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Liberi di consumare noi stessi

Acquistiamo un sacco di roba on line, perché costa meno.
Non solo merci. Utilizziamo piattaforme per prenotare alberghi, ma anche stanze messe a disposizione da privati, trasporti alternativi, diritti per partecipare a uno spettacolo o a un evento di qualche altro tipo.

Costa meno ed è comodo: stai a casa in ciabatte a mezzanotte e compri una cosa senza andare in negozio, pagando meno. Per questo è difficile fare caso a certi particolari: se spendiamo meno, chi paga la differenza?

Prendiamo un qualunque articolo che acquistiamo in rete a un prezzo vantaggioso: l’azienda che lo vende sostiene un costo e ci ricarica sopra un profitto, normalmente. Per cedere quel servizio ad una piattaforma di e-commerce ridurrà il proprio profitto o tenderà a incidere i costi di produzione? E quali di questi costi saranno comprimibili, quelli legati alle materie prime, quelli legati alla manodopera o, che so, ai servizi?

E se una piattaforma (un nome a caso: Amazon) diventa una delle più grandi aziende del mondo senza produrre uno spillo, soltanto facendo girare da intermediario tutto questo enorme traffico planetario, sulla pelle di chi sarà stata accumulata tutta questa ricchezza?

Facile: su tutta la struttura attraverso la quale prima che nascesse Amazon si compravano le stesse merci. Si tratta di una ricchezza che prima era diffusa e adesso è polarizzata nelle mani di un unico soggetto. Ci rendiamo conto che costa meno, spesso, comprare un articolo su Amazon che sul sito del produttore? Gli altri tirano la cinghia, se ce la fanno, o chiudono. Le ripercussioni a catena sono facilmente immaginabili: chiudono i grandi magazzini, i piccoli negozi, perdono il lavoro tante persone. E non lo ritrovano.

Perché non riusciamo a smettere di affossare da soli la nostra economia? per esempio perché per le nostre sempre più limitate capacità di spesa (i salari sono fermi da lustri, quando non regrediscono, e gli occupati diminuiscono di continuo) ci spingono a cercare acquisti convenienti dove si trovano.

Oppure perché il consumo diventa ogni giorno di più un bisogno, anche compensativo di altri. Acquisti compulsivi. Sia come sia, per molti acquistare on line diventa un modo per far quadrare i conti o per spendere meno per un singolo acquisto, il che di per sé porta soddisfazione.

Un meccanismo infernale, in cui la gente per sopravvivere manda a picco altra gente, il tutto mentre c’è qualcuno che arricchisce in maniera assurda, capitalizzando cifre che corrispondono al PIL di un medio paese sviluppato. Pagando tasse, quando accade, in altri posti rispetto a dove compriamo.

Senza fare catastrofismi, avete idea di cosa significhi per la spesa “sociale” (sanità, pensioni, servizi pubblici) perdere contemporaneamente le tasse corrispondenti a un volume di commercio così grande, la disponibilità reddituale di chi perde il lavoro e le ricadute sull’economia in termini di consumi e di tasse e contributi pagati che vengono meno?

La colpa non è dell’innovazione e nemmeno delle piattaforme: la colpa è di chi ha agevolato questo stato di cose, senza escogitare un qualche correttivo che eviti questa corsa al disastro sociale. In Italia, come sappiamo, ci sono problemi grossi, legati a delocalizzazione, finanziarizzazione dell’economia, precarizzazione/cancellazione del lavoro dipendente, azzeramento delle garanzie che spedisce milioni di persone in bocca alla Gig economy, l’economia dei “lavoretti”, sulla quale ingrassa questo sistema planetario.

I “lavoretti” che dovrebbero servire a determinate categorie di persone: una volta li facevamo durante le vacanze, per arrotondare entrate insufficienti o per mantenerci, magari, agli studi. Oggi bisogna metterne insieme alcuni per campare e non basta: il tempo di un lavoratore della Gig economy è contingentato, lavorare il più possibile è l’unica strada per avvicinarsi alla sussistenza, senza nessuna garanzia in caso di malattia, infortunio, maternità, senza ferie, senza alcun potere contrattuale, in balia di una committenza con la quale spesso non si ha alcun rapporto. Algoritmi, software, sistemi di comunicazione digitale.

Niente a che vedere con la sharing economy, quella in cui si cerca di ottimizzare risorse per spendere meno e mettere mano agli sprechi. Anche se la confusione tra i due approcci a volte viene cavalcata per far passare per oro quello che non è.

Come si esce da questo girone infernale? Non certo con i sussidi, ma il ragionamento quotidiano sul reddito di cittadinanza ha il merito di accendere i riflettori sul tema delle persone che vivono sotto il livello di sussistenza.

Un passo avanti importante sarà ammettere che il problema esiste davvero, nella realtà, e non nella testa di chi fa lo schizzinoso, vuole il lavoro bello garantito sotto casa e amenità che si sentono dire da chi, evidentemente, un lavoro già ce l’ha, non gli è capitato di perderlo e nemmeno di provare la sensazione di non poter avere mai, per quanto abbia fatto il possibile per prepararsi, l’opportunità di mettersi alla prova almeno una volta  nel mondo del lavoro, senza doverlo fare gratis o sotto qualche ricatto.

Se si parla di dignità si apre un capitolo insidioso: il problema non è solo far mettere insieme il pranzo con la cena ad alcuni, il problema è dare risposte credibili in una società che per convenzione mette all’indice chi non lavora, tacciandolo di scarsa volontà. Come se dalle scelte individuali potesse dipendere il governo di un fenomeno mondiale insidioso, di cui nemmeno le menti più illuminate riescono a intuire la portata e le possibili ricadute. L’individuo ha una sola possibilità: accettare o rifiutare una proposta di lavoro, quando e se riesce a trovarne una. E’ evidente che in una situazione del genere tenderà a prendere quello che trova, pur di pagare i conti e sopravvivere.

Non si tratta di mettere un freno all’innovazione o di tornare a modelli vecchi di società, si tratta di capire come resistere in un contesto che si è fatto proibitivo, con una domanda di lavoro resa ansiosa e remissiva dall’inconsistenza dell’offerta, che è spesso assente o irricevibile. Per questo la priorità assoluta va data alla questione del lavoro, che stenta, invece, almeno da noi, ad imporsi. Nemmeno il sedicente governo del cambiamento sembra disposto a farsene carico, dopo aver attaccato il Jobs act in campagna elettorale, facendo finta che fosse una priorità superarlo e/o migliorarlo.

Debolezza politica o mancanza d’idee? Che differenza fa?
Il tempo intanto scorre e la vita di tante persone scivola via, senza risposte. Chissà se qualcuno se ne sente responsabile, qualche volta, la notte, al buio, prima di dormire.

 

 

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Ti ho sempre soltanto veduta

Ti ho sempre soltanto veduta,
senza parlarti mai,
nei tuoi momenti più belli,
Ma ho l’anima ormai tanto tesa,
schiantata dalla tua figura,
che non trovo più pace
al suo brivido atroce.
E non posso parlarti,
nemmeno avvicinarmi,
ché cadrebbero tutti i miei sogni.
Oh se tale è il tremore orribile
che ho nell’anima questa notte,
e non ti conoscerò mai,
che cosa diverrebbe il mio povero cuore
sotto l’urto del sangue,
alla sublimità di te?
Se ora mi par di morire,
che vertigine folle,
che palpiti moribondi,
che urli di voluttà e di languore
mi darebbe la tua realtà?
Ma io non posso parlarti,
e nemmeno avvicinarmi:
nei tuoi istanti più belli
ti ho sempre soltanto veduta,
sempre soltanto sognata.

(Cesare Pavese)

Il club dei campioni

Appendice al discorso su Totti: quali sono i giocatori italiani che si sono imposti a livello nazionale e internazionale negli ultimi 30 anni? Sono parecchi. Eccoli.

Gianluca Vialli  9/7/64 Cremona
Ha iniziato a 16 anni nella Cremonese, ha giocato per molti anni nella Sampdoria, poi alla Juve e infine al Chelsea. Una carriera in leggero calando, dopo grandi promesse. La prima frenata a Italia ’90. 657 partite e 259 gol, più altri 16 in nazionale.
Palmares: 2 scudetti, 7 trofei internazionali, 11 coppe nazionali (20 trofei)

Salvatore (Totò) Schillaci, 1/12/64 Palermo
L’eroe di Italia ’90. Poteva vincere di più, ma è arrivato tardi all’apice ed è durato poco.
177 gol in carriera tra Messina, Juventus, Inter e Jubilo Iwata. 7 in nazionale, quasi tutti in quel mondiale di cui fu stella e capocannoniere, finendo secondo nella classifica del pallone d’oro.
Palmares: 1 campionato, 2 coppe internazionali, 1 coppa nazionale. 4 trofei in tutto.

Roberto Mancini 27/11/64 Jesi
Anche lui esordisce giovanissimo, a 16 anni. Garanzia di vittoria da calciatore e da allenatore, tra i più dotati giocatori del trentennio. Diventa uomo-simbolo della Sampdoria, che lascia per la Lazio quando il giocattolo dei Mantovani si deteriora. Alla Lazio dà inizio alla grandinata di trofei cragnottiana, poi, da allenatore, riporta al successo l’Inter e continua. Oggi è il CT della nazionale. 204 gol in campionato, 4 in nazionale, dove non ha mai brillato.
Palmares: 6 campionati nazionali, 3 coppe internazionali, 17 coppe nazionali. Totale: 26 trofei.

Roberto Baggio 18/2/67 Caldogno (VI)
Il più grande talento in assoluto, ha resistito a infortuni che ne potevano compromettere l’abilità motoria. Ha portato la nazionale in finale ai mondiali di USA ’94, poi persa ai rigori. Pallone d’oro nel 1994. 291 gol in carriera, 27 in nazionale.
Palmares: 2 campionati, 1 coppa internazionale, 1 coppa nazionale: 4 trofei in tutto.

Paolo Maldini 26/6/68 Milano
Difensore di qualità assolute, maestro d’eleganza e di sostanza sportiva, ha giocato per 25 anni nel Milan. Probabilmente il miglior giocatore italiano dell’epoca moderna.
902 partite in carriera nel club, 126 in nazionale.
Palmares: 7 scudetti, 13 coppe internazionali, 6 coppe nazionali: 26 trofei in tutto.

Franco Baresi Travagliato (BS) 8/5/60
Il capitano del Milan di Sacchi, difensore di talento e carisma.
20 anni nel Milan, con 719 partite giocate, 81 in nazionale.
Palmares: 6 scudetti, 9 coppe internazionali, 4 coppe nazionali, 1 mondiale. 20 trofei totali.

Fabio Cannavaro Napoli 13/9/73
L’uomo-simbolo del mondiale di Berlino. Difensore eccellente. Pallone d’oro 2006. 692 gare nei club, 136 in nazionale.
Palmares: 1 mondiale, 3 campionati (di cui uno revocato), 1 coppa europea, 4 coppe nazionali. 9 trofei totali.

Gianfranco Zola Oliena (Nu) 5/7/66
La vittima principale di quella che Gianni Mura definì “caccia al panda”, seguita alla medianizzazione del calcio italiano, deriva legata alla rivoluzione sacchiana.
Arrivato tardi in serie A, ha giocato quasi 800 partite nei club, segnando 238 gol, più 10 in nazionale in sole 35 partite. E’ il giocatore italiano che più si è messo in luce all’estero, nella sua milizia al Chelsea.
Palmares: 1 scudetto, 4 coppe internazionali, 5 coppe nazionali. 10 trofei in tutto.

Christian Vieri Bologna 12/7/73
Attaccante travolgente.
236 gol in carriera, 23 in nazionale.
1 scudetto, 3 coppe internazionali, 2 coppe nazionali. 6 trofei in tutto.

Francesco Totti 27/9/76 Roma
Di lui si è già detto ieri.
Quasi 800 partite e 307 gol in carriera, più 9 in nazionale.
Palmares: 1 scudetto, 1 mondiale, 4 coppe nazionali. Trofei in totale: 6

Alessandro Nesta 19/3/76 Roma
Difensore/supereroe. 624 partite in carriera, 78 in nazionale.
Palmares: 4 campionati nazionali, 1 mondiale, 7 coppe internazionali, 7 coppe nazionali. 19 trofei in totale.

Andrea Pirlo 19/5/79 Flero (BS)
Centrocampista di classe superiore, regista della nazionale campione del mondo a Berlino. 756 gare di club, 116 in azzurro.
Palmares: 6 campionati nazionali, 1 mondiale, 5 coppe internazionali, 5 coppe nazionali. Totale: 17 trofei.

Alessandro Del Piero 9/11/74 Conegliano (TV)
Straordinario attaccante, quasi tutta la sua carriera, piena di trofei, si è svolta nella Juventus. 316 gol nei club in quasi 800 partite, 27 gol in nazionale in 91 gare disputate.
Palmares: 7 campionati nazionali, di cui uno revocato, 1 mondiale, 3 coppe internazionali, 5 coppe nazionali. 16 trofei in tutto.

Sono 13. Non considero giocatori ancora attivi.
Meritano poi menzione in molti: Giuseppe Signori, che non metto nel gruppo dei migliori perché non ha vinto nessun trofeo, Enrico Chiesa, Marco Di Vaio, Walter Zenga, Giuseppe Bergomi, Ciro Ferrara, Carlo Ancelotti, Angelo Peruzzi, Alessandro Costacurta, Filippo Inzaghi, Vincenzo Montella, Rino Gattuso, Marco Materazzi, Antonio Cassano.

Il mio podio:
1) Maldini
2) Baggio
3) Mancini

La narrazione di Francesco Totti

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Il calcio è (potrebbe essere) lo sport più bello del mondo. Sicuramente è quello che ha fatto scorrere più inchiostro: penne illustri si sono impegnate a raccontarlo, costruendo miti che andavano al di là del troppo breve momento calcistico, incentrato sulla partita, che notoriamente dura solo 90 minuti.

Esempi ce ne sono a bizzeffe. Io adoro Osvaldo Soriano, tanto da aver messo come motto del mio blog il titolo di un suo capolavoro. Nick Hornby ci ha regalato col suo Fever pitch il racconto della vita del tifoso, scandita dagli eventi della squadra del cuore. Gianni Brera ha reso vivido il ricordo di Giuseppe Meazza, campione a cui si legano i due trionfi antichi della nazionale italiana ai mondiali.

La letteratura e la cronaca hanno dipinto i gesti e le vite di Garrincha, Sindelar, Di Stefano, Puskas, Sivori, Pelé, Maradona, Riva, Best, rendendoli immortali, insieme a tanti altri. Oggi c’è il caso letterario di questa autobiografia di Francesco Totti, firmata con Paolo Condò. La prima piccola anomalia è che il racconto del mito è fatto dal mito stesso, smesse le scarpe bullonate e parcheggiate le sacre terga sulla noiosa poltrona del dirigente. Autonarrazione.

Il ragazzo, si sa, si trovava decisamente bene sul rettangolo verde, dove ha accumulato numeri da calciatore eccezionale, di quelli che segnano una generazione: 786 partite giocate nella Roma, di cui 619 in serie A, 307 gol segnati, di cui 250 in serie A, 71 su rigore, 58 presenze e 9 gol in nazionale, un mondiale vinto e uno scudetto.
Fuori dal rettangolo verde, questa dovrebbe essere la nona opera letteraria, la prima a non finire sugli scaffali della varia di basso profilo, tra barzellette ed espressioni romanesche. E qui si entra nel vivo della narrazione tottesca.

A un certo punto qualcuno ha deciso che questo ragazzo poteva diventare una miniera d’oro. Il fatto che restasse a giocare nella sua squadra del cuore lo condannava a vincere poco e a non raggiungere le glorie planetarie che le sue formidabili doti calcistiche potevano regalargli, ma in compenso lo aspettavano i fasti della corona preconfezionata di ottavo re di Roma, attribuita ora a questo, ora a quello, da quando Tarquinio il Superbo ha tirato il calzino. Così ci si è ingegnati a mettere in piedi la fiera della paccottiglia, con titoli che si commentano da soli, cito da wikipedia:

  • Tutte le barzellette su Totti (raccolte da me), Milano, Mondadori, 2003, ISBN 88-04-52337-9.
  • Le nuove barzellette su Totti (raccolte ancora da me), disegni di Paolo Tarabocchia, Milano, Mondadori, 2004, ISBN 88-04-52482-0.
  • “Mo je faccio er cucchiaio”. Il mio calcio, a cura di David Rossi, Milano, Mondadori, 2006, ISBN 88-04-55733-8.
  • TuttoTotti, Milano, Mondadori, 2006, ISBN 978-88-04-56753-0.
  • La mia vita, i miei gol, libro + DVD, Milano, Mondadori, 2007, ISBN 978-88-04-57241-1.
  • Quando i bambini fanno “ahó”, libro + DVD, Milano, Mondadori, 2009, ISBN 88-04-59004-1.
  • E mo’ te spiego Roma. La mia guida all’antica Roma, Milano, Mondadori, 2012, ISBN 88-04-62401-9.
  • Roma 10. In giro per Roma col Capitano, Milano, Mondadori, 2014, ISBN 978-88-04-64042-4.

Insomma, un mito che in tanti hanno adoperato, tutti per lo stesso editore (tranne l’ultimo che è per Rizzoli), per costruire operazioni commerciali basate su cose che con la sacralità del calcio hanno poco a che vedere, e torno ai numeri.
Il calcio si prende terribilmente sul serio, quando passa a scrivere gli albi d’oro. Sono quelli che fanno la differenza tra la realtà e la narrazione.

I tifosi sognano e raccontano gesta eroiche, tipo Levratto sfondatore di reti, Riva che rompe un braccio a un bambino con una pallonata, Chinaglia che spezza le dita a un portiere con una cannonata delle sue (Belli del Milan, 1973), Maradona che dribbla tutta la nazionale inglese in un quarto di finale mondiale. Le gesta eroiche di Totti sono quelle compiute sul campo e sono tante. Alcune ingiustamente ammantate di leggenda, proprio perché la narrazione di Totti ha insistito su particolari che non ne fanno un cavaliere dello sport.

Prendiamo il “cucchiaio”: nell’Europeo del 2000, che è stato l’unico momento in cui Totti in nazionale ha fatto personalmente cose importanti: il ragazzo ha calciato uno dei rigori della serie post-gara con un colpetto che ha deposto la palla in porta, il portiere fuori causa. Questo colpetto, che dà fastidio ai portieri perché lo considerano irridente, è il famoso “Panenka”, dal nome del calciatore cecoslovacco, Campione d’Europa nel 1976, che lo ha inventato. Per costruire la narrazione tottiana ci siamo inventati così il cucchiaio e lo abbiamo fatto diventare un gesto sublime.

La vendetta dei portieri si è consumata a riflettori lontani, con Sicignano del Lecce che in una gara di campionato rimase fermo ad attendere la scucchiaiata del giovane giallorosso, che gli arrivò docile tra le mani, seguita dal gesto di nervosismo del campione, che ha rifiutato, poi, a fine gara, di regalare la maglia al portiere, reo di non aver contribuito allo storytelling “sul campo”.

La narrazione si costruisce anche raccontando quello che è funzionale e tacendo quello che è scomodo: nella pagina di wikipedia dedicata al giocatore si raccontano tutti i tantissimi elementi positivi e si tacciono quelli negativi. Nella serie di record del giocatore in giallorosso si racconta che Totti è il giocatore che ha vinto più derby (15) e quello che ha segnato più gol nel derby (11), ma si tace che è quello che ne ha persi di più (17) e che è l’attaccante più espulso nella storia del calcio italiano, 12 volte in carriera, dato transfermarkt, più una nell’assurda partita-farsa di Byron Moreno ai mondiali 2002.

Numeri che non inficiano la grandezza del calciatore, ma fissano i confini oggettivi della sua carriera. La narrazione che si è fatta di Totti negli anni in cui ha giocato, e anche in quelli successivi, usando sempre e comunque l’iperbole, non gli rende giustizia: dire che Totti sia il più grande calciatore italiano del dopoguerra, o che sia uno dei più grandi talenti della storia del calcio, è storytelling, fantasia, non c’entra con l’oggettività del campo, e, per quanto la narrazione costituisca, ormai, parte integrante della realtà, non basta a fare di Totti la massima espressione calcistica italiana.

Lo dicono i titoli, i numeri, i premi ricevuti, in Italia e nel mondo. Lo dice il fatto che nemmeno da campione del mondo Totti abbia avuto la soddisfazione di essere considerato nell’attribuzione del pallone d’oro, che fu dato a Cannavaro, che si aggiunse a Rivera, Baggio e Rossi, e che Francesco non sia finito mai neanche nei primi tre posti della classifica del premio, sia di quello attribuito da France Football, sia di quello attribuito dalla FIFA al miglior calciatore del mondo.

Totti, evidentemente, non è un impostore: è stato un campione di classe cristallina. Altrettanto evidentemente è stato un calciatore unico nel suo genere, il più forte e importante calciatore della storia della Roma, uno dei più importanti in Italia e perciò al mondo della sua generazione. Questo dicono i fatti e i numeri.

La narrazione però ne fa (addirittura) un simbolo cittadino, facendo torto a chi a Roma non vuol saperne del calcio e della Roma, e, ancora una volta, allo stesso Totti, che avrebbe avuto bisogno di più stimoli e meno sviolinate per occupare il posto che davvero poteva toccargli nell’olimpo del calcio mondiale.

Un’occasione perduta, forse. Se poi si vanno a vedere i numeri, reali anche questi, della sua autobiografia, si capisce il motivo che spinge questa narrazione a rinnovarsi, sempre vivida, come ai tempi in cui il campione deliziava gli sportivi sul prato verde: da quando è uscito, il libro spopola in testa alle classifiche di vendita, avendo doppiato le vendite del secondo e vendendo quattro volte più del terzo.

Ecco che i numeri, dopo aver dato torto a Francesco sul campo, negandogli la palma di miglior calciatore italiano di tutti i tempi, lo rimettono in sella: Totti è il campione più narrato della storia del calcio italiano. Più s’insiste con l’iperbole, più si costruisce l’epopea, più si vendono copie.

Elementare, Watson. Viene in mente il tormentone delle gesta eroiche di Chuck Norris che da anni ci fa divertire sui social: potrebbe essere questa la prossima uscita “letteraria”, finita l’onda del libro di Condò.
Quasi quasi mi ci metto a lavorare io…

Poesia poco originale della paura

O poema pouco original do medo

La paura avrà tutto
O medo vai ter tudo
gambe
pernas
ambulanze
ambulancias
e il lusso blindato
e o luxo blindado
di alcune automobili
de alguns automoveis

Avrà occhi dove nessuno possa vederli
Vai ter olhos onde ninguén os veja
caute manine
maozinhas cautelosas
trame quasi innocenti
enredos quase inocentes
orecchie non solo alle pareti
ouvidos nao so nas paredes
ma anche sul pavimento
mas também no chao
sul soffitto
no tecto
nel brontolio delle fogne
no murmurio dos esgotos
o forse perfino (cautela!)
e talvez até (cautela!)
orecchie nelle tue orecchie
ouvidos nos teus ouvidos

La paura avrà tutto
O medo vai ter tudo
fantasmi all’Opera
fantasmas na opera
sedute continuate di spiritismo
sessoes continuas de espiritismo
miracoli
milagres
cortei
cortejos
frasi coraggiose
frases corajosas
signorine esemplari
meninas exemplares
stabili monti di pietà
seguras casas de penhor
maliziose case d’appuntamento
maliciosas casas de passe
conferenze varie
conferencias varias
congressi molti
congressos muitos
ottimi impieghi
optimos empregos
poesie originali
poemas originais
e poesie come questa
e poemas como este
progetti osceni al massimo
projectos altamente porcos
eroi
herois
(la paura avrà eroi!)
(o medo vai ter herois!)
sarte reali e irreali
costureiras reais e irreais
operai
operarios
(così così)
(assim assim)
scribacchini
escriturarios
(molti)
    (muitos)
intellettuali
intelectuais
(quelli che sappiamo)
  (o que se sabe)
la tua voce forse
a tua voz talvez
forse la mia
talvez a minha
sicuramente la loro
com certeza a deles

Avrà capitali
Vai ter capitais
paesi
paises
sospetti come tutti
suspeitas como toda a gente
moltissimi amici
muitissimos amigos
baci
beijos
terrei innamorati
namorados esverdeados
amanti silenziosi
amantes silenciosos
ardenti
ardentes
e angosciati
e angustiados

Ah la paura avrà tutto
Ah o medo va ter tudo
tutto
tudo

(Penso a ciò che la paura avrà
(penso no que o medo vai ter
e ho paura
e tenho medo
il che è per l’appunto
que é justamente
quello che la paura desidera)
o que o medo quer)

La paura avrà tutto
O medo vai ter tudo
quasi tutto
quase tudo
e ciascuno per conto suo
e cada um por seu caminho
dovremo diventare tutti
havemos todos de chegar
quasi tutti
quase todos
topi
a ratos


Sim
topi
a ratos

Alexandre O’Neill – 1952

The Game: un po’ di cose che Baricco non dice

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Letto in due giorni The Game, lo lascio decantare prima di commentare. Lavoro importante per chi ha sguazzato nelle acque dell’informatica, perché racconta il punto di vista dell’utente che è focalizzato sull’esperienza d’uso, più che sul fatto tecnico.

Baricco però ha saltato diversi passaggi cruciali, che aggiungono particolari importanti al percorso di preparazione della “cassetta degli attrezzi” di quella che lui definisce insurrezione digitale. Lo ha fatto per motivi funzionali alla narrazione “aerodinamica” che voleva mettere in piedi. Li riassumo in 10 punti, in ordine sparso:

1) L’interfaccia grafica
Baricco fissa l’uscita di Windows 95 come punto cruciale. In realtà la Apple tirò fuori la sua prima interfaccia grafica con system 1.0 su Mac 128k più di dieci anni prima e il successo del Mac costrinse Bill Gates a una rincorsa rabbiosa, sempre un passo indietro, creando Windows, macchinoso e odioso per chi, da nerd, usava il DOS. Goffo anche il tentativo di attrezzare il mouse per migliorare la fruibilità di applicazioni in DOS. Con Windows 95 la Microsoft entra nel campo dell’interfaccia grafica amichevole, ché quella di prima era ostile, ma fa continue figure barbine rispetto al concorrente, questo bisogna ricordarlo. E’ stato, comunque, un fatto importante, perché ha mandato in soffitta il Dos e ha ridotto il gap tra informatici e profani, avvicinando al traguardo di mettere un PC in ogni casa.

A proposito di App, è vero che è stato un nuovo modo di chiamare i programmi, ma non è nato nel 2007, visto che in ambiente Mac i programmi si chiamano applicazioni da sempre.

2) Il monotasto dell’iPhone discende dall’interfaccia dell’iPod
Paterno, dice Baricco. Rassicurante e a suo modo geniale, capace di nascondere un’enorme complessità sotto la semplicità di un tasto. Giusto. Bisogna mettere in evidenza, però, un passaggio intermedio fatto sempre dalla Apple prima: l’invenzione dell’interfaccia dell’iPod. Quell’unica ghiera geniale che consentiva di gestire usando il solo pollice tutte le funzioni di quel delizioso oggettino, che rimane fuori dal disegno di Baricco, forse, perché sganciato, sostanzialmente, dall’uso in ambiente internettico.
Fu genio puro e fu una pietra miliare. presentato a gennaio 2001.

3) Richard Stallman, FSF/GNU, Linus Thorvalds e Linux
Nel racconto dell’intelligenza sovversiva degli ingegneri della controcultura americana che sta alla base di tutto l’impianto del discorso di Baricco manca la rivoluzione del software gratuito, iniziata da Richard Stallman nel 1984, in contrapposizione agli onerosi sistemi operativi di tutti gli altri, e continuata dal finlandese Linus Thorvalds, che ci regalerà Linux nel 1994. Calcolando che Android è il frutto più recente di questa filosofia, l’argomento è di vitale importanza ed è strettamente collegato alla gratuità sostanziale, a un primo livello, dell’intera internet.

4) L’ipertesto
Qui Baricco c’è passato superficialmente, soffermandosi più sull’enormità dell’invenzione del WWW e sulla bellezza rivoluzionaria del testo non lineare. Per programmare un ipertesto è stato necessario creare l’HTML, sviluppato al CERN sempre dal gruppo di Berners-Lee. La sequenza corretta è questa (copio da wikipedia):
Nel 1989 Berners-Lee propose un progetto che riguardava la pubblicazione di ipertesti, noto con il nome di “world wide web”. All’interno di questo progetto in seguito nacquero sia il server web “httpd” (HyperText Transfer Protocol Daemon), sia il client WorldWideWeb (il primo browser della storia), il cui sviluppo partì nell’ottobre del 1990, e il cui uso fu esclusivamente interno al CERN fino alla sua pubblicazione nella rete internet nel corso del 1991. Assistito dai suoi colleghi all’interno dell’istituto Svizzero, Berners-Lee concorse alla definizione della prima versione dell’HTML, che fu ufficialmente resa pubblica nel giugno del 1993, co-firmata insieme a Daniel Connolly e sostenuta dal gruppo di lavoro dell’Internet Engineering Task Force (IETF) chiamato Integration of Internet Information Resources (“Integrazione delle risorse informative di Internet”), per proporla come standard IETF.
Che nascesse il web era il fatto cruciale, che fosse reso disponibile gratuitamente un linguaggio per creare ipertesti da buttarci dentro ha però reso possibile a tutti, compreso me, creare facilmente ipertesti da collocare su internet. Il che è, a tutti gli effetti, una chiara espansione della Creazione.

Tralascio di parlare degli effetti positivi della creazione dei CSS (1996) per la definizione degli stili delle pagine web, perché s’era detto di limitarsi a dieci punti.

5) Il PHP: un processore d’ipertesti
L’enorme differenza che passa tra il creare ipertesti a mano, uno per ogni pagina di un sito, e utilizzare strumenti sviluppati utilizzando un codice, il PHP, che li crea automaticamente.
Se l’è inventato nel 1994 il danese Rasmus Lerdorf.
Quell’invidioso di Bill Gates nel 1996 lanciò l’ASP, che serviva a fare la stessa cosa, con qualche limitazione in più per tentare di rendere necessaria la sua tecnologia, strategia di Microsoft su più fronti, come vedremo di seguito.

6) CMS: il Webmaster non serve più
Partendo dalla disponibilità di software in grado di automatizzare la creazione di pagine web, il passo successivo è la creazione dei CMS, che risale al 1995. Una volta installato, il Content Management System consente a un autore privo di conoscenze tecniche specifiche di inserire a piacimento contenuti in un sito web. Un passaggio cruciale, che ha portato all’esplosione dell’individualità nell’ambiente del web, saltando il collo di bottiglia del webmaster per consentire a chiunque di buttare dentro contenuti.
Il CMS più importante: WordPress.

7) Blog
Baricco ne parla dall’alto della sua posizione di scrittore di successo per dire che l’onda dei Blog ha portato fuori gente che ha prodotto scrittura, chi a proposito, chi meno. E’ vero. Quello che non ci siamo detti è che il blog, basato sull’uso di CMS, è il mezzo da sbarco leggero (aerodinamico, per usare un termine caro a Baricco) usato da tutti quelli che hanno avuto voglia di inserire contenuti nel web. I più disparati contenuti: non si tratta soltanto di aspiranti scrittori che saltano passaggi e trovano sbocchi in superficie, in angoli d’oceano dove non transiterà mai nessuno.
L’esempio italiano più eclatante, del quale Baricco parla ampiamente senza soffermarsi particolarmente sulla tecnologia, è quello del blog di Beppe Grillo.
Jorn Barger ha coniato il termine Weblog nel dicembre 1997. E’ americano e non è un ingegnere…
Questo Blog si basa, come quasi tutti, sul CMS WordPress, la cui prima versione fu pubblicata il 27 maggio 2003 da Matt Mullenweg e Mike Little.

8) Java
Creato agli inizi degli anni ’90 dalla Sun Microsystems, Java è un linguaggio di programmazione che funziona su qualsiasi piattaforma ed è basato prevalentemente sulla filosofia del software libero di cui abbiamo parlato al punto 3.
Inutile entrare in tecnicismi arditi: con Java si fa funzionare tutto, dalla Pubblica Amministrazione italiana digitale alla playstation alla lavatrice di casa.
Java è fondamentale per il funzionamento dell’impianto di Baricco, che però non ne parla. Il fatto che giri su qualunque piattaforma operativa la dice lunga su quanto lavoro (e soldi) ha consentito di risparmiare e su quanto abbia standardizzato tutta una serie di operazioni.
Dal sito java.com:
Esiste un numero notevole di applicazioni e siti Web, in aumento ogni giorno, che funzionano esclusivamente se è stato installato Java. Java è veloce, sicuro e affidabile. Dai portatili ai datacenter, dalle console per videogiochi ai computer altamente scientifici, ai telefoni cellulari e a Internet, Java è onnipresente.

9) Android
E’ il sistema operativo principale degli smartphone alternativi all’iPhone. E’ basato su Linux, vedi al punto 3. E’ di proprietà di Google. E’ l’elemento di punta attuale del conflitto tra l’offerta gratuita di servizi di Google e del web, quella onerosa di Microsoft e quella onerosissima di Apple. Approcci che convivono e si spartiscono una bella fetta della ricchezza del mondo.

10) Microsoft
Quasi ignorata da Baricco, è stata protagonista di molti passaggi cruciali della storia informatica degli ultimi 40 anni. Ha tirato fuori l’MS-Dos nel giugno 1982, il sistema operativo con cui tutti gli informatici attivi prima del 1990 hanno imparato a usare un computer. Ha monopolizzato con l’Office l’offerta di software preprogrammato da utilizzare in ufficio o a casa (Excel, Access, Word), sbaragliando il campo dei concorrenti (Lotus il più famoso). Ha snobbato inizialmente Internet, puntando a una piattaforma alternativa di sua proprietà mai decollata, o a travasare più traffico possibile su server basati sul suo sistema operativo. Ha usato mezzi scorretti, pesantemente sanzionati, per imporre a suo tempo Internet Explorer come browser di riferimento, spazzando via Netscape e Mosaic, che erano gli standard della prima ora, contrastata in questo poi da Mozilla, reincarnazione di Netscape, con Firefox, altro punto fermo del web che Baricco non ha nominato. Ha tentato, senza successo, di fare concorrenza a Google, con Bing, motore di ricerca di sua proprietà. Resta, con Windows, il produttore del sistema operativo più diffuso.

 

 

 

Linea 110/III

Dopo che l’autista aveva girato una manopola
i nomi delle destinazioni prendevano a ruotare
in avanzamento veloce sul riquadro e tutto

s’animava. I passeggeri
s’accalcavano sul cordolo come turbate cornacchie
intorno ai loro nidi, tutti in movimento

eppure indecisi. A quel punto il controllore
che dettava legge nella stazione dei bus e i bus
divideva e convogliava ognuno

chiamando non le località ma i numeri di linea,
e così ci si disperdeva come da istruzioni, io
verso la 110, Cookstown via Toome e Magherafelt.

(Seamus Heaney/continua)

Route 110/III

Once the driver wound a little handle
The destination names began to roll
Fast-forward in their panel, and everything

Came to life. passengers
Flocked to the kerb like agitated rooks
Around a rookery, all go

But undecided. At which point the inspector
Who ruled the roost in bus station and bus
Separated and directed everybody

By calling not the names but the route numbers,
And so we scattered as instructed, me
For Route 110, Cookstown via Toome and Magherafelt.

Linea 110/I
Linea 110/II

Ilaria Cucchi, italiana

ilaria_cucchi_sIl 22 ottobre 2009 Stefano Cucchi morì, ora sappiamo finalmente come. In questi nove anni la sorella si è battuta contro un potere enorme che ha cercato con ogni mezzo di silenziare, evitare, depistare, attaccare, offendere, intimidire, spaventare, denigrare, irridere, minacciare, sminuire, insultare, perché la verità non venisse a galla. La tenacia con cui questa donna ha continuato a lottare per arrivare a vincere è stata impressionante.

In un Paese che si ritiene cronicamente afflitto da ogni sorta di difetto inestirpabile, Ilaria è una luce, è il segno che le cose si possono cambiare. Il prezzo da pagare, però, consiste, a oggi, nel sostenere una pressione enorme che cerca di spaventarti per farti mollare la presa. Una forza oscura e inquietante, che non è fatta solo da chi ha interesse a nascondere la verità, ma anche da chi giudica le persone che finiscono sovraesposte nel tritacarne mediatico che segue simili vicende. In questi nove anni abbiamo visto di tutto noi, figuriamoci lei.

Ilaria regala all’Italia e alle sue forze dell’ordine una grande occasione: si può cambiare, ci si può liberare delle ombre che in questi anni oscuri hanno alimentato troppi misteri, si può rompere il velo omertoso che copre gli eccessi di chi dovrebbe proteggere e invece.

Un rinnovamento che può avvenire dal di dentro, partendo dal senso di responsabilità di chi capisce di aver tradito la fiducia degli italiani e il giuramento di fedeltà alla Repubblica, che non è certo fondata sulla violenza cieca e insensata di qualche esaltato.

Si legge spesso che le forze dell’ordine hanno organici con età media piuttosto avanzata. Si va, perciò, verso un cambio generazionale che lascerà indietro, forse, anche certe abitudini inquietanti, che per fortuna non sono condivise da tutti, anzi. Io lo spero.

E spero che tutti possano ottenere giustizia, magari facendo meno fatica di Ilaria e dei suoi. Una speranza dovuta al loro coraggio e a quello di chi si batte contro l’ingiustizia e l’inerzia omertosa e complice di troppa gente. Come fa, in altri ambiti, Federica Angeli. Donne coraggiose, italiane vere.

Linea 110/II

Di sabato al mercato di Smithfield. Il negozio di animali
fetido di sterco nelle gabbiette dei conigli,
melodioso di canarini, verdi e dorati,

ma muto ora come il lago Averno senza uccelli.
M’affrettai, cercavo scorciatoie per raggiungere il bus,
scansavo la calca con il mio Virgilio in borsa,

oltre bancarelle, montanti di bancarelle con in mostra
cartelle di tela, cartine, stampe, targhe di gesso,
spolverini di piuma, fiori artificiali,

poi rastrelliere di vestiti e cappotti che ondeggiavano
quando se ne tirava via uno dalla gremita intelaiatura
come le ombre dei loro proprietari, stipate sulla chiatta di Caronte.

(Seamus Heaney/continua)
Linea 110/I
Route 110/II

Smithfield Market Saturdays. The pet shop
Fetid with droppings in the rabbit cages,
Melodious with canaries, green and gold,

But silent now as birdless Lake Avernus, 
I hurried on, shortcutting to the buses, 
Parrying the crush with my bagged Virgil,

Past booths and the jambs of booths with their displays
Of canvas schoolbags, maps, prints, plaster plaques,
Feather dusters, artificial flowers,

Then racks of suits and overcoats that swayed
When one was tugged from its overcrowede frame
Like their owners’ shades close-packed on Charon’s barge.

(Seamus Heaney/continua)
Route 110/I

Roma, borgate, periferia e (troppo) Pasolini.

BorgataSono stato a un convegno sulle borgate romane che si è tenuto (si sta tenendo) qui a Siena, all’Università per Stranieri. L’ho trovato interessante, ma, almeno per la parte che ho seguito io, troppo appiattito sulla descrizione che Pasolini ha fatto, tra libri e film, delle borgate romane.

Quella di Pasolini era la rappresentazione di una realtà specifica: zone di Roma che, nel periodo successivo alla guerra, avevano problemi enormi, legati a una serie di fatti che non è difficile rinvenire se si studia anche superficialmente il percorso di nascita delle periferie romane: l’ammucchiarsi di immigrati provenienti dalle altre regioni d’Italia in cerca di lavoro e di gente espulsa dal centro cittadino per far posto alle opere del Regime, spesso discriminata su basi reddituali o politiche; la mancanza di alloggi disponibili, privati o di edilizia popolare, che si è protratta fino agli anni ’70; la devastazione direttamente collegata alla guerra e la conseguente scia di orfani, reduci, sfollati, emarginati, malati, mutilati, pazzi.

Un quadro passeggero, che già alla fine degli anni ’70 avrebbe mostrato immagini molto diverse, nascondendo quella miseria miserrima e disperdendo quell’umanità genuina ma degradata e senza speranza che Pasolini ha raccontato.

Non che non esistesse: c’era eccome, ma la retorica pasoliniana a cui si attinge a piene mani anche oggi tende a sovrapporre l’immagine della periferia romana a quel quadro, che di quella realtà restituisce solo un fotogramma, sia pure significativo. Come poi Caligari ci ha raccontato la realtà quotidiana dei tossici, senza pretendere che quella fosse la vita intera delle periferie romane.

Il racconto è di fantasia e dice del sottoproletariato, fissa i termini del linguaggio, si addentra nei percorsi che l’autore intraprende nel suo vagare incessante, in cerca di immagini veritiere e di luoghi dove vivere liberamente le sue inclinazioni sessuali.

Secondo me è ingannevole il punto di vista che ritiene che in certi luoghi non potesse entrare la morale borghese, con le sue convenzioni. E non credo più di tanto alla sospensione del giudizio della gente della borgata o del borghetto, in cui, semmai, la promiscuità (anche) sessuale era indotta dal sovrappopolamento, dalla condivisione forzata di spazi angusti in cui s’infilavano più famiglie, dalla tendenza alla sopraffazione sessuale tipica delle realtà degradate, che ricadeva facilmente su donne e bambini, o su donne/bambine.

Le testimonianze e la saggistica raccontano di zone periferiche popolate da gente che lavora, o cerca lavoro: operai, artigiani, spazzini, tranvieri, commessi, gente che s’ingegnava e cercava di crescere. Un esercito di aspiranti piccoli borghesi che si è incontrato con la società dei consumi deprecata da Pasolini e se n’è avvalso per cercare la felicità in una sedia di fòrmica, in una lavatrice, in una tv o in un’utilitaria.

I piccoli delinquenti, quelli che vivevano di espedienti, i/le prostituti/e sono sempre stati marginali: non si possono sovrapporre al racconto di un mondo variegato, fatto di gente normale. Mi scuso per aver usato un’espressione banale. Banale era/è l’esistenza di quelle periferie: i miei vicini di casa, i miei compagni di scuola, i miei amici erano figli di operai, artigiani, spazzini, tranvieri, commessi, gente che s’ingegnava e cercava di crescere.

In quella narrazione particolare manca il lavoro, mancano le lotte per la casa, contro il carovita, manca lo scontro politico che andava in scena mentre quei borghetti e quelle borgate sparivano o si modificavano definitivamente: su questo gli altri scritti di Pasolini ci hanno informato ampiamente. Agli osservatori esterni sembra però piacere di più la versione della città di baracche e di cenciosi che si aggirano tra i calcinacci, in attesa di un intellettuale che gli allunghi qualche soldo per una foto o per metterli su una pagina di giornale.

La verità è che sia le borgate ufficiali che i quartieri periferici sorti spontaneamente hanno lottato per migliorare la loro condizione e ci sono riusciti, facendo scivolare un po’ più in là la soglia del degrado, appannaggio oggi di sacche di disperati che si addensano ai margini della città. Immigrati, stavolta stranieri, e rom. Dei quali ci fanno quotidianamente racconto, vero o falso che sia, i mezzi di comunicazione, scomodando o meno Pasolini.

Intanto il centro si è svuotato e si affitta ai turisti, che popolano la Roma dove succedono le cose. E in periferia albergano i romani, a milioni. Ribaltando la visione della Roma degli artisti e dei cinematografari cool, che esiste solo tra Piazza del Popolo, i Parioli, Via Veneto e poco più.

E’ lì, in quella periferia pensata per essere dormitorio e satellite, che attecchisce l’omologazione ai modelli televisivi. E’ là che circola anche il sottobosco marginale che penne e telecamere raccontano, e che di pasoliniano ha poco. E’ più una massa abbandonata di gente che, dove attecchisce la mafia, non ha problemi a farsi omertosa.

Niente di bello o di costruttivo, ma è chiaro che a Ostia nel 2018 Accattone terrebbe per i clan. Non c’è niente di edificante o di eroico in certi personaggi, semmai li si usa per spiegare un dramma. Come se ne sono usati altri per raccontare la Roma malavitosa o l’oscura fantasia di Siti. Verosimili, ma la realtà non la raccontano le eccezioni.
E non credo si possa raccontare Roma usando solo le immagini dei film e i racconti dei libri.