo il mio lavoro su AS/400.

Poi, internet. Ho visto morire Mosaic e nascere Netscape. Ho usato le prime versioni di Dreamweaver, Eudora per la posta elettronica, mi sono scornato con Explorer e Outlook, ho preso spazi gratuiti dove ho pubblicato siti, ho gestito per anni una comunità come Lazio.net, all’inizio fatta di poche decine di persone che si conoscevano, alla fine di troppe centinaia. Una mia amica mi ha convinto a tenere un blog. L’ho fatto. L’ho chiuso. Ne ho fatto un altro. L’ho chiuso. Avanti così, ormai sono al quarto ma sono diventato più stabile, ho smesso di accendere e spegnere luci in giro. Ho provato tutti i social media prima ancora che si chiamassero così. Alcuni ho continuato a usarli, altri li ho lasciati lì, altri ancora li uso saltuariamente. Ho anche pubblicato un libro sul web.

In tanti anni ho assistito per lavoro tante persone che sapevano usare meno di me i supporti tecnologici, imparando da quelli che li sapevano usare di più. Ho visto gente che ha imparato in fretta e gente che non riusciva manco ad accendere il PC, ma magicamente trovava la strada per infettarsi in giro per pornazzi. La gente usa la tecnologia senza rendersene conto, poi ritiene che chi la usa consapevolmente sia un incrocio tra Von Braun e Leonardo. I computer sono roba per supercervelloni che siccome per farci le cose si divertono non vanno pagati. I siti si fanno praticamente gratis, perché lo spazio non costa, il dominio ancora meno, e lo smanettone lo paghi a cheeseburger. Quando ti avanza qualche spiccio.

Se un bambino ancora analfabeta sa già usare un’interfaccia vuol dire che è un genio, non che l’interfaccia sia semplice. Se il nostro rapporto con la tecnologia è questo non possiamo meravigliarci quando ci dipingono come un paese di seconda schiera, dove la gente chiede un router vintage perché arreda e pretende che il tecnico si ricordi lui la password.

Per usare un pc o un telefono ci vuole solo un po’ di pazienza. Imparare a usare certi programmi bene ti riesce soltanto se ci lavori o li usi spesso, perché si impara affrontando un problema e trovando la soluzione, oltre che facendo corsi che durano tante ore. Nessuno si siede davanti a un pc e lo fa cantare. Se vuoi imparare ti devi spendere, come per qualunque altra cosa. Anzi, siccome i mezzi sono in continuo divenire, ti devi spendere tutti i giorni, come fa un musicista. Non è un’arte che la impari ed è finita là. Ha una storia che non è indispensabile conoscere, perciò oggi puoi addirittura insegnare quello che è attuale senza sapere cosa c’era prima, se non è necessario.

Non ho trovato un cane, in tanti anni, che desse la giusta importanza alla tecnologia dell’informazione, sul lavoro. Nessuno che capisse che una macchina diventa vecchia anche se è nuova, se l’evoluzione tecnologica la rende superata. Per molti un PC è come una Panda. Forse ci si può ragionare su oggi, ma vent’anni fa non era così.

Avessi dato retta a mio cugggino, mi sarei dovuto mettere a studiare informatica quando sono andato alle superiori. Era il 1976 e non capii nemmeno bene di cosa stava parlando, solo che la scuola che mi consigliò stava dall’altra parte di Roma. Aveva ragione da vendere. Ci sono arrivato dieci anni dopo e il mondo era già da un’altra parte: quei dieci anni per me avrebbero cambiato qualche cosa.

 

Italia sotto terra

e8cef943d5b478c06e3fac8c942427b6--tuono-football-memorabiliaSeguo la nazionale dal 1970. Nel 1966 ero troppo piccolo e non ho vissuto l’eliminazione umiliante firmata dall’odontotecnico coreano Pak Doo Ik.

La prima partita dell’Italia che ricordo, che poi è la mia prima partita in assoluto, è Italia-Messico 4-1, Toluca, 1970.
Seguita da fanfare di clacson, poi da ItaliaGermania4-3, ulteriori fanfare, Riva Rivera Brasile sotto terra.
Poi, Pelé.

Sono passati quasi 50 anni e non abbiamo mai saltato un mondiale: nel ’74 fummo eliminati dalla Polonia. Ci rimasi malissimo. Eravamo dati tra le favorite ma il calcio era cambiato, la gente correva e Valcareggi non se n’era reso conto.

La nazionale allora era importantissima, teneva banco ovunque, le convocazioni erano attese in religiosa trepidazione, i calciatori nel giro erano pochi ed era motivo d’orgoglio averne uno nella propria squadra, e se non lo chiamavano erano pena, ansia, scorno e malumore.

Odiavo Bearzot per il poco spazio che concedeva a Giordano e Manfredonia e per l’ostracismo verso D’Amico. Ma tra ’78 e ’82 ci fece felici: già in Argentina sembrava si potesse vincere, la squadra si perse anche per colpa della formula assurda con il doppio girone e finì quarta meritando molto di più, come dimostrò poi in Spagna, trionfando.

Noi vivevamo il mondiale come una festa, la gente addobbava le strade con nastri tricolori, le partite venivano seguite in gruppo, le danze duravano fino all’alba. La notte dell’11 luglio ’82 fu degna del Carnevale di Rio.

Poi il calcio è cambiato, siamo cresciuti, l’86 è stato penoso: l’entusiasmo è sceso per rifiorire nel ’90, mondiale in casa, squadra zeppa di talenti gestita non al meglio da Vicini, eliminata da Maradona in semifinale per una mezza papera di Zenga su Caniggia e per il cornutone pararigori Goicoechea.

Pianti dopo le notti magiche, ripetuti quattro anni dopo, ancora rigori, stavolta in finale col Brasile e il fegato magnato perché Sacchi escluse Beppe Signori, reo di non voler fare l’ala dopo aver segnato 7500 gol in campionato. Con lui accanto a Baggio avremmo raccolto Romario col cucchiaino.

Nel ’98 uscimmo con la Francia ai rigori e loro vinsero poi il mondiale. Nesta si fece male, Vieri fece il fenomeno e lo comprò poi la Lazio. Maldini come CT era abbastanza tragico anche lui, ma mai quanto il Trap che guidò rosario alla mano la disastrosa spedizione coreana del 2002.

Nel 2006 Lippi ci portò a una vittoria stupenda, ma era ormai impossibile entusiasmarsi come a vent’anni. La nazionale lottava contro il calcio ipertrofico che si gioca fuori dal campo, quello dei campioni di cartapesta. Da allora solo passi indietro, seguiti con distratto dolore, o con dolente indifferenza. Fino a oggi.

Nel 2018 non parteciperemo. Non succedeva da 60 anni. Non mi era mai successo. Se il calcio fosse ancora quello di una volta tutti i responsabili del disastro sarebbero marchiati a fuoco come capitò a Mondino Fabbri nel ’66.

Oggi le cose vanno diversamente e le voci televisive hanno già abbondantemente assolto i protagonisti di cotanto scempio. Almeno i calciatori, perché il presidente federale e il CT hanno pensato bene di non presentarsi alla stampa. Almeno fino a quando ho seguito, cioè fino a dieci minuti fa.

Prendersi le proprie responsabilità sarebbe doveroso quando si riscuotono milioni e si maneggia un bene collettivo di proprietà degli italiani. In questi anni la nazionale è diventata un fastidio per molti, a cominciare dalle squadre di club, che non gradiscono si distraggano i superpagati eroi delle domeniche di campionato e dei mercoledì di coppa.

I quali dovrebbero sapere che la gloria calcistica passa soprattutto dai mondiali: tutte le scelte dei calciatori nel giro della nazionale dovrebbero essere fatte in quest’ottica. Invece c’è gente che si va a prendere milioni facili nei superclub, accontentandosi di giocare scampoli di partita che ne ritardano/fermano la crescita e si ripercuotono, poi, sul potenziale della rappresentativa azzurra, la cui caratura dovrebbe essere un moltiplicatore di ricchezza, se si pensa agli ingaggi dei nazionali e al valore del campionato nel complesso.

Quelli che dovrebbero ripensare il movimento non parlano, e certo quando lo hanno fatto non hanno dimostrato acume né qualità. Sono lì per caso e non sanno quanti danni stanno facendo. Per noi la frittata è fatta, nel 2018 seguiremo i mondiali da neutrali.

Aspettando che qualcuno riprenda in mano i destini del calcio italiano, che da bambini ci incendiava il cuore, oggi rimasto freddo davanti alla sceneggiata dell’inno cantato a squarciagola dai calciatori facendo smorfie della serie morituri te salutant.

E infatti, ciao.

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Santi e morti

Halloween-1 Era più facile crederci quando era difficile.

Ho passato un paio di giorni a pensarci, mentre leggevo di Halloween, dei Santi e dei morti e mi passavano davanti agli occhi tanti ricordi.

Ce l’hanno raccontata, a noi, fuori tempo massimo, perché abbiamo fatto prima la conoscenza con la mancanza e poi ci hanno spiegato, a posteriori, che si va in qualche bel posto quando si muore.

Non mi è parsa convincente, la storia, visto che per chi rimaneva la vita era una bella merda, ma comunque non c’erano alternative alla verità rivelata. Loro andavano lassù, da dove ci proteggevano, benché fosse chiaro che sarebbero stati più efficaci quaggiù.

Siccome viviamo tempi moderni, ancorché duri, chi ci ha inculcato certe verità vere ha finito per crederci poco anche lui, i miliardi di mucchietti d’ossa seppelliti in giro per il pianeta non sembrano ansiosi di resuscitare e l’idea che uno si fa, col passare del tempo, è che non succeda granché dopo. Solo un meccanico precipitare allo stato elementare.

Non è una considerazione amara, anzi: arrivare a una simile conclusione mi fa apprezzare di più una festa cretina come quella di Halloween, che allaccia inconsapevoli legami con tradizioni antiche e ci ricorda che è il caso di godere fin quando ci si riesce.

Chi sa divertirsi vive meglio, che è un po’ come vivere più a lungo.

I paninetti e i dolci dei morti sono finiti. I nostri ricordi mantengono vivi quelli che non ci sono più e se ne sentiamo la mancanza ci conviene ricordare più forte, farci caso.
Non perdere mai la memoria.

Sopravvive chi lascia un segno, se chi resta quel segno se lo tiene nel cuore.

E’ ora di smettere con le vuote sceneggiate politically correct

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Lotito in visita alla Sinagoga di Roma. La corona di fiori della Lazio finirà per essere gettata poco dopo dritta nel fiume (foto Gazzetta.it)

Gli episodi di razzismo a margine degli eventi sportivi sono una triste realtà da un paio di decenni almeno. All’inizio era sembrato che un impegno simbolico da parte delle società di calcio, ostaggio dei trogloditi ultras, potesse portare un contributo positivo. Così abbiamo assistito un po’ interdetti a tornei a tema, campagne di comunicazione, gesti di rispetto all’apparenza affettati ed estemporanei.

In realtà si tratta di operazioni posticce, che non c’entrano niente col calcio e spesso vengono messe in atto per sottrarsi al meccanismo perverso della responsabilità oggettiva, che obbliga le società a rispondere del comportamento di qualunque mentecatto pseudotifoso si introduca nello stadio, sul quale i club non hanno né controllo, né potere.

L’episodio documentato dalla foto è emblematico: gli idioti che hanno attaccato nella Curva Sud dell’Olimpico di Roma gli adesivi con Anna Frank in maglietta romanista sono una quindicina di pseudotifosi laziali. L’accaduto ha spinto il presidente Lotito ad affannarsi in dissociazioni e iniziative pubbliche che non erano dovute, in quanto nessuno può sostenere, se non in completa malafede, che ci sia un’identificazione tra il club biancoceleste, che vanta più di un secolo di onorata milizia sportiva, e l’operato subumano di un gruppetto di idioti.

Certe iniziative sono state considerate per anni necessarie a sensibilizzare sul tema e a chiarire bene le posizioni sul razzismo e sull’antisemitismo delle società di calcio. Le hanno messe in atto le istituzioni sportive nazionali e internazionali, le società di calcio, i calciatori. Si tratta di azioni utili e lodevoli quando sentite, mirate, organizzate e portate avanti in modo indipendente da un singolo fatto: non in conseguenza, cioè, di uno stimolo esterno.

Sono fredde e inutili quando prendono il via da un accadimento in sé stupido, come quello di cui si parla in questi giorni, che non è ascrivibile alla comunità dei tifosi della Lazio, che sono stimati in centinaia di migliaia: un gruppo numeroso all’interno del quale si può trovare qualsiasi esemplare umano, con tutto quello che ne consegue.

Iniziative destinate a fallire perché inutili e vuote rappresentazioni di un pensiero politically correct espresso intempestivamente, fuori contesto, che in quanto tale suona fasullo. Un impegno coerente e continuo delle società di calcio, che ogni tanto emerga a sensibilizzare i milioni di appassionati sul tema del razzismo, dell’antisemitismo e della violenza dentro e fuori dagli stadi produrrebbe forse risultati apprezzabili.

Un’affannosa opera di presa di distanza da persone che con i propri gesti si mettono fuori dal consesso civile è superflua e controproducente. Finisce per confondere le acque quanto le campagne di stampa che periodicamente tengono banco sui giornali e in televisione, alzando l’attenzione su certi temi per poi tornare a disinteressarsene. Che la macchina delle bugie si sia messa in moto nell’ultima settimana è evidente, non è difficile rendersene conto, basta approfondire: ci sono stati articoli faziosi, strumentalizzazioni tifose, montature, esagerazioni, omissioni. Un campionario intero.

Che si metta, però, al centro dell’attenzione la campagna di stampa rischia di sminuire il tema e passare in secondo piano la gravità dell’accaduto, che è la spia di un problema: in Europa, e in Italia, il razzismo prende quota, viene da lontano e guadagna spazio ogni giorno. Abbiamo visto che gli adesivi di Anna Frank, già declinati in salsa laziale e romanista, sono stati poi riprodotti con la maglia della squadra tedesca dello Schalke 04, ad opera di ignoti che li hanno attaccati in giro per Dusseldorf.

Episodi del genere accadono di continuo e sono molto gravi, ma è ben più grave che accadano fatti agghiaccianti come quello del pestaggio di Kartik Chondro, 27enne bengalese massacrato di botte da quattro idioti a Roma, Campo de’ Fiori. Colpevole di passare nel posto sbagliato, vittima di una violenza cieca e insensata, contro la quale ogni gesto può essere utile. Che siano testimonianze, denunce, ragionamenti e non atti di contrizione non dovuti e iniziative che nessuno sente davvero, nemmeno chi dovrebbe essere destinatario della solidarietà.

Contro il razzismo serve una forte inversione di rotta, è una malattia che non si cura con i pannicelli caldi e il gesto odioso di chi ha buttato nel fiume la corona di fiori offerta dalla Lazio sta a significare che non c’è più spazio per gesti simbolici che non siano davvero sentiti. Sono troppi e sminuiscono la gravità del problema.

Le istituzioni sportive facciano la loro parte e si aggiornino, riscrivano le norme e aiutino le società a tutelarsi dai facinorosi, invece di costringerle a dissociarsi da fatti di cui non sono minimamente responsabili.

immagini.quotidiano.net

Lazio in campo a Bologna con una maglietta contro l’antisemitismo (Foto quotidiano.net)

Anna Frank,Shalom A., io

133711-mdHo conosciuto la storia di Anna Frank guardando in televisione il film di George Stevens che la raccontava, in bianco e nero, da ragazzino, al massimo adolescente, in TV.

La guerra era finita da 25 anni, se contiamo 25 anni a ritroso da oggi arriviamo al ’92, Tangentopoli, sembra ieri. Tanta gente aveva un ricordo vivo di quei giorni e ne parlava facendo allusioni, dicendo cose, rievocando storie.

A scuola lessi un libro nella biblioteca di classe che parlava del Ghetto di Varsavia, forse era una rievocazione fatta da Edelman, forse da qualcun altro. Rimasi sconvolto dal racconto dei nazisti che si divertivano a incoraggiare i bambini a scappare scavalcando la rete di protezione per poi freddarli mentre lo facevano, giocando al tiro a segno.

Nessuno mi ha insegnato a non essere razzista o antisemita, in famiglia nessuno si occupava di politica, eravamo troppo presi a sopravvivere ed eravamo umani, per fortuna, per tradizione. Andava da sé che sapessimo come riconoscere l’orrore.

Sapere dei campi di concentramento e delle persecuzioni razziali mi ha reso allergico a ogni manifestazione o rappresentazione nazifascista, di mio e da subito.

Un giorno però a scuola facevo il cretino con un mio compagno e scrivemmo alla lavagna che tizio era un ebreo, volendo intendere che era tirchio.

Un mio compagno di classe, ebreo, mi venne a insultare dicendomi che quelli come me gli facevano schifo. Cancellai la scritta e gli chiesi scusa, vergognandomi profondamente per quello che con leggerezza avevo scritto. Mi sorprese molto il fatto che alcuni compagni di scuola fossero venuti da me a dirmi che lui non doveva farlo, che era un esaltato e che avevo fatto male a scusarmi. In realtà lui avrebbe fatto bene a picchiarmi, solo che qualcuno lo trattenne dal saltarmi addosso. Ho imparato quel giorno che non bisogna giocare con certe cose, anche se si ha ben presente da che parte stare.

Non ho simpatià né antipatia per ebrei e israeliani, apprezzo l’enorme talento di tanti artisti e uomini d’ingegno ebrei ma mi hanno spiegato che attribuire all’appartenenza a quella comunità il loro essere ingegni superiori è una forma di razzismo. Adoro, comunque, Shalom Auslander, Jonathan Safran Foer, Bob Dylan.
Vorrei che si risolvesse per il meglio la questione palestinese.

Shalom Auslander ha scritto un libro dove racconta di una Anna Frank vecchissima che viveva nascosta nella soffitta di una casa in america. Caustico ed esilarante, ma non ve lo consiglio. Leggetevi piuttosto il Lamento del prepuzio e A Dio spiacendo e ridete in faccia a questa feccia antisemita.

Fuori i nazisti, dallo stadio e dal mondo

22687826_10155821340724621_3731873390080818857_nChi frequenta gli stadi sa in quale schifo ci costringono a fruire di spazi pubblici quelli che hanno consentito a questa feccia di riempirsi la bocca alla luce del sole con questi slogan allucinanti, vomitati dalla fogna della storia.

Sono più di 25 anni che si va avanti così e ogni tanto fuoriesce questo fiume carsico di liquame putrido, soprattutto quando qualcuno si ricorda di sbattere il tifoso in prima pagina per ragioni di campanile.

In realtà c’è chi inascoltato ha denunciato per tempo, forte e chiaro, tutto il lavoro fatto dai neonazisti negli stadi, l’occupazione degli spazi, il proselitismo, la creazione di un modello di riferimento che lì dentro ha attecchito facilmente, complice l’assenza di controllo e l’incoraggiamento della creazione di una zona franca in cui tutto è concesso, in cui se ti picchiano te la sei cercata, in cui si può delinquere liberamente.

La deriva che produce gli adesivi di Anna Frank è in atto da anni, qualcuno stupidamente ha pensato di confinarla negli stadi e quella negli stadi si è alimentata, è cresciuta, ne è sortita e ha innervato la società col suo non-pensiero aberrante e con la riproposizione di modelli che sono l’incubo di un passato troppo recente che torna a togliere il sonno a chi sa che non si può dimenticare.

Da fenomeno da stadio il neonazi è uscito nelle strade, ogni giorno avanza di un passo e rivendica spazi che mai e poi mai una società con i giusti anticorpi gli dovrebbe concedere.

Ri-Sorge oggi alla ribalta delle cronache per un giochetto schifoso che va avanti da anni tra le due tifoserie romane, infestate da neonazisti che si danno dell’ebreo a vicenda. Lo stesso accade a Torino, a Milano, a Napoli, a Verona, a Bologna, a Bari, ad Ascoli, in tutti i posti dove si lascia che le fogne debordino, e sappiamo bene che le tifoserie infestate da questa canaglia hanno ramificazioni internazionali, sono legate tra loro, esistono in Italia, in Spagna, in Francia, in Germania, in Polonia, in Inghilterra, in Bulgaria, ovunque.

Nessuno muove un dito, salvo che per stigmatizzare tifoserie intere, fatte di persone normali che vivono, lavorano e votano ciascuno secondo la propria coscienza tutto l’immeritevole arco parlamentare, oppure ne stanno fuori.

Lo fanno in modo tanto miope e asimmetrico da far pensare che sia solo un atteggiamento semplicemente, stupidamente tifoso.

Anna Frank è solo un nuovo episodio di una storia che non finisce ma si alimenta come un incendio di sterpi dimenticato lì, ché tanto che danni pensi possa fare?

Se siamo dove siamo non possiamo meravigliarci, né possiamo pensare di fare una bella fine.