Il reddito di cittadinanza è come la corazzata Potemkin

Premesso: ben venga ogni prebenda per chi sta in bianco.

Detto questo, l’impianto di questa “cosa”, che per qualcuno è sufficiente a sconfiggere la povertà, è inquietante. Non tanto per l’entità o per le modalità di accesso, anche se è chiaro che i paletti sono tali che toccherà qualcosa a qualcuno che sta proprio messo male o che sia in grado di dimostrare che, sia vero o meno, si trova proprio a terra.
Senza lavoro né pensione né casa né soldi da parte, se non in misura compatibile con gli angusti parametri stabiliti dal Governo. E già qui valutare le condizioni del nucleo familiare e non dell’individuo può essere una forma di discriminazione: la titolarità di un diritto di inclusione dovrebbe essere personale e non di gruppo.

Il punto è altro. La smania del controllo, per esempio, che spinge a minacciare sanzioni sproporzionate per chi bara, peggio di qualche tipo di omicidio, sottintendendo che c’è sempre chi tira a fregare, soprattutto, ma non solo, tra i poveracci.

Lo slancio moralizzatore, per cui quei soldi li puoi spendere come dico io e solo così, non puoi prelevarli in contanti, non puoi comprartici da bere o da fumare o pagartici degli sfizi. E se sei disoccupato e nullatenente vai rieducato, perché sei colpevole e ti posso dare dei soldi solo se ti comporti come dico io.

Le prescrizioni sulla ricerca del lavoro e l’apparato da mettere in piedi per aiutare chi cerca, oltre alle misure che incentivano le imprese, che sono le stesse da sempre vigenti per chi assume gente che percepisce disoccupazione e mobilità. Si crea una differenza di velocità tra disperati, per cui i Centri per l’Impiego e le aziende si attrezzano principalmente per accompagnare i percipienti il sussidio verso un’occupazione, quale che sia, il più rapidamente possibile, pur di smettere di dargli quei soldi.

I tanti disoccupati, giovani o vecchi, che non rientrano nel provvedimento, facile intuire che siano, soprattutto i giovani, la maggioranza, si troveranno senza diritto al Navigator, tagliati fuori dall’assistenza dei Centri per l’Impiego, motivati a recuperare risorse che lo stato finanzia indebitandosi: per le aziende che li assumono ci saranno meno incentivi, per loro nessun sostegno al reddito e nessuna assistenza nella ricerca del lavoro.

L’obbligo di prestare lavoro gratuito, infine, come se si dovesse dimostrare una buona volontà che ogni individuo merita gli sia riconosciuta a prescindere, in quanto  titolare di diritti, oltre che come soggetto obbligato a essere inserito in un progetto di Società.
Non un provvedimento che include, ma un provvedimento che mette all’indice ed esclude chi non è stato incluso suo malgrado.

Non è una misura di sinistra, ma non è certo questo il problema: è una misura che nominalmente risolve un problema che, invece, resta e diventa più grave ogni giorno che passa. Una specie di dramma silenzioso, ma non troppo. Uno stigma e una condanna per chi il lavoro non ce l’ha, come sottolineato anche dalla battuta infelice della Boschi.
Colpevole e vittima, cornuto e mazziato, destinatario di lazzi, cachinni e reprimende fatte da chi il lavoro salariato non sa nemmeno dove sta di casa, non avendo mai avuto occasione di praticarlo.

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Analogici e social

Una vignetta di Zerocalcare, tempo fa, spiegava bene la sindrome delle ore e ore (nottate, in quel caso), passate su internet (era youtube) senza che alla fine ti rimanga traccia, nella mente, di quello che hai davvero fatto. In certi casi, magari, è meglio.

Si tratta, nella maggior parte dei casi, di ore passate scrollando a vuoto la timeline di facebook, quella di twitter, quella di instagram o tutte e tre insieme. Oppure tempo dedicato a ruzzare con qualche app dello smartphone o del tablet.

Oppure a spulciare il profilo privato di qualcuno, o, ancora, a dispensare like, cuoricini, applausi, condivisioni illudendosi di fare felici gli altri, oppure di aver partecipato a questo o quell’evento o, ancora, di essersi strenuamente opposti a quella o a quell’altra ingiustizia.

Infine, la condivisione dei nostri lavori: foto, filmati, dirette, comunicazione personale che diventa politica quando se ne fa un uso massiccio e orientato come quello del Ministro della Paura. Sono attività che inducono sensi di colpa, alla fine?

Cioè, sostituiscono quello che una volta era il peccato? Costituiscono vizio capitale, ozio ignominioso, sottrazione ai propri doveri, diserzione dalla socialità? E che ne so io?
So solo che quando mi sottraggo a certe sollecitazioni (per esempio, la sera è da tempo che non interagisco più né col pc, né col telefono) mi pare di impiegare il tempo in modo più proficuo (a parte il senso di colpa indotto, a volte, dalla visione reiterata di qualche serie TV).

So che quando passo il tempo con altra gente (basta cenare insieme) mi pare di stare meglio, che mi vengano idee migliori, che l’umore sia alto. Facendo un po’ di attività fisica, camminando, leggendo, seguendo lezioni. L’ideale sarebbe, potendo, lavorare.

C’è un impegno continuo che esercitiamo sui nostri dispositivi perennemente attivi (telefoni, tablet, computer) che, in cambio di piccole soddisfazioni virtuali ci sottrae alla massima qualità che possiamo tirare fuori in fatto di concentrazione, scrivendo, disegnando, dipingendo, cucinando, rassettando, facendo bricolage, fotografando, lavandoci, facendo ginnastica, danzando, guidando, correndo, chiacchierando, bevendo, mangiando, passeggiando, amoreggiando, ridendo, dormendo, sospirando, suonando, cantando, recitando, urlando, nuotando, arrampicandoci, facendo compere, cucendo, giocando con gatti e cani, studiando, e via elencando.

Analogici.

 

Interviste con laziali notevoli/9. Alfonso Sermonti

Se ci mettessimo a contare quanti sono i siti web dedicati alla Lazio faremmo notte: portali, blog, pagine facebook, account twitter e instagram, e soprattutto forum.
Alfonso Sermonti è stato un pioniere del web laziale: ha iniziato, vent’anni fa, i percorsi biancocelesti nel web, mettendo on line il sito che è diventato Lazio.net, prima vera comunità di tifosi in Italia, dai contenuti che spesso scantonavano dal calcio per ragionare del mondo, della musica, del cinema, dei libri.
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Grazie ad alcune canzoni

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Grazie ad alcune canzoni
in cui parlavo del loro mistero,
le donne sono state
eccezionalmente gentili
nei confronti della mia vecchiaia.
Creano uno spazio segreto
nelle loro esistenze piene di impegni
e mi ci portano.
Lì stanno nude
nei diversi modi che hanno di esserlo
e dicono:
“Guardami, Leonard
guardami per l’ultima volta”.
Poi si curvano sopra il letto
e mi coprono
come un bambino che ha i brividi.
(Leonard Cohen)

Interviste con laziali notevoli/8. Federico Malerba

Ecco la prima intervista del 2019 (ci siamo scritti, però, nel 2018). Federico è un perfetto archetipo di laziale pessimista e fierissimo antiromanista, di quelli che considerano la rivalità con i giallorossi come qualcosa che ha un forte impatto anche al di fuori del campo.  Si descrive così, e io, che lo stimo molto, non ho altro da aggiungere, anche se mi torna in mente, mentre scrivo, una volta che ci incontrammo a Formello, prima del memorial Raciti, se non sbaglio. Confermo che sembra più giovane dell’età che ha…
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50 natali senza di te

Era di mattina a quest’ora, che squillò il telefono.
Uno di quei telefoni neri, attaccati al muro.
Erano giorni che sembravano notti e notti che portavano traffici di persone, chi andava e chi veniva, le seicento multipla erano i taxi, e qualcuno che badava a noi, tra i tanti, si trovava. Prima c’era il rumore sommesso di Via Corinto. Dopo squillò quel telefono e fu il pianto.
Sono passati cinquant’anni e si dice sempre che è come sia stato un attimo, e invece no.
E’ stato un tempo lungo. La vita ci riserva delle prove e io ho visto cosa si prova a spegnere la luce non sapendo se e quando si riaccenderà. Quel giorno ti ho ricordato come in nessun altro modo avrei potuto, camminando sui tuoi passi. Il sole poi ha continuato a sorgere, lo fa sempre. La differenza è che io me lo sono goduto, poi, anche e ancora grazie a te. Di tempo ne è passato e la tristezza non c’è più. Resta il ricordo che non se ne va mai, che è l’impegno di quelli che restano per non far andare via chi però nemmeno torna. Tre anni fa ti scrivevo una lettera che riprendo qua sotto para para, non per pigrizia ma perché scripta manent, e non c’è proprio niente da cambiare, se non qualche numero da adeguare e il nome di un calciatore da sostituire con un altro. Te ne piacerebbero tanti.

1909724_1035307843914_4441984_nCaro padre, la canzone dice che c’è un tempo per cambiare, e noi non ce l’abbiamo avuto. Avremmo cominciato a fare delle cose e ne avremmo fatte tante quante ne vedo, oggi, in giro, tra quelli che ricordano com’erano da piccoli e quelli che si godono i propri piccoli mentre li festeggiano.

Per noi non è stato possibile, e non so se sia mancato più a te il mio sostegno o a me il tuo. Propenderei per la seconda, visto che non so se dove ti trovi puoi sentire o vedere qualcosa, o se semplicemente sei andato in un altrove che non è in nessun dove, lasciandoci, tuo malgrado, mentre noi, come tutti quelli che restano, ci siamo dati da fare per sopravvivere e raccontarcela quanto bastava per andare avanti. 

Siamo andati avanti perché la vita va sempre avanti. E’ come un fiume che scorre e tutti lo alimentano del proprio contributo, chi nasce, chi muore, chi si dà da fare per perpetuare la specie e chi no. Le cose tra noi sono rimaste in sospeso, e le circostanze non mi hanno consentito di riprodurmi a mia volta, e mettere in piedi, almeno io, quella circolazione di vita che tra noi si è dovuta interrompere presto. Ma non del tutto.

Ricorderai bene cosa sono la fame e la sete, anche se dove sei non le senti più. Un rubinetto asciutto è comunque il posto dove ti attaccheresti se stessi morendo di sete, e così io ho fatto, in tutti questi anni. Dove c’era l’assenza ci ho messo la presenza che mi era possibile ricostruire, cucendo insieme i ricordi e i racconti degli altri, le foto, gli oggetti, le elucubrazioni. Così il dialogo che non poteva esserci c’è stato e posso dire, passati i 50, che ho avuto tanto, da te, anche dopo averti perso. E tanto ho imparato.

Non solo attingendo dalla memoria interna, quella che sta scritta nelle ossa, che tira fuori la semenza, buona o cattiva che sia. Anche immaginando quello che avresti detto o fatto in tutti i frangenti in cui avrei avuto bisogno di te, e sappiamo quanti siano stati. Infiniti.

Ho imparato da te quello che è importante e quello che no. Ho imparato la dignità di chi sa farsi da solo, senza chiedere se può e cercando di dare. Ho imparato che il denaro non importa. Ho imparato che contano le persone e conta essere. Ho imparato, e pensa che lo dico di continuo, che a fare le cose non ci può succedere niente di male, e lo chiedo sempre a mia moglie (vedessi, ti sarebbe piaciuta): “Facciamolo, che ci può succedere?”.

Ho imparato ad andare e a non voltarmi indietro, sapendo che quello che devo portarmi è sempre con me e mi consente di non dimenticare. Ho imparato a guardare lontano con fiducia, anche se le cose sembrano darti contro, perché l’importante è la limpidezza dello sguardo, l’assenza di retropensiero, la voglia di crescere, di respirare a pieni polmoni, di fare dei passi avanti nella vita.

Ho imparato molto dalla tua maniera di stare al mondo, nella mia testa l’ho riprodotta per come pensavo che fosse e credo di aver fatto un buon lavoro, che saresti fiero di me se fossi qui, ad 82 anni, a berti un cicchetto con me e a ricordare i bei tempi andati, quando m’insegnavi ad allacciarmi le scarpe e ad amare quel bianco e quel celeste che ho coltivato per tutta la vita anche per te, chiedendomi sempre se dove sei certe notizie vi arrivano (vedessi adesso Felipe Anderson… ma ti sei perso due scudetti, accidenti a te).

Chi è restato vicino a me mi ha aiutato per quanto poteva e molto di più, e quando ci sentivamo mancare ci siamo dati la mano e ci siamo fatti forza, sentendo che eri tra di noi, perché anche se te ne sei andato via ti abbiamo tenuto con noi. Perché c’è qualcosa che rimane, there is a light that never goes out, e questa luce ce la portiamo dentro.

Così leggimi, se puoi, oggi che dicono che è la festa del padre. Non credo a queste feste, ma mi viene in mente che, in 47 anni, gli auguri non te li ha fatti davvero nessuno. E quindi ti giunga il mio abbraccio e il mio ricordo, ovunque tu sia. Un ricordo che non se ne va mai.

Le ragazze

b694c63ad238077f4c31d4190fb591f6Scordati ogni esperienza che provoca sussulti.
E qualsiasi cosa abbia a che fare con la musica da camera.
Musei in piovosi pomeriggi domenicali, eccetera.
I vecchi maestri. Tutta quella roba.
Scordati le ragazze. Cerca di scordartele.
Le ragazze. E tutta quella roba là.
(Raymond Carver)

 

Interviste con laziali notevoli/7. Francesca Fiorentino

JUVENTUS V LAZIOI laziali notevoli non sono tutti maschi, sia chiaro. Anzi, nella mia mappa ho disegnato molte tappe da percorrere al fianco di donne biancocelesti. Francesca Fiorentino è la prima: una brillante voce radiofonica che non conoscevo, non essendo un ascoltatore delle radio romane. In realtà ero un aficionado di Radio Incontro, che ascoltavo durante i lunghi trasferimenti serali nel traffico di Roma, seguendo una trasmissione condotta da Francesca Turco. Guarda caso, proprio la radio dove lavorava la nostra laziale notevole, che oggi è una giornalista professionista, cura un blog (questo è l’indirizzo) e si occupa di sport e di cinema. Si descrive così: Sono professionista da quasi vent’anni, ho lavorato prevalentemente in radio come giornalista sportiva e culturale. L’altra mia grande passione è il cinema e l’ho “esercitata” su movieplayer.it e attualmente su hotcorn.it (blog di Chili Tv). Ho anche aperto un blog che si occupa di tematiche femminili. Infatti ho scritto spesso di calcio…

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Diritti Umani. Promemoria

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

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