Cacca e pipì

“Da decenni, da quando siamo diventati appena più avvertiti, sentiamo dire: bastano cacca e pipì a scatenare l’ilarità. E’ proprio così, e dietro c’è la storia dell’antropologia umana e dei suoi meccanismi essenziali. Cacca e pipì ci fanno ridere: da bambini e, ammettiamolo, anche da grandi. Non solo: le parolacce ci piacciono, spesso ci piacciono molto. E’ proprio perché attivano una forma tutta particolare e irriducibile di sentimental-kitsch: la permanenza in quella condizione infantile (la “fase anale”?) che ci consentiva, con la cacca e con la pipì, di giocare beati. E questo spiega perché amiamo tanto i film “con le parolacce” – ovvero linguisticamente infantili – e alcuni li amano sia nella versione più primitiva che in quella più sofisticata”.

(Luigi Manconi, La musica è leggera, Il Saggiatore)

Il pensiero disumano

Albinati, che rimane uno dei miei scrittori preferiti, ci ha scritto su un libro, per spiegare com’è che venne fuori quella cosa orribile del suo augurio di morte a un bambino qualunque sulla nave Acquarius, per inchiodare Salvini e il Governo alle loro responsabilità. S’intitola Cronistoria di un pensiero infame e spiegherebbe il meccanismo che fa nascere ed esternare cose brutte come questa. Lo leggerò.

Per l’intanto mi viene da riflettere sui brutti pensieri. Succede che vengano alla mente, sia pure in decisa minoranza rispetto a quelli belli. Sono brutti non tanto perché si augurano cose orrende, ma perché configurano scenari terribili, che ci sconvolgono la vita, a noi o a qualcun altro.

Non è (non solo) questione di esternazioni social, dove è evidente che si pensa con le dita, se si pensa, e talvolta manco quello, visto che si può esprimere l’odio o qualunque altro sentimento senza digitare una parola, soltanto cliccando su pulsanti preprogrammati all’uopo. La morte, nel caso, dell’espressione.

Vi capita mai di pensare: adesso muoio? Oppure di pensare a cosa fareste se non ci fosse più una persona cara? Sono scenari oscuri e terribili, ben diversi dal pensiero brutto che si esterna augurando il male a qualcuno, che è una cosa che si fa spesso senza pensare.

Aprendo la bocca e dandogli fiato. I pensieri sono anarchici, vengono quando vogliono e vanno dove vogliono. Sono manifestazioni del nostro carattere, per cui siamo portati a pensare bene o a pensare male, e per male s’intende sia pensare cose brutte che avere un atteggiamento sospettoso, critico, negativo rispetto agli eventi e alle manifestazioni altrui.

Viviamo in una fase in cui si pensa decisamente male. Si sospetta, si denigra, si minaccia. Si esterna tutto il livore possibile senza preoccuparsi di avere ritegno. Si dicono cose enormi, come quella detta da Albinati, anche per paradosso, illudendosi che siano lette nel modo giusto, che se ne decodifichi il significato profondo o quello che verrebbe a rimorchio dell’affermazione grave che crea una rottura fragorosa, uno schiocco, un silenzio imbarazzato.

Curioso che il destinatario degli strali di Albinati abbia fatto dell’esternazione del cattivo pensiero una prassi quotidiana, costruendo il suo successo sulla ripetizione continua di cattiverie spesso gratuite, talvolta nascoste dietro un velo d’ipocrisia. Il tutto per acquisire e mantenere consenso.

Così lo scandalo per le parole di Albinati fa il giro e ce lo ritroviamo che ci colpisce alle spalle, come un boomerang: ci scandalizziamo per un pensiero infame ma avalliamo e sosteniamo e facciamo nostri pensieri infami esternati da altri, solo perché si vestono di colori diversi.

Intanto i pensieri infami si moltiplicano, non quelli profondi di cui parlavamo prima, quelli che sappiamo scacciare. Quelli esternati, da soli o in gruppo, che stanno alimentando l’odio esplicito, quello fuori dai denti, quello che spinge alla violenza verbale e fisica, che divide, che porta al disastro.

Eravamo tanto amati

dimsEcco un libro interessante: 24 interviste a persone notevoli che raccontano trent’anni di deriva dal PCI al PD con tutto quello che c’è in mezzo, e ragionano sul futuro.
Autori ed editore si leggono nella foto.

Alla presentazione del libro a Siena si è parlato di come è successo che si sia perso tutto quel consenso e che non ci sia più tutto quell’amore.

Ho ascoltato le voci accalorate di chi c’era e ha visto e di chi non c’era e si è fatto raccontare i fatti. Io c’ero e non c’ero, nel senso che non mi sono mai occupato di politica e non ho mai avuto una tessera di partito, ma mi ricordo gli eventi salienti e l’impressione che mi hanno fatto.

Hanno ragione quelli che dicono che la catena PCI-PDS-DS-PD, nel tempo, ha perso la capacità di coniugare il presente rimanendo focalizzata su un’idea di futuro, che sarebbe poi l’Utopia. La morte dell’utopia e la riduzione del concreto quotidiano alla mera ricerca del consenso e del potere ha allontanato la gente.

Non che prima il PCI stesse lontano dalla brama di potere: semplicemente, dove governava faceva cose concrete, che si ripercuotevano in positivo sulla gente, alimentando un grande consenso.

A un certo punto si è smesso di pensare in termini di miglioramento della vita delle persone, di cura del bene comune e di tentativo di costruzione di una società più equa.
Lo sforzo maggiore è stato dedicato alla ricerca del potere e del consenso, la lotta tra capitale e lavoro si è conclusa e ha lasciato il posto alla ricerca del compromesso più utile a soddisfare le brame del “padrone”.

Così si è legiferato (da Treu in poi) per costruire un lavoro flessibile che è diventato da subito precario, e si è continuato, nel tempo, da lì al Jobs Act, a intaccare le garanzie conquistate in piazza dai lavoratori.

In trent’anni il mondo è cambiato tante volte: fine della guerra fredda, emersione della Cina come attore internazionale di primo piano, globalizzazione, internet, finanziarizzazione dell’economia, automazione che si mangia il lavoro, flussi migratori, costruzione e ampliamento dell’UE. Queste cose non ce le hanno raccontate in modo che le capissimo, non le hanno, forse, capite fino in fondo neanche loro, si sono trasformate spesso in disastri di fronte ai quali (Genova, ma non solo) non ci è stato nemmeno consentito di protestare.

Si è armata così la mano di chi, oggi, contesta al PD responsabilità enormi sulla situazione attuale, probabilmente superiori a quelle che ha per davvero, certamente da condividere, in buona parte, con tutti quelli che hanno governato in trent’anni.

Di certo, la catena PCI-PDS-DS-PD si è sottratta alla responsabilità di difendere i più deboli, spiegare loro il mondo e battersi perché questi enormi cambiamenti producessero effetti meno negativi e/o più positivi. Non è successo. L’enorme impopolarità attuale si deve a questo, alla questione morale completamente disattesa, all’ingannevole senso di novità, diventato boomerang, rappresentato da Renzi (ancora il Jobs Act, nato per fare la lotta al precariato, che svende il feticcio dell’articolo 18 e raccoglie risultati miserrimi), alla corsa alla difesa di un ceto medio spaventato, cinico e dall’animo conservatore, abbandonando i più deboli al loro destino, all’appropriarsi di azioni e parole della destra sul fronte della sicurezza e della gestione dell’immigrazione. Troppo poco, sull’altro piatto della bilancia, lo sforzo fatto per modernizzare il Paese sul fronte dei diritti, che conta, sì, ma non può bastare.

Vincono le nuove utopie, anche se scombiccherate, le questioni moraliste, più che morali, il partito dell’odio e della paura, che si può battere spegnendo i conflitti e lavorando sulla cultura dell’accoglienza e della legalità. Si sente parlare di questioni tecniche, di congressi, di presidi da mettere sul territorio, di conteggi, di cose che non servono o riguardano il mezzo di trasmissione delle idee.

Il problema è che le idee non ci sono, hanno cessato di esserci perlomeno da trent’anni.

E chi amava ci ha messo, con gli occhi dell’amore, decenni ad accorgersene.
Chi vuole riconquistare amore deve amare: mettere in piedi un pensiero e farne un’azione. Solo questo. Il resto, se il pensiero è giusto, verrà.

Un pomeriggio emozionante

La prima volta avevo presentato il mio libro su Centocelle a San Quirico, nel cuore amico di Vald’O: giocavo in casa, il che non mi aveva impedito di provare una certa emozione, superata facilmente grazie agli amici e all’atmosfera scanzonata che si era creata.

La seconda, invece, è stata in “campo neutro”: la libreria del Touring a Piazza Santi Apostoli a Roma, alle 5 di pomeriggio. Hai detto niente: Roma centro, e già a uno gli tremano le gambe, nel mezzo di un giorno feriale, e qua uno passa giorni e notti a chiedersi se ci sarà qualcuno che troverà il modo di arrivare, superando il traffico, la ZTL, l’orario lavorativo, le enormi distanze cittadine, le buche, la pioggia, l’estate che sta finendo e un anno se ne va.

E’ andata alla grande: è venuta un sacco di gente, e due su tre non li conoscevo. Il mio amico Stefano Ciavatta ha condotto la faccenda da par suo, ché quando si parla di Roma lui è nel suo elemento. Un’oretta e più di ragionamenti su Centocelle e su Roma che hanno alimentato domande, spunti e riflessioni interessantissime: si è guardato più al futuro che al passato, il che è un po’ un marchio di fabbrica di Stefano e uno dei lati che di lui apprezzo di più.

La storia e la memoria sono importanti soprattutto se si usano come chiavi di lettura di un futuro possibile. Roma è quella che è ed è importante raccontare in che modo è diventata così, non per vivere di nostalgia ma per mantenere viva la memoria di una città che sa essere sovversiva e resistente e non è addormentata e passiva come si racconta. O forse non sa di non esserlo, navigando al confine pericoloso tra il fatalismo e il cinismo amorale. O, addirittura, verso un’ignavia omertosa.

Come che sia, abbiamo ragionato di Roma fuori dal cliché da serie TV che contrappone Roma nord a Roma sud: sia perché ci sono l’est e l’ovest e noi ne siamo espressione, sia perché siamo esempi viventi di negazione di luoghi comuni, e sia detto senza presunzione, autoreferenzialità eccetera eccetera.

Solo per dire che siamo diversi da come ci raccontano, noi romani, e che le macchiette sordiane o verdoniane, le narrazioni di periferie dannate e le fiction trucibalde si dimenticano che c’è ancora parecchio altro da dire, e per fortuna riusciamo ancora a dircelo, almeno tra noi.

Mi hanno beccato in castagna con qualche scivolone toscanoide, ma le c e le g resistono e se dico “le mi’ sorelle” non sono tanto distante dal vernacolo. Cfr. espressioni come “er mi’ fio”, mentre in genere si omette l’articolo dicendo mì madre, mi moje, mì fratello, ma il plurale è tiranno. Ar massimo potevo dì ‘e mì sorelle. Che poi è quasi uguale. Adoro la Toscana e mi piace viverci ma mi sento romano al 100% e tale rimango.

Accanto al Museo delle Cere stavano girando qualcosa tipo film o fiction o serie TV o che, era pieno di tizi vestiti bene, furgoni e cose così. Ho finto che fossero lì per me ma non ci ha creduto nessuno. Fatico ancora a trovare il modo di firmare i libri senza scriverci cazzatine banali. Cercherò di concentrarmici un po’. Ora ne organizziamo una a Centocelle e una a Siena. Non prendete impegni.

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Rammendo sbagliato

Lei rammenda col filo sbagliato
un buco che non è di stoffa
curando con le dita
gli orli della veste ferita.
Gli abiti per ogni stagione
coi bordi rossi, verdi
attendono pronti e mesti
i giorni infruttuosi
stazionano dove lei sceglie
le sue combinazioni, gonna
e pantalone, gonna e maglietta
si guarda e le sue spalle
sanguinano nel cotone.
(Edoardo Albinati)

Avanzo di cantiere

La mattina per arrivare alle 7.30 a Porta Cavalleggeri tocca prendere il 152 alle 6, pieno di gente, cambiare a Termini, salire sul 64 fino a San Pietro. Poi a piedi.
Quasi estate, appena finita scuola, ma alle 6 fa fresco.
Bisogna attraversare il colonnato, la piazza del Sant’Uffizio senza esercito, infilarsi dentro Via delle Fornaci a passo di carica, arrivare sotto a quel palazzone alto alto dove si monta il ponteggio.
Una camicia vecchia, un paio di jeans, la carrucola in cima al ponteggio che è ancora basso.
Imparare a fare il nodo alla corda in modo che non si sciolga.
Mandare su con la forza di braccia tubi innocenti, cofane piene di giunti e palanche, chieste a gran voce dal manovale in cima.
Guardare mentre si tira la corda, facendo un passetto indietro per non stare sotto la perpendicolare. Guardare di non finire sotto a una macchina. Guardare che non passi gente sotto al carico sospeso. Guardare in alto, quando sciolgono e rimandano giù. Tenere la corda, che la cofana non cada. A giornata. Facendosi i muscoli.

I pontaroli sono come ragni, non usano le scale per salire, si arrampicano direttamente sui tubi, ci stanno a cavalcioni, usano le mani per battere, stringere, aggiuntare, appoggiare palanche, mettere qualche fermapiede qua e là.

Non c’è controllo, committente è l’oltretevere.

A pranzo la pasta nel tupperware, l’acqua, un goccio di birra.
Viaggiano i boccioni di vino bianco.
Si presenta il più vecchio e fa: lo sai de che odora la fica?
Davanti al sopracciglio alzato aggiunge, non interrogato: sa de concallato! E tutti a ridere.

Il principale strizza gli occhi, fuma la pipa, ha una specie di furgone a tre ruote, grigio topo, vecchio vecchio. Dà la mano molle.

La giornata è un mozzico, finisce alle 5 e mezza. Overtime.
Lo spogliatoio è in terrazza, dove stanno i cassoni e le vasche per lavare.

Il vino ha fatto effetto, c’è il manovale che gira nudo, con le scarpe ai piedi, e canta a mezzanotte sai che io ti penserò. Ride, ha il cazzo un po’ barzotto, si ferma a due metri dalla vasca del lavatoio, ci piscia dentro, dal basso verso l’alto, con un getto a spiovere.

Il muratore siciliano racconta: ieri sera ha caricato un’autostoppista e se l’è scopata sul sedile di dietro della Giulietta. La teneva per i fianchi e zum zum zum.
Tutti ridono. Nessuno ci crede.

Primo giorno di cantiere. A casa alle 7. Le mani che bruciano.
Sembra di essere grandi.

La profezia dell’armadillo

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Zerocalcare mi piace. In tutto e per tutto. Mi piace il tratto, mi piace il linguaggio, mi piace l’ironia, mi piace l’autocritica, mi piace la delicatezza, mi piace. Mi diverte.
Mi racconta cose che mi tornano, che stanno in piedi, che sono sotto gli occhi di chi le vuole vedere.

Stasera ho visto il film di Emanuele Scaringi e mi sono divertito. Carino il film, bravi gli attori, belle le immagini di Roma, belli i dialoghi, bene, bravi, evviva.

Una sola cosa, però, mi ha colpito. Non c’entra niente col film.

La città è Siena, un poco distratta quando si tratta di cinema.
L’orario era pessimo, spettacolo delle 20.20. Ma in sala eravamo quattro.
4. Four. Quatre. Vier. Tessera.

Se fosse entrato Zerocalcare je sarebbe preso un colpo.

Ok, mischiare le piattaforme è rischioso, il pubblico fumettaro non è detto che bazzichi i cinema e il film turbinerà in streaming.
Però eravamo 4. Il film si meritava di più.
Almeno 40, checcazzo.

La troia di Falaise

Nel 1386, a Falaise, in Normandia, ebbe luogo un avvenimento perlomeno insolito.
Una troia (femmina del maiale) di più o meno tre anni, vestita di abiti umani, fu trainata da una giumenta dalla piazza del castello fino al Faubourg de Gulbray, dove era installato un rogo sul campo della fiera.
Lì, davanti a una folla eterogenea, composta dal visconte di Falaise e dalla sua gente, da abitanti della città, da paesani venuti dalle campagne intorno e da una moltitudine di maiali, il carnefice mutilò la troia staccandole il grugno e tagliandole una coscia.
Quindi, dopo averle applicato una sorta di maschera a figura umana, l’appese per le zampe posteriori a una forca di legno preparata specialmente per l’occasione, e la lasciò in quella posizione fino alla morte, che arrivò rapidamente, visti i fiotti di sangue che colavano dalle ferite dell’animale.
Ma lo spettacolo non terminò in quel momento: la giumenta fu richiamata e il cadavere della troia, dopo un ulteriore finto strangolamento, fu attaccato a una carretta e ricominciò il rituale infamante del trascinamento.
Finalmente, dopo diversi giri della piazza, i resti più o meno sparsi del povero animale furono piazzati su un rogo e bruciati. Ignoriamo cosa sia stato delle sue ceneri, ma sappiamo che qualche tempo più tardi, su richiesta del Visconte di Falaise, una grande pittura murale fu eseguita nella chiesa della Santa Trinità per conservare memoria dell’avvenimento.
(Traduzione mia da Une histoire symbolique du Moyen Age occidental – Michel Pastoureau)

Si trattava di un processo a un animale, pratica in uso nel medioevo e oltre, documentata in tutta Europa fino al XVII secolo. L’animale in questione aveva ucciso un bambino, mangiandogli parte del volto e una gamba. Gli veniva inflitto lo stesso trattamento, prima dell’esecuzione vera e propria, che doveva essere d’esempio per gli altri animali, che venivano portati ad assistere all’esecuzione. Si riteneva che l’animale potesse essere responsabile delle proprie azioni, almeno in parte, e che non lo fosse, invece, il proprietario, e si procedeva in una regolare rappresentazione processuale, con la nomina di un difensore che prendeva le parti dell’animale. Sembra una bizzarria, e in gran parte lo è. E’ la testimonianza di un’epoca diversa, di un modo di pensare diverso, e probabilmente di una diversa rappresentazione della giustizia, che proprio attraverso simili processi all’animale ammoniva l’uomo e gli ricordava che di ogni gesto che si compie si porta la responsabilità davanti alla giustizia; nel caso specifico, inoltre, che non bisogna lasciare i bambini senza sorveglianza.

La pizza

Leggevo da qualche parte (Roma vista controvento, Fulvio Abbate, Bompiani, edizione 2018) che la pizza romana non esiste, è un’invenzione e che è meglio, molto meglio al taglio che al piatto.

Secondo me è un po’ vero.

La pizza romana al piatto è sottile sottile e scrocchiarella (non prendo in considerazione ragionamenti sulla sedicente Pinsa perché non la conosco, sia inteso il sedicente con benevolenza).

Avendo beneficiato a lungo e in più periodi della pizza napoletana (alta, morbida, cornicione e tutto il resto) dico che non c’è gara, stiamo parlando di due cose diverse che si somigliano fino a un certo punto. Con la mozzarella, non con la bufala.

Essendo convinto divoratore di pizze focacce schiacce ciacce ovunque e in ogni tempo, però, posso dire che la pizza romana non è cattiva.
E’ solo che non è buona come quella napoletana, ma te la magni de core lo stesso, caro Marchese Fulvio.

Anzi, la settimana prossima quasi quasi, se capita, una pizzetta a Santi Apostoli me la faccio. Tanto qua da me ci sono un paio di pizzaioli napoletani che nel caso me fanno rifà la bocca…
Al taglio la pizza a Roma è sublime. E poi ci sono i supplì che sono da urlo.