Mancini-Sarri 0-0, ma vince l’ossessione del politically correct

I fatti si sanno: Mancini, che sta vincendo in casa di Sarri, chiede al quarto uomo il perché di un recupero ritenuto eccessivo. Sarri lo apostrofa con degli insulti omofobi: frocio e finocchio. Il Mancio non ci sta e, benché abbia vinto in campo la partita, è furioso. In sala stampa rende pubblici gli insulti ricevuti. Sarri si appella alla legge del campo.
Normale amministrazione.

Si scatena la gazzarra mediatica: prima Sarri viene messo alla berlina come insultatore omofobo vergogna del calcio italiano lui e il sud che si schiera a protezione, poi nel tritacarne ci finisce pure Mancini, reo di presunti fatti analoghi avvenuti molto tempo fa. Anche Sarri sulla questione omofoba sarebbe recidivo, avendo detto che il calcio italiano da sport di contatto è diventato sport per omosessuali.
Normale amministrazione anche questa.

Il giudice sportivo apre la pratica e la richiude con una sanzioncina striminzita: due giornate di squalifica da scontare in Coppa Italia. Cioè, l’anno prossimo. Insulto non discriminatorio, anche perché di Mancini non si conoscono i gusti sessuali. Una specie di barzelletta, ma che ci si può aspettare dalla Federazione di Tavecchio, dove si definiscono le calciatrici “quattro lesbiche” cui non si devono mandare fondi?

E’ che mostrarci corretti ci viene male. Perché non consideriamo sconvenienti certe battute, nemmeno in bocca a un allenatore di calcio, che in un certo senso dovrebbe educare alla sportività e al fair play i suoi uomini. Non funziona così. E c’è la doppia esagerazione di chi calca la mano nell’enfatizzare l’episodio, nel caso della stampa, magari, dopo averne taciuti chissà quanti di molto più pericolosi, e di chi reagisce schierandosi dalla parte del torto, insieme all’incauto insultatore.

Il fatto di aver dato del finocchio a Mancini non fa di Sarri un omofobo, di per sé. E Mancini, che dice che il mister del Napoli in Inghilterra verrebbe messo all’indice, dimentica che in UK lavorano con soddisfazione personaggi che con la correttezza politica hanno poco a che fare. Non scomoderò la mano a paletta di Paolo Di Canio, o le tamarritudini di José Mourinho, le conoscono tutti. In una vita passata sul campo a vincere, Mancini si sarà sentito insultare migliaia di volte, senza per questo ritenere di dover reagire.

Ci manca, al solito, l’attenzione: non si può dire qualunque cosa pensando di essere pure simpatici. Un problema che si tocca con mano ogni giorno, tutti inveiscono contro tutti, si lamentano, accusano e sfottono, senza pensare alle conseguenze. Il Crozza che dice che se si mandano a casa tutti i fannulloni lo Stato resta senza dipendenti va messo nello stesso calderone, come Serra, un Prefetto, che definì le coltellate degli ultras come innocue “puncicate”, come quelli che sporcano di continuo l’immagine di tutte le Ilaria Cucchi di questo Paese, come chi ricorda il fatto di Perugia ma non cita mai e poi mai Meredith Kercher.

Fatichiamo, insomma, ad avere chiaro da che parte dovremmo stare, il che dimostra che non siamo fatti per il politically correct, sorta di sovrastruttura aliena con cui non ci sappiamo rapportare, a volte stracciandoci le vesti per la pagliuzza nell’occhio del vicino, altre volte ignorando la trave che ci trapassa, al premettere “non sono razzista, ma…”, “non ce l’ho con i gay, ma…”, e via distinguendo.

La forca, invece, ci attrae sempre: la legge del taglione, la ragione del furbo, il così fano tutti, l’è tutto un magna-magna. Mancini ha sbagliato a denunciare Sarri, che ha sbagliato a insultarlo. I due troveranno il modo di far pace e la Juventus li accomunerà nella sconfitta. Quando un calciatore del Napoli si farà sanzionare per aver insultato l’arbitro o un avversario Sarri non si sentirà in colpa, e Mancini non si straccerà le vesti il giorno che il capitano da lui nominato, Mauro Icardi, insozzerà di nuovo l’immagine di Maxi Lopez, ex marito della culona (anch’io non sono immune dal malcostume) Wanda Nara, con cui si è divertito a insultare il cornuto sui social. Così va il mondo. Diego Maradona diceva che uno come Icardi nello spogliatoio della sua Argentina sarebbe stato cacciato via a sputazze.

Forse è un modo ruvido di regolare i conflitti interni, ma una sana litigata a quattr’occhi ci avrebbe risparmiato questo bagno di ipocrisia. Come sempre, perciò, viva Diego.
Il re dei difettosi.

 

Il signore a rotelle

Mi è capitato, tempo fa, di lavorare fianco a fianco con un paio di amici in carrozzella e devo dire che, al di là dell’arricchimento umano, condividere pezzi di giornata con loro aiuta a capire una piccola parte dei problemi che hanno, oltre a immedesimarsi per qualche secondo nella parte dell’assistente, dando loro una mano a fare qualche cosa di apparentemente banale.

La difficoltà principale nel rapportarsi con un uomo con le ruote sta nel fatto che si cambia continuamente registro tra il considerarlo “normodotato” a fin di bene, con uno sforzo che uno si racconta encomiabile, teso all’inclusione e alla dimostrazione del proprio grado di sviluppo umano, e il dimenticarsi delle sue necessità particolari, il che capita di continuo.

Normale, quando l’attenzione si focalizza su elementi esteriori, o, al massimo, si manifesta con un incrocio di sguardi superficiale. Chi sta immerso nel problema dalla mattina alla sera sa che non è come fare una passeggiata e che la superficialità di chi vuole rendersi utile in buona fede può rappresentare, qualche volta, un guaio.

Ce lo racconta Attilio Spaccarelli in un libro, il Signore a Rotelle, in punta di penna e sul filo di un’ironia a volte amara, ma sempre viva e pungente, a tratti anche spassosa e divertente. Non avrei letto il libro se non avessi visto lo spettacolo teatrale che dal testo è tratto, andato in scena a Siena un paio di giorni fa, al San Niccolò, vecchio manicomio trasformato in prestigiosa sede accademica, reso disponibile nella circostanza dall’Università di Siena, per lo spettacolo messo in piedi da Lisa Colosimo e Stefania Papirio, adattando il testo di Attilio Spaccarelli.

Un gruppo numeroso di attori, giovani e meno giovani, che mettono in scena le mille peripezie dell’uomo con le ruote, narrate con ironia sottile. Il tutto serve a sensibilizzare lo spettatore sulla questione delle barriere architettoniche e sulle resistenze personali di chi si rapporta con chi si sposta in groppa a una sedia a rotelle, non certo per sua volontà.

Lo spettacolo fila via a gran ritmo, tra una gag e l’altra, e racconta goffaggini, meschinerie e crudeltà con cui combatte tutti i giorni l’uomo sulla sedia, combinando scene corali e sketch particolari, piccoli monologhi, trovate enigmistiche, danze e hip hop, con mezzi di fortuna e in un allestimento riservato, di regola, alla didattica.

Niente luci, niente palco, poco spazio ma tanto entusiasmo. Lo spettacolo piace al pubblico, che si diverte e applaude. Il messaggio passa, è importante che se ne parli e che si ragioni fuori dagli schemi e dai meccanismi perversi che lo spettacolo mette in luce, ridicolizzandoli. Comportamenti in cui ognuno di noi si può riconoscere, non (non soltanto) per vergognarsene ma per accorgersi, con un piccolo sforzo, di quanta poca attenzione al problema ci sia, nello sbattimento quotidiano della vita.

Gli SpaccAttori sono bravi, giocano tutti a stare sulla sedia ma non hanno a che fare, dicono, con l’handicap, nel loro quotidiano. Un gruppo eterogeneo che arriva, si esibisce e riparte. ItinerArte, appunto. Da Roma, a replicare, si spera, lo spettacolo in giro per l’Italia.

A me lo spettacolo è piaciuto, e spero mi serva a diventare più attento a certe questioni che condivido, spesso, soltanto a parole. Proprio una settimana fa ho lasciato la macchina parcheggiata per una ventina di minuti in un posto riservato a portatori d’handicap.
Non me n’ero accorto, non l’ho fatto apposta.

L’ho fatto perché non sono stato attento.

E questo spettacolo può aiutare a stare attenti. Se vi capita andatelo a vedere: il blog è qua: Il Signore a Rotelle, da lì si va su facebook e dove volete voi. Comprate il libro, mettete un “like” su fb, andate a vedere lo spettacolo, organizzatene una replica, mandategli dei soldi, scrivetene sul giornale, condividete e passate parola. E imparate a stare attenti.

Io ci proverò, prometto.

 

 

Io e David

David-bowie3La copertina di quel disco faceva impressione. Era bianca come il latte, e lui ci stava sopra ritagliato con una saetta rossa e blu sulla faccia e una goccia come di cera che ristagnava nel bacino della clavicola sinistra.

Se lo aprivi, dentro lui ti guardava a figura intera, magro inguastito, le parti innominabili fasciate in un traslucido niente, a negare.

Ogni volta che andavo a casa dei miei cugini mi mettevo a spulciare quei dischi e Aladdin Sane mi attraeva, anche perché non sapevo niente del suo contenuto. Ancora oggi per me è un disco più copertina che musica. A parte Lady Grinning Soul.

Peccato, perché riascoltandolo ritrovo pezzi interessanti. La scoperta di Bowie fu con Starman, la festa all’età delle medie, ma con la mamma e le sorelle, la Lazio che aveva perso a Sampdoria e rischiava di perdere lo scudetto, le ragazze che erano troppo grandi, che fuori pioveva e Aladdin Sane non lo mettevano, nel giradischi. Girava però il 45, appunto, di Starman.

Appuntamento rimandato: crescevano ossa e capelli, si riempiva la testa di grilli, si vagheggiavano cose troppo grandi. Avevo preso il vizio di disegnare a fumetti, non ero manco il più scarso della compagnia, e Bowie era diventato un oggetto conosciuto un po’ più a fondo. Le cassette, le raccolte, rock’n roll suicide. La propensione alla rottura come insegnamento.

La deviazione dal percorso convenzionale, caricata di significati sessuali che per me non erano condivisibili. Non nel senso del rifiuto dell’androginia di Bowie, che, anzi, mi rendeva curioso. Ma m’importava della musica. M’importava (non capivo la portata dell’artista) la capacità di sottrarsi agli schemi, il cambiare pelle, il riproporsi ora sui ritmi della disco, ora sullo sferragliare di cingoli di una versione berlinese colta e sperimentale.

M’importava niente della sua presunta fascinazione nazista. Il rock con la politica per me ci ha sempre fatto a cazzotti. Strummer suonava per la campagna elettorale di Craxi perché riteneva fosse socialista! Heroes era impressionante, non c’erano altre parole per descriverlo. Come non era descrivibile l’impatto algido di Low, impastato di germanie elettroniche e di agghiaccianti scritture immaginate insieme a Brian Eno, con dentro tutti i mostri della cocaina.

Uscì Scary Monsters, dopo un po’. Io avevo una bella borsa di tolfa, avanzo gruppettaro, ruvida di crosta, chiara di colore, quasi rosa. Presi un disegno di Bowie sul Mucchio o su Rockstar, non ricordo dove. Lo rifeci paro paro sul retro della borsa. C’era lui, con la pupilla dilatata, di profilo. Era bellissimo. La borsa non l’ho conservata perché per natura non conservo le cose. La passai a mia sorella e chissà che fine poi avrà fatto. Ne andavo orgoglioso e non sapevo perché.

Probabilmente era una stupidaggine tardoadolescenziale, però aveva un significato, in qualche modo, alternativo. Era l’adesione inconsapevole a un modello che non voleva essere convenzionale e che perciò a modo suo era lo stesso conformista. Il conformismo anticonformista. Una scelta altra, comunque. Sembra strano, visto che si parla di una rockstar, ma i tardi anni ’70 offrivano solo canzonette, discomusic, cantautori e attardamenti progressive. Il massimo dell’osare era rappresentato da Led Zeppelin, Pink Floyd e Genesis. Bowie era il segno che c’era dell’altro, una sorta di allertamento dei sensi, la spia di un canale da seguire, che poi avrei seguito e che mi avrebbe rivelato cose che per me sono state importanti. Salvifiche.

Quando ho saputo della morte di Bowie non ho avuto reazioni. Ero appena entrato in macchina, avevo acceso il motore e la radio e il GR confermava la notizia della morte, in modo scarno, con toni un po’ sovreccitati. Tutte le persone che ho sentito parlare, oggi, di Bowie, mi sono parse impreparate e frettolose. Ho aspettato di leggere tra le righe delle parole di quelli che conosco e so che sanno. Ma non è una questione di divismo, per me Bowie non è mai stato un’icona da appendere al muro. Era una passione lucida, intelligente. Un apprezzamento, una condivisione. Un attestato di stima.

Il pugno nello stomaco è stata la morte di Strummer, che era sangue e anima. David era cervello, stile, arte, immagine, parola, suono. Era come Lou Reed, complementare a lui, era la parte sfolgorante di quell’universo cupo, ringhiante pretenziosa albagia. Nella mia testa c’era un trio: uno poeta e stronzo, uno genio e puttana, uno che non nomino perché è vivo, fango e latrina.

E quello era il rock che interessava a me, i confini dell’orizzonte del mio giradischi che partiva dal frutto malato della triade di cui sopra, il punk, e lo risaliva controcorrente, fino a prima del prima. Tutta un’esplorazione durata trentacinque anni, fino a quando mi sono deciso, non senza tentennare, a imbracciare una chitarra per vedere se si riesce a tirare fuori qualcosa da tutta quella musica prigioniera nel cranio, tenuta a bada da una manciata di talenti abbozzati e implosi, classificata in uno schedario masturbatorio di inutili informazioni che mi ostino a considerare cultura, per quanto bassa uno la voglia dire.

Bowie era una porta verso la diversità, punto e basta. Che fosse il punto d’imbocco di una strada dove si scoprivano le proprie inclinazioni sessuali oppure, più semplicemente, i propri gusti musicali, il risultato non cambia. Per noi cani randagi omofobi della periferia metropolitana era un cantante vestito da femmina dalla sessualità indefinita, ma nessuno si è mai sognato di classificarlo come musica da frosci. Degli omosessuali ci prendevamo gioco, ma ne eravamo spaventati. Almeno io. Anche delle prostitute. Ero pauroso e ascoltare Bowie mi faceva coraggio.

Prima di uscire da casa ascoltavo almeno un paio d’ore di musica. Finivo sempre con qualche roba punk. Poi uscivo e mi sentivo carico e coraggioso. Quando attaccai col nastro isolante un mangianastri scassato nella mia Dyane celeste Bowie aveva un posto di riguardo. Ascoltavo Ashes to Ashes, Wild is the wind, Heroes, Life on Mars, Space Oddity. Rock’n roll suicide. Poi negli anni ’80 lui prese la strada del jet set, io quella della musica rock più sudata, puzzolente e cigolante. Lui è rimasto un monumento nel mio museo personale, come gli altri due suoi sodali, quello che non c’è più e quello che c’è ancora.

Ho poi finito per fare i conti con la paura e col trovare un po’ di coraggio e quando ci sono riuscito mi sono trovato dentro qualche risorsa in più per aver imboccato quella porta, sia pure con infinita titubanza e senza calarmici dentro fino in fondo. Ma se sono uscito a riscaldarmi al sole di me stesso è stato anche grazie all’amore per Bowie e per gli altri. Ho aperto occhi e orecchie e ho respirato a pieni polmoni, assorbendo quello che ho potuto. Il che è un po’ quello che mi pare voglia dire chi sostiene che la musica ci ha salvato l’esistenza.

Può darsi, per chi non fa musica, che questo possa accadere con quello che si ascolta, con i concerti che si vanno a vedere, e poi con i libri, i film, il teatro, l’arte. Non sono sicuro di niente. Non ero sicuro nemmeno del fatto di somigliare a Bowie, quando ero gracile e capellone, come qualcuno mi disse. Altri dicevano che forse ero più Sting. In realtà non gli somigliavo affatto, ma mi sarebbe piaciuto. Sarebbe stato come rifletterne l’immagine e illudersi di possedere del talento, o anche soltanto quel grande coraggio. E con le donne avrebbe fatto la differenza!

Ma forse David era, come lo dipinge qualcuno, soltanto un narcisista vampiro che era capace di rimasticare l’ispirazione che gli fornivano i compagni d’avventura ricchissimi di talento di cui sapeva contornarsi. In realtà da questo racconto è sempre venuto fuori dipinto come un benefattore dell’arte e del talento altrui. E forse è questo il lato della sua immagine pubblica che più mi piace. Imprevedibile, mai uguale a se stesso, capace di spostare il confine con un guizzo inaspettato. Come quello di morire all’improvviso, dopo una vampa creativa della cui reale portata ancora non ci siamo resi conto.

Avremo tempo, spero, per digerirla, con gli strumenti che lui ci ha suggerito. Perché a questo, è servito: di lui mi resta, più che le canzoni,  l’idea che per osservare il mondo ci voglia una buona dose di apertura mentale. Un modo per procurarsela senza fatica era ascoltarne la musica. Continuerò a farlo. Saperlo morto mi rattrista e mi ricorda che se tutto scorre tutti quanti ci avviciniamo a un capolinea. Il punto è valorizzare il cammino che si fa. Il suo, lungo 69 anni, è stato speso come meglio non si poteva, di stazione in stazione.