L’idiota

Alla mia età sono ancora convinto che la bellezza salverà il mondo.
Certe volte, però, gli eventi mi fanno sentire un idiota.

Non mi faccio un’opinione (di proposito) sulla vicenda di Palamara, per esempio. Perché mi fermo prima e cerco di immaginare: sei giovane, studi, ti laurei, sei bravo, che dico bravo, eccellente, diventi un magistrato.


Ecco.

Secondo me essere un magistrato è un punto d’arrivo. Una roba che nobilita la tua famiglia, la tua discendenza. Aiutatemi a dire la trombonata più maiuscola, così ci capiamo.

Non sentire l’enorme responsabilità che deriva dal fatto di essere un magistrato, e, anzi, lanciarsi in un’attività spregiudicata di lobbying e di esercizio puro del potere è qualcosa che non riesco intimamente a comprendere. Perché, appunto, sono un idiota.

Mi succede sempre: non capisco come sia possibile che un uomo investito di un ruolo così importante possa agire a detrimento del ruolo che ricopre.

Per dire, l’uomo che ha dissipato l’enorme ricchezza del Monte dei Paschi di Siena si sarà reso conto di aver distrutto una ricchezza creata nei secoli da generazioni e generazioni di persone che hanno creduto in qualche cosa? Ne sentirà il peso? Ok, non c’è stato un solo responsabile, ma avete capito cosa intendo.

Mi pongo domande ingenue, domande da idiota che manco il povero Lev Nikolayevic Myskin.
Eppure deve esistere ancora l’integrità.
Ne sono convinto.
Esistono uomini, da qualche parte, che sentono la responsabilità del loro ruolo e agiscono per il bene loro e di tutta l’umanità che riescono a raggiungere e influenzare.
Ne sono sicuro, cari signori.
Ma perché mi allacciate le maniche di questo camicione dietro la schiena?
Così non mi posso muovere.
Dov’è che mi portate?

Due anni fa, Centocelle

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Due anni fa, giorno più giorno meno, usciva il mio libro su Centocelle.
Ho riletto dei pezzi, l’altro giorno, e mi sono piaciuti. Strano, perché spesso capita di rileggersi e trovare cose che non vanno. Ogni rilettura porta decine di correzioni, ok, e ne avrei fatte parecchie di sicuro, anche se mi è parso di aver fatto proprio un buon lavoro.

Ho scritto quel libro in un momento particolare e ne ritrovo il suono nella scrittura, che talvolta si abbatte con colpi incessanti, uno dopo l’altro, come un tappeto ritmico, una scarica d’imprecazioni, una piena inarrestabile, un fluire di parole a fiotti, un caleidoscopio di colori che spengono il grigiore, la rabbia e il risentimento. Era un momento difficile, scrivere questo libro è stato liberatorio. Finanche terapeutico.

Poi il manoscritto è partito, era la primavera/estate del 2017, e c’è voluto più di un anno per arrivare alla pubblicazione. Un periodo lunghissimo: non per la ricerca dell’editore, durata pochissimo. Al primo tentativo è andata, Iacobelli mi ha chiamato al volo e mi ha detto che lo avrebbe pubblicato lui.

Ho dovuto aspettare tanto, però, e questo mi ha un po’ allontanato dal libro. Quando siamo arrivati a fare le prime (e uniche) presentazioni ho dovuto rileggere delle parti, avevo dimenticato dei particolari, mi sembravano lontane alcune cose, ne avrei forse eliminate delle altre.

Poi, l’impatto con la gente alla presentazione, e con i commenti di chi aveva letto il libro. Un mix di sensazioni: la nudità, l’inadeguatezza, il fatto di dover sostenere lo sguardo interrogativo degli altri. La sfacciataggine con cui devi presentarti come autore di qualcosa, persona che ha avuto l’ardire di sentirsi all’altezza di scrivere un’opera, un libriccino, una specie di saggio, un ibrido che parla di storia e di storie personali, inventa geometrie e le spaccia per autentiche, si arroga il diritto di farsi voce narrante di una storia popolare che è stata e rimane sangue che scorre, cuore che pulsa, viscere, rabbia.

Il sovrapporsi delle storie personali a quelle del quartiere, in un’asimmetria che mostra la debolezza di chi scrive, che però è invisibile per chi legge, ma chi scrive non lo sa: il senso d’inadeguatezza che ti fa sognare la notte di girare tra la gente vestito dalla cintola in su, terrorizzato dal fatto che gli altri possano notare che sei nudo.

Il libro è andato bene, direi. Recensioni buone. Vendite credo ok, non ho dati aggiornati. Non ho promosso il libro più di tanto: non vivo a Roma e non ho avuto grandi spunti da seguire, l’editore ha organizzato una presentazione, una l’ho fatta in casa, a San Quirico, un’altra ne abbiamo fatta in un circolo di Rifondazione grazie a chi ha pensato di organizzarla. Nel quartiere c’è stata una certa… resistenza, nel senso che il libro non ha trovato promozione nella rete locale di librerie.

Nessuno ha chiesto presentazioni, mi dicono che alcuni le abbiano addirittura rifiutate. Misteri che non m’interessa risolvere. Il libro poteva essere più paludato e rigoroso di così, ma decisi di scriverlo nel modo più leggibile possibile per gli abitanti del quartiere. Avevo voglia di finirlo perché volevo arrivare in fondo e non avevo sottomano tutte le fonti che mi servivano. Non mi sentivo, poi, all’altezza di scrivere un vero saggio. Scelsi perciò un tono scorrevole, semplice, cercando un ritmo che non facesse annoiare il lettore.

Non sono uno scrittore e non ho cultura accademica, ho lacune che considero importanti, me la cavo con la sensibilità, l’orecchio, qualche guizzo, un lavoro fatto sulla scrittura “a togliere”, che mi preservi dal terrore di scadere nel racconto da liceale, quello dello scrittore incompreso, quello di chi vuole per forza pubblicare delle cose inutili per togliersi una soddisfazione personale.

Ammiro chi scrive, anche solo per proprio diletto, nessuno mi fraintenda. Credo che concepire un’opera scritta e portarla a termine sia un lavoro difficile, che chiede perseveranza, voglia di mettersi in gioco, capacità progettuale, anche quando si risolve in un mezzo disastro che sarà letto da parenti e amici e commentato con pietosi buffetti d’approvazione che celano  scuotimenti di capo.

Alla fine, entrare in libreria e vedere una pila da venti copie di una cosa che hai scritto tu fa impressione. E fa piacere, eccome. Un piacere che si ripete ogni volta, quando capito mi affaccio e sbircio se c’è ancora. Quando lo vedo sorrido. Un paio di volte ho tentato un goffo approccio con i librai, dicendo tutto d’un fiato questo l’ho scritto io. Ripenso sempre agli Stranglers che, racconta la leggenda, sfasciarono un negozio perché non vendeva i loro dischi. Esagerati…

L’economia del prima e quella del dopo

Ho un grande rispetto per gli economisti, ma mi spaventa il loro ragionare per aggregati, che poi, se li guardi con la lente d’ingrandimento, sono persone.
Perciò mi atterrisce chi pontifica dall’alto di certezze che possono non valere per una persona singola, nel piccolo di qualche piega trascurata dal tratteggiamento dello scenario prossimo venturo, che non sempre si rivela corretto, non foss’altro che per il fatto che c’è sempre chi prevede una cosa e chi il contrario.

Per questo motivo fatico a farmi un’opinione su quello che è giusto e quello che è sbagliato, per esempio, a proposito della Brexit (sulla quale conosco persone certissime di sapere, non si sa su che basi). O, semplicemente, sulle politiche dell’Unione europea.

Per esempio, sulle conseguenze del lockdown per l’economia.
La più importante è il crollo dei consumi, che ci ha riportato a una piccola forma d’austerità che ricorda le abitudini di cinquant’anni fa: poche spese voluttuarie, zero capricci, vita casalinga morigeratissima, niente benzina, niente bar, niente ristorante, basta con lo shopping compulsivo di mutande e abbigliamento low cost, eccetera.

Chi se n’è stato a casa in smart working non ha perso soldi, chi è stato in cassa integrazione ne ha persi un bel po’, chi ha perso o non ha ritrovato il lavoro stagionale è messo peggio di tutti. Chi ha un negozietto/negozione si è trovato alle prese con i costi fissi che corrono e nessun cliente da soddisfare. Qualcuno s’è arrabattato con le vendite da asporto o per corrispondenza, altri sono rimasti, inerti e impotenti, a guardare il disastro prendere corpo.

Un bel pezzo d’economia ha continuato a lavorare, non proprio come se niente fosse ma quasi. Dalle analisi degli infettivologi si capisce che questo procedere senza sosta può aver creato i presupposti per il contagio, e in effetti la Lombardia sembra confermarlo.

Quello che non è chiaro è: che fine hanno fatto quei soldi che avrebbero dovuto capillarizzarsi, attraverso il pagamento dei salari e la spesa degli stessi, che normalmente s’incanala nell’economia. Tanto alla spesa alimentare, tanto al pagamento dei mutui, delle rate sulla macchina, della retta dell’asilo, delle ristrutturazioni domestiche, degli acquisti voluttuari, della spesa culturale, eccetera?

Lo Stato e gli enti pubblici hanno pagato gli stipendi per intero;
Le imprese che hanno mantenuto i dipendenti al lavoro pure;
Chi ha chiuso è ricorso alla cassa integrazione, e qui c’è un taglio deciso sopportato dai dipendenti, in attesa di conoscere il destino delle imprese;
Chi aveva delle rendite da affitti di immobili e/o di beni strumentali ha visto comunque inalterati i propri guadagni, anche se, probabilmente, avrà fatto fatica a riscuoterli.

Su tutte le categorie si sta abbattendo il ristoro previsto dai vari provvedimenti della decreteide, con alcune differenze fondamentali: chi era in difficoltà prima del lockdown, infatti, rischia di vedersi negate le risorse previste dai decreti.

Quindi, in estrema sintesi, abbiamo due entità generiche che stanno lasciandoci le penne:

  • i cittadini che hanno una retribuzione che non consente di coprire gli impegni mensili, vuoi perché l’hanno persa, vuoi per la misura esigua della cassa integrazione o della disoccupazione, vuoi per i ritardi nei pagamenti dei sussidi previsti; questa è gente che rischia di non mangiare, senza contare i problemi legati a bollette e affitti, non secondari se si pensa, ad esempio, dell’importanza vitale, in un frangente come questo, di disporre di una linea ADSL;
  • Le imprese e i piccoli imprenditori/commercianti la cui situazione sia stata, prima del lockdown, tale da far ritenere a rischio la continuità aziendale. Si tratta di entità economiche piccole o grandi che hanno smesso di guadagnare e che dipendevano disperatamente dalla poca liquidità messa insieme dall’operatività quotidiana, bloccata dal lockdown, che si vedranno negate, da una parte, le risorse necessarie a evitare il fallimento, e richieste, dall’altra, le tasse non pagate, presto anche quelle sospese, senza poter contare sul fatturato che consentiva loro un equilibrio precario.

Attenzione: si tratta di soggetti delle dimensioni più varie. Chiuderanno piccole e medie imprese in difficoltà, ma anche piccole entità che si reggevano in piedi con qualche trovata che ogni tanto gli consentiva di sbarcare il lunario. Le millemila attività che si mantengono organizzando eventi, commerciali e non, che muovono quel poco d’ossigeno necessario a respirare o a pagare chi li ha riforniti di merci, incurante del fatto che il loro magazzino è rimasto sigillato, e continua.

C’è un parallelo, insomma, tra l’azione del virus sugli umani e sull’economia: uccide chi è già debole. Fisicamente, contrattualmente, economicamente. Chi lo ha descritto come un virus comunista ha preso una cantonata (una più una meno…).

Quando si ripartirà molti cittadini avranno messo da parte i soldi che non sono riusciti a spendere: tornerà per un momento l’economia frugale delle generazioni passate, quelle che mettevano da parte i soldi che rappresentano, oggi, il famoso (spero non sopravvalutato) gruzzolo degli italiani.

Torneranno a uscire da casa, desiderosi di recuperare il tempo perduto, e compreranno merci e prenoteranno viaggi, vacanze, e acquisteranno macchine e cose, eccetera.
Questo sarà il “rimbalzo” in cui molti sperano.

Bisogna vedere, però, dove si potranno spendere questi soldi: quanti e quali esercizi saranno in grado di reggere l’impatto della crisi e di sopportare le misure imposte per le riaperture. Le dimensioni dei luoghi di vendita e di esercizio delle varie attività commerciali faranno la differenza, ma ci si troverà con grandi spazi frequentabili da pochi soggetti, i cui costi d’esercizio tenderanno per forza a lievitare, e piccoli spazi incompatibili con le regole, che saranno costretti a chiudere.

In più a fare la differenza saranno i comportamenti originati dal lockdown: una maggiore dimestichezza con l’acquisto on line, oltre che con il lavoro agile e il webinar di natura anche commerciale, altereranno ulteriormente le caratteristiche degli scambi.

Non credo sia necessario essere sociologi o economisti per immaginarsi le conseguenze pesanti sulla gente, come è ben chiaro, e la memoria della guerra ce lo rammenta, che ci sarà chi sulla crisi da Covid ingrasserà di brutto, perché quello che è in circolo, come valore, non si è ancora distrutto, ma soltanto polarizzato.

Ci sono, questo sì, crediti marciti a go-go: c’erano anche prima, ma la situazione li avrà fatti crescere. La decreteide ne trasferirà il peso, in parte, sulle spalle dello Stato, che è come dire, beninteso, che li pagheranno i cittadini, da lì in poi, almeno chi avrà la forza di pagare le tasse.

I debiti di chi chiuderà, pignorato il pignorabile, si dissolveranno in un mare di lacrime.

E saranno quelli, in fondo, a dare la vera misura del disastro.

Rispetto

Ho letto ovunque lamentele e critiche contro il Governo per quello che sta decidendo da due mesi in qua. Legittime, vivaddio.
Resta il fatto che questo Governo ha legiferato su un’emergenza senza precedenti che ha prodotto 30mila morti, un numero imprecisato di ammalati contagiosi e una serie di guasti che hanno costretto a un blocco totale dell’economia di uno dei più grandi Paesi del mondo, la seconda manifattura della UE.
Ha agito, questo Governo, al buio, senza potersi rifare a un precedente spendibile, se non a quello opaco della Cina.
Ha agito prendendo calci dall’opposizione (l’ultimo l’astensione di ieri sul Recovery Fund, dai soliti antitaliani) e dovendo rintuzzare fronti interni che tirano la volata ad altri o fanno discorsi di convenienza politica. Consenso, visibilità, posizionamento tattico in vista del dopo.
Ha agito impegnando la struttura della pubblica amministrazione a più livelli: spostandola in smart working e caricandola di una quantità spaventosa di lavoro da fare man mano che grandinavano i Dpcm e le norme attuative e tutti gli adattamenti regionali e locali.
Ha dovuto decidere sugli spostamenti, sulla vita privata, sull’istruzione, sui rapporti affettivi, sul diritto alla salute, al lavoro, alla retribuzione, alla libera iniziativa imprenditoriale, alla libertà di culto, alla fruizione e alla produzione culturale, all’attività ludica, sportiva, dilettantistica e non.
Ha dovuto impegnare tutte le forze disponibili per vigilare sugli spostamenti e sui comportamenti privati.
Ha fatto tutto questo nel flusso contraddittorio delle informazioni scientifiche e dei dati statistici, ancora oggi frammentari e poco attendibili, se non per il numero costante dei morti.
Alcune categorie di cittadini sono state confinate a casa, altre sono finite in trincea.
Medici e sanitari su tutti, ma anche chi ha lavorato nella GDO e nella vendita di alimentari, e poi gli impiegati pubblici applicati direttamente alle questioni più importanti. Immagino il delirio capitato addosso ai dipendenti dell’INPS. E poi i corrieri, i postini, e chissà quanti altri.
La gente è morta lavorando senza fiatare.
La critica è sacrosanta, ma la lamentela è ingenerosa.
I provvedimenti messi in piedi spostano miliardi e interessano 60 milioni di persone. Nessuno poteva farne di più articolati, precisi e perfetti in così poco tempo e con così poche risorse a disposizione, senza nessuna collaborazione o quasi, contando su un apparato impegnato allo stremo giorno per giorno ed esposto come tutto il resto alla paura del contagio per sé e per i propri cari.
Di questo lavoro va dato atto, e i risultati ottenuti sono di tutto rispetto. Detto questo, c’è chi è morto, chi fallirà, chi perderà il lavoro, chi dovrà tirare la cinghia o impazzire perché non sa a chi dare i resti al lavoro. Vero.
Ma è successo qualcosa che non era mai successo prima, nell’era modernissima che viviamo.
E non si poteva fare finta di niente e fare 300.000 morti anziché 30.000 per evitare a tizio o a caio di lavorare di più o di impazzire dietro ai problemi causati da questa emergenza.
Qualcuno doveva decidere e lo ha fatto.
Merita rispetto.

La cultura dei localini

Ho visto spettacoli meravigliosi in teatrini da venti posti o poco più, e neanche pieni.
Ho visto film indimenticabili in cinemini piccolissimi.
Ho mangiato e bevuto divinamente in localini dove si stava stretti stretti, dai 4 coperti in su. Ho frequentato librerie e negozi di dischi che non ci si entrava per quanta roba c’era, stipata in spazi minimi.
La cultura si consuma in spazi che la contengono, spesso fatti su misura e inventati in contesti destinati ad altro, per contenere i costi al minimo e riuscire a dare spazio a proposte di qualità, magari di nicchia, come si usa dire.
Non perché si debba essere contrari per forza alla massa urlante che affolla le piattaforme dei balli di gruppo, alle adunate oceaniche che ingrassano i bagarini o alla ristorazione su scala esagerata, intendiamoci. E’ che la bellezza spesso si libera in ambienti angusti, riservati, alla portata dei pochi che amano ascoltare, assaggiare, dare una dimensione diversa all’esperienza.
Tutto questo mondo rischia di essere spazzato via dall’emergenza sanitaria in atto.
No teatro, no cinema, no concerti, su qualunque dimensione. No alla ristorazione, di qualunque qualità. Il paradosso è che qualche gestore perennemente squattrinato potrà finalmente accedere all’elemosina di un sussidio, che è sempre più ricco del nessuno stipendio che si porta a casa lavorando in certi settori.
Ma mi chiedo: quando l’emergenza sarà finita, se finirà, cosa rimarrà?
Chi soddisferà il nostro desiderio di arte, di cultura, di gioia dei sensi?
Mi aspetto novità dall’inventiva di chi opera nel settore facendo i salti mortali da sempre. L’emozione non si può confinare su Youtube.
Stanno già nascendo nuove forme, da qualche parte, di sicuro.

La libertà è giovane

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Oggi guardavo un Combat film sulla liberazione di Roma, con molte sequenze a colori. Sono rimasto sorpreso dall’apparente attualità delle immagini. Poi ci ho riflettuto meglio e ho concluso che quello che me le ha fatte sembrare attuali è il ricordo ancora vivo delle immagini (per fortuna di pace) che ho visto da bambino.

E’ bastato un conto semplice: sono nato nel 1962, a 17 anni dalla fine della guerra.
I bambini che ho visto nel filmato erano vestiti come vestivo io, le mie sorelle, i miei compagni di scuola. Vestitucci che sembrano cuciti a mano, magari riattati e passati di figlio in figlio, come si usava allora.

Ho pensato, poi, a quello che accadeva 17 anni fa: era il 2003, pare ieri.
C’era già stato l’11 settembre, Genova e tutto quanto. Ho ricordi molto vivi di me stesso nel 2003, che è stato un anno per molti versi di svolta personale, che preparava un 2004 in cui succedevano le cose.

Quel filmato, insomma, mi è parso attuale perché era molto vicino alla mia nascita e alla mia infanzia. Mi sono ricordato che a Roma c’erano tracce ancora vive della guerra, anche se molto era stato cancellato dallo sviluppo successivo. Benessere repentino, qualche conquista, magari illusoria. Progresso.

Così mi sono ricordato che la guerra c’è stata l’altro ieri, e che tante persone possono ancora raccontarla per averla vista, anche se il Covid-19 ne ha eliminate un bel po’.

Che quello che si celebra oggi, a dispetto di chi vorrebbe spacciarlo per un anacronismo (come se la nostalgia del fascismo fosse fresca fresca), è più che mai attuale.

La conquista della libertà, per quanto la si dia per scontata, è recente.
E le notizie che arrivano da Paesi vicini, soci, alleati, vedi Ungheria o Turchia, dicono che non è garantita per sempre, se non la si difende.

Coppa Atac/Cobram, prima edizione

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Si parla di forte contingentamento sui mezzi di trasporto pubblici: a Roma, per esempio, sarebbero solo 20 i posti utilizzabili sul bus. Ora, chi si è spostato per Roma sa che i trasporti pubblici su gomma spesso riservano attese disperatissime che si risolvono nell’assalto alla diligenza, che nell’ora di punta anche sulla metropolitana è la norma.

Il fatto che l’utilizzo dei mezzi si limiti al 40% esaspererà questi problemi, mentre l’ovvio uso alternativo di mezzi di trasporto propri farà esplodere la carenza cronica di parcheggi, che di norma si risolve, in parte, con sosta selvaggia e macchine sui marciapiede, sulle strisce pedonali, sui varchi per disabili, doppie e triple file eccetera eccetera. Faranno festa i parcheggiatori abusivi, mentre per i cittadini arriverebbe un forte incentivo all’uso della bici, con corsie riservate disegnate con i new jersey.

Immagino l’esercito di anziani che utilizza normalmente i bus che arrancano per i sette colli e le vecchiette che vanno al cimitero scattando sui pedali e tenendo i mazzi di fiori in bocca. Le vecchiette-Moser che si gireranno arrabbiate per invitare le vecchiette-Saronni a non sfruttare sempre la scia e a prendere il vento in faccia pure un po’ loro…

Di buono c’è che la Coppa Cobram vedrà una nutrita e finalmente tonica partecipazione.

Fase x – appunti su cose da fare quando finiranno gli arresti domiciliari

  • Andare al mercato ortofrutticolo, comprare delle olive greche e mangiarle passeggiando al sole, sputando gli ossi più lontano possibile. Meglio se il mercato si trova in Grecia. Meglio se a Kerkyra.
  • Trovare un ristorante in riva al mare, di quelli che hanno la veranda vista mare o, alla peggio, di quelli con le vetrate, ma sempre vista mare. Mangiare una fritturina,  bere un bicchiere di vermentino o una birra bella fresca. Posti che visualizzo a occhio: Procchio, Panarea, Porto Santo Stefano, Sirolo, Muggia, Assos, San Vito lo Capo, Castlecove beach, Solanas. Non vincolanti (va bene pure Anzio). Varianti gastronomiche: prawn saganaki, seafood chowder.
  • Staccare da tutti i dispositivi connessi, ma prima organizzare un raduno tutti contro tutti nei posti più spaziosi possibili, dappertutto. Lì ci si tocca, o se non si può si mima il contatto fisico. Senza conoscersi. E si fa un picnic planetario. Woodstock, ma che si canta noi.
  • Guidare senza meta andando in una direzione generica. Tipo: verso il sole, se non c’è. L’ho fatto un paio di volte e il sole l’ho trovato a Genova, la prima volta, e a Castelluccio di Norcia, la seconda, sempre partendo da Siena, che non si dica che sono uno che si arrende.

Realtà e finzione

Ho un doppio problema con la rappresentazione della realtà. Guardavo, giorni fa, il film che racconta la storia di una finale epocale tra i due campioni a Wimbledon e, per quanto il film non fosse brutto, trovavo assurdo guardare due attori che facevano finta di giocare a tennis come due campioni, con inquadrature sghembe e smozzicate che sono servite a far finta che si trattasse di gioco vero.

Non sono mai stato un appassionato di tennis ma li ho visti giocare, e niente vale a raccontare quella storia come le immagini vere. Per narrare due retroscena sulla vita di Bjorn (il film è Borgcentrico di brutto, essendo prodotto perlopiù svedese) si perde tutto il bello del gioco, che era esaltante. Un documentario avrebbe fatto molto meglio, invece di filtrare la realtà ci saremmo abbeverati alla fonte.

L’altro problema, al contrario, ce l’ho quando guardo film o serie che si sviluppano pretendendo siano sostenibili situazioni palesemente scollate dalla realtà. Odio certi temi abborracciati e certe incoerenze, ma poi mi ricordo che si tratta di film e che non devono per forza raccontare storie vere o verosimili. Per quelle c’è, appunto, la realtà. Il film potrebbe raccontare il sogno, o l’incubo, di chi lo ha scritto, che lo vive in proprio o lo fa vivere a dei personaggi, magari sognando di fare cose, o spaventandosi, o immaginando, creando, sentendosi dio

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Vegetariano a chi?

piatti yogaHo sempre pensato che lo spezzatino di cinghiale si potesse digerire anche con un vairasana, e che per smaltire una sbornia un buon metodo poteva essere uno shavasana lungo mezza giornata. Col tempo, poi, uno impara a contenere gli eccessi alimentari, o almeno a comportarsi in modo da convivere con i sensi di colpa crapuloni.

Per chi è in cerca di strategie alternative al maiale, però, ci sono i deliziosi libri dell’Ippocampo, collana Pret à cuisiner, bellissimi da vedere, ricchi di fotografie e con un prezzone economicissimo.

Le ricette sono golose, se riuscite a concepire di mettere in tavola roba vegetariana. Capisco che la prospettiva vi spaventi, ma ci sono momenti in cui una bella insalatona sgrassante s’impone.

Tipo, la sera del pranzo della sporcellata, in cui avete ingurgitato sette portate di origine suina, o il giorno dopo un banchetto nuziale, oppure alla fine delle feste natalizie, o, peggio, nella terribile settimana di preparazione alle analisi del sangue, quando tentate di barare sul colesterolo.

Scoprire le virtù del cibo vegetariano, magari accoppiato, come nel libro dei piatti yoga, alle singole posizioni, vi aprirà nuovi mondi: ricette per colazione, pranzo, cena, dessert, condimenti e salse, aperitivi, feste. Da leccarsi i baffi. Poi si può sempre aprire il frigo, nottetempo, in cerca di quel prosciuttino che si affetta pure da Vald’o…