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L’universale tifoso

Leggo I was born in Lazio dell’amico Stefano Ciavatta e mi vengono in mente troppe considerazioni da fare, tante che ci scriverò sopra, se la lucidità mi assiste, alcuni post nei prossimi giorni.

La prima è sulla pretesa unicità del tifoso laziale in quanto detentore di un suo preciso e personale modo d’intendere l’amore per la squadra di calcio. Vengono in mente due eccezioni da sollevare: la prima riguarda l’essere tifoso tout-court: chiunque sia affetto dalla malattia del tifo ha un rapporto unico e intimo con la propria squadra, legato all’infanzia e alle modalità con cui ha aderito alla propria tribù tifosa.

I ricordi di stadio, i fotogrammi condivisi con i familiari che allo stadio ci hanno iniziato, i rumori e i colori della partita, le grida, le imprecazioni, l’esultanza, il sostegno, le litigate del lunedì a scuola e tutto il resto fanno parte della memoria di qualunque tifoso. Per quanto si stia da anni sotto il tiro incrociato delle televisioni non c’è modo di scardinare le basi della passione calcistica.

Il modello del tifoso sospeso tra il monomaniaco beota e il bimbominkia che ripete a pappagallo i mantra posticci inventati dal linguaggio fasullo dei telecronisti resta circoscritto a una platea limitata, anche se, per forza di cose, in crescita.

Una crescita che misura, probabilmente, l’allontanamento dallo stadio come luogo in cui si rappresenta l’unica realtà calcistica che conta, con la quale i tifosi si devono per forza confrontare, quella che fornisce ai litiganti in tribuna l’unico metro di paragone attendibile, quello del risultato in campo e della classifica che ne scaturisce, settimana dopo settimana.

La televisione ha costruito negli ultimi tre-quattro lustri il mito di un calcio patinato che è star system, produce quattrini a palate e prescinde, nel suo racconto di un mondo dorato fatto di supereroi, dal risultato, vissuto come un incidente che spesso conferma e talvolta smentisce la favola televisiva.

A questa versione moderna del calcio, abbozzata negli anni ’90 e realizzata nel terzo millennio, resistono alcuni romantici che si ostinano ad affermare che esiste vita oltre lo show e che loro stessi ne sono la prova. Non sono solo laziali. In tutte le squadre c’è una tifoseria divisa tra vecchie e nuove modalità di sostegno, che lotta per non omologarsi alle parole d’ordine della televisione o della tifoseria organizzata, elemento con pretese d’egemonia che sullo stadio preme da ben prima, per mire che spesso hanno poco a che fare con la cosiddetta passione bambina.

Il laziale ha dovuto resistere a spinte fortissime dovute all’appeal della Roma, nella quale militava Totti, uno dei pochi personaggi su cui puntare per il salotto televisivo. Spinte che tendevano a relegare i biancocelesti in un ruolo di secondo piano, rientrati nei ranghi dopo gli exploit della superLazio cragnottiana.

Ha reagito attaccandosi ai ricordi più nitidi e a una storia che è facilmente documentabile e che sancisce il diritto all’esistenza della Lazio e ne certifica a Roma la primogenitura calcistica. I laziali affermano unanimi la propria diversità che consiste nel non riconoscere parole d’ordine, e perciò rivendicano il loro diritto a una conformità non conforme.

In realtà chi segue da vicino i destini della squadra biancoceleste sa che surfando tra stadio, comunicazione verticale e social network si possono facilmente riconoscere alcune profonde divisioni in blocchi di “pensiero”. La più vistosa è quella tra lotitiani e antilotitani, i cui toni restano accesi, nonostante l’abbandono di posizioni oltranziste anti-società da parte degli ultras. L’altra divisione importante, ancorché secondaria rispetto al nodo lotitiano, riguarda le manifestazioni razziste e politicizzate di parte dello stadio. Molti laziali, anche di destra, sono a disagio e non lo nascondono, preoccupati dell’immagine negativa e delle ricadute economiche e sportive del problema.

Gli ultras laziali hanno sempre una grande influenza sul tifoso medio, che non ha abbandonato la visione romantica della curva nord che da ragazzino gli ha fatto riempire diari e lavagne scolastiche di fregi, scritte e attestazioni di stima qualche volta ripetute a pappagallo oltre le proprie convinzioni personali. So di che parlo perché l’ho fatto anch’io, e scrivendo cose di cui oggi mi vergognerei.

L’unicità del tifoso laziale è vera (ovvio) se si considera l’individuo in quanto tale, meno se lo si considera come tifoso perché tende ad assomigliare ad altri e a concentrarsi in gruppi almeno in parte omologati in senso ideologico. Difficile che Lotito possa risultare simpatico a pelle, ma negarne i buoni risultati sembra pretestuoso, ed è strano che un tifoso che rievoca a ogni piè sospinto con nostalgia il tempo in cui si salvava per un soffio di vento dalla retrocessione in serie C rimproveri oggi al suo massimo dirigente la mancanza d’ambizione.

Sono stranezze tipiche dei tifosi che eleggono a beniamini quelli che meglio li rappresentano (“uno di noi”), talvolta a prescindere dal rendimento in campo, promuovendo valori come la grinta e lo spirito battagliero e facendoli coincidere col proprio ideale di attaccamento alla maglia. Spesso la storia ci ha detto, però, come il carattere sanguigno e l’ascendente sui compagni e sui tifosi non fosse indice di professionalità.

La Lazio è stata spesso tradita dai suoi calciatori, gli stessi che i tifosi hanno innalzato su altari dai quali sono poi precipitati con ignominia. Su questo poggiano le basi della resilienza laziale, che si è fatta più solida con le sciagure degli ultimi 40 anni, soprattutto con la morte di Re Cecconi e di Maestrelli.

Il racconto che vuole i laziali sofferenti/soccombenti di fronte a un vicino di casa prepotente è in massima parte frutto di sindrome d’accerchiamento e viene smentito dai fatti: la preponderanza dei romanisti è solo numerica, mentre sul campo si è creata la curiosa dicotomia che vede la Roma sempre piazzata nella competizione principale e la Lazio spesso vincente in quelle secondarie, che però fanno albo d’oro e gioia dei tifosi.

Di contro va smentita l’idea autoreferenziale dei laziali, la cui nobiltà va riaffermata nel quotidiano e non si può mutuare dalle magnifiche gesta dei pedatori antiqui che riempiono le pagine entusiaste dei benemeriti collezionisti di cimeli e disvelatori di memorie di Laziowiki.

Deve essere chiaro che il calcio vive nella quotidianità e che le pagine in bianco e nero non incidono sul risultato, anche se creano senso d’appartenenza e conoscenza delle proprie radici. Sappiamo già che questo non impedisce comportamenti sbagliati da parte della tifoseria, ben poco in linea col dettato dei fondatori, né mitiga le mire ambiziose dei calciatori, come racconta la recente vicenda di Keita, approdato al Monaco, società meno ricca di storia ma più disposta ad assecondarne le mire e l’appetito.

Così ristabiliamo la verità che ci raccontano i fatti: la Lazio è una società antica che sta vivendo da 25 anni a questa parte il suo periodo migliore, a parte l’abbagliante lampo dello scudetto ottenuto nel ’74.

La sua presenza nel calcio italiano è costante, anche nei piani nobili fino al ’60, pur senza vincere quasi niente. Juventus, Inter e Milan sono un’altra cosa, Genoa, Torino e Bologna hanno un’altra storia da raccontare.

Le storie di famiglia, invece, se le raccontano tutti i tifosi, da Nick Hornby in giù, e rappresentano, tutte, l’unicità della visione del tifoso e delle sue emozioni. Che non hanno molto a che fare col modo d’intendere il calcio, in assoluto o nella versione che ci raccontano oggi le ribalte continentali e gli urli dei Caressa e dei Repice.

Il punto, in fondo, è questo: quello che accade sul campo è il fiume della realtà che scorre, quella che ci batte in petto è un’illusione che qualche volta si trasforma in realtà. E non c’è niente di più consolatorio del sogno di riscatto di un tifoso. Di tutti i tifosi.

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L’eterno maiale

WildBoar-Andhrimnir
Andrhrimnir cuoce Sæhrimnir in Eldrhrimnir, la migliore delle carni.
Ma ci sono pochi che sanno cosa gli Einheriar mangiano.
(Edda poetica, trad. Anthony Faulkes)

La cultura mediterranea del cibo è basata decisamente sui prodotti della terra. Quella nordica, invece, si basa interamente sulla carne: cacciagione e prodotti degli animali allevati allo stato brado, il cui principe è il maiale. Le invasioni barbariche ci hanno arruolato nel culto della carnazza e noi ci siamo trovati, tutto sommato, benone, al punto da arrivare a misurare i boschi col numero di maiali allo stato brado che potevano contenere.

Saehrimir è il mito nordico del Grande Maiale, su cui si basa la cultura carnivora del nordeuropa. Un maiale/cinghiale gigantesco, forse proveniente dal mare, secondo l’etimologia della parola, le cui carni potevano sfamare un numero indefinito di persone, perché se ne rigeneravano tante quante se ne mangiavano, quotidianamente. Forse la carne di Saehrimir nutriva, nel Valhalla, gli eroi caduti in combattimento.

I boschi dell’Italia altomedievale saranno parsi ai Longobardi un ambiente di prima qualità dove allevare quanti maiali volevano. Tutta la tradizione di salsicce, pancetta, braciole, prosciutti, salami, porchette, guanciali eccetera affonda le radici nelle carni eterne del Grande Maiale norreno. Anch’io, nelle notti di luna piena ma anche in quelle senza luna, rivolgo delle preghiere al divino suino, e spesso mi sveglio la mattina con l’eco dei suoi grugniti, nelle orecchie. Da lì al panino col ciauscolo il passo è breve.

Lunga vita a Saehrimir, protettore del carnivoro felice.

p.s. Ho idea che i devoti del Grande Maiale non siano classificabili, eventualmente, tra i moccolatori; m’informerò, sull’argomento, col mio amico G., storico e teorico della bestemmia applicata ai casi della vita, ma anche non.

La dieta mediterranea non esiste

Inauguriamo qua una deriva gastronomica che ci porterà non so dove. Parliamo di uno spaventoso luogo comune, l’insieme di buone pratiche e di sane abitudini alimentari che si identifica come dieta mediterranea. Si tratta di una cosa messa insieme dagli americani, basata sull’osservazione delle abitudini alimentari di alcune comunità del sud  Italia e delle isole greche nell’ultimo dopoguerra. Cioè, sull’osservazione dei salti mortali che faceva chi faticava a mettere insieme il pranzo con la cena.

La povertà di proteine animali, la frugalità delle dosi, la prevalenza delle verdure e degli ortaggi, il piccolo apporto di pesce: tutto dovuto alla scarsità, alla carenza, alla mancanza di soldi. La carne era un lusso, il pesce semmai si vendeva, consumando acciughe e aringhe sotto sale, baccalà, tonno in scatola. Non di rado in questi luoghi s’integrava l’alimentazione con grassi animali tipo lo strutto. Il vino era un miraggio, i latticini erano per chi ne produceva di propri e li sottraeva alla vendita. Le dispense erano piene di polente, castagne, farine di bassa qualità.

Anche l’indicazione del Mediterraneo come luogo di cucina in qualche modo omogenea è assurdo. I Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, in senso orario e salvo dimenticanze, sono: Spagna, Francia, Italia, Slovenia, Croazia, Bosnia, Albania, Grecia, Turchia, Siria, Libano, Israele, Egitto, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco, con l’aggiunta di Malta e Cipro che stanno nel mezzo. Inutile stare a mettere in evidenza le differenze enormi che ci sono in tutto e per tutto: le preparazioni, gli ingredienti, le abitudini alimentari. Il Mediterraneo non è un mare piccolo e racconta storie da millenni.

Serviva una favola da raccontare, magari stipendiati dagli importatori di olio d’oliva e di prodotti greci o italiani, e se la sono inventata. Le abitudini alimentari nelle sole regioni italiane bagnate dal mare sono molto varie, anche se includono, probabilmente, alcuni ingredienti comuni, come la pasta, l’olio d’oliva, le olive, i pomodori. Ma nelle regioni italiane del Mediterraneo (e in quasi tutte le regioni che si affacciano sul nostro mare) non si pratica la dieta mediterranea. Basta aver cenato una volta in Puglia, a Napoli o in Costiera Amalfitana, a Genova o a Venezia, a Sirolo o a Trapani, a Reggio Calabria, a Crotone, a Gallipoli. La regola è che si mangia TANTO. Come se non ci fosse un domani.

E si mangia di tutto, carne, pesce, insaccati, latticini, pane, pizza. E si beve come tombini, vino che negli anni ’50 te lo sognavi, e a fiumi. E si diventa obesi quanto gli americani, sia pure ingozzandosi di prodotti cresciuti sotto il sole, ancorché talvolta maturati sopra gli effluvi di qualche discarica abusiva. Certo, le coronarie zeppe di grasso da junk food degli americani restano prerogativa loro e di quelli che ne sposano l’orrenda deriva di cheeseburger sintetici, bibite zuccherate e marshmallow, ma anche qua mica si scherza.

La nostra dieta è una risposta alla fame: quella che lorsignori osservavano rapiti negli anni ’50 era un ripiego, il tentativo di far fronte alle carenze portate dalla guerra. La guerra è finita da un sacco di tempo e proprio la gente che fa parte dei più bassi strati sociali, spesso, è quella che cede all’alimentazione più scorretta, per la bulimia portata dalla paura della fame e dal desiderio di avere cose che fino a un paio di generazioni fa erano proibite.

E’ la fame, che hanno studiato, per proporla come modello di virtù. Scoprendo di soffrire dell’eccesso opposto: la diponibilità illimitata di cibo, che è la malattia di gran parte del mondo di oggi, che alimenta gli sprechi e distrugge allegramente le risorse del pianeta, dilatando a dismisura la domanda di merci non sostenibili.

Il pelo nell’uovo

sterpaia.jpgAvete presente la luce che c’è in spiaggia quando il sole di settembre si abbassa e fa l’acqua tutta d’argento? Uno dei motivi per cui si deve tirare tardi in spiaggia: per vederla. Il mare è blu e sembra enorme e in acqua rimangono solo i nuotatori solitari che scivolano sull’acqua, paralleli alla spiaggia, e spariscono dalla vista, silenziosi come sono arrivati.

Si placa il rumore della spiaggia, tacciono i racchettoni, smettono di ruggire gli infanti capricciosi che sembrano cuccioli di pterodattilo, tacciono le mamme e le nonne che li chiamano e commentano a voce alta che il loro pargolo gioca a fare il leone. Tacci sua e loro.

C’è stato allora un preciso istante in cui ho distolto lo sguardo dal mare, mentre vagheggiavo di capodogli e totani giganti degli abissi, e ho colto qualcosa di diverso sul mio petto. Qualcosa di mai visto prima. Inconfondibile nella sua nuda solitudine, nel bosco del villo sparuto che mi adorna il pettone.

Un pelo bianco.

L’ho presa male. Ho fatto una passeggiata per pensarci un po’ su e mentre osservavo distrattamente le chiappe delle bagnanti, stese al sole come biancane tremule di carne rilassata, dimentica del tono che fu, mi sono fatto un esame di coscienza. Invecchio. Inutile negarlo. Inutile radersi la barba se diventa più bianca che sale e pepe. Inutile nascondersi dietro un dito negando di avere capelli bianchi. Facile, quando di capelli non se n’hanno.

Quel pelo solitario mi ha inchiodato alle mie responsabilità. Ho sostenuto fino a oggi che le donne della mia età sono più belle delle ventenni perché non ho voluto ammettere che le mie donne, quelle che colsi e quelle che non, invecchiano anche loro e sono come quelle biancane tremule di carne stese al sole, qualcuna adorna di qualche triste tatuaggio, qualcun’altra coperta da un vestituccio preso da un marocchino qualunque a 9.99 euro, cedendo al fuoco di fila di venditori incessante che scandisce la giornata sulla spiaggia. Uno offriva anche un ghiri-ghiri che non saprei spiegare cosa sia.

Ci chiediamo se c’è qualcuno che li sfrutta, i venditori africani, ma non ci rispondiamo. In cielo la luna è alta quanto il sole, ma non brucia. In mezzo ci siamo noi, che contiamo le ore. Io conto anche, da oggi, i peli bianchi nel petto.

L’autunno incombe, con le sue tisane e i suoi plaid, dice un cretino su facebook.
Io odio le tisane.

La guida a destra

vauxhall

Quando l’omino del noleggio Arnold Clark di Ayr, somigliante a Wallace senza Gromit, mi dà la chiave, sono emozionato: mi aspetta nel parcheggio una Vauxhall Corsa nuova fiammante, che ha percorso solo dieci miglia prima che io le metta le mani addosso.

E’ un cessetto di macchina che fa impallidire il mito della Vauxhall Velox, ma il grifone sul volante è abbastanza grifagno e la BBC alla radio ci regala interminabili chiacchierate con le quali ci sintonizziamo un po’ sì e un po’ no, perché guidare all’inizio è una roba infernale: imparando a suonare la chitarra ho riveduto le mie convinzioni sull’inutilità della mano sinistra, ma appena tocco il cambio mi ricredo di nuovo.

E’ tutto un partire di terza o fare prima/quarta, e un aggrapparsi al volante che diventa un ostacolo insuperabile per entrare in macchina. Ogni gesto va rifatto al contrario e agli incroci l’attenzione è massima, si ricalcola tutto. La prima delle tante stradine di campagna, poi, è l’inferno: camminare accostati a sinistra, evitare di prenderti con gli specchietti con quelli che incroci in curva in senso contrario è uno stress.

A un certo punto ho preso un cordolo e ho sgrugnato una borchia, e ogni tanto scantonavo, prigioniero, senza potermi minimamente distrarre. Guardare il panorama di lato o il telefono mi portava diritto in mezzo alla carreggiata. Una faticata. Il primo giorno.

Dal secondo in poi tutto bene, l’abitudine subentra e il cambio di sensibilità diventa meno traumatico, e poi imbrocco al millimetro un paio di parcheggi, attività nella quale sono stranamente iperdotato, stante la lunga milizia automobilistica e la lotta per il parcheggio in zona Piazza Ungheria condotta per un paio di decenni.

Voglio dire, meglio sarebbe saper fare controsterzi, derapate e che, ma no, io parcheggio in un francobollo.  Ognuno ha il suo talento, il mio è praticamente inutile ma me lo tengo.

La Vauxhall Corsa è un troiaio, quando la solleciti si abbiocca, ma ci conduce in posti belli nelle mille miglia giuste giuste che percorriamo insieme.

Quando atterro in Italia e recupero la mia Yaris il mondo è completamente diverso: quando acceleri va, quando freni frena, la radio rimanda Despaciti, il contachilometri subentra al contamiglia e la temperatura, invece che 18°, segna 40°.
Bentornati a casa, dove si tiene la destra guidando a sinistra.
Un po’ come il PD.

SalvaSalva

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Turisti e viandanti. In Scozia

IL VIANDANTE CERCA, annusa, domanda, porta con sé sguardo e ascolto, amore per le cose sconosciute. 
IL TURISTA, come il visitatore dello zoo, è più simile al colonizzatore che al viaggiatore. Ha scritto delicatamente e con sapienza Andrea Coccia, citato da Andrés Neumann, che stimiamo: “Frappone tra sé e il mondo che visita una griglia culturale ancora più coriacea di quella che, allo zoo, separa gli spettatori dagli animali, rifiutando senza nemmeno passare dal via la possibilità di non giudicare quello che ha davanti con le proprie categorie. E di più, perché non soltanto queste sbarre il turista fa finta di non vederle, ma le desidera, le desidera sopra qualsiasi altra cosa. Perché se i Goethe almeno si sforzavano di uscire dalla propria comfort zone e andavano in giro con una rivoltella per difendersi dei briganti, i moderni Goethe imbrutiti, che lavorando guadagnano e guadagnando pretendono, non fanno un passo fuori dalla propria comfort zone”.
(Antonio Cipriani, Magnifica Terra)

 

Mi sono trovato intrappolato con altri turisti, qualche giorno fa, a Edimburgo. Tutti felici di essere lì ad affollare come una tonnara Princes Street e il Royal Mile. Tutti a gorgogliare soddisfazione a vedere i numeri dei ragazzi che affollano le piazze per il Fringe Festival. Belli, allegri, colorati. Tutti a marciare nel girone infernale del castello che sovrasta la città, posto su una spettacolare rocciona di basalto di origine vulcanica. Ci si arriva percorrendo strade trafficatissime, fitte di double-decker bus di linea, pullman di turistoni e sightseeing, incuranti del tempo piovoso, che scarrozzano turisti in giro per la città e si accalcano nei suoi luoghi notevoli in un’orgia di traffico che ti consente di ammirare, da fermo, i bigliettini che la gente attacca ai vetri di casa invocando il silenzio. No to noise, dicono, che capisco anch’io col mio inglese sciancato.

In cima all’erta si entra nel castello e c’è un carnaio di gente già fuori, davanti alle vetrine che vendono whisky e tartan, cappotti di tweed e magneti di Nessie e di pecore nere e di mucche con la frangetta. Dentro si sta stretti, troppo vicini, violati gli spazi minimi della prossemica. Ci si tocca e ci s’intruppa, grassi e magri, alti e bassi, bianchi e neri. A Stirling c’era già successo: eravamo seduti su una panchina in mezzo ai cannoni, riposavamo, avevamo addentato un panino, quando una guida seguita da un gruppo di una cinquantina di grassoni americani s’è avvicinata decisa a noi. Brandivano fotocamere e si comportavano come se fossimo statue esposte, parti dell’artiglieria, entità da immortalare. Due italiani seduti su una panchina che addentano un mezzo panino e la guida lì a un metro che li sovrasta col suo plotone di tutto pagato che spiega William Wallace agli elettori di Trump a un passo da noi, sorridendo simpatica, dicendo, state, non ci date fastidio. Noi a loro. Mentre andiamo via sgattaiolando per il pertugio laterale che ci hanno lasciato libero li sentiamo ridere le grasse risate dell’invasore e completare l’occupazione dello spazio.

Nel Castello di Edimburgo ci sono file disumane per vedere i gioielli della Regina, un po’ meno, per fortuna, per andare al bagno e per il museo militare. In tanti aspettano, semmai, un posto libero al bar dove prendere la birra con la zuppa del giorno e gli haggis o il tè con gli scones.  La St. Margaret’s Chapel (XII sec.) è la cosa più antica che c’è: quattro mura disadorne, viste da fuori, con una gran fila per entrarci dentro. Ci mettiamo in fila anche noi, convinti che deve esserci una buona ragione per fare quella fila. Dopo qualche stento riusciamo a entrare per accorgerci che nell’angusto spazio non c’è niente. Un piccolo altare, delle finestre strette, una panchetta dove mi siedo, incredulo. La fila occupa tutta la saletta, facendo come un cerchio di umani di tutte le razze, stretto stretto. Tutti guardano per aria e fanno foto compulsive alle finestre e all’altare. Non sembrano vedere, col filtro dei telefoni e delle macchine fotografiche, quanto la sala sia vuota, spoglia di cose da vedere, zeppa però di gente che marcia in fila serrata, e fotografa, step & click, e scorre via.

Io assisto attonito. Ho anche fatto un piccolo filmato della scena, da manicomio. Poi, dopo qualche istante, mi alzo dalla panca e cerco di guadagnare l’uscita ma faccio fatica perché la fila preme per entrare e non ci si rende conto, presi dal demone della marcia,  che se non si lasciano uscire gli altri non si riuscirà a farsi posto dentro. E’ un’esperienza che lascia stupiti, soprattutto se la fai all’indomani di un lungo giro nelle Highlands dove incontri solo una macchina ogni tanto. Però ti dà la percezione netta della faccia inquietante del turismo di massa. Il che è istruttivo: Edimburgo è bellissima, ma il suo centro è in un vero e proprio stato d’assedio, in mano a un’orda di persone eccitate e festanti. Non si riesce, mentre si sta immersi in quella moltitudine, a non pensare ai segni che questa invasione lascia su una città antichissima e sulla sua storia.

1200px-St_Margarets_Chapel-2St. Margaret’s Chapel. Esterno.
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St. Margaret’s Chapel. Interno. Spoglio.

Orti amatriciani

Venerdì sera ho conosciuto una persona di Amatrice che vive in Toscana (vicino Montalcino). E’ stato un incontro bello e toccante, abbiamo chiacchierato fitto fitto per dieci minuti incrociando sguardi familiari su ricordi comuni. Uscendo dal suo locale mi ha investito l’aria rovente di questi giorni, e, guidando verso casa, mi sono ricordato che c’è stato un tempo felice in cui era escluso che si potesse stare nel mese d’agosto in un posto diverso dal paesello, dove faceva fresco sul serio. Nel mio caso il luogo avito si chiamava Aleggia, dieci case rincriccate in cima a una costa sopra i 1200 metri di quota, frazione dell’Amatrice tra le più antiche e riottose.

Partivamo appena finita scuola o poco dopo, ma di sicuro ci trovavamo lì prima di Sant’Anna, il 26 luglio, quando si faceva festa tutti insieme. Si puliva la strada per la chiesa di San Pancrazio, che era messa fuori paese, dopo una discesa a precipizio lungo una via fatta di sassi grandi, rocce verdi di muschio bagnato, rovi, felci, ortiche.

Qualcuno prendeva la falce e puliva bene la strada fino alla chiesa, davanti alla quale c’era un piccolo spiazzo d’erba, tagliata con cura. La chiesa era piccola ma bella, c’erano dei quadri antichi e le botole che portavano alla cripta dove una volta si seppellivano i morti. Muri bianchi e azzurri. Campane squillanti e canterine.

Non ho mai capito perché la chiesa si trovasse così fuori dal paese, che molti raccontano più grande in passato (alcuni usano la buffa e impropria definizione di “cittadella”). Aleggia aveva due frazioni staccate, una ancora esistente, Casali d’Aleggia, che è più grande della frazione madre, l’altra andata distrutta con i terremoti del ‘600 e del ‘700, che si chiamava Fratigno e stava in località Santa Maria, praticamente impossibile da localizzare (si dice ci fossero pezzi di muro in un posto lontano, in una specie di piano in cima alla montagna).

Da vecchie pubblicazioni (Registro delle chiese della diocesi di Rieti nel 1398) le chiese del paese risultavano essere tre: a quella di San Pancrazio si univa quella di San Giovanni, che sorgeva nel folto del bosco, e quella, appunto di Santa Maria. Nessuna evidenza del presunto fulgido passato del paesino, che più che reale sembra vagheggiato dalla fantasia fervida di qualche autoctono.

L’abitato confinava con una zona adibita a stalle e a pagliai dove c’erano edifici di una certa qualità, ormai in disuso, che il terremoto dell’anno scorso ha in gran parte finito di distruggere. Qualche toponimo racconta di luoghi vicini al paese che un tempo erano forse abitati: il fosso Notaro, che sembra suggerire, secondo alcuni, la presenza di un notaio in paese, più qualche altro luogo che rimanda a nomi di persone (Giuseppe, Menica) che non è possibile ricollocare.

Per Sant’Anna salivano a festeggiare tutti gli abitanti di Forcelle, che si trova a un chilometro dall’Aleggia. Un chilometro di salita dura, per loro, che molti facevano a piedi, altri con la macchina strombazzante. Alla fine della messa c’era la processione, che faceva il giro del paese, tra canti di Mira il tuo popolo e schioppettate festose sparate dai fucili da caccia, oltre alle raffiche di mortaretti, castagnole e tricchetracche che allietavano la festa.

Sant’Anna coincideva talvolta col ritorno dei villeggianti romani, che sostanzialmente erano emigrati che lavoravano nella capitale, quasi tutti in un ristorante o in un bar. L’amatriciano in cucina era sempre molto apprezzato. La festa del patrono era a San Pancrazio, che cade a maggio. Si faceva messa una volta l’anno, a San Giovanni, anche nella chiesina nel bosco, che personalmente non ricordo di aver mai visto.

I festeggiamenti consistevano in una ricca mangiata di fettuccine o tagliolini o gnocchi di patate col sugo di carne, un secondo da festa, sempre di carne (pollo, piccione, spuntature di maiale, agnello), e poi salumi e formaggio, con un dolcetto fatto in casa. Se si ballava (non mi ricordo però feste danzanti per Sant’Anna) c’erano spesso le pizze fritte, che le donne facevano e mettevano in comune per tutti.

Noi bambini passavamo un paio di mesi da sogno, sempre. Giocando dalla mattina alla sera, ma anche stando a guardare gli adulti che lavoravano i campi e badavano alle bestie. Partecipando (si fa per dire) alle attività contadine. Io e mia sorella eravamo molto professionali nel togliere i bruchi dai cavoli. Erano verdognoli, li mettevamo in un barattolo e poi li eliminavamo. Come? Gettandoli nel fuoco (risate sataniche).

Facevano un fischietto, tipo pppiiiiiiii, povere bestie. Io ero molto orgoglioso di aiutare mio nonno a rimettere la legna al coperto, dopo ferragosto. Prendevo i turtulitti  e li portavo, infaticabile. Facevo tentativi improbabili di maneggiare la zappa quando c’era da cavare le patate: impugnavo troppo in punta e più che zappare grattavo la terra, rovinando le patate.

Qualche volta si trovava qualche topetto. Io, nella mia fase cruel, una volta ne uccisi uno sotto la supervisione di mio nonno, incastrandolo con la zappa contro il muro. Era piccolo e grigio. Non ricordo di aver commesso altri animaletticidi in quella fase, anzi, ricordo di aver celebrato dei funerali molto pomposi agli uccellini morti che ogni tanto trovavamo. Ne ricordo uno con scatolina di latta dei biscotti Mellin e uccellino adagiato su letto di foglie, fiori e che ne so, con tanto di corteo e sepoltura. Con le galline c’era un rapporto freddo e formale, da quando mi avevano beccato le croste nei ginocchi, facendomi  malissimo. L’orto riservava altre meraviglie: zucchinone e relativi fiori, cipolle e carote, fagioli con le frasche per tenerli su, ceci buonissimi mangiati così al volo, noci colte verdi dall’albero e mangiate ultrafresche, e così pure le nocciole (nocchie). E visciole, pere di tre qualità (spadone, campane, brutte e bone, mi pare), prugne (perniconi).

In un edificio che ora è crollato tenevamo il grano in un’arca. Ne avevamo tre, una in cucina er il pane (lo pà), una in cantina per il cacio (lo cacio), e l’arcone per il grano (lo rano). Era una specie di grande cassa a forma cubica, o di parallelepipedo, che aveva una bocchetta in basso chiusa da una pala di legno. Sollevavi la pala e usciva il grano, da raccogliere in un sacco e portare alla mola a macinare, oppure da usare per dare da mangiare agli animali. Nell’ambiente adiacente c’erano le galline e in quello di sotto il maiale, che mangiava secchiate di avanzi allungati con l’acqua e integrati con un paio di pugni di semola. Andavamo con mia nonna, che non ci lascia andare da soli perché il maiale era un po’ esuberante, insomma pericoloso. Ogni anno, chissà perché, ci chiedevamo, il maiale era nuovo. Nel bosco si coglievano more, lamponi, uva spina e nocchie. Nei prati c’erano i cardi selvatici (scardalapri) che sapevano di carciofo, ma nessuno li raccoglieva mai: avevano i pelucchi a scopetta, e qualcuno li mangiava e ci faceva anche la frittata. Me li ricordo assaggiati crudi, un po’ amarognoli ma non cattivi.

I gatti rincorrevano le galline per spaventarle, noi quando pioveva forte, e in montagna lo faceva spesso, dicevamo il rosario insieme a Rita, la bambina della casa di sotto. Tuoni, fulmini e cascatoni d’acqua fuori lavavano l’aria e la terra. I fossi erano pieni d’acqua e di girini e dalla sorgente d’acqua solfurea (solfanara) , la sera, passavano le mucche.

Noi le aspettavamo, bevevamo il latte appena munto (oggi si dice sia una cosa da evitare), guardavamo i vitelli. Era tutto un gioco, ma stava per finire. Quando i vecchi lasciarono non restò quasi più nessuno a coltivare la terra e col terremoto del ’79 molte delle famiglie rimaste si spostarono ad Amatrice, chi in paese, chi a Villa San Cipriano.

Case che oggi sono inagibili, costruite per ospitare chi aveva avuto casa danneggiata. Speriamo non si ripeta più. Passato ferragosto cambiava il tempo e ai primi di settembre il pastore che affittava il pascolo (il pecorale) portava via il gregge, per farlo svernare da qualche parte in quello che è avanzato dell’Agro romano. La sera faceva freddo, già dalla festa della Rocca, che era a ridosso di ferragosto. La stagione, arrivata tardi, se ne andava spesso prima del tempo, e noi tornavamo in città, pronti a cominciare la scuola.

Al paese restavano in pochi, a svernare al freddo. Li trovavamo, l’anno dopo, che ci aspettavano, contenti che il paese si ripopolasse un po’, che arrivasse qualche ragazza, che si facesse festa.

 

Tutto quello che ho scritto su Amatrice e sul territorio del terremoto:

10/07/2017 L’Opera all’Amatrice. Col camion 
14/06/2017 Gruppo vacanze Amatrice
23/05/2017 Sulla groppa della bestia
16/05/2017 La mia bellissima montagna
06/05/2017 Amatrice e dintorni
27/03/2017 Antica ricetta degli spaghetti all’amatriciana
21/12/2016 La normalità del terremoto
03/11/2016 Viaggiare tra le macerie
01/11/2016 La pietra della mia casa è segnata dalle crepe ma non crolla
20/09/2016 Il ritorno ad Amatrice, o Della cartolina scomparsa
17/09/2016 L’organetto, la poesia a braccio: ricostruire l’identità
28/08/2016 Riscoprire il bene comune
26/08/2016 Morte di Amatrice, tradita dalla bestia assassina

Un certain chaleur*/Captain Fantastic, Viggo, il caldo percepito e noi

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Agosto. Sera. La temperatura percepita ci rincorre col forcone. Quella rilevata con metodi tradizionali dice 33 gradi a un quarto alle dieci. Fa troppo caldo anche per bestemmiare. Si tenta la carta del cinema.

Partiamo con un bel cervo che, guardingo, si aggira per la macchia. Bruca delle foglioline, si guarda intorno, sta attento. A un certo punto un ceffo pittato di nero esce dal folto del bosco strillando come un gallinaccio e gli taglia la gola. Dura la vita del cervo, sempre a guardarsi intorno, sempre qualcuno che ti sfracagna le corna e te se vole magnà, ma dico io, non sarà più comodo tirare il collo a qualche gallinella?

Comunque viene fuori che il tipo pittato di nero è un pischello che si chiama una cosa tipo Baldovino, ma storpiato, e che lo chiamano Bo, senz’acca, scritto come quelli che dicono ao, bo, ai, ei, eccetera. Bo ha 5 tra fratelli e sorelle, tutti piccoli e agguerritissimi. Il padre è Ben, al secolo Viggo Mortensen, cioè Aragorn, che un po’ si è fatto vecchio e ha la barba lunga ed è pittato di nero anche lui.

Aragorn strappa il cuore del cervo con le mano, non si vede ma si sente lo sguarchlgh. Chissà come fanno quelli del cinema a fare questi suoni di ciccia stropicciata e sguisciolosa. Il padre barbuto abbraccia il giovane Bo, al suo primo acchiappo da cacciatore. Lo tinge in fronte e sul naso col sangue della bestia, nero. Gli dice: ora sei un uomo. Stczz. Bo magna con un mozzico un pezzo di cuore del poro cervo.

Poi si lavano tutti il pesante trucco mimetico. Sono una famiglia che abita nel bosco, dorme in un grosso tepee indiano e vive di caccia e di espedienti. Viggo provvede alla cultura dei ragazzi che sono macchine da guerra e snocciolano nozioni da adulti a memoria ma non sanno cosa sono le Nike. Porelli. Lui e la moglie li tengono lontani dalla società dei consumi. Flash su McDonald’s, KMart, Nike, Adidas eccetera. La moglie però non si vede. I ragazzi vengono sottoposti dal padre a severi allenamenti e a programmi di studio incalzanti.

Scoppia la grana della mamma. I ragazzi si chiedono che fine abbia fatto. Lei è in cura perché ha una malattia mentale. E te credo. Lui, invece, fischia…

Arriva la notizia della morte di lei, che si è suicidata tagliandosi le vene. Lui ignora le richieste dei nani, si rifiuta di portarli dalla mamma per l’estremo saluto e li costringe a un’arrampicata in cordata su una parete di roccia sotto la pioggia. Il figlio piccolo, mi pare si chiami Rellian, prima s’incazza e poi arrampicando si ferisce a un braccio. Sarà pure hippy, Aragorn, ma questi sono metodi da caserma. C’è confusione.

Alla fine Viggo decide di sfidare la famiglia della moglie che non lo vuole al funerale e carica i marmocchi sul suo autobus di nome Steve. Si viaggia tutti insieme verso il New Mexico. Paesaggi incantati. Perplessità crescente.

Sosta presso la sorella di Aragorn che ha due figli bambacioni che pensano alla playstation e non sanno niente. I genitori li trattano come fossero dei cretini. Non che sbaglino del tutto. Viggo je dà il resto scavalcando tutte le versioni edulcorate dei due e rivelando ai ragazzi che la loro zia s’è tagliata le vene. Scene di panico. Incazzature familiari. Alla fine loro non sopportano il modo di stare al mondo di Ben/Aragorn, che per tutta risposta dorme per terra in giardino con i ragazzi invece che nelle camere sistemate nella casa. Selvatici.

Nel frattempo abbiamo tirato una sola a un supermercato, dove Viggo finge un coccolone e i ragazzi lo curano e fanno sparire una bella spesa con cui si fa pranzo e si festeggia il compleanno di Noam Chomsky, visto che non si deve festeggiare Cristo né babbo Natale. I ragazzi ricevono in regalo coltelli da Rambo e archi e frecce. Sempre meno hippy. Mi sembra sia estate, comunque, che c’entra natale? Saranno i 40 gradi. Perplessità in aumento. Noam avrebbe riso, ma chissà se ha visto il film.

Si piomba al funerale tutti vestiti a festa. Viggo tenta di prendersi la scena ma viene respinto con perdite. Legge il testamento di lei che vuole essere cremata, non ci sono storie. Il suocero lo fa acchiappare da certi suoi parenti, credo, e lo minaccia. Gli può togliere i figli. Il piccolo è ferito al braccio e pieno di segni. I bambini non vanno a scuola. Aragorn è un selvaticone. I figli sanno tante cose lette sui libri ma gli manca l’esperienza. Bo senz’acca rimorchia ma non sa che fare e propone alla pischella di sposarlo. Risate.

Alla fine il suocero mette alle strette Aragorn e lo convince a mollargli i figli. Bo è stato ammesso in tutte le mejo università americane grazie a degli inghippi organizzati dalla madre. Con i soldi di nonno si possono pagare le rette. Viggo rimonta su Steve e lascia i bimbi dal suocero perché una delle ragazze si rompe il collo per cercare d’introdursi in casa del nonno, di notte, passando dai tetti, cercando di liberare il fratellino che aveva scelto di rimanere lì, accusando Viggo di essere responsabile della morte della madre.

Viggo capisce di aver messo in pericolo i figli e se ne va da solo, si taglia la barba e mette su casa. Tipo casa nella prateria. I ragazzi però hanno una missione da compiere e lasciano il nonno per disseppellire la madre e cremarla, come chiedeva. Quindi garrulo disseppellimento notturno del cadavere e viaggio attraverso gli stati dell’Unione con un cadavere vecchio di una settimana dall’aria soave e dalla pelle di luna, che si sente il profumo da qui. In riva al lago s’intona poi tutti insieme una song paracula dei Guns’n roses. Sweet child of mine. Segue cremazione fai-da-te. Perplessità in aumento. Temperatura stazionaria.

Poi scarico nel cesso delle ceneri, in ossequio alla volontà della mamma. Bo ritiene che l’università possa aspettare e va a vedere il mondo a partire dalla Namibia. Gli altri ragazzi stanno col padre, che si ricicla coltivatore e mette su un pollaio nella pancia di Steve. Del nonno più nessuna traccia, perso nel vento di questa favoletta americana, tra incroci tra hippy e squatter e vestiti eccentrici cambiati a profusione, strano per chi strenuamente lotta contro il consumismo.

Viggo rompe gli indugi e ostenta nudo bruco la proboscide, a beneficio delle ammiratrici e degli ammiratori che eventualmente gradiscano la visione. La gente ride alle battute e partecipa alle scene più cruente. I bambini sono piezzi ‘e core. Viggo è nu piezz’ d’omm. Qualcuno intona I shall be released. Non è Robbie Robertson, ma canto lo stesso. Il film è finito. Sembrava fosse amore, invece era una favoletta americana che tira una botta al cerchio e una alla botte e sentenzia, alla fine, che va bene tutto ma un nonno pieno di soldi non è una botta di culo da poco.

A Cannes gli hanno riconosciuto il Certain regard. Pure noi salutiamo distintamente e con rispetto. La temperatura non è scesa. Mentre torniamo alla macchina, un soffio di vento caldo ci accompagna.

*licenza poetica.

Pubblicato il 4 agosto 2017 sulla Komsomolskaya Cinematografa, edizione italiana.

 

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Fa caldo

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Ho sempre patito il caldo, sono parecchio caldo addosso di natura, ho le mani calde, la testa calda, emano calore e sudo di conseguenza. A Roma il periodo più caldo andava dalla seconda metà di giugno a tutto luglio, il periodo dell’umidità, dell’afa, che rende tutto più difficile. Vedi le famose frasi di Osho (Nun è er callo, è l’ummido che te frega).

A questo si lega la faccenda irritante della temperatura percepita, che mi pare poco scientifica, ma se poi la temperatura ti fa venire un coccolone quello che dice il termometro diventa un’inutile pedanteria da secchioni. A Roma si scioglie l’asfalto, quando il solleone picchia. I tacchi delle scarpe lasciano impronte inconfondibili e i piedi restano attaccati, per una frazione di secondo, quando cammini sotto il sole.

Non lo fa da adesso, l’ha fatto tante volte. E’ che quando fa caldo (ma se fa freddo è uguale) tendiamo a lamentarci. Normale. Se poi insiste, come quest’anno, e non ha nessuna intenzione di smettere, il problema diventa grosso. E l’aria si insozza di fumo: incendi, roghi tossici, aria infuocata che non circola, condizionatori che aggiungono la loro. Sembra un problema senza uscita. Trump se ne frega del surriscaldamento del pianeta perché ha una fracca di soldi, abita alla casa bianca e ha un’età che comunque non lo esporrà oltre un certo limite alle conseguenze del surriscaldamento planetario.

A lui di foreste, combustibili fossili e menate del genere non gli frega niente, se mancasse l’acqua in America dichiarerebbe guerra alla Finlandia dove esporterebbe la democrazia in cambio del prosciugamento di qualche centinaio di laghi. Si muove come se non ci fosse un dopodomani, concentrato su come fare cassa domani.

Noi stiamo tra l’incudine e il martello, insomma, e ci raccontano le cronache di siccità, malori, incendi inestinguibili e temperature come quella di Abu Dhabi. Laghi svuotati, fiumi secchi, fontanelle asciutte, acque minerali esaurite. Isterismi che per fortuna non abbiamo preso dagli animali. Frida, che è una gatta che sa stare al mondo, ha ridotto al minimo i movimenti, ogni tanto la trovi con un pezzetto di lingua di fuori, dorme e aspetta che passi. Gli animali non si lamentano mai, al massimo le scappa un miao flebile se la tocchi. Noi umani, invece, siamo nervosi.

C’è stata una recrudescenza di omicidi, che conferma le teorie di Faulkner (mi pare fosse lui) sul caldo che guida le dita affusolate delle mogli sulla lama dei rasoi che bramano far assaggiare alle gole dei mariti. Per la verità da noi a finire male in genere sono proprio le mogli. Almeno adesso si può dare la colpa al caldo. Che c’è per tutti, inutile incazzarsi con gli altri o mostrarsi scortesi, si rischia di beccarle peggio perché i nervi a fior di pelle ce li hanno tutti. Certo, i vaffa si dedicano soprattutto a chi il caldo invoca, d’inverno, quando fa freddo. Ma intanto per il troppo caldo non si può fare niente, di sicuro non toccarsi. Se provate a mettere una mano addosso a qualcuno quello protesterà. Se non capite perché provate a farvi poggiare una mano sulla spalla da un altro essere umano e vedrete. Così diventiamo ancora più nervosi, pensiamo che nostra moglie abbia una relazione col tizio dell’aria condizionata e meditiamo gesti sanguinari da fare usando le pompe di calore come clave o spezzoni da imbottire di tritolo.

Lamentarsi del tempo non ha senso: bisogna prendere quello che viene, il caldo d’estate e il freddo d’inverno. Quest’anno il clima sta dando il peggio di sé, ma mi ricordo un’estate allucinante, mi pare fosse il 2003, in cui per un tempo lunghissimo le temperature erano peggiori di adesso, con termometri che segnavano cifre tra i 45 e i 50 gradi, alla faccia di quelle percepite di oggi. Allora non se ne parlava, per fortuna. Oggi va di moda e i tg ci sguazzano.Gli sembra un rinfrescante. In ufficio col server acceso si finiva lessi, la gente fuggiva dalle spiagge e si alimentava a base di ghiaccioli. Poi è passata e ora ci risiamo. La superstizione associa le stranezze del clima a eventi funesti, tipo i terremoti. E’ una superstizione ma, come abbiamo visto, i superstiziosi sono al potere. Potremmo farci amici i signori delle scie chimiche, facendo loro rilasciare in atmosfera qualche gas refrigerante. Oppure fargli inventare un OGM o una pozione che ci immunizzi dalle oscillazioni del clima.

Ma poi non ci lamenteremmo più.
Sai che palle.

Insomma, non uscite nelle ore più calde, vestite leggeri, bevete molto, ma non alcolici. Se proprio non ce la fate andate a sedervi in un centro commerciale. Evitate di fare attività sportive sotto il sole, soprattutto se siete cardiopatici, bambini o anziani. Avete sentito il telegiornale, no?

(pubblicato sul Pinguino illustrato del 3 agosto 2017, numero monografico “A palla de foco”, Editrice Cooperativa Pois chiche)

 

Roma

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Ogni volta che vado a Roma parto preparato al peggio. Ne leggo di tutti i colori, vedo foto e titoli terrificanti, mi aspetto di subire aggressioni e rapine, di stramazzare al suolo in preda a chissà quale infezione per la monnezza, di morire di puzza, di rimanere prigioniero di Via dei Castani, anziché della seconda strada, e sprofondare in una deriva di paure psicotiche interrotta da momenti di furore in cui inveisco contro le autorità cittadine, le municipalizzate, i vicini di casa, Totti, i centurioni al Colosseo, il 3570, le buche, i palestrati, la gente che strilla al telefono alle tre di notte sotto casa, il caldo, la puzza, i topi, anzi, le sorche, il Tevere in secca, i mobili dentro i cassonetti, i parcheggi inesistenti, il traffico arcigno, i questuanti, i volantinanti, i giocolieri da semaforo, i turisti, le signore che quando passi s’abbracciano alla borsetta manco tu fossi uno scippatore fuori corso, i cani grossi, i cani piccoli, i padroni dei cani che vengono portati a spasso dai cani grossi e parlano col birignao a quelli piccoli, e il residuo di cacche di cane lasciate a seccare sul marciapiede scaciolato di buche da rattoppi fatti con la cazzuola che vengono meno e segnano gli anni di strati sovrapposti dove inciampano le vecchie e si sbucciano le ginocchia, cadendo sulle scritte fatte con lo spray in un incerto italiano che promettono l’amore alle fidanzate che si sbrigano a cancellare quando girano pagina e je piace un altro e si consuma il dramma dell’incapacità di vivere rapporti sentimentali corretti, capire quando è ora di sfanculare e cercarsi un altro pesce nel mare, pazienza se si tratta di una cozza, manco poi fossi bello te.
Mi sono perso.

Io quando torno a Roma la trovo sempre uguale. Nel senso, sì, è peggiorata, va bene, ma è un peggioramento in linea con le attese, conseguenza del tempo che fa passare la generazione di parassiti che sta all’ombra del Cupolone a ingrossà er core e a intossicà er fegato de sta città che sta là da quasi tre millenni ed è sopravvissuta a qualunque cosa, e aspetta che un soffio di vento lungo qualche lustro, per lei un’inezia, si porti via le chiacchiere di questi giorni senza gloria, le sindache insignificanti, le dispute sugli avanzi d’architettura lasciati dal fascio, i nazi del terzo millennio, i comunisti da salotto, quelli che se schifano degli immigrati e gli affittano casa, i razzisti e i discriminati, i poveracci e i ricchi, i commercianti e gli avventori, i turisti, i calciatori, i pellegrini, i tassinari, gli autisti dell’atac, gli impiegati comunali, i disoccupati, i liberi professionisti, i cinematografari, gli chef, i professori, i maestri e gli scolari.

Roma resiste a tutto, s’è vista cavalcata dalle 600 e dalle 1100, adesso j’appuzza l’aria il diesel che in confronto ai roghi tossici è una caramella, domani frulleranno le ibride, dopodomani le auto elettriche senza conducente, ma si suoneranno ancora clacson e sterei e non si baderà a niente e a nessuno, per terra la monnezza, i pacchetti di sigarette, gli aghi di pino, i volantini del discount, e stracci, batterie, ciavatte, pezzi di pizza, cicche, scope vecchie, carcasse di animali morti, erbe che ricrescono spontanee nei buchi fatti dalle radici degli alberi tagliati, macchine zozze abbandonate, carcasse di motorini, adesivi di stagnini di Danzica e facchini di Ploiesti, indiane, ucraine e nigeriane che giocano allo stesso gioco sul telefonino nella metro.

Ho girato tanto, a piedi. Ho battuto l’Esquilino come un soldatino, tra centri massaggi thai, boutique cinesi che si chiamano Identità, antiche gelaterie romane con la fila che esce dalla porta e la gente contenta che fa caldo che si lamenta del caldo e ha il nervoso per il caldo e se le promette e se le dà ma non pensa a fare un passo indietro e a capire se è il caso di andarsene da qualche altra parte a far scorrere il tempo più piano, a sentire di nuovo il proprio respiro e a vedersi andare avanti, come viene viene, ma senza sottostare al pagamento del tributo giornaliero a questo mostro bollente e sferragliante che ti succhia la vita.

Una città magnifica che se è stata vivibile in qualche tempo è stato per un caso passeggero e fortuito, e non per quelle giornate di luce che ti senti parte del quadro, che a milioni avranno immortalato, e se le ricorderanno, impresse nella memoria viva che non è quella che si vomita nei nastri inferociti delle timeline di facebook e di instagram. Quelle giornate di luce che solo a Roma ci saranno sempre e non bastano a tutto, ma qualche volta ti risolvono la vita. Quelle giornate romane che sognano in tanti per una volta di poter vedere, un giorno, e adesso ci riescono, a milioni, vomitati da charter governati da gente scortese, vestita in modo strano, che vende articoli che nessuno comprerebbe mai e ti tratta come una merda se solo osi chiedere da che parte sta il cesso.

A Roma i cessi c’erano, erano i vespasiani, almeno per i maschi, e c’erano e ci sono ancora pure i nasoni. L’acqua dice che manca, se semo bevuti er lago de Bracciano e pure il fiume bojaccia l’ho visto esaurito. Fumeno pippeno se tatueno se meneno fanno e scritte indermuro se odieno discuteno a Lazio e ameno la Roma magnano aamatriciana a carbonara er sushi e cacio e pepe voteno a destra canteno e balleno e passeranno come un soffio de ponentino che porta un gabbiano verso la discarica.

Roma è tutto insieme: Rocca Cencia, San Basilio, Piazza Navona, er Quadraro, er Cupolone, Villa Glori, er Trullo, Centocelle, er Pigneto, i Parioli e tutto. Sangue, sudore, lacrime, soldi, merda, droga, bellezza, festa, vita, morte, cultura, cinema, amore, odio. Sguaiata e sfregiata, bella e impossibile.
Appena posso torno.
Presto.

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