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Mal Comune al Teatro povero di Monticchiello. E non è un mezzo gaudio, anzi: però ci si consola con la trippa e i pici

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Come sempre, a cavallo tra luglio e agosto, torna l’appuntamento tradizionale col teatro povero di Monticchiello e noi non ce lo facciamo scappare, sia per il godimento dei pici (fatti a mano) all’aglione e della trippa alla valdorciana, il cui retrogusto mi ha accompagnato per tutta la sera, sia per la necessità di trovare un refolo di vento fresco che ci rianimasse dopo una giornata di caldo africano.

L’antefatto è la discesa da Siena: siamo partiti presto e faceva caldo, e quindi, ostaggi del climatizzatore, ci siamo regalati la danza delle curve della via delle Crete, passando per Asciano dopo aver superato le dolci colline del color dell’oro (colpa della siccità, anzi, dell’asciuttore, diranno poi sul palcoscenico), che odoravano di paglia. Rotoballe e presse componevano geometrie spericolate sotto il cielo blu, e il saliscendi tra dossi, schiene d’asino, curvoni e gobbe dell’asfalto regalava un continuo colpo d’occhio impressionante.

Da San Giovanni d’Asso i colori cambiavano e il verde sembrava tornare al comando, prima di cedere il passo al giallo dominante valdorciano (sempre l’asciuttore di cui sopra), dal quale s’alzava la nuvola di fumo dell’ennesimo incendio, a naso sotto Campiglia. Ogni volta che percorro questa strada penso a che fortuna abbiamo ad abitare qui. Lo faccio anche stavolta, mentre parcheggio a Monticchiello acchiappando l’ultimo posto disponibile, troppo stretto per il SUV guidato da un tedeschina bionda che mi guarda parcheggiare desolata. Danke, la prossima comprala più piccola.

Arrivati in paese, il rituale che avvicina allo spettacolo è, in genere:

1) Visita alla chiesa di San Cristoforo (e Leonardo), che espone, tra l’altro, un sancristoforone ligneo di buona fattura. Anni fa entrai in chiesa e venni apostrofato, soprappensiero, da un gattone che stava accucciato su un banco. Miao. Carezze e fusa. Ora tengono chiuso per evitare, forse, che entrino i piccioni. Il mio micio non c’era, ma più tardi, durante lo spettacolo, ne ho visto uno affacciarsi discretamente all’estrema destra del palcoscenico e starsene lì seduto a godersi un po’ di spettacolo. Chissà che in scena non ci fosse chi gli allunga i croccantini, illudendosi così di rappresentarne la patria potestà;

2) Cena alla Taverna di Bronzone, dove si mangia bene e si spende poco, con tutti quelli che poi si spostano di sopra al teatro allestito in piazza. Mentre aspetti passano gli attori e puoi vedere i preparativi che fervono, ché il palco sta lì, attaccato alla chiesa. Alla fine ti rimane il tempo per un gelato o un cicchetto.

Lo spettacolo (s’intitola Mal Comune, quest’anno) è nella media delle rappresentazioni di Monticchiello, che raccontano in genere la memoria del paese. Sono frutto di un lavoro collettivo e mettono tanta gente in scena, che porta sul palco il proprio modo di parlare e di muoversi e rappresenta sé stessa mentre racconta un mondo che non c’è più.

Lo fa usando i gesti e il linguaggio che si sono persi, nel tempo, e a tratti li rievoca. Ma il racconto di quest’anno non è nostalgico, anche se attinge a piene mani dalla memoria del paese. E’ un tentativo, piuttosto, di descrivere il presente, attraverso il racconto di due fidanzati, disoccupato lui e incinta di tre gemelli lei, perciò aspirante disoccupata a sua volta, che si districano in una strana questione di numeri e di cittadinanze paesane messe in pericolo da provvedimenti lunari della politica, che preferirebbe svuotare i paesi per regalarli alle banche e farne dei villaggi senz’anima per turisti abbienti.

Intorno a loro un paese di quasi tutti anziani che fa da contorno petulante e descrive bene lo squilibrio demografico e la difficoltà di sostenere il peso del futuro per spalle giovani tanto gracili e sole. Confusi e spaventati, i due ragazzi cercano d’indovinare strade dove non ci sono. E’ l’atto introduttivo: la scena cambia, poi, e si rappresenta il passato, gli attori sono bravi e infilano battute vernacolari in un crescendo di ritmo.

Si racconta una discussione inconciliabile: doveva nascere una cooperativa agricola per fare uno sforzo comune ma non ci si accorda su niente, a partire dal modello di trattore che si dovrebbe acquistare. Ognuno se ne va per conto suo, isolandosi in un futuro quotidiano fatto di sacrifici enormi, senza l’aiuto degli altri. Anzi, tutti barricati dietro steccati rinforzati dal filo spinato.

E’ una metafora del presente che guarda fuori dal paese e osserva le divisioni, l’odio e la mancanza di comprensione per gli altri che caratterizza il nostro tempo. Un tema che torna più volte e che porterà al finale che non svelo, hai visto mai a qualcuno che legge venisse voglia di trippa, Orcia DOC e Teatro povero. Consigliati tutti e tre.

Il miracolo che si ripete è vedere tutta quella gente sul palcoscenico che si muove con cura e dedizione. Sempre emozionante. E’ un modo per mettere in scena la vita prima ancora di progettare l’espediente della narrazione, che della vita fa racconto di parte: un gioco di rimandi dove vedi persone vere che recitando se stesse raccontano storie verosimili.

Speriamo sia un grande successo, come sempre.

Cosa vuol dire essere maschi?

Cosa vuol dire allora essere maschi? Come e grazie a cosa si viene riconosciuti come maschi? […] essere maschi significa non essere come effettivamente si è, ma come si dovrebbe essere. Il maschio non è qualcuno che è maschio, ma qualcuno che deve esserlo, e in questo dovere sta la sua essenza. (Edoardo Albinati, da La Chiesa Cattolica, copiato da qui).

Quando ho letto il libro di Albinati mi ci sono riconosciuto, e non faccio fatica ad ammettere che molti errori che ho fatto in passato li avrei evitati se non avessi sentito questa “pressione”. Il fatto è che c’era un ruolo che dovevamo recitare, così almeno dicevano le convenzioni, e che per sottrarsi a quel ruolo ci voleva coraggio, e uno il coraggio non se lo può dare.

Albinati parla di un ambiente borghese, sul quale certe convenzioni pesano molto. In un ambiente di più basso livello può essere anche peggio, se i ruoli ti vengono scaraventati addosso come modelli ai quali non puoi essere conforme. Non se ti viene detto che alla tua età c’è gente che mantiene una famiglia, messaggio irricevibile per un adolescente, anche se può essere vero che, al mondo, ci sia gente che sostiene la famiglia in età ancor più verde.

Così si può crescere cercando di capire in che modo ci si dimostra uomini. A scuola è facile, bastava evitare di essere derisi e lo si poteva fare senza fatica, perché ci vuole vocazione anche per diventare zimbelli di qualcuno.

Nella vita, in genere, la questione era più complessa, soprattutto se dovevi fare lo slalom tra i paletti che ti venivano messi davanti dalle circostanze. Gli atteggiamenti erano il primo passo, quello che abbozzava superficialmente l’adesione a un modello riconosciuto. Fumare, bestemmiare, parlare in un certo modo delle femmine aiutava, ma doveva venirti spontaneo. Soprattutto, per rapportarsi da maschi con le donne ci voleva carattere. Ed è una cosa che, come il coraggio, uno non se la può dare.

A Roma negli anni ’70 il minimo sindacale era evitare atteggiamenti da femminuccia, cioè, nel gergo borgataro, da froscio (citazione ppp). Questo ci ha forgiato omofobi, adusi a battute sulla frosciaggine altrui, incuranti del fatto che spesso un gruppo di maschi chiuso all’esterno che adopera un proprio gergo per definire i rapporti con le donne è in forte odore di omosessualità latente. Il tutto però si riferiva alla propria presenza in un gruppo di individui, che può essere una classe, una squadra, un gruppo di amici.

Quando i rapporti con l’altro sesso si sviluppavano più in profondità c’era uno scambio uno a uno con una femmina, il che ci obbligava a essere all’altezza del modello di riferimento o, più semplicemente, a essere noi stessi. Tirando fuori tutto quello che ci avrebbe esposto alla derisione del gruppo di amici: dal mollicone alla femminuccia con tutto quello che c’è in mezzo. Avevamo sviluppato una personalità che si manifestava, quindi, su registri diversi a seconda dell’interlocutore che avevamo davanti: spavaldi e guasconi tra maschi, dubbiosi e angosciati in solitario, schiavi di una ghiandola mammaria, come cantava Elio, nel privato di coppia.

Salvo, ovviamente, gli strappamutande, quelli che avevano la cazzimma che li faceva trombare, o che dicevano di averla. Sembra un post minchione, come direbbe Romolo, ma non lo è, se parla del bisogno di aderire a un modello di riferimento che ti fa fare errori che ti condizionano l’esistenza. E, certo, il modello che ci voleva presto capifamiglia ha prodotto danni inenarrabili, fidanzamenti precocissimi e interminabili, assurdi sacrifici per mettere su casa e portare fino in fondo progetti scellerati, che ci hanno incanalato l’esistenza in un certo modo, soprattutto nel momento in cui le opportunità non mancavano, o erano parecchio più a portata di mano di adesso. Parlo della possibilità di studiare e di fare carriera, di realizzare qualche sogno, di provare a diventare qualcuno che conosca i propri limiti e vada dove vuole davvero.

Lo stesso discorso vale per le donne, anzi, per le femmine, ma è più complesso da capire ed è inappropriato parlarne per un maschio. La rilettura dell’autocoscienza di Albinati fa esondare cose che manco un tombino intasato. Personalmente al momento la combino con quella di Carlo Levi e dei suoi racconti lucani, che mi ricordano che un uomo e una donna che stavano da soli in uno spazio nascosto alla vista degli altri erano considerati compromessi, a prescindere dal fatto che fossero in qualche modo addivenuti a un contatto intimo. Questo perché, secondo le convenzioni di qualche decennio fa, era impossibile arginare la forza dell’attrazione fisica tra uomo e donna, con tutto quello che di sottostante è possibile immaginare, tra ansie, disagi e sensi d’indeguatrezza, giudizi sommari, marchi d’infamia e lettere scarlatte che in certi tempi potevano, in certe circostanze, piovere addosso a qualche malcapitato.

Il tutto mi ricorda che, sia colpa dei preti o meno, è da poco che ci siamo liberati da certi pregiudizi e nemmeno tutti, a giudicare da quello che si legge e si sente dire in giro. E che, quindi, chi cresce adesso ha ancora qualche possibilità di sbagliare modello a cui aderire, che non è per forza quello di Fedez ma può essere ancora quello del ragionier Brambilla, con tutto il rispetto. Vigilate, perciò, e date consigli a chi si mostra smarrito. Meglio seguire la propria indole, soprattutto in tempi in cui è impossibile fare scelte di convenienza, per assenza totale di opportunità. Sono scelte che si pagano sempre, in termini di dolori e di danni.

Come eravamo/Matera

E mi misi finalmente a cercare la città. Allontanatami ancora un poco dalla stazione, arrivai a una strada, che da un solo lato era fiancheggiata da vecchie case, e dall’altro costeggiava un precipizio. In quel precipizio era Matera. Ma di lassù dov’ero io non se ne vedeva quasi nulla, per l’eccessiva ripidezza della costa, che scendeva quasi a picco. Vedevo soltanto, affacciandomi, delle terrazze e dei sentieri, che coprivano all’occhio le case sottostanti.

Di faccia c’era un monte pelato e brullo, di un brutto colore grigiastro, senza segno di coltivazione, né un solo albero: soltanto terra e pietre battute dal sole. In fondo scorreva un torrentaccio, la Gravina, con poca acqua sporca e impaludata fra i sassi del greto. Il fiume e il monte avevano un’aria cupa e cattiva, che faceva stringere il cuore.

La forma di quel burrone era strana: come quella di due mezzi imbuti affiancati, separati da un piccolo sperone e riuniti in basso in un apice comune, dove si vedeva, di lassù, una chiesa bianca, Santa Maria de Idris, che pareva ficcata nella terra.

Questi coni rovesciati, questi imbuti, si chiamavano Sassi: Sasso Caveoso e Sasso Barisano. Hanno la forma con cui, a scuola, immaginavamo l’inferno di Dante. E cominciai anch’io a scendere per una specie di mulattiera, di girone in girone, verso il fondo. La stradetta, strettissima, che scendeva serpeggiando, passava sui tetti delle case, se così quelle si possono chiamare.

Sono grotte scavate nella parete di argilla indurita del burrone: ognuna di esse ha sul davanti una facciata; alcune sono anche belle, con qualche modesto ornato settecentesco. Queste facciate finte, per l’inclinazione della costiera, sorgono in basso a filo del monte, e in alto sporgono un poco: in quello stretto spazio tra le facciate e il declivio passano le strade, e sono insieme pavimenti per chi esce dalle abitazioni di sopra e tetti per quelle di sotto.

Le porte erano aperte per il caldo, io guardavo passando, e vedevo l’interno delle grotte, che non prendono altra luce e aria se non dalla porta. Alcune non hanno neppure quella: si entra dall’alto, attraverso botole e scalette. Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere supellettili, i cenci stesi.

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Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte per tutta abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie. Così vivono ventimila persone.

Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine di miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni giorno decine di bambini poveri, malati e malnutriti. Ma uno spettacolo come quello di ieri non l’avevo mai neppure immaginato.

Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani.  Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma. Sapevo che ce n’era, quaggiù: ma vederlo così, nel sudiciume e nella miseria, è un’altra cosa. Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria.

Le donne, che mi vedevano guardare per le porte, m’invitavano a entrare: e ho visto, in quelle grotte scure e puzzolenti, dei bambini sdraiati in terra, sotto delle coperte a brandelli, che battevano i denti dalla febbre. Altri si trascinavano a stento, ridotti pelle e ossa dalla dissenteria. Ne ho visti anche di quelli con le faccine di cera, che mi parevano malati di qualcosa ancor peggio che la malaria, forse qualche malattia tropicale, forse il Kala Azar, la febbre nera.

Le donne, magre, con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi, mi salutavano gentili e sconsolate: a me pareva, in quel sole accecante, di essere capitata in mezzo a una città colpita dalla peste. Continuavo a scendere verso il fondo del pozzo, verso la chiesa, e una gran folla di bambini mi seguiva, a pochi passi di distanza, e andava a mano a mano crescendo. Gridavano qualcosa, ma io non riuscivo a capire quello che dicessero in quel loro dialetto incomprensibile.

Continuavo a scendere, e quelli mi inseguivano e non cessavno di chiamarmi. Pensai che volessero l’elemosina e mi fermai: e allora soltanto distinsi le parole che quelli gridavano e ormai in coro: “Signorina, dammi ‘u chini! Signorina dammi il chinino!”. Distribuii quel po’ di spiccioli che avevo, perché si comprassero delle caramelle: ma non era questo che volevano, e continuavano tristi e insistenti a chiedere il chinino. Eravamo intanto arrivati al fondo della buca, a Santa Maria de Idris, che è una bella chiesetta barocca, e alzando gli occhi vidi finalmente apparire, come un muro obliquo, tutta Matera.

Da lì, sembra quasi una città vera. Le facciate di tutte le grotte, che sembravano case, bianche e allineate, pareva mi guardassero, coi buchi delle porte, come neri occhi. E’ davvero una città bellissima, pittoresca e impressionante. C’è anche un bel museo, con dei vasi greci figurati, e delle statuette e delle monete antiche, trovate nei dintorni. Mentre lo visitavo, i bambini erano ancora là fuori al sole, e aspettavano che io portassi il chinino.

(Carlo Levi, Cristo si è fermato a Eboli, Einaudi 1945)

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L’Opera all’Amatrice. Col camion

P_20170708_232007Gli amici sanno sempre essere preziosi. Il mio amico Stefano Ciavatta, venerdì, mi ha fatto un favore, segnalandomi l’evento dell’Opera che sbarcava l’indomani col Don Giovanni di Mozart all’Amatrice, terra dilaniata dal terremoto che vive oggi una popolarità che nessuno vorrebbe. Tutti sanno dov’è e cosa gli è successo (ho visto ieri altrove due olandesi che ne parlavano tra sé, e una delle due annuiva gravemente), molti si propongono di aiutarla in qualche modo, tutti si sentono solidali e vicini, mentre la comunità che sulle macerie cerca di ricostruirsi la vita si sveglia e si conta, scoprendosi ogni mattina più sola.

Insomma, il Ciav mi ha mandato questa cosa dell’OperaCamion e io non ci ho pensato due volte e sono volato sulle ginocchia dei monti della Laga per vedere questo spettacolo senza precedenti. Amatrice è stata ed è patria di grandi ingegni e offre (offriva) ricche vacanze estive a famiglie di gran qualità, ma la sua cifra festaiola è modulata, da sempre, sulla saltarella e sulle ciaramelle, sui rimatori estemporanei in ottava, su qualche concerto nazionalpopolare al tempo della sagra, sulle suonatine occasionali ferragostane, all’ombra della Torre Civica. L’Opera è roba da vedere a Roma, vestiti come si deve, in una bella serata invernale, dopo aver mangiato in qualche buon ristorante.

Amatrice, insomma, nel cuore dei suoi abitanti è il luogo della spensieratezza estiva, della passeggiata in cerca di funghi, della riapertura della caccia. Pizze fritte e vino. Feste di paese. Mi viene in mente che l’allestimento mobile voluto da Fabio Cherstich si riallaccia perfettamente alla tradizione antica del carro, e poi del furgone, che porta in giro lo spettacolo itinerante: cantastorie, imbonitori, ballerine sfiorite, prestigiatori, giocolieri che allietano un pomeriggio alla gente del paese, che smaltisce le fatiche della mietitura, facce riarse dal sole, mani grandi, camice a quadri e pantaloni di velluto, bretelle e fazzolettini, vesti corte sotto al ginocchio, zoccoli e voglia di divertirsi prima che torni l’inverno, danzando sull’aia e concedendosi un bicchiere di vino sotto il cielo d’agosto.

Un cielo che oggi è pulito, senza i miliardi di stelle che a questa quota lo punteggiano, disegnando le costellazioni e tracciando la scia luminosa della via lattea. Colpa di una luna quasi piena, che sorge presto da sopra a Cardito e si affaccia curiosa, richiamata dalla carezza dei suoni. I musicisti provano e si accordano, in attesa che si attivi il self service aperto, almeno lui, nell’area food, che è pronta, bella e deserta. Ci vuole tempo per ripartire, mentre il tempo passa e ti ricorda che non c’è più tempo: tra un mese e mezzo sarà passato un anno. Stiamo lì che ce lo ricordiamo e a ogni tremito di foglie ci pare di sentire ancora Sant’Emidio che scrolla la terra. Basta alzare la testa, voltarsi a sinistra è c’è il Vettore che si affaccia da dietro al Pizzo di Sevo e osserva con un ghigno beffardo.

Sembra dire che se per così poco s’è scomodato il Teatro dell’Opera di Roma allora vale la pena di continuare. Poco per lui, s’intende, che di storie ne ha viste e ne ha scritte, divertendosi a giocare col destino della gente. Qua siamo sotto alle montagne che furono attraversate a piedi dalle truppe di Annibale, o almeno così raccontano. Annibale, come Garibaldi e Federico Barbarossa, è stato ovunque, ha mangiato ovunque, ha dormito ovunque, ovunque si è accampato e ha lasciato un segno di simpatia per la bella gente che l’ha salutato. Magari con gli elefanti il grande generale è passato proprio per Villa San Cipriano, che ancora non sapeva che sarebbe diventata poi il luogo da dove ripartiva la speranza, con questa bella scuola variopinta costruita dai trentini a tempo di record. Almeno quella.

Sui vetri della scuola sono appesi i disegni dei bambini. Ci sono case, montagne, spacchi, muri crollati, Cristi in croce. Le sedie disposte davanti al palcocamion dicono che si spera in una buona affluenza. La fila al self service è rapida e consente una piccola chiacchierata. L’amatriciana ci ristora di profumo e di sapore, c’è l’abbruciccio buono sottostante che solo qua si può ritrovare. Sono rigatoni, e li rivendichiamo come fossero spaghetti. Buona anche la birra locale. Le montagne ci guardano curiose, noi le riguardiamo fotografandole mentre diciamo loro che siamo noi, vi ricordate? Siamo tornati a vedervi anche se pensavate, pensavamo di non poter tornare nel luogo dove dormono per sempre in trecento e nessuno dorme più, per paura che voi non vi siate stancate di giocare.

La gente prende posto e non sembra tanta, i musicanti sono pronti, arriva Leporello che fa un ammicco buffo, come un prologo, il camion prende vita, si accende, si colora di scenografie magnifiche, mentre proietta sullo schermo animazioni spettacolari. Ci diamo di gomito e ci chiediamo chi mai possa averle realizzate. Wikipedia ce lo racconterà dopo, a noi che accorriamo al richiamo della cultura alta dal nostro piccolo, ignari di quello che si deve sapere per sedere al cospetto di un Mozart rivelato così, leggiadramente, da una banda di ragazzi giovani che sorridono perché sanno che stanno facendo qualcosa che nessuno ha mai fatto.

Mozart a Villa San Cipriano. La gente cresce, da qualche decina diventa un mucchio, riempie le sedie anche se non tutte, assiste, spippola col cellulare ma il richiamo del canto melodioso e della musica finisce per attrarla. Segue con passione, applaude, sorride perché l’opera è buffa e le scene colorate di culi grotteschi e animazioni affascinanti. Dimenticavo, le scene sono di Gianluigi Toccafondo. L’allestimento itinerante da camion è di Fabio Cherstich, sempre sia lodato. L’ha fatto per andare nelle piazze a cercare il pubblico che domani, forse, si appassionerà all’Opera. Il camion è moderno, geniale, usano pure la cabina, il tetto, il pavimento del container, uno scivolo montato di fianco sul quale fanno di tutto. Il linguaggio invece è antico e arzigogolato, non tutto si intende al volo, ma si capisce che non ci si trova davanti all’inaccessibile. Che la musica accarezza tutti, come il vento che s’intrufola, curioso, al termine di una giornata africana. La luna, le montagne e tutti a guardare lo spettacolo, che scorre agile per un paio d’ore scarse e ci strappa applausi convinti.

Ci fosse stato dove fermarsi a dormire ci sarebbe stata più gente, ma se tutto fosse intatto non ci sarebbe stato il viaggio dell’OperaCamion, che è qui  perché c’è stato un terremoto, come quello cui si accenna nel finale dell’Opera, quando Don Giovanni finalmente paga il conto delle sue malefatte e viene inghiottito dall’inferno. Si torna ciascuno alla propria vita, mentre scorrono, accanto, le rovine, che restano inerti, in attesa che qualcuno le rimuova e ridisegni il paesaggio.

Tra le cento/duecento persone che hanno assistito si spera ci siano tanti di quelli che stanno nei container o aspettano che gli sia assegnata una casetta dove svernare con meno preoccupazione tra qualche mese. La luna è alta e ci illumina la strada al punto che potremmo spegnere i fari della macchina. Ci parrebbe, forse, ancora più strambo questo paesaggio amatriciano, conosciuto solo a chi prima sapeva le strade alternative ed aveva battuto in lungo e in largo la mappa delle frazioni, seminate a decine, come una nevicata di pecorino grattugiato sugli spaghetti con la rattacacia artigianale, quella fatta dal nonno con la lamiera inchiodata sul legno e bucata col punteruolo.

La strada non è più quella, i posti non sono più quelli. Le frazioni amatriciane e quelle accumolesi, invece, stanno sempre a braccetto sotto un cielo rosso di sangue e nero di bestemmie, finito il tempo delle preghiere in cerca di una grazia che non arriva né per diritto né per pietà.

S’è suonato Mozart e s’è cantato il bel canto per chi non c’è più e per chi c’è ancora. Servirà, perché la bellezza fa girare il mondo: placherà le montagne e porterà consolazione al pianto dei vivi, fissando il ricordo di quelli che non ci sono più. Un viaggio in camion che può portare qualcosa al suo posto: quello che nella concitazione del dopo, cercando di salvare chi si poteva e cosa ancora restava di sano, era mancato. La bellezza, che è come l’acqua che cade sulla terra spaccata e riarsa di un deserto che non ne vede da mesi e lo disseta: fiorisce il fiore, il sole sembra baciarti di nuovo e i colori della terra si ravvivano. Si rinasce, piano piano.

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Palio #27

Sienese crush ... a crowd in Piazza del Campo awaits the action.Si è corso il Palio. Per me era il ventisettesimo e l’ha vinto la Giraffa, che è stata la prima contrada che ho visto vincere: arrivavo da Roma e ascoltai la radiocronaca, il radiocronista RAI si imbrogliò e annunciò una vittoria della Pantera che era stata in realtà preceduta dallo scosso della Giraffa, liberatosi del giovane Salasso. In quel mentre io passavo da Montaperti. Arrivato in Città andai subito in Contrada a vedere come si festeggiava: i giraffini erano in estasi. Un tripudio di biancorosso. Era il 2004 e il mio secondo Palio, il 16 agosto, lo vidi in Piazza. Vinse la Tartuca.

Ogni volta è una storia diversa. Quest’anno è successo di tutto e le chiacchiere della vigilia sono rimaste focalizzate fuori dalla Piazza, visto che col tempo brutto non c’era modo di fare uno straccio di prova. Le misure eccezionali di sicurezza adottate facevano preoccupare per lo svolgimento della Festa, che poi è filata via senza intoppi, salvo lo show del cavallo Tornasol, in sorte alla Tartuca, montato dal superfantino Trecciolino, un po’ avanti con gli anni, cui non è bastata l’esperienza per gestire uno spinoso caso di ammutinamento. Curioso: il fantino più anziano per il cavallo più giovane in Piazza.

Tornasol è entrato tra i canapi una prima volta, forse anche una seconda, ora non ricordo bene. A un certo punto ha cominciato a rifiutarsi di entrare testardamente, schiumando, sudando e cercando di riguadagnare la via dell’entrone. Inutili i tentativi del fantino, del barbaresco, del veterinario, di alcuni avversari, della Piazza, dei capitani, e le preghiere di chiunque fosse seduto davanti alla televisione sperando di veder finalmente correre la Carriera. Alla fine Tornasol, scuro e bellissimo, è rientrato ai box sfinito dalla stessa pervicacia con cui ha portato avanti questa sorta di autodeterminazione equina, tra i musi lunghi, le lacrime e i bestemmioni dei contradaioli.

Trecciolino ha dovuto rimandare (forse definitivamente) il ritorno alla vittoria e la Giraffa, col formidabile partente Scompiglio, al terzo trionfo consecutivo, ha regolato la Piazza frustrando le speranze dell’Aquila, che non riesce a liberarsi della maledetta cuffia da nonna che tocca alla Contrada che non vince da più tempo. A spargere sale sulle ferite dei contradaioli una gran corsa del loro cavallo, che si piazza al secondo posto, ignominia e scorno massimo al Palio, purga e perciò disperazione e rimpianto. Inconsolabili quelli dell’Aquila s’incazzeranno se gli si dirà che ci sono andati vicini, perché funziona così e se non sei nato e/o cresciuto sulle lastre non lo puoi capire.

Io che sò de Roma mi sono goduto lo spettacolo. Tutti gli anni mi ci accosto in un misto di pigrizia/sufficienza e curiosità, e finisco, poi, per appassionarmi alla Festa e per respirare l’atmosfera magica che regna in città. Per i senesi questa è la festa attesa tutto l’anno: gioiscono di gioia vera a celebrarne il rituale, godono a far vedere d’intendersi di cavalli, di fantini e di strategie, stanno lì occhiuti a darsi di gomito se avvistano il tal dirigente nel territorio di una contrada che non è la sua, si sperticano in lodi per le monture, intonano canti che si somigliano tra loro ma sono diversi, azzardano controcanti e accennano litanie in latino, adorano cavalli e insolentiscono fantini, e tutto questo compone un quadro magico che tanti turisti attrae, alcuni dei quali restano talmente colpiti da tornare per farsi in qualche modo contradaioli.

In realtà è un’illusione: sono comportamenti che non si possono riprodurre in un modo che non sia posticcio, se uno in Contrada non ci è cresciuto, visto che nascerci diventa sempre più raro per le dinamiche che portano la gente a spostarsi dal centro cittadino per lasciare spazio a chi prende le case in affitto o se le compra a caro prezzo.

Per quanto un non senese si possa appassionare, anche vivendo in città, è difficile non notare la differenza. Senza star qui a elencare i comportamenti genuini del senese contradaiolo doc, anche perché bisognerebbe conoscerli per davvero e io sono solo un osservatore, è impossibile che uno di fuori possa sintonizzarsi compiutamente sulle frequenze della Festa. Che dispensa, però, emozioni anche per chi assiste, cerca di capire le regole e di mettersi in ascolto senza pretendere di entrare troppo in profondità.

Si scopre che la Piazza è un vulcano di umori, da quando si assegnano i cavalli, in crescendo, fino al giorno del Palio. Che ci sono dei momenti in cui la tensione è palpabile, quasi insopportabile: l’attimo di silenzio totale che si fa in Piazza appena prima che escano i cavalli dall’entrone e l’istante che precede la chiamata della prima Contrada fatta dal Mossiere, aperta la busta recante l’ordine d’ingresso ai canapi.

Momenti in cui i senesi sono dentro la Festa e non c’è spazio, secondo me, per gli altri, che ne restano spettatori. Ben accetti se si sanno comportare: la possibilità di dire o fare cose fuori luogo è sempre in agguato e segna la differenza tra loro e noi. Gli è toccato il privilegio di nascere nella Città più italiana di tutte, per dirla con Edoardo Nesi, che non è di Siena ma di Prato. Per gli altri non è così e in questi giorni la differenza si sente. Ci si abitua a tutto, vivendo a Siena, ma non alla bellezza incomparabile della città, che ti sorprende sempre e ti lascia senza fiato.

Gli uomini che ci vivono non sempre sanno essere all’altezza di quello che è stato fatto, qui, per esaltare la bellezza. Nessuno ci riuscirebbe. E’ un piccolo gruppo di eletti per nascita che celebra sé stesso e la propria grandezza, ormai sfiorita da secoli, il cui ricordo si perpetua nella custodia maniacale di questa città-gioiello. Che per quanto possa essere bersagliata dalla crisi della banca, dagli scandali e da misteri inquietanti, resta immutata e perfetta manifestazione del bello, di cui è simbolo Piazza del Campo.
Appunto, il luogo della Festa.

 

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Procrastinare/Non fare oggi quello che potresti fare domani

C’è sempre qualcosa di meglio da fare rispetto a un’incombenza noiosa e ripetitiva. E’ una legge ferrea a cui nessuno sfugge, salvo che non siano le sollecitazioni esterne a obbligarlo. Il problema è che quando procrastini poi ti viene l’ansia, e ti dividi in uno slalom tra i sensi di colpa (sono una merda, dovevo fare quella cosa e non l’ho ancora fatta) e i momenti autorassicuranti (ganzo, posso anche scrivere un post per il blog, per fare quella cosa importantissima avrò tempo domattina, semmai posso anche alzarmi un quarto d’ora prima).

E’ vero che così facendo si vive con un livello costante d’ansia a bassa intensità. D’altra parte un’esistenza fattiva e puntuale genera comunque l’ansia da scadenza, quella che oddioddio mancano quindici giorni alla deadline e mi manca il 2% del lavoro per finire.

A me succede che la tensione si abbassa in prossimità del traguardo quando capisco che farò in tempo a fare tutto e a finire un lavoro. All’improvviso entrano in scena le distrazioni. Che si sovrappongono a intermittenza al lavoro principale. Secondo lo schema ok, devo fare l’ultimo passo, ma prima fammi leggere chi ha comprato la Lazio. Ecco, ho letto, allora devo fare ancora un pezzettino ma uh, vediamo se è arrivata posta. Mannagg, si sta facendo tardi, devo finire il lavoro ma oh, adesso mangio una banana.

Così facendo passano i giorni e poi all’improvviso subentra il crucco e in un tripudio di ein, zwei le tessere del mosaico vanno a posto e si conclude trionfalmente la campagna, finisce l’ansia, si fa strada l’autocompiacimento, ci si rimirano i pollici, si fuma dopo l’amore, si contempla l’orizzonte e si surfa sul bordo dell’ombelico, fino a quando non incombe un’altra scadenza e tu non hai ancora fatto un cazzo.

Dice che è roba da creativi. Non so. C’è questo fatto dell’attenzione che viene disturbata da sollecitazioni esterne di continuo, tipo quando stai scrivendo un post e devi finire ma non ti ricordi cosa volevi scrivere e ti attrae qualcosa che staziona sulla scrivania da giorni, ti viene in mente che devi andare al bagno e mettere i croccantini nella ciotola del gatto e chiudere le persiane e lavarti i denti e cominci a tenere in mano un filo per ogni cosa che devi portare avanti fin quando non sopraggiunge uno stato d’ansia, un poco sottostante, appena appena, un senso d’urgenza che contrae le budella al punto giusto, un senso d’inadeguatezza che dice che merda che sono dovevo fare questa e quest’altra cosa e non l’ho fatta.

Poi tiri un sospiro e scopri che ti stava venendo l’ansia solo perché non avevi chiuso un post sul blog. Ecchessaràmai. E’ dura la vita per chi non soffre d’ansia, inventarsi ogni giorno un delirio ansiogeno dal nulla, far finta di consumarsi in un senso di colpa inesistente, inventarsi delle scadenze non rispettate per far finta di averne. Se la scansione del tempo te la dà il lavoro la vita scorre regolare, come appresso a un metronomo, lunedìmartedìmercoledìgiovedìvenerdì e puoi inventarti il sabato e la domenica. Se ti manca quella tensione tutto rallenta e scopri che senza ansia non c’è bisogno nemmeno del caffè.

Sarà anche una noia, ma scoprire di fabbricare artificialmente un qualche piccolo stato d’ansia per costringersi a stare sul pezzo invece di giacere a pelle d’orso potrebbe essere anche peggio. Per lavorare c’è bisogno di una scansione temporale. A casa il tempo s’intreccia e si dilata, e si finisce per credersi vittime di una procrastinazione che in realtà non esiste. Sta solo nella tua testa. E’ un solipsismo.

Tutti al mare

hqdefaultLeggo sul Messaggero che dice l’esperto che fare il bagno dopo mangiato non è pericoloso. Ora, ammesso e non concesso che l’esperto abbia ragione, e data la sua livornesitudine si può stare tranquilli sulla sua conoscenza del mare, ma non so quanto sulla sua affidabilità tout-court, boia dé, mi crolla il mito dell’autorevolezza delle mamme italiane, già messo a dura prova, è vero, dalle mamme stesse. Vero è che in tempi di scelte autoproclamate consapevoli su vaccini e di atteggiamenti intimidatori nei confronti dei prof più severi, l’autorevolezza dei genitori è in ribasso di continuo. Al mare, comunque, sembra i bambini anneghino quando non c’è nessuno a guardarli e non se si tuffano con una rosetta al salame nella pancia.

L’alimentazione in spiaggia, oggi, è meno rituale che un tempo. Io mi ricordo spedizioni di plotoni di persone viaggiare nei 50 gradi della metro Roma-Ostia con giganteschi frigoriferi portatili, materassini gonfiabili, ombrelloni cabinati, secchielli, palette, salvagente già gonfiati, sleppe di pizza bianca alla pala farcita con la mortadella, con prosciutto e fichi oppure rossa, ma quella del forno, che si ammollava nel suo umido mantenendo viva la crosta della cornice.

E poi cocomeri, almeno uno, di quelli americani, giganti, in genere inflitti a figli adolescenti divisi tra il Corriere dello sport e le generose scollature delle signorine accaldate nel mezzo che procede lentamente verso il litorale, e passa da Acilia e da Vitinia, dove accanto ai binari c’era una casamatta che mi faceva impressione, tale e quale a quelle disegnate sui giornaletti di Super Eroica.

E poi un pallone, i racchettoni, il going, le click-clack, le formine, i tappini, la maschera, le pinne. Tutto stipato sotto il sedile, sulle ginocchia o in braccio alle matrone, i costumi interi coperti con una gonnellina e una camicetta, le ciabatte infradito, gli zoccoli, i ventagli, la voglia di starsene una giornata al sole, sedute su una seggiolina infilata nella montagna di roba al seguito, con l’urlo pronto a richiamare i marmocchi e il pensiero rivolto alla cena per i mariti al lavoro.

Nel frigo, portavano: polpette fritte, fredde, squisite. Un paio a testa. Un ciotolo similtupperware con la parmigiana di melanzane. Per 6/8 persone. Una decina di fettine panate. Un limone da tagliare a spicchi. Una pasta fredda detta alla checca, con pomodori, basilico e mozzarella, oppure una pasta col sugo di tonno, che da freddo era ancora squisito. Piatti di carta. Posate di ferro. Un bustone di frutta da mettere vicino al cocomero: pesche giallone, belle spaccarelle, albicocche che te le magni una a una, uva, melone, susine gialle e rosse. A parte, una decina di rosette e la pizza di cui sopra. Un pezzo di pane casareccio. Una busta di cornetti conservati di marca Cerbiatto. Un thermos di caffè. Un paio di boccioni d’acqua, ché di plastica non c’erano. Bicchieri di plastica di quelli periscopici riusabili. Grand Hotel. Fotoromanzi Lancio. Giornalini assortiti da leggere, tipo Geppo, Soldino, Tiramolla, Lando, Jacula, Zora. Un mazzo di carte da briscola. Un giornaletto di enigmistica di quelli scamuffi con i diagrammi e le vignette disegnate male.

Il regime alimentare di una giornata marinara era piuttosto articolato: colazione a casa, tazza di caffellatte fumante dimenticato sul fuoco che fa la pannetta sopra, con una bella fetta di pane o mezza rosetta o un cornetto di quelli conservati.

Via andare di corsa sul tram (per anni c’è stato, però, un torpedone che partiva da Centocelle e portava a Ostia, partenza la mattina alle sette, tragitto Centocelle-Arco Travertino-Acqua Santa-Cristoforo Colombo-Ostia pontile stabilimento Vittoria-Ostia verso il Tibidabo) fino a Piramide, da lì al trenino per il mare o alla metro per Ostia. Improperi agli adolescenti distratti e addormentati. Lagne dei più piccoli.

In vettura si consuma parte della pizza, il resto se ne va arrivati in spiaggia, grosso modo verso le dieci, montata la tenda-cabina, spolti e rivestiti col costume tutti gli astanti, ripescati in acqua gli adolescenti, coperte le fronti ai piccoli, svolta funzione dirimente nelle prime liti per le formine e le palette e i rastrelli, medicate le bue prodotte dalle secchiellate e dai mozzichi, portati i più piccoli a fare la pipì in acqua, il tutto a un livello sonoro tipo Mach 1 che include la conversazione con la tribù della tenda-cabina accanto.

Terminata la distribuzione dei cornetti e delle pizze si allestisce il pranzo, spesso servito su tavolini a valigetta completi di sedie pieghevoli, affidati in genere ai figli più grandi in quanto ingombranti e pesanti quasi come il frigorifero. Tavoli che tornano buoni, poi, per giocarci a briscola e farci le parole crociate.

I grandi mangiano la pasta seduti al tavolo, i piccoli siedono sul telo dopo essere stati asciugati, la pelle accapponata, le labbra che le madri immaginano livide per l’ipotermia incipiente, le dita lesse. Dopo la pasta, le melanzane e la fettina, che ai piccoli viene data inserita in una delle rosette che col caldo e l’esposizione all’aria si sono fatte gommose. Cocomero e melone completano l’opera, mentre le pesche e il resto serviranno per la merenda, insieme al cremino, al croccante, al cornetto Algida che saranno acquistati nello stracaro baretto/ritrovo locale dove i fidanzati si recano per un crodino, un’acqua brillante e una rosetta col presciutto, le marlboro infilate nel costume lui, lei coperta dall’asciugamano messo a mò di pareo, con gli zoccoli col tacco.

L’allopiamento postprandiale ti sorprende quando meno te l’aspetti e ne ha ben donde, data la quantità di cibo ingerito. Si cerca l’ombra sotto l’ombrellone-cabina che si espande allargando i tendaggi. La pennica spietata miete vittime tra i piccoli, mentre le mamme tra una sventolata e l’altra si assopiscono rimanendo parzialmente vigili.

I fidanzati, qualche metro più in là, ne approfittano per scambiarsi morbidezze e ispidità, alcune parti del corpo staccate mentre altre aderiscono come col bostik suscitando commenti caustici delle mamme che sibilano che ce stanno i regazzini.

Il sole scintilla sul pelo dell’acqua mentre si annuncia con il gracchio dell’altoparlante la barca che porta i bagnanti a prendere un po’ d’aria al largo. Le mamme resistono, borsellino in mano, al richiamo delle sirene. La barca riparte al ritmo di una qualche Donna Summer. E’ summer, del resto. Il bus riparte alle 7, la metro un po’ prima, ma quando il sole si abbassa sarebbe il momento migliore per rimanere.

Si riparte con i piccoli cotti che si addormentano fachiri sugli strapuntini più improbabili. Le mamme, esauste, si sfogano inveendo contro gli adolescenti distratti e persi dietro le scollature dell’andata, ora arrossate dal sole e profumate di creme misteriose. A casa attendono mariti da accudire, alici da friggere, sughi già pronti con la conserva fatta in casa e il basilico coltivato al balcone in una latta di tonno riciclata.
Mentre tramonta il sole, le zanzare scendono dalla cappa per la cena. L’attesa per la doccia è lunga e i piedi insabbiati hanno già seminato per casa granelli in quantità sufficiente a ballarci sopra il tip-tap.

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Risalire dalla Foce

La Foce è una grande tenuta che si trova tra Chianciano e la Val d’Orcia, in provincia di Siena. Iris Margaret Cutting e Antonio Origo, appena sposati, si trasferirono a viverci, nel 1924, ristrutturandola e fondando un’importante azienda agricola che contribuì allo sviluppo della zona, in quel tempo bella e poverissima.

Durante la seconda guerra mondiale la villa divenne un luogo sicuro dove trovarono rifugio profughi, soprattutto bambini, partigiani e militari alleati scampati alle grinfie di tedeschi e fascisti. Iris Origo e suo marito rischiarono in prima persona e misero a disposizione le loro ricchezze per salvare dagli orrori della guerra quanta più gente possibile.

Iris_Origo_DonataIris, storica e scrittrice anglo-americana, documentò in un libro scritto in forma di diario, “La Guerra in Val d’Orcia”, la vita vissuta alla Foce in quei giorni terribili. Quando il fronte passò per la Val D’Orcia gli ospiti della tenuta si trovarono in grave pericolo, esposti al passaggio delle retrovie tedesche in ritirata e al fuoco delle truppe alleate che le incalzavano. Gli Origo decisero di lasciare la tenuta per trovare riparo nella vicina Montepulciano e guidarono i bambini e gli sfollati in una marcia verso la salvezza, tenendosi il più possibile lontano dalle strade per evitare di rimanere esposti al fuoco dei caccia che martellavano la zona. La marcia fu penosa, per la paura, perché alcuni bambini non erano in grado di camminare, perché sul tragitto erano presenti cadaveri non rimossi, c’era il rischio delle mine e il fuoco dell’artiglieria e non c’erano garanzie su quello che si sarebbe trovato una volta giunti a Montepulciano. Alla fine il gruppo arrivò sano e salvo a destinazione.

La marcia di Iris Origo e dei bambini della Foce viene ricordata, dall’anno scorso, con una rievocazione. Sabato scorso ho partecipato anch’io, con i miei cari amici Antonio e Valentina. E’ stata una bellissima esperienza. Abbiamo raggiunto la Foce attraversando il paesaggio incantato della Val D’Orcia, adagiata ai piedi del profilo severo dell’Amiata. Era mattina prestissimo ma già faceva caldo. Siamo arrivati sul posto del raduno per primi, il che ci ha fatto temere di aver sbagliato luogo, data, ora dell’appuntamento.

Timore fugato nel giro di qualche minuto, con l’arrivo di un folto gruppo di persone. Una quarantina di camminatori che si sono avviati con bel passo verso la lontana meta (14 km), dopo la lettura rievocativa di qualche pagina tratta dal libro di Iris. Un cammino alternato tra strada e bosco, in mezzo agli ulivi e sul dorso di un crinale, all’ombra o sotto un sole infuocato, chiacchierando e facendo amicizia, sapendo di compiere, col solo marciare su quella terra riarsa e spaccata dalla siccità, un gesto carico di valore simbolico. Una testimonianza che serve a non lasciar andare il ricordo di quei giorni terribili, in cui tanta gente mise a repentaglio la propria sopravvivenza per resistere, aiutare, proteggere persone in fuga dall’orrore di una guerra che era comunque vicina, fuori dalla porta di casa.

Qualcosa in cui tutti erano coinvolti, impossibilitati a sottrarsi a sollecitazioni terribili: fame, paura, persecuzione dell’occupante nazista e dei suoi complici. Abbiamo sudato su quella terra, riconosciuto le strade, sbagliato qualche svolta, saltato qualche steccato, pensato ai fazzoletti bianchi che erano l’unico scudo disponibile per quel gruppo di anime transumanti. In viaggio dalla paura e dal fuoco verso la speranza e la vita, accompagnate dall’ansia degli adulti e forti del candore dei bambini.

Il gruppo della Foce arrivò a Montepulciano da San Biagio e fu accolto dalle gente del paese, che si prese cura, per quanto possibile, di tutti. Noi abbiamo fatto lo stesso, sbuffando e sudando, ma godendoci il ricordo di quel viaggio ripercorso e per questo fatto nostro. Non c’è stata paura, solo la bellezza dei luoghi, la dolcezza delle ciliegie e delle albicocche di cui abbiamo approfittato, strada facendo, ogni tanto una sosta, un sorso d’acqua, una lettura, una testimonianza fatta da bambine che leggevano poesie e suonavano melodie. Tra sorrisi e chiacchiere fatte sottovoce, ascoltando con piacere gli altri e dicendo ogni tanto la propria.

Ci ha ricevuto nel suo bel giardino la famiglia Bracci, che quel gruppo di viandanti impauriti e affamati accolse, dando fondo a viveri e coperte. Tutti stretti in un abbraccio mentre il mondo impazzito, fuori, regolava i conti con la follia nazifascista.

Una storia che ci ricorda che si può restare umani mentre viene meno qualunque punto di riferimento e la vita è appesa a un filo che si può troncare all’improvviso. E ci insegna, perciò, che c’è sempre spazio per farlo. Dipende da noi e non dalle circostanze.

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Amici

Ieri ho rivisto dopo parecchio tempo un amico carissimo. Dopo averlo salutato mi sono ricordato che lui è stato il mio primo vero amico “del cuore”, quello che cascasse il mondo tutti i giorni passavo a chiamare a casa per uscire. Abbiamo condiviso tante cose anche se siamo diversi. Crescergli vicino mi ha fatto bene, è sempre stato una mano santa per la mia autostima e mi ha aiutato molto a tirare fuori quello che avevo dentro di buono. Tempo fa gli chiesi con un messaggio un consiglio su come muovermi nell’intricata vicenda lavorativa recente. Mi ha detto una cosa che mi è risuonata nella testa per settimane, un consiglio che non ho seguito e ho sbagliato. Avrei anticipato certe situazioni e oggi mi troverei più avanti nel mio percorso. E’ un uomo estremamente intelligente, coraggioso, che nella vita ha saputo crescere e cambiare molto, anche un po’ come aspetto fisico. Mi ha detto cose che mi hanno fatto effetto, anche stavolta. Mi rendo conto che il periodo in cui la mia vita s’è un po’ complicata coincide con la fase, lunga, in cui ci si è persi di vista. Tutti seguiamo delle scie luminose che possiamo scambiare, a volte, per maestri o per punti di riferimento. Non ho mai guardato a lui in questo modo, riconosco altre due o tre persone, nel tempo, come guide fondamentali, altre come compagne senza le quali le cose sarebbero andate parecchio peggio. Con lui siamo partiti insieme a scoprire il mondo e solo oggi mi pare di capire davvero quanto sia stato importante averlo al fianco per tanti anni. E’ stato una chiave per rompere un isolamento pericoloso, un farsi piccoli per resistere alla paura che non avrebbe portato a niente di buono. Se sono come sono, nel bene più che nel male, un po’ lo devo a Luciano, di sicuro.

Attilio Lolini (1939/2017)

Abbiamo lasciato
tracce in giro
frammenti
si spegne il millennio
muore goffo
estraneo
anche la nostra
giovinezza
si spegne
è tempo di sbaraccare
infingardi dilettanti
barammo malamente
sull’orlo
di questo secolo
infame
ah le mie carte truccate
tutte sul tavolo
presto
è tempo
partiamo
le notti saranno
sempre più lunghe
e i rimorsi
non daranno
tregua
(Attilio Lolini, 1939/2017)