Diego è morto

Diego è morto.

Lo abbiamo amato come amiamo gli irregolari, quelli che non sanno stare fermi, perché hanno bisogno di uno spazio libero dove spostare i confini, per esprimere il proprio smisurato talento.

Aveva un rapporto simbiotico con la palla: erano fatti l’uno per l’altra: si somigliavano, si attraevano, danzavano in una coreografia sensuale, condividevano un rapporto esclusivo, che non era aperto agli altri che calcavano il prato verde.

Un amore generoso verso i compagni, implacabile verso gli avversari, ma tollerato, da loro, con ammirata rassegnazione. A parte Goicoechea che gli spaccò le gambe, ma era un macellaio. Ricordato solo per quello.

Era un grande fuori dalle smancerie del fair play a tutti i costi, ché se c’era da sporcarsi le mani lui era il primo. Lo lo fece in un mondiale, a danno dell’Inghilterra, e lo rivendicò, contro il nemico della guerra di quattro anni prima. La mano de dios.

Sesso, droga e futbol, amicizie scomode, incluso Fidel, il gelo con gli americani, la trasformazione in una caricatura, la deriva etilica, tossica, logorroica, adiposa, clownesca. Un cuore grande che alla fine cessa di battere. Ma prima, la gioia infinita di un eterno bambino col pallone.

Lo vidi in un giorno di primavera, nel 1989, ero a Capodichino, avevo incontrato i miei amici cassintegrati ed ero in un parcheggio. Da un cancello laterale uscì un gruppetto di persone, tutte intorno a lui, un ragazzino felice che giocava con la sua Dalmita a cavacecio. Brillava di una luce gioiosa.

Napoli era ai suoi piedi, la città era piena di foto, di bandiere, di scritte.
Una me la ricordo bene, diceva: A Napoli ci stanno tre cose belle: Maradona, tassinari e sfogliatelle. I napoletani non lo dimenticheranno mai. Nessuno lo dimenticherà. Addio, e grazie per aver reso quel gioco meraviglioso. 

Canaglie

Scritto per Kulturjam (25/10/2020)

Se esiste una squadra di calcio che ha stimolato la fantasia di scrittori con la esse maiuscola, raccontatori della domenica, penne da forum e da social, anchormen televisivi e radiofonici e bloggers pallonari è la Lazio di Maestrelli e Chinaglia. Che vinse il suo primo scudetto, nel 1974, in un tempo in cui il campionato di calcio non era soltanto una riserva juventina, ma si regalava avventure alternative, premiando occasionalmente altre squadre, oltre alle solite rivali milanesi: la Fiorentina, il Cagliari, il Torino non più Grande, e poi la Roma, il Verona, il Napoli, la Sampdoria.

Le Canaglie, Sellerio

Una storia che somiglia a un romanzo: uno spogliatoio spaccato in due clan e una serie di episodi, raccontati fino allo sfinimento, che vedono i contendenti darsele di santa ragione in allenamento. Per poi riunirsi, la domenica, sotto la guida di Maestrelli, il tecnico gentile, e strapazzare le avversarie col gioco totale e con l’energia incontenibile del (super)eroe, Giorgio Chinaglia, per gli amici Long John o Giorgione, per gli avversari il Gobbo.

Angelo Carotenuto aggiunge il suo contributo all’epopea con “Le canaglie” (Sellerio, 354 pagine, 16 euro). Scandito dal passo degli eventi che, dal 1971 al 1977, portarono la squadra biancoceleste a risalire da una brutta retrocessione fino a raggiungere il massimo traguardo, per ripiegarsi, poi, sotto il peso delle tragedie che la colpirono: la morte di Maestrelli e di Re Cecconi e la fuga in America di Chinaglia, primo episodio di un’incessante alternanza di ritorni e partenze, ogni volta più tristi e ingloriose. 

Carotenuto usa la voce narrante di Marcello Traseticcio, fotografo/paparazzo che viene dal cinema e opera nella redazione di un quotidiano romano.  Una figura ispirata a Marcello Geppetti, fotografo dell’epoca, autore della foto di copertina del libro, che raffigura Chinaglia che rimira il suo winchester, sulla porta dello spogliatoio di Tor di Quinto, scenario delle folli avventure narrate nel libro. 

Il quotidiano somiglia al coloratissimo Momento Sera, quotidiano romano dell’epoca. Lo compravamo tutti i lunedì, noi malati di calcio, per ritagliare le foto a colori dei nostri idoli, chi biancoceleste, chi giallorosso. 

Traseticcio non ama il calcio ma si appassiona alla banda laziale. Ne racconta le risse, le spacconate, le avventure erotiche, gli eccessi d’ogni sorta, l’amore per le armi, il nonnismo, la ribalderia, ma anche la capacità di lottare per un obiettivo, uniti/domati dalle qualità umane di Maestrelli. 

Un io narrante che parla una lingua tutta sua: un romanesco particolare, che entra e esce, nel testo, usando espressioni qualche volta arcaiche, altre volte oscure, che riportano alla memoria quelle figure “vissute” che a Roma sembrano oggi sparite. 

Il filo del racconto della Lazio di quegli anni si snoda in una spirale parallela a quello degli eventi più importanti dell’epoca: gli scontri di piazza, la repressione della polizia e il terrorismo, la politicizzazione della lotta, la violenza generalizzata, la criminalità dilagante.

Un campionario esplorato anche dal cinema, in cui stride la drammaticità degli eventi di cronaca col quotidiano spericolato e un po’ viziato dei calciatori professionisti, non ancora ricchi a milioni ma già famosi e in grado di fare capricci degni delle rockstar.
Almeno Chinaglia. 

Il libro scorre via leggero, non è privo di momenti di scrittura vera, soprattutto quando Traseticcio si abbandona al racconto della magia della fotografia, mentre subisce gli eventi che la vita gli infligge. Tragici come quello che porta alla morte di Re Cecconi, talmente assurda che c’è chi ancora non se ne capacita. 

Un libro da leggere, insomma: chi tifa Lazio criticherà qualche passaggio ma si consolerà col dolce ricordo della prima grande vittoria, della figura di Maestrelli e di quella, bella e sincera, di Re Cecconi. Chi non è laziale troverà un racconto ricco di sfumature, che demolirà qualche luogo comune  sul calcio. 

O perlomeno alimenterà la nostalgia per un mondo del pallone che non c’è più. Fagocitato dall’odierno showbiz, coperto di milioni dalla televisione e dagli sponsor, con le sue primedonne irraggiungibili e la noia mortale dei verdetti del campo, sempre uguali e impossibili da sovvertire, che spingono ad aggrapparsi ad un’Atalanta qualsiasi, pur di respirare una boccata d’aria nuova. Aspettando un nuovo Maestrelli.

Il registro degli assenti

Scritto per Kulturjam
https://www.kulturjam.it/costume-e-societa/il-registro-degli-assenti-amatrice-e-la-ricostruzione-fantasma/

I tempi lunghi della ricostruzione dopo il terremoto nelle terre amatriciane

Se un giorno ti capita di andare all’Amatrice ti conviene alzare gli occhi e guardare il cielo, oppure la fila verde dei Monti della Laga, che oggi già sono bianchi di neve. Se guidi per quello che era il Corso, poi, attento a non piangere.

Perché basta un niente per scavalcare con l’occhio la parete che tenta di nascondere alla vista l’assenza. Può entrarti nell’occhio il mozzicone della Torre Civica, simbolo di una resistenza teorica, che tutti nominavano per farsi coraggio.

Ma se ti guardi intorno vedi la stessa devastazione di quattro anni fa, appena mitigata da una rassettata di massima, uno sgombero di macerie che lascia il posto a una spianata che sembra infinitamente più piccola del sito occupato dalla cittadina, prima dell’apocalisse del 24 agosto 2016, replicata il 26 e il 30 di ottobre e il 18 gennaio del 2017.

In giro, qualche sparuta gru che racconta una ricostruzione lenta ed esasperante, appesantita dalla burocrazia e dalla mancanza di dialogo con Roma, avvelenata dalla rabbia di chi ha perso tutto e non capisce come potrebbe ricostruire, e dove, e quando.

Una rabbia sacrosanta, che ha però il difetto di dividere, anziché unire, e di rendere ancora più difficile il passaggio delicato che si sta attraversando, con i tentativi di semplificazione delle norme che i sindaci e il quarto commissario straordinario nominato, Giovanni Legnini, provano timidamente a condurre.

Scendendo giù da Amatrice e scorrendo la via Salaria si vedono ancora scheletri di paesi fantasma, a cominciare dalla scatola vuota dell’ospedale, grottesca nell’imbracatura che ne preserva la distruzione. Poche settimane fa è stata finalmente bandita la gara per la ricostruzione, dopo anni di attesa, comune a tutto il cratere del terremoto.

Dei nove ospedali distrutti nell’intera area colpita ancora nessuno è stato ricostruito.

Per quello di Amatrice si discute e si litiga da anni: prima per evitarne la chiusura, poi, a struttura distrutta, per individuare il posto giusto dove ricostruirlo: se nel sito originario oppure lungo la via Salaria, il che rimbalza l’annosa disputa tra Comune e frazioni, che si beccano tra loro da sempre.

Già, le frazioni. Sono 69,  quasi tutte distrutte, del tutto o in parte, e la loro ricostruzione passa per l’iniziativa dei privati, che devono attivarsi per superare una serie di paletti burocratici.

Lo scoglio principale, spesso, è sciogliere il groviglio che tiene uniti i proprietari degli aggregati da ricostruire, fatti di infinite particelle passate di proprietà, nei secoli, per eredità, per matrimoni, per vendite sancite spesso con strette di mano e scambi, secondo utilità: una macchia per un campo, un pagliaio per una stalla, cose così. Consuetudini dell’Appennino che si perdono da decenni, messe all’angolo dall’inurbamento dei giovani, generazione dopo generazione, alla ricerca di un salario e di condizioni di vita migliori, rispetto a quelle offerte da questi meravigliosi posti di montagna, con i loro inverni freddi e lunghissimi e con la terra che la quota e il clima rendono avara.

Chi è rimasto si occupa di agricoltura, di allevamento, oppure conduce attività commerciali o ricettive, spazzate via dal sisma e riattivate, con soluzione di fortuna, in questi lunghi anni di attesa della ricostruzione. Lo stesso per le case dei privati, trasferitisi, quasi tutti, nelle SAE, le Soluzione Abitative d’Emergenza che hanno restituito a tutti i senza tetto un fugace sorriso, prima di rivelarsi poco adatte a sopportare le sollecitazioni di un clima estremo come quello amatriciano. La strada per la ricostruzione è lunga, anche se si dice sia in procinto di accelerare.

Difficile da credere, visti i ritardi impressionanti sul fronte del ripristino delle infrastrutture: la Statale è un susseguirsi di sensi unici alternati, regolati da semafori mobili, e scivolando verso Ascoli il panorama sembra quasi peggiorare: il disastro di Accumoli e di Pescara del Tronto, la desolazione di Illica e Grisciano ti accompagnano, mentre ti avvicini alla sagoma severa del Monte Vettore, sfregiato dalla faglia, il taglio consacrato alle fate dal piede caprino che scendevano a danzare a Pretare. Una terra di leggende che racconta, oggi, una storia di oblio e di distruzione.

Vecchi

C’è un momento, nella vita, in cui avviene un passaggio di testimone, come in una staffetta. I tuoi vecchi diventano vecchi e passano la mano: è una cosa che avviene progressivamente, ma neanche tanto. Perdono il controllo su di te, si adagiano, assumono quell’aria che dice che da oggi in poi è tutto grasso che cola.
Non ce lo diciamo, magari, ma è così.
Ricordiamo tutti una lunga fase conflittuale: tutti abbiamo ucciso, idealmente, la figura del padre e della madre, per arrivare a decidere in proprio.
Quello che dobbiamo evitare, nel momento in cui il tempo ce li fa diventare indifesi, regrediti, quasi bambini, è cercare la rivalsa per le cose negative di cui ancora portiamo i segni sulla pelle.
Quello che l’autorità dei genitori ci ha inflitto non è restituibile, con gli interessi o meno, quando vengono meno la forza, la lucidità, la voglia di futuro.
In quel momento ci si accorge definitivamente che si sta discutendo con dei vecchietti fragili e impressionabili, sensibili, impauriti, confusi.
Quello è il momento preciso in cui si deve smettere di farlo.
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L’idiota

Alla mia età sono ancora convinto che la bellezza salverà il mondo.
Certe volte, però, gli eventi mi fanno sentire un idiota.

Non mi faccio un’opinione (di proposito) sulla vicenda di Palamara, per esempio. Perché mi fermo prima e cerco di immaginare: sei giovane, studi, ti laurei, sei bravo, che dico bravo, eccellente, diventi un magistrato.


Ecco.

Secondo me essere un magistrato è un punto d’arrivo. Una roba che nobilita la tua famiglia, la tua discendenza. Aiutatemi a dire la trombonata più maiuscola, così ci capiamo.

Non sentire l’enorme responsabilità che deriva dal fatto di essere un magistrato, e, anzi, lanciarsi in un’attività spregiudicata di lobbying e di esercizio puro del potere è qualcosa che non riesco intimamente a comprendere. Perché, appunto, sono un idiota.

Mi succede sempre: non capisco come sia possibile che un uomo investito di un ruolo così importante possa agire a detrimento del ruolo che ricopre.

Per dire, l’uomo che ha dissipato l’enorme ricchezza del Monte dei Paschi di Siena si sarà reso conto di aver distrutto una ricchezza creata nei secoli da generazioni e generazioni di persone che hanno creduto in qualche cosa? Ne sentirà il peso? Ok, non c’è stato un solo responsabile, ma avete capito cosa intendo.

Mi pongo domande ingenue, domande da idiota che manco il povero Lev Nikolayevic Myskin.
Eppure deve esistere ancora l’integrità.
Ne sono convinto.
Esistono uomini, da qualche parte, che sentono la responsabilità del loro ruolo e agiscono per il bene loro e di tutta l’umanità che riescono a raggiungere e influenzare.
Ne sono sicuro, cari signori.
Ma perché mi allacciate le maniche di questo camicione dietro la schiena?
Così non mi posso muovere.
Dov’è che mi portate?

Due anni fa, Centocelle

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Due anni fa, giorno più giorno meno, usciva il mio libro su Centocelle.
Ho riletto dei pezzi, l’altro giorno, e mi sono piaciuti. Strano, perché spesso capita di rileggersi e trovare cose che non vanno. Ogni rilettura porta decine di correzioni, ok, e ne avrei fatte parecchie di sicuro, anche se mi è parso di aver fatto proprio un buon lavoro.

Ho scritto quel libro in un momento particolare e ne ritrovo il suono nella scrittura, che talvolta si abbatte con colpi incessanti, uno dopo l’altro, come un tappeto ritmico, una scarica d’imprecazioni, una piena inarrestabile, un fluire di parole a fiotti, un caleidoscopio di colori che spengono il grigiore, la rabbia e il risentimento. Era un momento difficile, scrivere questo libro è stato liberatorio. Finanche terapeutico.

Poi il manoscritto è partito, era la primavera/estate del 2017, e c’è voluto più di un anno per arrivare alla pubblicazione. Un periodo lunghissimo: non per la ricerca dell’editore, durata pochissimo. Al primo tentativo è andata, Iacobelli mi ha chiamato al volo e mi ha detto che lo avrebbe pubblicato lui.

Ho dovuto aspettare tanto, però, e questo mi ha un po’ allontanato dal libro. Quando siamo arrivati a fare le prime (e uniche) presentazioni ho dovuto rileggere delle parti, avevo dimenticato dei particolari, mi sembravano lontane alcune cose, ne avrei forse eliminate delle altre.

Poi, l’impatto con la gente alla presentazione, e con i commenti di chi aveva letto il libro. Un mix di sensazioni: la nudità, l’inadeguatezza, il fatto di dover sostenere lo sguardo interrogativo degli altri. La sfacciataggine con cui devi presentarti come autore di qualcosa, persona che ha avuto l’ardire di sentirsi all’altezza di scrivere un’opera, un libriccino, una specie di saggio, un ibrido che parla di storia e di storie personali, inventa geometrie e le spaccia per autentiche, si arroga il diritto di farsi voce narrante di una storia popolare che è stata e rimane sangue che scorre, cuore che pulsa, viscere, rabbia.

Il sovrapporsi delle storie personali a quelle del quartiere, in un’asimmetria che mostra la debolezza di chi scrive, che però è invisibile per chi legge, ma chi scrive non lo sa: il senso d’inadeguatezza che ti fa sognare la notte di girare tra la gente vestito dalla cintola in su, terrorizzato dal fatto che gli altri possano notare che sei nudo.

Il libro è andato bene, direi. Recensioni buone. Vendite credo ok, non ho dati aggiornati. Non ho promosso il libro più di tanto: non vivo a Roma e non ho avuto grandi spunti da seguire, l’editore ha organizzato una presentazione, una l’ho fatta in casa, a San Quirico, un’altra ne abbiamo fatta in un circolo di Rifondazione grazie a chi ha pensato di organizzarla. Nel quartiere c’è stata una certa… resistenza, nel senso che il libro non ha trovato promozione nella rete locale di librerie.

Nessuno ha chiesto presentazioni, mi dicono che alcuni le abbiano addirittura rifiutate. Misteri che non m’interessa risolvere. Il libro poteva essere più paludato e rigoroso di così, ma decisi di scriverlo nel modo più leggibile possibile per gli abitanti del quartiere. Avevo voglia di finirlo perché volevo arrivare in fondo e non avevo sottomano tutte le fonti che mi servivano. Non mi sentivo, poi, all’altezza di scrivere un vero saggio. Scelsi perciò un tono scorrevole, semplice, cercando un ritmo che non facesse annoiare il lettore.

Non sono uno scrittore e non ho cultura accademica, ho lacune che considero importanti, me la cavo con la sensibilità, l’orecchio, qualche guizzo, un lavoro fatto sulla scrittura “a togliere”, che mi preservi dal terrore di scadere nel racconto da liceale, quello dello scrittore incompreso, quello di chi vuole per forza pubblicare delle cose inutili per togliersi una soddisfazione personale.

Ammiro chi scrive, anche solo per proprio diletto, nessuno mi fraintenda. Credo che concepire un’opera scritta e portarla a termine sia un lavoro difficile, che chiede perseveranza, voglia di mettersi in gioco, capacità progettuale, anche quando si risolve in un mezzo disastro che sarà letto da parenti e amici e commentato con pietosi buffetti d’approvazione che celano  scuotimenti di capo.

Alla fine, entrare in libreria e vedere una pila da venti copie di una cosa che hai scritto tu fa impressione. E fa piacere, eccome. Un piacere che si ripete ogni volta, quando capito mi affaccio e sbircio se c’è ancora. Quando lo vedo sorrido. Un paio di volte ho tentato un goffo approccio con i librai, dicendo tutto d’un fiato questo l’ho scritto io. Ripenso sempre agli Stranglers che, racconta la leggenda, sfasciarono un negozio perché non vendeva i loro dischi. Esagerati…

L’economia del prima e quella del dopo

Ho un grande rispetto per gli economisti, ma mi spaventa il loro ragionare per aggregati, che poi, se li guardi con la lente d’ingrandimento, sono persone.
Perciò mi atterrisce chi pontifica dall’alto di certezze che possono non valere per una persona singola, nel piccolo di qualche piega trascurata dal tratteggiamento dello scenario prossimo venturo, che non sempre si rivela corretto, non foss’altro che per il fatto che c’è sempre chi prevede una cosa e chi il contrario.

Per questo motivo fatico a farmi un’opinione su quello che è giusto e quello che è sbagliato, per esempio, a proposito della Brexit (sulla quale conosco persone certissime di sapere, non si sa su che basi). O, semplicemente, sulle politiche dell’Unione europea.

Per esempio, sulle conseguenze del lockdown per l’economia.
La più importante è il crollo dei consumi, che ci ha riportato a una piccola forma d’austerità che ricorda le abitudini di cinquant’anni fa: poche spese voluttuarie, zero capricci, vita casalinga morigeratissima, niente benzina, niente bar, niente ristorante, basta con lo shopping compulsivo di mutande e abbigliamento low cost, eccetera.

Chi se n’è stato a casa in smart working non ha perso soldi, chi è stato in cassa integrazione ne ha persi un bel po’, chi ha perso o non ha ritrovato il lavoro stagionale è messo peggio di tutti. Chi ha un negozietto/negozione si è trovato alle prese con i costi fissi che corrono e nessun cliente da soddisfare. Qualcuno s’è arrabattato con le vendite da asporto o per corrispondenza, altri sono rimasti, inerti e impotenti, a guardare il disastro prendere corpo.

Un bel pezzo d’economia ha continuato a lavorare, non proprio come se niente fosse ma quasi. Dalle analisi degli infettivologi si capisce che questo procedere senza sosta può aver creato i presupposti per il contagio, e in effetti la Lombardia sembra confermarlo.

Quello che non è chiaro è: che fine hanno fatto quei soldi che avrebbero dovuto capillarizzarsi, attraverso il pagamento dei salari e la spesa degli stessi, che normalmente s’incanala nell’economia. Tanto alla spesa alimentare, tanto al pagamento dei mutui, delle rate sulla macchina, della retta dell’asilo, delle ristrutturazioni domestiche, degli acquisti voluttuari, della spesa culturale, eccetera?

Lo Stato e gli enti pubblici hanno pagato gli stipendi per intero;
Le imprese che hanno mantenuto i dipendenti al lavoro pure;
Chi ha chiuso è ricorso alla cassa integrazione, e qui c’è un taglio deciso sopportato dai dipendenti, in attesa di conoscere il destino delle imprese;
Chi aveva delle rendite da affitti di immobili e/o di beni strumentali ha visto comunque inalterati i propri guadagni, anche se, probabilmente, avrà fatto fatica a riscuoterli.

Su tutte le categorie si sta abbattendo il ristoro previsto dai vari provvedimenti della decreteide, con alcune differenze fondamentali: chi era in difficoltà prima del lockdown, infatti, rischia di vedersi negate le risorse previste dai decreti.

Quindi, in estrema sintesi, abbiamo due entità generiche che stanno lasciandoci le penne:

  • i cittadini che hanno una retribuzione che non consente di coprire gli impegni mensili, vuoi perché l’hanno persa, vuoi per la misura esigua della cassa integrazione o della disoccupazione, vuoi per i ritardi nei pagamenti dei sussidi previsti; questa è gente che rischia di non mangiare, senza contare i problemi legati a bollette e affitti, non secondari se si pensa, ad esempio, dell’importanza vitale, in un frangente come questo, di disporre di una linea ADSL;
  • Le imprese e i piccoli imprenditori/commercianti la cui situazione sia stata, prima del lockdown, tale da far ritenere a rischio la continuità aziendale. Si tratta di entità economiche piccole o grandi che hanno smesso di guadagnare e che dipendevano disperatamente dalla poca liquidità messa insieme dall’operatività quotidiana, bloccata dal lockdown, che si vedranno negate, da una parte, le risorse necessarie a evitare il fallimento, e richieste, dall’altra, le tasse non pagate, presto anche quelle sospese, senza poter contare sul fatturato che consentiva loro un equilibrio precario.

Attenzione: si tratta di soggetti delle dimensioni più varie. Chiuderanno piccole e medie imprese in difficoltà, ma anche piccole entità che si reggevano in piedi con qualche trovata che ogni tanto gli consentiva di sbarcare il lunario. Le millemila attività che si mantengono organizzando eventi, commerciali e non, che muovono quel poco d’ossigeno necessario a respirare o a pagare chi li ha riforniti di merci, incurante del fatto che il loro magazzino è rimasto sigillato, e continua.

C’è un parallelo, insomma, tra l’azione del virus sugli umani e sull’economia: uccide chi è già debole. Fisicamente, contrattualmente, economicamente. Chi lo ha descritto come un virus comunista ha preso una cantonata (una più una meno…).

Quando si ripartirà molti cittadini avranno messo da parte i soldi che non sono riusciti a spendere: tornerà per un momento l’economia frugale delle generazioni passate, quelle che mettevano da parte i soldi che rappresentano, oggi, il famoso (spero non sopravvalutato) gruzzolo degli italiani.

Torneranno a uscire da casa, desiderosi di recuperare il tempo perduto, e compreranno merci e prenoteranno viaggi, vacanze, e acquisteranno macchine e cose, eccetera.
Questo sarà il “rimbalzo” in cui molti sperano.

Bisogna vedere, però, dove si potranno spendere questi soldi: quanti e quali esercizi saranno in grado di reggere l’impatto della crisi e di sopportare le misure imposte per le riaperture. Le dimensioni dei luoghi di vendita e di esercizio delle varie attività commerciali faranno la differenza, ma ci si troverà con grandi spazi frequentabili da pochi soggetti, i cui costi d’esercizio tenderanno per forza a lievitare, e piccoli spazi incompatibili con le regole, che saranno costretti a chiudere.

In più a fare la differenza saranno i comportamenti originati dal lockdown: una maggiore dimestichezza con l’acquisto on line, oltre che con il lavoro agile e il webinar di natura anche commerciale, altereranno ulteriormente le caratteristiche degli scambi.

Non credo sia necessario essere sociologi o economisti per immaginarsi le conseguenze pesanti sulla gente, come è ben chiaro, e la memoria della guerra ce lo rammenta, che ci sarà chi sulla crisi da Covid ingrasserà di brutto, perché quello che è in circolo, come valore, non si è ancora distrutto, ma soltanto polarizzato.

Ci sono, questo sì, crediti marciti a go-go: c’erano anche prima, ma la situazione li avrà fatti crescere. La decreteide ne trasferirà il peso, in parte, sulle spalle dello Stato, che è come dire, beninteso, che li pagheranno i cittadini, da lì in poi, almeno chi avrà la forza di pagare le tasse.

I debiti di chi chiuderà, pignorato il pignorabile, si dissolveranno in un mare di lacrime.

E saranno quelli, in fondo, a dare la vera misura del disastro.

Rispetto

Ho letto ovunque lamentele e critiche contro il Governo per quello che sta decidendo da due mesi in qua. Legittime, vivaddio.
Resta il fatto che questo Governo ha legiferato su un’emergenza senza precedenti che ha prodotto 30mila morti, un numero imprecisato di ammalati contagiosi e una serie di guasti che hanno costretto a un blocco totale dell’economia di uno dei più grandi Paesi del mondo, la seconda manifattura della UE.
Ha agito, questo Governo, al buio, senza potersi rifare a un precedente spendibile, se non a quello opaco della Cina.
Ha agito prendendo calci dall’opposizione (l’ultimo l’astensione di ieri sul Recovery Fund, dai soliti antitaliani) e dovendo rintuzzare fronti interni che tirano la volata ad altri o fanno discorsi di convenienza politica. Consenso, visibilità, posizionamento tattico in vista del dopo.
Ha agito impegnando la struttura della pubblica amministrazione a più livelli: spostandola in smart working e caricandola di una quantità spaventosa di lavoro da fare man mano che grandinavano i Dpcm e le norme attuative e tutti gli adattamenti regionali e locali.
Ha dovuto decidere sugli spostamenti, sulla vita privata, sull’istruzione, sui rapporti affettivi, sul diritto alla salute, al lavoro, alla retribuzione, alla libera iniziativa imprenditoriale, alla libertà di culto, alla fruizione e alla produzione culturale, all’attività ludica, sportiva, dilettantistica e non.
Ha dovuto impegnare tutte le forze disponibili per vigilare sugli spostamenti e sui comportamenti privati.
Ha fatto tutto questo nel flusso contraddittorio delle informazioni scientifiche e dei dati statistici, ancora oggi frammentari e poco attendibili, se non per il numero costante dei morti.
Alcune categorie di cittadini sono state confinate a casa, altre sono finite in trincea.
Medici e sanitari su tutti, ma anche chi ha lavorato nella GDO e nella vendita di alimentari, e poi gli impiegati pubblici applicati direttamente alle questioni più importanti. Immagino il delirio capitato addosso ai dipendenti dell’INPS. E poi i corrieri, i postini, e chissà quanti altri.
La gente è morta lavorando senza fiatare.
La critica è sacrosanta, ma la lamentela è ingenerosa.
I provvedimenti messi in piedi spostano miliardi e interessano 60 milioni di persone. Nessuno poteva farne di più articolati, precisi e perfetti in così poco tempo e con così poche risorse a disposizione, senza nessuna collaborazione o quasi, contando su un apparato impegnato allo stremo giorno per giorno ed esposto come tutto il resto alla paura del contagio per sé e per i propri cari.
Di questo lavoro va dato atto, e i risultati ottenuti sono di tutto rispetto. Detto questo, c’è chi è morto, chi fallirà, chi perderà il lavoro, chi dovrà tirare la cinghia o impazzire perché non sa a chi dare i resti al lavoro. Vero.
Ma è successo qualcosa che non era mai successo prima, nell’era modernissima che viviamo.
E non si poteva fare finta di niente e fare 300.000 morti anziché 30.000 per evitare a tizio o a caio di lavorare di più o di impazzire dietro ai problemi causati da questa emergenza.
Qualcuno doveva decidere e lo ha fatto.
Merita rispetto.

La cultura dei localini

Ho visto spettacoli meravigliosi in teatrini da venti posti o poco più, e neanche pieni.
Ho visto film indimenticabili in cinemini piccolissimi.
Ho mangiato e bevuto divinamente in localini dove si stava stretti stretti, dai 4 coperti in su. Ho frequentato librerie e negozi di dischi che non ci si entrava per quanta roba c’era, stipata in spazi minimi.
La cultura si consuma in spazi che la contengono, spesso fatti su misura e inventati in contesti destinati ad altro, per contenere i costi al minimo e riuscire a dare spazio a proposte di qualità, magari di nicchia, come si usa dire.
Non perché si debba essere contrari per forza alla massa urlante che affolla le piattaforme dei balli di gruppo, alle adunate oceaniche che ingrassano i bagarini o alla ristorazione su scala esagerata, intendiamoci. E’ che la bellezza spesso si libera in ambienti angusti, riservati, alla portata dei pochi che amano ascoltare, assaggiare, dare una dimensione diversa all’esperienza.
Tutto questo mondo rischia di essere spazzato via dall’emergenza sanitaria in atto.
No teatro, no cinema, no concerti, su qualunque dimensione. No alla ristorazione, di qualunque qualità. Il paradosso è che qualche gestore perennemente squattrinato potrà finalmente accedere all’elemosina di un sussidio, che è sempre più ricco del nessuno stipendio che si porta a casa lavorando in certi settori.
Ma mi chiedo: quando l’emergenza sarà finita, se finirà, cosa rimarrà?
Chi soddisferà il nostro desiderio di arte, di cultura, di gioia dei sensi?
Mi aspetto novità dall’inventiva di chi opera nel settore facendo i salti mortali da sempre. L’emozione non si può confinare su Youtube.
Stanno già nascendo nuove forme, da qualche parte, di sicuro.

La libertà è giovane

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Oggi guardavo un Combat film sulla liberazione di Roma, con molte sequenze a colori. Sono rimasto sorpreso dall’apparente attualità delle immagini. Poi ci ho riflettuto meglio e ho concluso che quello che me le ha fatte sembrare attuali è il ricordo ancora vivo delle immagini (per fortuna di pace) che ho visto da bambino.

E’ bastato un conto semplice: sono nato nel 1962, a 17 anni dalla fine della guerra.
I bambini che ho visto nel filmato erano vestiti come vestivo io, le mie sorelle, i miei compagni di scuola. Vestitucci che sembrano cuciti a mano, magari riattati e passati di figlio in figlio, come si usava allora.

Ho pensato, poi, a quello che accadeva 17 anni fa: era il 2003, pare ieri.
C’era già stato l’11 settembre, Genova e tutto quanto. Ho ricordi molto vivi di me stesso nel 2003, che è stato un anno per molti versi di svolta personale, che preparava un 2004 in cui succedevano le cose.

Quel filmato, insomma, mi è parso attuale perché era molto vicino alla mia nascita e alla mia infanzia. Mi sono ricordato che a Roma c’erano tracce ancora vive della guerra, anche se molto era stato cancellato dallo sviluppo successivo. Benessere repentino, qualche conquista, magari illusoria. Progresso.

Così mi sono ricordato che la guerra c’è stata l’altro ieri, e che tante persone possono ancora raccontarla per averla vista, anche se il Covid-19 ne ha eliminate un bel po’.

Che quello che si celebra oggi, a dispetto di chi vorrebbe spacciarlo per un anacronismo (come se la nostalgia del fascismo fosse fresca fresca), è più che mai attuale.

La conquista della libertà, per quanto la si dia per scontata, è recente.
E le notizie che arrivano da Paesi vicini, soci, alleati, vedi Ungheria o Turchia, dicono che non è garantita per sempre, se non la si difende.