La macchia umana

31O5jVqzHELLa ragazza sorrise e disse: – Domenica scorsa Prince è uscito e ha fatto qualche volo. Tutti gli uccelli che abbiamo non sono capaci di volare. Prince è l’unico capace di volare. Piuttosto veloce.
– Oh, lo so – disse Faunia.
– Stavo buttando via dell’acqua, e lui ha infilato la porta ed è volato sugli alberi. In pochi minuti sono arrivate tre o quattro cornacchie. L’hanno circondato. E parevano impazzite. Lo tormentavano. Lo beccavano sul dorso. Strillavano. Lo sbatacchiavano di qua e di là. Sono arrivate in pochi minuti. Prince non ha la voce giusta. Non conosce il linguaggio delle cornacchie. Non lo vogliono, là fuori. Alla fine è venuto da me, perché ero là. L’avrebbero ucciso.
– E’ quello che succede quando crescono in cattività, – disse Faunia. – Ha passato tutta la vita con gente come noi, e questo è il risultato. La macchia umana, – disse, ma senza ripugnanza, né disprezzo, né disapprovazione. E senza tristezza. E’ così.

Questo è tutto ciò che Faunia, nel suo tono freddo e distaccato, stava dicendo alla ragazza che nutriva il serpente: noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la disobbedienza. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione.

E’ in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno.
La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione.

Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo.
La fantasia della purezza è terrificante. E’ folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità? Della macchia Faunia diceva solo che era inevitabile. Questo, ovviamente, era il suo punto di vista: siamo creature irrimediabilmente macchiate. Rassegnata all’orribile, elementare imperfezione.

Philip Roth, La macchia umana

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Sconosciuti (la loro personale ricerca della felicità)

Questo programma di Rai3 mi manca talmente che, nella speranza che ne riprendano la programmazione, ne replico io una puntata: la storia di Aurelio, Ermelinda, Cono e Armida, e dei loro tormentati amori. Una storia a lieto fine, a tasso fisso e in comode rate trimestrali. Pubblicata tre anni fa…

Aurelio e Ermelinda s’incontrano in circostanze inconsuete: lei lavora al Banco di San Cataldo e fa la cassiera. Lui si presenta allo sportello con in testa un passamontagna e una pistola spianata, in un giorno d’estate talmente caldo che le cicale non ce la fanno a cantare. Continua a leggere

Lode della cattiva considerazione di sé

La poiana non ha nulla da rimproverarsi.
Gli scrupoli sono estranei alla pantera nera.
I piranha non dubitano della bontà
delle proprie azioni.
Il serpente a sonagli si accetta senza riserve.

Uno sciacallo autocritico non esiste.
La locusta, l’alligatore, la trichina e il tafano
vivono come vivono e ne sono contenti.

Il cuore dell’orca pesa cento chili
ma sotto un altro aspetto è leggero.

Non c’è nulla di più animale
della coscienza pulita
sul terzo pianeta del Sole.

(Wislawa Szymborska)

Do you speak Amore? (Autobiografia torrenziale di un cuore gioioso)

maxresdefault.jpgDiventa ciò che sei e vedrai che si ribalterà anche a te la Vita. Prenditi il tempo di continuare a sognare. Chiedi e ti sarà dato, l’ha detto Matteo!
(Martina Frullanti – Do you speak Amore?)

Ho conosciuto Martina Frullanti nel cuore di Vald’O, locale eretico di San Quirico d’Orcia dove si coniuga la cultura con le delizie del territorio. Era una sera in cui faceva fresco, benché fosse ancora estate. Forse era lei a spostare l’aria con la sua spumeggiante vitalità.

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Imparare le lingue, o come arrampicarsi su un piano inclinato insaponato mentre ti pigliano a secchiate d’acqua addosso

Una scena pietosa, tipo i fil rouge di Giochi senza frontiere: un poveraccio che risale un piano che diventa sempre più inclinato, mentre dei mostri lo irrorano di acqua insaponata.

Amici che avete imparato bene una lingua straniera, che problemi avete? Siete dei mostri d’intelligenza? Avete fatto il patto col diavolo? Avete un dispositivo nel cranio che a me manca?

Ogni volta che mi riavvicino all’inglese parto pensando di saperne abbastanza e mi scopro ignorante come un sampietrino. Like a cobblestone, dice qua il traduttore.

Eppure non sono digiuno, leggo con una certa facilità l’inglese e il francese ma quando vado a cimentarmi con test, esercizi di grammatica e cose così faccio sempre degli errori stupidi e mi rendo conto di rimanere sempre a metà del guado, di non fare mai quell’ultimo passetto che ti fa dire, mbeh, oh, allora.

Non so come avete fatto o come fate, ma è frustrante: conversare in francese o in inglese sbracciandosi e parlando come un italiano che fa il turista in qualche posto fa sentire ridicoli. Molto meglio lo scritto, ché grazie a internet si riesce a verificare meglio. Ma io non mollo, stavolta mi faccio pure un corso, parlerò inglese meglio di Roy Hodgson.

The book is on the table. Questa la so…

Baricco e il cambio di paradigma: rivoluzione tecnologica e/o rivoluzione mentale?

Il-grande-Lebowski-5The Game, il libro di Baricco, va letto perché stimola ragionamenti a centinaia. A prescindere dalle teorie dello scrittore/saggista/performer/paraculo. (Ne abbiamo già parlato qua, a proposito di quello che Baricco non ha detto)

(Va detto per inciso che chiunque scriva su Baricco in contesti a elevato contenuto culturale, sia sui giornali che sul web, si sente tenuto a premettere che Baricco fa cagare, ma. Ecco, io, modestamente, non lo dirò. Non leggo Baricco, ci ho provato qualche tempo fa e non è il mio genere, ma gli argomenti che tratta in The Game sono interessanti, mi sono letto il libro e mi sono segnato un sacco di appunti sui quali ora comincio a tornare.
Quello che fa cagare più di Baricco, nel caso, è lo stupido conformismo che ci spinge a dire che Baricco non ci piace ma. Non sia mai ci confondessero con quella paccottiglia. E’ un po’ anche il caso della volpe e l’uva. Ok, andiamo avanti). Continua a leggere

Epica springsteeniana: Johnny 99

 

 

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Un paio d’anni dopo il successo del suo American Graffiti, il doppio album The River che vedeva un Boss scintillante, alle prese con rock’n roll mozzafiato, balli e risate, ma anche con qualche pennellata malinconica e oscura, Bruce Springsteen se ne esce con un disco registrato nel salotto di casa, armonica e chitarra acustica, e una copertina, cupa, in bianco e nero, che sembra raccontare un inverno di desolazione e angoscia.

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Il Piave mormorava

I cent’anni dalla Vittoria hanno sollevato un’onda di stracche polemiche, dovute più alla preoccupazione per la ridicola retorica patriottarda (Salvini che lecca il tricolore dopo essercisi nettato il culo, perdonate l’immagine orrenda ma è questo) che si sta alimentando da qualche tempo in qua, che dalla reale consistenza della ricorrenza da festeggiare.

In tutte le case italiane c’è un antenato o un parente caduto nella prima guerra mondiale, o, nei casi più fortunati, un nonno ritornato con un diploma e una medaglia, una pensioncina e l’attributo prestigioso di Cavaliere di Vittorio Veneto.

La canzone del Piave ce l’hanno cantata e ce l’hanno fatta cantare e la divisa ce l’hanno raccontata sempre in positivo, ma sappiamo tutti che la Grande Guerra fu la più assurda e spaventosamente grande carneficina messa in piedi dagli esseri umani e che 600.000 italiani, e diversi milioni di altre nazionalità, sono stati sacrificati in modo crudele e insensato, fronteggiandosi per anni stando rattrappiti dentro a una buca, spesso a tiro di voce col nemico, costretti a rimanere in trincea accanto a compagni morti, tra freddo, neve, ghiaccio, fango, sangue, merda, follia, gas, bombe, cariche suicide.

Tutte cose che erano presenti, ben edulcorate, nei nostri libri di lettura, esaltate già nei sussidiari fascisti distribuiti ai nostri genitori, quelli che hanno frequentato la scuola negli anni ’30. Ho letto quello di mia madre più volte. Disgustoso. Fa rabbia l’esaltazione della guerra, la lirica delle armi, l’elogio dell’eroismo di chi non aveva scelta, se non quella di morire combattendo. Il tutto per formare generazioni di morituri da mandare al macello.

Non approfondisco oltre l’argomento perché non ne so abbastanza, ma posso ricordare quello che ho visto con i miei occhi, visitando musei e capitando occasionalmente in qualche sito della Grande Guerra, oppure leggendo nelle piazze italiane le targhe dedicate ai caduti locali. Inutile dire che quelli del 15/18 sono numerosissimi.

Io mi ci fermo a fantasticare, leggo i nomi e imparo i legami tra i cognomi e i singoli paesi, è una cosa che ho sempre fatto, una specie di mania. Ne ho letti a migliaia, quanto basta per sapere che l’unica vittoria di cui si può celebrare il centenario è la fine di un’assurda carneficina.

Rimpiango di aver perso mio nonno prima che nascesse in me la curiosità di saperne di più su quello che accadeva in mezzo a quelle trincee: di lui sotto le armi ho visto solo un paio di foto e ho letto lo stato di servizio. Nessun racconto di prima mano.

Di quella guerra ho letto e visto troppo poco, ma quel poco mi è bastato. Non c’è niente da festeggiare, ma l’omaggio alle vittime resta doveroso: un’intera generazione di ragazzi europei cancellata. Prima dell’orrore del nazismo, che senza l’antefatto della Grande Guerra non sarebbe, forse, stato possibile.

Farewell, Johnny Miner. O la fine dei minatori

IMGP1622-cOgni volta che si capita sull’Amiata ci si imbatte in memorie della miniera, che siano foto, musei, racconti, echi di lotte sindacali, fotografie in bianco e nero che mostrano sempre volti segnati da una fatica infinita.

I minatori di tutto il mondo hanno scritto la storia delle lotte per il lavoro con il proprio sangue, e le testimonianze di questi patimenti hanno fatto anche, in parte, la storia di una certa cultura: basta pensare a due canzoni che ne celebrano il valore e ne piangono il destino di gente sfruttata fino alla consunzione e poi gettata via, quando non più in grado di lavorare o quando la miniera sia diventata non più sfruttabile, obsoleta, antieconomica, non concorrenziale.

La prima è Which side are you on, scritta da Florence Reece, americana del Tennessee, moglie e figlia di minatori, che scrive il suo inno immortale dopo aver subito le angherie dei sicari della compagnia che tentavano di uccidere il marito, attivista sindacale. Della canzone esistono tante versioni, le più importanti cantate da Pete Seeger e, con testo riadattato per cantarla durante le lotte furiose contro la chiusura delle miniere operata dalla Thatcher, da Billy Bragg.

 

 

 

L’altra canzone struggente e immortale è Farewell, Johnny Miner, scritta da Ed Pickford e cantata da innumerevoli altri. Io la conobbi nella versione dei Mekons, risalente sempre al periodo Thatcheriano. Una canta di lotte e di crumiri, l’altra di corpi consumati dalla fatica, di polmoni neri e di gente rottamata dall’oggi al domani. Storie comuni ai minatori di tutto il mondo, dal Cile alla Siberia, al Belgio, alla Gran Bretagna, all’Italia.

 

 

Fatica, malattia, morte, disperazione. Eppure lavorare in miniera significava salario, il che per un contadino era un miraggio: spesso i minatori rimasti fermi si adattavano a fare i braccianti per mantenersi, loro e le loro famiglie. Come fosse un piano B.

In cambio, però, oltre alla fatica bestiale, la stessa che si faceva nei campi, c’era il rischio continuo per la sopravvivenza e la certezza di contrarre malattie professionali che segnavano per sempre.

Lo sguardo dei minatori fotografati in bianco e nero è sempre lo stesso: che sorridano o meno, c’è una luce di stanchezza e di rassegnazione che racconta il dramma di persone prigioniere di una condizione disumana, rispetto alla quale non c’è alternativa.

Mi chiedo se ci sia differenza tra la fine del lavoro in miniera, che ha sconvolto la vita di milioni di persone in Europa spostando il dramma in luoghi dove si smette finanche di percepirlo, e la fine del lavoro tout-court che in questi anni sembra farsi strada, almeno in certe zone del pianeta.

O se, come spesso è accaduto in passato, il destino dei minatori non sia stato un anticipo di futuro, il campanello d’allarme che segnalava un disastro imminente, che ha travolto buona parte degli operai dell’occidente. Quelli che, dicono in tanti, non esistono più.

Speriamo vinca mio nonno

Oggi ricorrono i morti, diceva la barzelletta.
Io ho due nonni da competizione.
Uno amatriciano, ruvido, intelligente, autodidatta, autoritario, spaventosamente colto per essere un contadino.
Pettone, braccione, capelli candidi fittissimi pettinati con i pettinini di una volta, quelli con la doppia fila di denti, credo fossero d’osso o di quel materiale con cui si fanno anche le montature degli occhiali.
Faceva tutto lui a mano, si radeva con un coltellino affilatissimo, lavorava ferro e legno, amava i gatti alla follia, bestemmiava ferocemente ed era un gran solutore di parole incrociate, grafomane, lettore instancabile e appassionato di robe storiche (aveva un pacco di riviste Historia che io leggevo avidamente, mi ricordo l’articolo impressionante sui sicari che vanno a Città del Messico a fare secco Trotzky).
Si trovano sue lettere e poesiole da tutte le parti, ancora adesso. In una Rivoluzione cubana di Fidel Castro c’è un suo appunto stilografico fatto prevedendo i percorsi del nipote: Aleggia (frazione di Amatrice dove risiedeva) Roma Siena.
Chissà che gli passava per la testa quando lo scriveva. Ci annotò sopra un “Fidel Castro ha fatto bene!” tutto ricamato e un sacco di conti, che scriveva da tutte le parti.
Aveva una forza da Hulk e il medico Serva gli diceva di starsene buono e non fare sforzi. Macché. Se n’è andato in un sospiro un giorno di febbraio e il cielo lo salutò con una bufera di neve.
L’altro siciliano, spiritoso, magro come una cartavelina perché mangiava pochissimo, per via di un problema allo stomaco. L’ho frequentato di meno perché a un certo punto ci siamo persi un po’ di vista, ma era sempre molto affettuoso, divertente, pieno di battute e circondato da figli e nuore che gli volevano bene. Aveva traversato il mare, da siciliano di montagna, della provincia di Enna, per venire a guadagnarsi il pane, per lui e per i suoi tanti figli, a Roma. Prima a Monteverde, poi a San Paolo, Via Corinto.
Faceva il netturbino. Il mio nonno amatriciano, invece, era un contadino ma da giovane, finita la guerra, si era fermato a Treviglio, sceso dall’Adamello, e aveva fatto per qualche tempo il maestro elementare, prima di tornare a casa.
Insomma, io me li ricordo tutti e due, ma somiglio molto a quello amatriciano, anche nelle ire funeste. Per fortuna assai più rare delle sue. Gli somiglio di fisico, essendo robusto come lui, ma sono senza capelli come il siculo.
Gli somiglio per la fame di sapere, e qui forse lui mi ha trasmesso direttamente qualche cosa. Dice che poetava a braccio, immagino dopo aver trincato un po’.