Vita digitale

Trent’anni fa (quasi 31) mi sono seduto per la prima volta davanti a un computer vero. Uno strumento di lavoro, intendo, non un Commodore con le cassette per giocare.
Era un accrocco NCR col doppio floppy da 5 pollici e un quarto. Da una parte caricavi il sistema operativo, dall’altra salvavi le tue cose. Per elaborare le paghe dovevi avere cognizioni base di Cobol, e stampare a modulo continuo era un’impresa per virtuosi, che in genere si faceva in due, uno lanciava la stampa e uno controllava che l’ordigno/stampante non si mangiasse i preziosi cedolini vidimati.

L’hardware costava cifre spaventose, diventava obsoleto in pochi mesi e non c’era niente che fosse user friendly. Si lavorava ancora molto con la macchina da scrivere. Due anni dopo, nemmeno, già avevo macinato un 286 e avevo in mano un 386, lavoravo col DOS, facevo sciocchezzine in Basic, programmavo macro complessissime su Lotus 123 e usavo normalmente Wordstar, giocavo a scacchi e alle olimpiadi, cominciavo a flirtare con Windows 3.1 che pareva bello ma stranamente complicato. Il tutto in collegamento remoto con un IBM S/36 che pareva inaccessibile.

Poi ho scoperto il Macintosh, con un SE, poi con un classic e poi ancora con un LC. La stampa laser. Tra system 6 e system 7. Una vera interfaccia user-friendly, l’alternativa alle contorsioni di Windows, che cercava la rimonta ma rimaneva sempre indietro. Ho visto nascere Excel e Word. Intanto avevo cominciato ad avere un PC a casa. Il primo fu un Celeron. I prezzi crollavano. Studiavo all’università da dopolavorista ed ebbi in dote un indirizzo email, mai usato. Poi imparai a fare qualche scemenzina in HTML. Andai su internet con un modem 14.4. Leggevo su usenet i newsgroup con i risultati dei meeting di atletica. Feci un sito su Amatrice e le sue Ville ma mi fermai a un livello superficiale, perché m’ero perso il libro del Massimi con i cenni storici sulle frazioni, e mica era tutto a portata di mano come adesso. Intanto mi smazzavo il mio lavoro su AS/400.

Poi, internet. Ho visto morire Mosaic e nascere Netscape. Ho usato le prime versioni di Dreamweaver, Eudora per la posta elettronica, mi sono scornato con Explorer e Outlook, ho preso spazi gratuiti dove ho pubblicato siti, ho gestito per anni una comunità come Lazio.net, all’inizio fatta di poche decine di persone che si conoscevano, alla fine di troppe centinaia. Una mia amica mi ha convinto a tenere un blog. L’ho fatto. L’ho chiuso. Ne ho fatto un altro. L’ho chiuso. Avanti così, ormai sono al quarto ma sono diventato più stabile, ho smesso di accendere e spegnere luci in giro. Ho provato tutti i social media prima ancora che si chiamassero così. Alcuni ho continuato a usarli, altri li ho lasciati lì, altri ancora li uso saltuariamente. Ho anche pubblicato un libro sul web.

In tanti anni ho assistito per lavoro tante persone che sapevano usare meno di me i supporti tecnologici, imparando da quelli che li sapevano usare di più. Ho visto gente che ha imparato in fretta e gente che non riusciva manco ad accendere il PC, ma magicamente trovava la strada per infettarsi in giro per pornazzi. La gente usa la tecnologia senza rendersene conto, poi ritiene che chi la usa consapevolmente sia un incrocio tra Von Braun e Leonardo. I computer sono roba per supercervelloni che siccome per farci le cose si divertono non vanno pagati. I siti si fanno praticamente gratis, perché lo spazio non costa, il dominio ancora meno, e lo smanettone lo paghi a cheeseburger. Quando ti avanza qualche spiccio.

Se un bambino ancora analfabeta sa già usare un’interfaccia vuol dire che è un genio, non che l’interfaccia sia semplice. Se il nostro rapporto con la tecnologia è questo non possiamo meravigliarci quando ci dipingono come un paese di seconda schiera, dove la gente chiede un router vintage perché arreda e pretende che il tecnico si ricordi lui la password.

Per usare un pc o un telefono ci vuole solo un po’ di pazienza. Imparare a usare certi programmi bene ti riesce soltanto se ci lavori o li usi spesso, perché si impara affrontando un problema e trovando la soluzione, oltre che facendo corsi che durano tante ore. Nessuno si siede davanti a un pc e lo fa cantare. Se vuoi imparare ti devi spendere, come per qualunque altra cosa. Anzi, siccome i mezzi sono in continuo divenire, ti devi spendere tutti i giorni, come fa un musicista. Non è un’arte che la impari ed è finita là. Ha una storia che non è indispensabile conoscere, perciò oggi puoi addirittura insegnare quello che è attuale senza sapere cosa c’era prima, se non è necessario.

Non ho trovato un cane, in tanti anni, che desse la giusta importanza alla tecnologia dell’informazione, sul lavoro. Nessuno che capisse che una macchina diventa vecchia anche se è nuova, se l’evoluzione tecnologica la rende superata. Per molti un PC è come una Panda. Forse ci si può ragionare su oggi, ma vent’anni fa non era così.

Avessi dato retta a mio cugggino, mi sarei dovuto mettere a studiare informatica quando sono andato alle superiori. Era il 1976 e non capii nemmeno bene di cosa stava parlando, solo che la scuola che mi consigliò stava dall’altra parte di Roma. Aveva ragione da vendere. Ci sono arrivato dieci anni dopo e il mondo era già da un’altra parte: quei dieci anni per me avrebbero cambiato qualche cosa.

 

Annunci

Italia sotto terra

e8cef943d5b478c06e3fac8c942427b6--tuono-football-memorabiliaSeguo la nazionale dal 1970. Nel 1966 ero troppo piccolo e non ho vissuto l’eliminazione umiliante firmata dall’odontotecnico coreano Pak Doo Ik.

La prima partita dell’Italia che ricordo, che poi è la mia prima partita in assoluto, è Italia-Messico 4-1, Toluca, 1970.
Seguita da fanfare di clacson, poi da ItaliaGermania4-3, ulteriori fanfare, Riva Rivera Brasile sotto terra.
Poi, Pelé.

Sono passati quasi 50 anni e non abbiamo mai saltato un mondiale: nel ’74 fummo eliminati dalla Polonia. Ci rimasi malissimo. Eravamo dati tra le favorite ma il calcio era cambiato, la gente correva e Valcareggi non se n’era reso conto.

La nazionale allora era importantissima, teneva banco ovunque, le convocazioni erano attese in religiosa trepidazione, i calciatori nel giro erano pochi ed era motivo d’orgoglio averne uno nella propria squadra, e se non lo chiamavano erano pena, ansia, scorno e malumore.

Odiavo Bearzot per il poco spazio che concedeva a Giordano e Manfredonia e per l’ostracismo verso D’Amico. Ma tra ’78 e ’82 ci fece felici: già in Argentina sembrava si potesse vincere, la squadra si perse anche per colpa della formula assurda con il doppio girone e finì quarta meritando molto di più, come dimostrò poi in Spagna, trionfando.

Noi vivevamo il mondiale come una festa, la gente addobbava le strade con nastri tricolori, le partite venivano seguite in gruppo, le danze duravano fino all’alba. La notte dell’11 luglio ’82 fu degna del Carnevale di Rio.

Poi il calcio è cambiato, siamo cresciuti, l’86 è stato penoso: l’entusiasmo è sceso per rifiorire nel ’90, mondiale in casa, squadra zeppa di talenti gestita non al meglio da Vicini, eliminata da Maradona in semifinale per una mezza papera di Zenga su Caniggia e per il cornutone pararigori Goicoechea.

Pianti dopo le notti magiche, ripetuti quattro anni dopo, ancora rigori, stavolta in finale col Brasile e il fegato magnato perché Sacchi escluse Beppe Signori, reo di non voler fare l’ala dopo aver segnato 7500 gol in campionato. Con lui accanto a Baggio avremmo raccolto Romario col cucchiaino.

Nel ’98 uscimmo con la Francia ai rigori e loro vinsero poi il mondiale. Nesta si fece male, Vieri fece il fenomeno e lo comprò poi la Lazio. Maldini come CT era abbastanza tragico anche lui, ma mai quanto il Trap che guidò rosario alla mano la disastrosa spedizione coreana del 2002.

Nel 2006 Lippi ci portò a una vittoria stupenda, ma era ormai impossibile entusiasmarsi come a vent’anni. La nazionale lottava contro il calcio ipertrofico che si gioca fuori dal campo, quello dei campioni di cartapesta. Da allora solo passi indietro, seguiti con distratto dolore, o con dolente indifferenza. Fino a oggi.

Nel 2018 non parteciperemo. Non succedeva da 60 anni. Non mi era mai successo. Se il calcio fosse ancora quello di una volta tutti i responsabili del disastro sarebbero marchiati a fuoco come capitò a Mondino Fabbri nel ’66.

Oggi le cose vanno diversamente e le voci televisive hanno già abbondantemente assolto i protagonisti di cotanto scempio. Almeno i calciatori, perché il presidente federale e il CT hanno pensato bene di non presentarsi alla stampa. Almeno fino a quando ho seguito, cioè fino a dieci minuti fa.

Prendersi le proprie responsabilità sarebbe doveroso quando si riscuotono milioni e si maneggia un bene collettivo di proprietà degli italiani. In questi anni la nazionale è diventata un fastidio per molti, a cominciare dalle squadre di club, che non gradiscono si distraggano i superpagati eroi delle domeniche di campionato e dei mercoledì di coppa.

I quali dovrebbero sapere che la gloria calcistica passa soprattutto dai mondiali: tutte le scelte dei calciatori nel giro della nazionale dovrebbero essere fatte in quest’ottica. Invece c’è gente che si va a prendere milioni facili nei superclub, accontentandosi di giocare scampoli di partita che ne ritardano/fermano la crescita e si ripercuotono, poi, sul potenziale della rappresentativa azzurra, la cui caratura dovrebbe essere un moltiplicatore di ricchezza, se si pensa agli ingaggi dei nazionali e al valore del campionato nel complesso.

Quelli che dovrebbero ripensare il movimento non parlano, e certo quando lo hanno fatto non hanno dimostrato acume né qualità. Sono lì per caso e non sanno quanti danni stanno facendo. Per noi la frittata è fatta, nel 2018 seguiremo i mondiali da neutrali.

Aspettando che qualcuno riprenda in mano i destini del calcio italiano, che da bambini ci incendiava il cuore, oggi rimasto freddo davanti alla sceneggiata dell’inno cantato a squarciagola dai calciatori facendo smorfie della serie morituri te salutant.

E infatti, ciao.

SalvaSalva

Santi e morti

Halloween-1 Era più facile crederci quando era difficile.

Ho passato un paio di giorni a pensarci, mentre leggevo di Halloween, dei Santi e dei morti e mi passavano davanti agli occhi tanti ricordi.

Ce l’hanno raccontata, a noi, fuori tempo massimo, perché abbiamo fatto prima la conoscenza con la mancanza e poi ci hanno spiegato, a posteriori, che si va in qualche bel posto quando si muore.

Non mi è parsa convincente, la storia, visto che per chi rimaneva la vita era una bella merda, ma comunque non c’erano alternative alla verità rivelata. Loro andavano lassù, da dove ci proteggevano, benché fosse chiaro che sarebbero stati più efficaci quaggiù.

Siccome viviamo tempi moderni, ancorché duri, chi ci ha inculcato certe verità vere ha finito per crederci poco anche lui, i miliardi di mucchietti d’ossa seppelliti in giro per il pianeta non sembrano ansiosi di resuscitare e l’idea che uno si fa, col passare del tempo, è che non succeda granché dopo. Solo un meccanico precipitare allo stato elementare.

Non è una considerazione amara, anzi: arrivare a una simile conclusione mi fa apprezzare di più una festa cretina come quella di Halloween, che allaccia inconsapevoli legami con tradizioni antiche e ci ricorda che è il caso di godere fin quando ci si riesce.

Chi sa divertirsi vive meglio, che è un po’ come vivere più a lungo.

I paninetti e i dolci dei morti sono finiti. I nostri ricordi mantengono vivi quelli che non ci sono più e se ne sentiamo la mancanza ci conviene ricordare più forte, farci caso.
Non perdere mai la memoria.

Sopravvive chi lascia un segno, se chi resta quel segno se lo tiene nel cuore.

E’ ora di smettere con le vuote sceneggiate politically correct

LAPR0450-k8RB-U2301351645488tC-620x349@Gazzetta-Web_articolo

Lotito in visita alla Sinagoga di Roma. La corona di fiori della Lazio finirà per essere gettata poco dopo dritta nel fiume (foto Gazzetta.it)

Gli episodi di razzismo a margine degli eventi sportivi sono una triste realtà da un paio di decenni almeno. All’inizio era sembrato che un impegno simbolico da parte delle società di calcio, ostaggio dei trogloditi ultras, potesse portare un contributo positivo. Così abbiamo assistito un po’ interdetti a tornei a tema, campagne di comunicazione, gesti di rispetto all’apparenza affettati ed estemporanei.

In realtà si tratta di operazioni posticce, che non c’entrano niente col calcio e spesso vengono messe in atto per sottrarsi al meccanismo perverso della responsabilità oggettiva, che obbliga le società a rispondere del comportamento di qualunque mentecatto pseudotifoso si introduca nello stadio, sul quale i club non hanno né controllo, né potere.

L’episodio documentato dalla foto è emblematico: gli idioti che hanno attaccato nella Curva Sud dell’Olimpico di Roma gli adesivi con Anna Frank in maglietta romanista sono una quindicina di pseudotifosi laziali. L’accaduto ha spinto il presidente Lotito ad affannarsi in dissociazioni e iniziative pubbliche che non erano dovute, in quanto nessuno può sostenere, se non in completa malafede, che ci sia un’identificazione tra il club biancoceleste, che vanta più di un secolo di onorata milizia sportiva, e l’operato subumano di un gruppetto di idioti.

Certe iniziative sono state considerate per anni necessarie a sensibilizzare sul tema e a chiarire bene le posizioni sul razzismo e sull’antisemitismo delle società di calcio. Le hanno messe in atto le istituzioni sportive nazionali e internazionali, le società di calcio, i calciatori. Si tratta di azioni utili e lodevoli quando sentite, mirate, organizzate e portate avanti in modo indipendente da un singolo fatto: non in conseguenza, cioè, di uno stimolo esterno.

Sono fredde e inutili quando prendono il via da un accadimento in sé stupido, come quello di cui si parla in questi giorni, che non è ascrivibile alla comunità dei tifosi della Lazio, che sono stimati in centinaia di migliaia: un gruppo numeroso all’interno del quale si può trovare qualsiasi esemplare umano, con tutto quello che ne consegue.

Iniziative destinate a fallire perché inutili e vuote rappresentazioni di un pensiero politically correct espresso intempestivamente, fuori contesto, che in quanto tale suona fasullo. Un impegno coerente e continuo delle società di calcio, che ogni tanto emerga a sensibilizzare i milioni di appassionati sul tema del razzismo, dell’antisemitismo e della violenza dentro e fuori dagli stadi produrrebbe forse risultati apprezzabili.

Un’affannosa opera di presa di distanza da persone che con i propri gesti si mettono fuori dal consesso civile è superflua e controproducente. Finisce per confondere le acque quanto le campagne di stampa che periodicamente tengono banco sui giornali e in televisione, alzando l’attenzione su certi temi per poi tornare a disinteressarsene. Che la macchina delle bugie si sia messa in moto nell’ultima settimana è evidente, non è difficile rendersene conto, basta approfondire: ci sono stati articoli faziosi, strumentalizzazioni tifose, montature, esagerazioni, omissioni. Un campionario intero.

Che si metta, però, al centro dell’attenzione la campagna di stampa rischia di sminuire il tema e passare in secondo piano la gravità dell’accaduto, che è la spia di un problema: in Europa, e in Italia, il razzismo prende quota, viene da lontano e guadagna spazio ogni giorno. Abbiamo visto che gli adesivi di Anna Frank, già declinati in salsa laziale e romanista, sono stati poi riprodotti con la maglia della squadra tedesca dello Schalke 04, ad opera di ignoti che li hanno attaccati in giro per Dusseldorf.

Episodi del genere accadono di continuo e sono molto gravi, ma è ben più grave che accadano fatti agghiaccianti come quello del pestaggio di Kartik Chondro, 27enne bengalese massacrato di botte da quattro idioti a Roma, Campo de’ Fiori. Colpevole di passare nel posto sbagliato, vittima di una violenza cieca e insensata, contro la quale ogni gesto può essere utile. Che siano testimonianze, denunce, ragionamenti e non atti di contrizione non dovuti e iniziative che nessuno sente davvero, nemmeno chi dovrebbe essere destinatario della solidarietà.

Contro il razzismo serve una forte inversione di rotta, è una malattia che non si cura con i pannicelli caldi e il gesto odioso di chi ha buttato nel fiume la corona di fiori offerta dalla Lazio sta a significare che non c’è più spazio per gesti simbolici che non siano davvero sentiti. Sono troppi e sminuiscono la gravità del problema.

Le istituzioni sportive facciano la loro parte e si aggiornino, riscrivano le norme e aiutino le società a tutelarsi dai facinorosi, invece di costringerle a dissociarsi da fatti di cui non sono minimamente responsabili.

immagini.quotidiano.net

Lazio in campo a Bologna con una maglietta contro l’antisemitismo (Foto quotidiano.net)

Anna Frank,Shalom A., io

133711-mdHo conosciuto la storia di Anna Frank guardando in televisione il film di George Stevens che la raccontava, in bianco e nero, da ragazzino, al massimo adolescente, in TV.

La guerra era finita da 25 anni, se contiamo 25 anni a ritroso da oggi arriviamo al ’92, Tangentopoli, sembra ieri. Tanta gente aveva un ricordo vivo di quei giorni e ne parlava facendo allusioni, dicendo cose, rievocando storie.

A scuola lessi un libro nella biblioteca di classe che parlava del Ghetto di Varsavia, forse era una rievocazione fatta da Edelman, forse da qualcun altro. Rimasi sconvolto dal racconto dei nazisti che si divertivano a incoraggiare i bambini a scappare scavalcando la rete di protezione per poi freddarli mentre lo facevano, giocando al tiro a segno.

Nessuno mi ha insegnato a non essere razzista o antisemita, in famiglia nessuno si occupava di politica, eravamo troppo presi a sopravvivere ed eravamo umani, per fortuna, per tradizione. Andava da sé che sapessimo come riconoscere l’orrore.

Sapere dei campi di concentramento e delle persecuzioni razziali mi ha reso allergico a ogni manifestazione o rappresentazione nazifascista, di mio e da subito.

Un giorno però a scuola facevo il cretino con un mio compagno e scrivemmo alla lavagna che tizio era un ebreo, volendo intendere che era tirchio.

Un mio compagno di classe, ebreo, mi venne a insultare dicendomi che quelli come me gli facevano schifo. Cancellai la scritta e gli chiesi scusa, vergognandomi profondamente per quello che con leggerezza avevo scritto. Mi sorprese molto il fatto che alcuni compagni di scuola fossero venuti da me a dirmi che lui non doveva farlo, che era un esaltato e che avevo fatto male a scusarmi. In realtà lui avrebbe fatto bene a picchiarmi, solo che qualcuno lo trattenne dal saltarmi addosso. Ho imparato quel giorno che non bisogna giocare con certe cose, anche se si ha ben presente da che parte stare.

Non ho simpatià né antipatia per ebrei e israeliani, apprezzo l’enorme talento di tanti artisti e uomini d’ingegno ebrei ma mi hanno spiegato che attribuire all’appartenenza a quella comunità il loro essere ingegni superiori è una forma di razzismo. Adoro, comunque, Shalom Auslander, Jonathan Safran Foer, Bob Dylan.
Vorrei che si risolvesse per il meglio la questione palestinese.

Shalom Auslander ha scritto un libro dove racconta di una Anna Frank vecchissima che viveva nascosta nella soffitta di una casa in america. Caustico ed esilarante, ma non ve lo consiglio. Leggetevi piuttosto il Lamento del prepuzio e A Dio spiacendo e ridete in faccia a questa feccia antisemita.

Fuori i nazisti, dallo stadio e dal mondo

22687826_10155821340724621_3731873390080818857_nChi frequenta gli stadi sa in quale schifo ci costringono a fruire di spazi pubblici quelli che hanno consentito a questa feccia di riempirsi la bocca alla luce del sole con questi slogan allucinanti, vomitati dalla fogna della storia.

Sono più di 25 anni che si va avanti così e ogni tanto fuoriesce questo fiume carsico di liquame putrido, soprattutto quando qualcuno si ricorda di sbattere il tifoso in prima pagina per ragioni di campanile.

In realtà c’è chi inascoltato ha denunciato per tempo, forte e chiaro, tutto il lavoro fatto dai neonazisti negli stadi, l’occupazione degli spazi, il proselitismo, la creazione di un modello di riferimento che lì dentro ha attecchito facilmente, complice l’assenza di controllo e l’incoraggiamento della creazione di una zona franca in cui tutto è concesso, in cui se ti picchiano te la sei cercata, in cui si può delinquere liberamente.

La deriva che produce gli adesivi di Anna Frank è in atto da anni, qualcuno stupidamente ha pensato di confinarla negli stadi e quella negli stadi si è alimentata, è cresciuta, ne è sortita e ha innervato la società col suo non-pensiero aberrante e con la riproposizione di modelli che sono l’incubo di un passato troppo recente che torna a togliere il sonno a chi sa che non si può dimenticare.

Da fenomeno da stadio il neonazi è uscito nelle strade, ogni giorno avanza di un passo e rivendica spazi che mai e poi mai una società con i giusti anticorpi gli dovrebbe concedere.

Ri-Sorge oggi alla ribalta delle cronache per un giochetto schifoso che va avanti da anni tra le due tifoserie romane, infestate da neonazisti che si danno dell’ebreo a vicenda. Lo stesso accade a Torino, a Milano, a Napoli, a Verona, a Bologna, a Bari, ad Ascoli, in tutti i posti dove si lascia che le fogne debordino, e sappiamo bene che le tifoserie infestate da questa canaglia hanno ramificazioni internazionali, sono legate tra loro, esistono in Italia, in Spagna, in Francia, in Germania, in Polonia, in Inghilterra, in Bulgaria, ovunque.

Nessuno muove un dito, salvo che per stigmatizzare tifoserie intere, fatte di persone normali che vivono, lavorano e votano ciascuno secondo la propria coscienza tutto l’immeritevole arco parlamentare, oppure ne stanno fuori.

Lo fanno in modo tanto miope e asimmetrico da far pensare che sia solo un atteggiamento semplicemente, stupidamente tifoso.

Anna Frank è solo un nuovo episodio di una storia che non finisce ma si alimenta come un incendio di sterpi dimenticato lì, ché tanto che danni pensi possa fare?

Se siamo dove siamo non possiamo meravigliarci, né possiamo pensare di fare una bella fine.

Il Kamut è una furbata americana. Magnatevelo voi

khorasan-kamut-grani-iStock_000019321399_Small

Nel mio poco faticoso e molto divertente percorso di cuoco apprendista mi smazzo letture e sperimento cose. Per natura, però, non sono incline, in genere, ad andare dietro alle mode e diffido dai luoghi comuni. Anzi, provo gusto, quando posso, ad andare controcorrente e spesso mi imbarco in discussioni impegnative per divertimento e per esercitare l’arte di ottenere ragione. I miei amici sanno di che parlo: della mia testa di travertino.

Ora, c’è ‘sto Kamut.

Io vengo da una tradizione familiare di cibo abbondante e senza troppi fronzoli, preparato magistralmente da mì madre senza inutili concessioni alle mode.
Fettuccine, gnocchi, ravioli, lasagne, quanto ai primi. Poca pasta secca, spaghetti sempre, e poi penne lisce, rigatoni, cannolicchi, fusilli. Tagli comuni. Grano duro. De Cecco, Barilla, con poche variazioni.

Gli integrali li ho conosciuti tardi e con fatica, anche se li apprezzo abbastanza. Soprattutto il pane. La roba alternativa in genere la scavalco a pié pari, ma facendo la spesa ho notato più volte questo kamut e i suoi prezzi alti, chiedendomi di che cavolo di grano si trattasse. Con poca curiosità.

Nel frattempo l’ambiente circostante mi avvertiva, da più parti, sulla pericolosità dei grani mutanti e dei superchicchi à la Hulk, a tutto resistenti e pronti a gonfiarci come palloni, a impedirci di digerire e a causarci mutazioni profonde, con nascita di orecchie supplementari, bargigli da tacchino e code a paletta. Quindi mi sono allarmato, salvo nutrire qualche dubbio, perché spesso le condizioni fisiche del suggeritore non mi parevano particolarmente migliori, né peggiori, di quelle di prima.

Ora, studia studia, mi imbatto nella vicenda grottesca del “grano del faraone”, spettacolare esempio di questi tempi cialtroni. La storiella dell’aviatore americano che riceve ‘sti chicchi di grano ANTICHISSIMI, rinvenuti in una tomba in Egitto, è buona per i gonzi, lo si capisce lontano un miglio, roba che manco Jurassic Park.

Il fatto che qualcuno possa registrare un marchio creato su queste basi sotto il quale coltivare una qualità di grano esistente in natura da sempre, il triticum turgidum ssp. turanicum, di origine iraniana, simile al farro o al grano duro, è una bella furbata.

Siccome il marchio tira, conviene usarlo e pagare i diritti invece che chiamare il grano col suo nome storico, perché non se lo comprerebbe nessuno. Ed ecco spiegati i prezzi esorbitanti, rispetto ai prodotti fatti usando il grano duro.

Quanto alle proprietà nutritive del Kamut, sono praticamente le stesse del grano duro.
La differenza la fa la moda.

Ecco un autorevole intervento sull’argomento di Davide Paolini, nel suo “Il crepuscolo degli chef”, edito da Longanesi (2016):

“Un altro miraggio mediatico di grande successo è il Kamut, il novello Figaro. Kamut di qua nei grissini, Kamut di là  nei cracker, Kamut nella pasta, Kamut nella pizza. In pochi anni è diventato uno dei brand più richiesti, ma i consumatori credono, o meglio immaginano, si tratti di una varietà di grano antico dalle straordinarie virtù, indicato in particolare per l’alimentazione di chi soffre di celiachia. In verità i proprietari, Kamut International, del marchio depositato (lo si nota dalla piccola “r” riportata in ogni prodotto) segnalano sul loro sito le proprietà (o meglio le non proprietà) del loro prodotto: “Perché contiene glutine, il grano Khorasan Kamut non è adatto a chi soffre di celiachia”. (…) Dunque pare chiaro che Kamut non è il nome del cereale ma il marchio con il quale un’azienda americana del Montana produce e commercializza una varietà di frumento, il Triticum turgidum ssp. Turanicum (…). Eppure l’Italia, pur disponendo di alcune varietà di Trticum Durum – come il Senatore Cappelli (…) o il Saragolla (…) è il mercato più importante per il marchio Kamut, ovviamente il più caro. Secondo le dichiarazioni di Bob Quinn, creatore del marchio Kamut, l’Italia è al primo posto per consumi, con ben il 75% della produzione di grano Khorasan Kamut.
Forse il suo successo è dovuto alla scarsa informazione, il che confermerebbe ancora una volta che, in questo secolo, “l’uomo è ciò che immagina di mangiare”. Sono bastati un cibo, o meglio in questo caso un marchio, una leggenda più o meno fantasiosa e una multinazionale per creare una richiesta di una serie di prodotti (…). L’effetto è stato ottenuto tramite un messaggio “sussurrato”, un tam tam, sulla base del quale chi cercava un modo di mangiare ritenuto più sano e non dannoso per la propria salute si è convinto che quei prodotti non contenessero glutine, anche se sulle etichette non era mai esplicitata una tale proprietà. La leggenda invitante che si cela dietro al marchio Kamut o meglio del cereale Khorasan (nome della provincia dell’Iran dove ha preso vita e dove pare si coltivi tuttora) fa parte, secondo una tendenza emergente della comunicazione aziendale, del genere “storytelling” oggi molto utilizzato per vendere “consumi”. “.  

Resto legato, dunque, alle tradizioni familiari e concludo, senza alcun rimpianto:
Il Kamut, se volete, magnatevelo voi.

 

Dignità vo cercando

DLSUPUdWsAAP-VzLa povera Katia Ghirardi e i suoi colleghi della filiale di Castiglione delle Stiviere (Mantova) di una grande banca stanno passando un bruttissimo quarto d’ora per un video girato per uso interno all’azienda che è stato condiviso sul web. Il video mostra gli impiegati della filiale impegnati in una specie di coreografia, con la Ghirardi particolarmente attiva con gesti, frasi e canzoncine che ne testimoniano l’impegno nell’ottemperare al dettato dell’azienda, che ha, per motivi che, visto il video, non risultano ben chiari, chiesto questa performance aggiuntiva ai suoi lavoratori.

So per esperienza che le aziende chiedono qualche volta ai loro dipendenti di fare cose poco dignitose. Spesso sono cose assai meno “frivole” di queste, ma non si capisce perché delle persone che sono state assunte in base alle proprie capacità e ai titoli conseguiti debbano cimentarsi in queste scenette e rendersi ridicole davanti all’azienda e ai loro colleghi, invece di svolgere il proprio lavoro.

E’ una specie di Coppa Cobram o di proiezione della Corrazzata Kotiomkin di fantozziana memoria. Paolo Villaggio non aveva inventato niente, aveva solo calcato un po’ la mano. Va detto, però, che lo spettacolino motivazionale, la cena che cementa l’ambiente, la gita aziendale sono vezzi da grande azienda che applica al proprio interno protocolli in voga, scimmiottando altre realtà, qualche volta, purtroppo, in modo goffo e approssimativo. E’ un problema relativo, se lo si lascia nel capitolo delle bizzarrie. E’ un problema serio, se si considera che si tratta di una spia dell’approssimazione  con cui spesso si muovono le nostre aziende in ogni aspetto della loro vita quotidiana.

Sono deluso, personalmente, dalla mia esperienza lavorativa e ho incontrato difficoltà, a volte, ad accettare disposizioni che mi parevano in contrasto con le mie prerogative di lavoratore e di persona. Ho visto altri farlo di buon grado, sopportando umiliazioni, messe alla berlina, vessazioni, molestie e altro, quindi non mi stupisce il video e mi dispiace che qualcuno, per riderci su, abbia esposto queste persone a una gogna spietata.

Mi fa rabbia, però, sapere che esistono aziende importanti che chiedono ai propri dipendenti di rendersi ridicoli, non si capisce a che pro, anche l’uno di fronte all’altro, con tanti saluti anche a ogni cautela riguardo alla convivenza tra colleghi e al giusto modo di rapportarsi tra persone che poi sono ordinate in una gerarchia.

Nella vita non bisogna mai prendersi troppo sul serio, l’autoironia è una grande virtù. Quando qualcuno ci rende ridicoli in un contesto lavorativo, però, ci manca di rispetto, soprattutto se si tratta del nostro datore di lavoro.

Mi immedesimo nei colleghi della Ghirardi che hanno accettato di partecipare, in subordine, al “balletto” e mi chiedo quanti di loro l’abbiano fatto volentieri e quanti, invece, non abbiano doppiamente subito questa situazione. Mi dispiace per loro, sarei arrabbiato se fosse capitato a me.

Speriamo che tutti, da Ghirardi in giù, possano dimenticare presto questa tempesta.

Il lavoro è il problema di questo Paese, principalmente perché la gente non ce l’ha. Quello che succede a chi lavora, però, ci fa pensare, spesso, che il problema principale siano i datori di lavoro, che siano lo Stato, le grandi imprese o piccole e medie aziende, che spesso esercitano il loro ruolo in maniera arrogante, poco competente e irrispettosa della dignità dei propri dipendenti.

Per loro, solidarietà.

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

SalvaSalva

Essere Tom Petty

Quando muore una rockstar si versano fiumi di lacrime social. Ma perché? Prendiamo il caso specifico: un miliardario quasi settantenne, Tom Petty, nato in Florida, muore per un attacco di cuore nella sua villona di Malibu. Poche ore prima un matto aveva fatto fuori diverse decine di persone a Las Vegas, manco tanto distante dalla California, e volendosi disperare ce n’era d’avanzo. Però queste rockstar qualcosa hanno rappresentato, per i loro fans, ed è roba che rimane nella testa.

L’anno scorso in un centro commerciale ho comprato, a 53 anni, un paio di nike, di quelle riprese dai modelli vecchi. Uguali a quelle che indossava Tom in una foto sulla quale avevo fantasticato mille volte. Le ho comprate per questo motivo.

Ora, può darsi che io sia solo un cretino che non si rassegna a invecchiare, è vero. Ma quando, da teenager, mi sono accostato alla musica rock ho fatto, come tutti, le mie scelte in termini di modello da emulare. Adoravo Joe Strummer ma ero troppo poco teppista per imitarlo. Stravedevo per Lou Reed, che però era un tossicomane debosciato e lascivo. Mi emozionavo per Bowie ma mi terrorizzava, se la proiettavo su di me, la sua ambiguità sessuale. Avrei voluto suonare la chitarra come Brian Setzer, cantare come David Byrne, scrivere le canzoni che scriveva Graham Parker, impastando rock e reggae, facendo movimenti rapidi ed essenziali, un po’ anfetaminici, ma solo per posa. Amavo tantissimo Neil Young ma me lo immaginavo sbavato e impataccato, con i capelli unti, mentre si ricordava di cambiarsi le mutande dopo tre settimane. Adoravo Springsteen e l’epica Blue Collar ma non volevo essere né Spanish Johnny né quello che lavora sull’autostrada.

Volevo essere come Tom Petty. Piacere alle ragazze per l’ironia e per l’intelligenza, indossare camicie a fiori o a quadri, suonare del rock energico e essenziale, sorridere. Essere lucido e presente, niente droghe, niente depressioni, niente sfighe. Andare incontro alle cose con quello sguardo lì e affanculo l’ideologia, le zavorre assurde su quello che si deve e non si deve dire o fare quando si fa musica o quando si campa.

Così ascoltavo i dischi di Tom e mi piaceva pensare, da qualche parte dentro di me, di poter essere come lui, e questo mi è rimasto dentro, crescendo e diventando adulto, o provandoci.

Scegliendo tutti i giorni, quasi sempre inconsapevolmente, come essere, c’è stato sempre un pizzico di Tom Petty che mi ha guidato, quella scia che proviene dall’imprinting che ti dà la musica. Dentro qualche recondito spazio, nella mia mente, volevo una moglie bella e importante come Stevie Nicks, una con cui confrontarmi alla pari. Volevo saper ridere e volevo piacere a gente che valeva, come piaceva lui a Bob Dylan, a Roy Orbison, a George Harrison, che lo chiamavano a suonare con loro e ne raccontavano le lodi.

Volevo amici fidati come Benmont Tench e Mike Campbell, pezzi da 90 che riconoscessero il mio carisma e stessero sempre dalla mia parte qualunque fosse stata la mia scelta. Volevo recitare come lui in Something Big, in Spike, In Don’t come around here no more, e mi leccavo i baffi a pensare a quante piccole Alici nel Paese delle Meraviglie sarebbero state dalla mia parte.

Si smette di sognare, andando avanti con la vita, cominciando a lavorare, prendendo calci e dandone. Resta però da qualche parte una memoria fatta di momenti passati a cantare e a fantasticare, a leggere, tradurre, a cercare affannosamente cose che oggi il web ci vomita sul tavolo, tante, fredde e non più essenziali.

Bastava un disco con una busta colorata, i testi e qualche foto per costruirsi un mondo. E se oggi viene a mancare chi ha acceso la nostra fantasia negli anni migliori, perché niente può essere meglio di avere vent’anni, c’è una parte di noi che avverte un distacco, che si sente stanca e sa di aver perso un altro piccolo punto di riferimento.

E’ così, forse, che si va verso l’autunno.

L’universale tifoso

Leggo I was born in Lazio dell’amico Stefano Ciavatta e mi vengono in mente troppe considerazioni da fare, tante che ci scriverò sopra, se la lucidità mi assiste, alcuni post nei prossimi giorni.

La prima è sulla pretesa unicità del tifoso laziale in quanto detentore di un suo preciso e personale modo d’intendere l’amore per la squadra di calcio. Vengono in mente due eccezioni da sollevare: la prima riguarda l’essere tifoso tout-court: chiunque sia affetto dalla malattia del tifo ha un rapporto unico e intimo con la propria squadra, legato all’infanzia e alle modalità con cui ha aderito alla propria tribù tifosa.

I ricordi di stadio, i fotogrammi condivisi con i familiari che allo stadio ci hanno iniziato, i rumori e i colori della partita, le grida, le imprecazioni, l’esultanza, il sostegno, le litigate del lunedì a scuola e tutto il resto fanno parte della memoria di qualunque tifoso. Per quanto si stia da anni sotto il tiro incrociato delle televisioni non c’è modo di scardinare le basi della passione calcistica.

Il modello del tifoso sospeso tra il monomaniaco beota e il bimbominkia che ripete a pappagallo i mantra posticci inventati dal linguaggio fasullo dei telecronisti resta circoscritto a una platea limitata, anche se, per forza di cose, in crescita.

Una crescita che misura, probabilmente, l’allontanamento dallo stadio come luogo in cui si rappresenta l’unica realtà calcistica che conta, con la quale i tifosi si devono per forza confrontare, quella che fornisce ai litiganti in tribuna l’unico metro di paragone attendibile, quello del risultato in campo e della classifica che ne scaturisce, settimana dopo settimana.

La televisione ha costruito negli ultimi tre-quattro lustri il mito di un calcio patinato che è star system, produce quattrini a palate e prescinde, nel suo racconto di un mondo dorato fatto di supereroi, dal risultato, vissuto come un incidente che spesso conferma e talvolta smentisce la favola televisiva.

A questa versione moderna del calcio, abbozzata negli anni ’90 e realizzata nel terzo millennio, resistono alcuni romantici che si ostinano ad affermare che esiste vita oltre lo show e che loro stessi ne sono la prova. Non sono solo laziali. In tutte le squadre c’è una tifoseria divisa tra vecchie e nuove modalità di sostegno, che lotta per non omologarsi alle parole d’ordine della televisione o della tifoseria organizzata, elemento con pretese d’egemonia che sullo stadio preme da ben prima, per mire che spesso hanno poco a che fare con la cosiddetta passione bambina.

Il laziale ha dovuto resistere a spinte fortissime dovute all’appeal della Roma, nella quale militava Totti, uno dei pochi personaggi su cui puntare per il salotto televisivo. Spinte che tendevano a relegare i biancocelesti in un ruolo di secondo piano, rientrati nei ranghi dopo gli exploit della superLazio cragnottiana.

Ha reagito attaccandosi ai ricordi più nitidi e a una storia che è facilmente documentabile e che sancisce il diritto all’esistenza della Lazio e ne certifica a Roma la primogenitura calcistica. I laziali affermano unanimi la propria diversità che consiste nel non riconoscere parole d’ordine, e perciò rivendicano il loro diritto a una conformità non conforme.

In realtà chi segue da vicino i destini della squadra biancoceleste sa che surfando tra stadio, comunicazione verticale e social network si possono facilmente riconoscere alcune profonde divisioni in blocchi di “pensiero”. La più vistosa è quella tra lotitiani e antilotitani, i cui toni restano accesi, nonostante l’abbandono di posizioni oltranziste anti-società da parte degli ultras. L’altra divisione importante, ancorché secondaria rispetto al nodo lotitiano, riguarda le manifestazioni razziste e politicizzate di parte dello stadio. Molti laziali, anche di destra, sono a disagio e non lo nascondono, preoccupati dell’immagine negativa e delle ricadute economiche e sportive del problema.

Gli ultras laziali hanno sempre una grande influenza sul tifoso medio, che non ha abbandonato la visione romantica della curva nord che da ragazzino gli ha fatto riempire diari e lavagne scolastiche di fregi, scritte e attestazioni di stima qualche volta ripetute a pappagallo oltre le proprie convinzioni personali. So di che parlo perché l’ho fatto anch’io, e scrivendo cose di cui oggi mi vergognerei.

L’unicità del tifoso laziale è vera (ovvio) se si considera l’individuo in quanto tale, meno se lo si considera come tifoso perché tende ad assomigliare ad altri e a concentrarsi in gruppi almeno in parte omologati in senso ideologico. Difficile che Lotito possa risultare simpatico a pelle, ma negarne i buoni risultati sembra pretestuoso, ed è strano che un tifoso che rievoca a ogni piè sospinto con nostalgia il tempo in cui si salvava per un soffio di vento dalla retrocessione in serie C rimproveri oggi al suo massimo dirigente la mancanza d’ambizione.

Sono stranezze tipiche dei tifosi che eleggono a beniamini quelli che meglio li rappresentano (“uno di noi”), talvolta a prescindere dal rendimento in campo, promuovendo valori come la grinta e lo spirito battagliero e facendoli coincidere col proprio ideale di attaccamento alla maglia. Spesso la storia ci ha detto, però, come il carattere sanguigno e l’ascendente sui compagni e sui tifosi non fosse indice di professionalità.

La Lazio è stata spesso tradita dai suoi calciatori, gli stessi che i tifosi hanno innalzato su altari dai quali sono poi precipitati con ignominia. Su questo poggiano le basi della resilienza laziale, che si è fatta più solida con le sciagure degli ultimi 40 anni, soprattutto con la morte di Re Cecconi e di Maestrelli.

Il racconto che vuole i laziali sofferenti/soccombenti di fronte a un vicino di casa prepotente è in massima parte frutto di sindrome d’accerchiamento e viene smentito dai fatti: la preponderanza dei romanisti è solo numerica, mentre sul campo si è creata la curiosa dicotomia che vede la Roma sempre piazzata nella competizione principale e la Lazio spesso vincente in quelle secondarie, che però fanno albo d’oro e gioia dei tifosi.

Di contro va smentita l’idea autoreferenziale dei laziali, la cui nobiltà va riaffermata nel quotidiano e non si può mutuare dalle magnifiche gesta dei pedatori antiqui che riempiono le pagine entusiaste dei benemeriti collezionisti di cimeli e disvelatori di memorie di Laziowiki.

Deve essere chiaro che il calcio vive nella quotidianità e che le pagine in bianco e nero non incidono sul risultato, anche se creano senso d’appartenenza e conoscenza delle proprie radici. Sappiamo già che questo non impedisce comportamenti sbagliati da parte della tifoseria, ben poco in linea col dettato dei fondatori, né mitiga le mire ambiziose dei calciatori, come racconta la recente vicenda di Keita, approdato al Monaco, società meno ricca di storia ma più disposta ad assecondarne le mire e l’appetito.

Così ristabiliamo la verità che ci raccontano i fatti: la Lazio è una società antica che sta vivendo da 25 anni a questa parte il suo periodo migliore, a parte l’abbagliante lampo dello scudetto ottenuto nel ’74.

La sua presenza nel calcio italiano è costante, anche nei piani nobili fino al ’60, pur senza vincere quasi niente. Juventus, Inter e Milan sono un’altra cosa, Genoa, Torino e Bologna hanno un’altra storia da raccontare.

Le storie di famiglia, invece, se le raccontano tutti i tifosi, da Nick Hornby in giù, e rappresentano, tutte, l’unicità della visione del tifoso e delle sue emozioni. Che non hanno molto a che fare col modo d’intendere il calcio, in assoluto o nella versione che ci raccontano oggi le ribalte continentali e gli urli dei Caressa e dei Repice.

Il punto, in fondo, è questo: quello che accade sul campo è il fiume della realtà che scorre, quella che ci batte in petto è un’illusione che qualche volta si trasforma in realtà. E non c’è niente di più consolatorio del sogno di riscatto di un tifoso. Di tutti i tifosi.