50 natali senza di te

Era di mattina a quest’ora, che squillò il telefono.
Uno di quei telefoni neri, attaccati al muro.
Erano giorni che sembravano notti e notti che portavano traffici di persone, chi andava e chi veniva, le seicento multipla erano i taxi, e qualcuno che badava a noi, tra i tanti, si trovava. Prima c’era il rumore sommesso di Via Corinto. Dopo squillò quel telefono e fu il pianto.
Sono passati cinquant’anni e si dice sempre che è come sia stato un attimo, e invece no.
E’ stato un tempo lungo. La vita ci riserva delle prove e io ho visto cosa si prova a spegnere la luce non sapendo se e quando si riaccenderà. Quel giorno ti ho ricordato come in nessun altro modo avrei potuto, camminando sui tuoi passi. Il sole poi ha continuato a sorgere, lo fa sempre. La differenza è che io me lo sono goduto, poi, anche e ancora grazie a te. Di tempo ne è passato e la tristezza non c’è più. Resta il ricordo che non se ne va mai, che è l’impegno di quelli che restano per non far andare via chi però nemmeno torna. Tre anni fa ti scrivevo una lettera che riprendo qua sotto para para, non per pigrizia ma perché scripta manent, e non c’è proprio niente da cambiare, se non qualche numero da adeguare e il nome di un calciatore da sostituire con un altro. Te ne piacerebbero tanti.

1909724_1035307843914_4441984_nCaro padre, la canzone dice che c’è un tempo per cambiare, e noi non ce l’abbiamo avuto. Avremmo cominciato a fare delle cose e ne avremmo fatte tante quante ne vedo, oggi, in giro, tra quelli che ricordano com’erano da piccoli e quelli che si godono i propri piccoli mentre li festeggiano.

Per noi non è stato possibile, e non so se sia mancato più a te il mio sostegno o a me il tuo. Propenderei per la seconda, visto che non so se dove ti trovi puoi sentire o vedere qualcosa, o se semplicemente sei andato in un altrove che non è in nessun dove, lasciandoci, tuo malgrado, mentre noi, come tutti quelli che restano, ci siamo dati da fare per sopravvivere e raccontarcela quanto bastava per andare avanti. 

Siamo andati avanti perché la vita va sempre avanti. E’ come un fiume che scorre e tutti lo alimentano del proprio contributo, chi nasce, chi muore, chi si dà da fare per perpetuare la specie e chi no. Le cose tra noi sono rimaste in sospeso, e le circostanze non mi hanno consentito di riprodurmi a mia volta, e mettere in piedi, almeno io, quella circolazione di vita che tra noi si è dovuta interrompere presto. Ma non del tutto.

Ricorderai bene cosa sono la fame e la sete, anche se dove sei non le senti più. Un rubinetto asciutto è comunque il posto dove ti attaccheresti se stessi morendo di sete, e così io ho fatto, in tutti questi anni. Dove c’era l’assenza ci ho messo la presenza che mi era possibile ricostruire, cucendo insieme i ricordi e i racconti degli altri, le foto, gli oggetti, le elucubrazioni. Così il dialogo che non poteva esserci c’è stato e posso dire, passati i 50, che ho avuto tanto, da te, anche dopo averti perso. E tanto ho imparato.

Non solo attingendo dalla memoria interna, quella che sta scritta nelle ossa, che tira fuori la semenza, buona o cattiva che sia. Anche immaginando quello che avresti detto o fatto in tutti i frangenti in cui avrei avuto bisogno di te, e sappiamo quanti siano stati. Infiniti.

Ho imparato da te quello che è importante e quello che no. Ho imparato la dignità di chi sa farsi da solo, senza chiedere se può e cercando di dare. Ho imparato che il denaro non importa. Ho imparato che contano le persone e conta essere. Ho imparato, e pensa che lo dico di continuo, che a fare le cose non ci può succedere niente di male, e lo chiedo sempre a mia moglie (vedessi, ti sarebbe piaciuta): “Facciamolo, che ci può succedere?”.

Ho imparato ad andare e a non voltarmi indietro, sapendo che quello che devo portarmi è sempre con me e mi consente di non dimenticare. Ho imparato a guardare lontano con fiducia, anche se le cose sembrano darti contro, perché l’importante è la limpidezza dello sguardo, l’assenza di retropensiero, la voglia di crescere, di respirare a pieni polmoni, di fare dei passi avanti nella vita.

Ho imparato molto dalla tua maniera di stare al mondo, nella mia testa l’ho riprodotta per come pensavo che fosse e credo di aver fatto un buon lavoro, che saresti fiero di me se fossi qui, ad 82 anni, a berti un cicchetto con me e a ricordare i bei tempi andati, quando m’insegnavi ad allacciarmi le scarpe e ad amare quel bianco e quel celeste che ho coltivato per tutta la vita anche per te, chiedendomi sempre se dove sei certe notizie vi arrivano (vedessi adesso Felipe Anderson… ma ti sei perso due scudetti, accidenti a te).

Chi è restato vicino a me mi ha aiutato per quanto poteva e molto di più, e quando ci sentivamo mancare ci siamo dati la mano e ci siamo fatti forza, sentendo che eri tra di noi, perché anche se te ne sei andato via ti abbiamo tenuto con noi. Perché c’è qualcosa che rimane, there is a light that never goes out, e questa luce ce la portiamo dentro.

Così leggimi, se puoi, oggi che dicono che è la festa del padre. Non credo a queste feste, ma mi viene in mente che, in 47 anni, gli auguri non te li ha fatti davvero nessuno. E quindi ti giunga il mio abbraccio e il mio ricordo, ovunque tu sia. Un ricordo che non se ne va mai.

Le ragazze

b694c63ad238077f4c31d4190fb591f6Scordati ogni esperienza che provoca sussulti.
E qualsiasi cosa abbia a che fare con la musica da camera.
Musei in piovosi pomeriggi domenicali, eccetera.
I vecchi maestri. Tutta quella roba.
Scordati le ragazze. Cerca di scordartele.
Le ragazze. E tutta quella roba là.
(Raymond Carver)

 

Interviste con laziali notevoli/7. Francesca Fiorentino

JUVENTUS V LAZIOI laziali notevoli non sono tutti maschi, sia chiaro. Anzi, nella mia mappa ho disegnato molte tappe da percorrere al fianco di donne biancocelesti. Francesca Fiorentino è la prima: una brillante voce radiofonica che non conoscevo, non essendo un ascoltatore delle radio romane. In realtà ero un aficionado di Radio Incontro, che ascoltavo durante i lunghi trasferimenti serali nel traffico di Roma, seguendo una trasmissione condotta da Francesca Turco. Guarda caso, proprio la radio dove lavorava la nostra laziale notevole, che oggi è una giornalista professionista, cura un blog (questo è l’indirizzo) e si occupa di sport e di cinema. Si descrive così: Sono professionista da quasi vent’anni, ho lavorato prevalentemente in radio come giornalista sportiva e culturale. L’altra mia grande passione è il cinema e l’ho “esercitata” su movieplayer.it e attualmente su hotcorn.it (blog di Chili Tv). Ho anche aperto un blog che si occupa di tematiche femminili. Infatti ho scritto spesso di calcio…

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Diritti Umani. Promemoria

Il 10 dicembre 1948, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvò e proclamò la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, il cui testo completo è stampato nelle pagine seguenti. Dopo questa solenne deliberazione, l’Assemblea delle Nazioni Unite diede istruzioni al Segretario Generale di provvedere a diffondere ampiamente questa Dichiarazione e, a tal fine, di pubblicarne e distribuirne il testo non soltanto nelle cinque lingue ufficiali dell’Organizzazione internazionale, ma anche in quante altre lingue fosse possibile usando ogni mezzo a sua disposizione. Il testo ufficiale della Dichiarazione è disponibile nelle lingue ufficiali delle Nazioni Unite, cioè cinese, francese, inglese, russo e spagnolo.

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Interviste con laziali notevoli/6. Marco Ciolfi

murgia-alessandroC’è chi dice che non esistono tifosi laziali uguali tra loro e probabilmente è così. Io aggiungo che non esiste un identikit del tifoso patentato, nonostante in molti si tenda a stabilire un’ortodossia tifosa. Quelli che vanno sempre allo stadio, quelli che vanno sempre in trasferta, quelli che c’erano a Catanzaro e a Cava de’ Tirreni, eccetera.
Si tratta di manifestazioni stupide: non è un merito scappare via dalla comunione della figlia per andare allo stadio ed è giusto, e del tutto sano, che la passione per una squadra di calcio occupi il giusto spazio nella vita di ciascuno. Quello, cioè, che ciascuno trova giusto dedicarle. E se la passione è sincera, non credo si possa ritenere seconda a una dedizione maniacale. A una dipendenza. Continua a leggere Interviste con laziali notevoli/6. Marco Ciolfi

Quando eravamo

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Sarà la vecchiaia, perché sono passati 45 anni dal golpe che costò la vita a Salvador Allende e precipitò il Cile nelle grinfie di una dittatura sanguinaria, ma Santiago, Italia, il documentario di Nanni Moretti, è una roba commovente, per chi è sensibile all’argomento.

Non solo rievoca i giorni terribili del golpe, le torture, il terrore della popolazione, tutte cose che già sappiamo: racconta una faccia del nostro Paese che abbiamo dimenticato. L’Italia ha accolto a Santiago un notevole numero di perseguitati politici, che si rifugiavano nell’ambasciata scavalcandone il muro di cinta, sfuggendo, in molti casi, a una sorte terribile.

Dall’ambasciata i rifugiati si sono poi trasferiti nel nostro Paese, dove sono stati accolti, sostenuti, integrati, inseriti in contesti lavorativi, adottati. Di questo restano grati, loro. Noi assistiamo, registriamo e ricordiamo come eravamo: i pochi fotogrammi di un concerto degli Inti Illimani mi precipitano indietro nella palestra della scuola ed è dura trattenere le lacrime. Continua a leggere Quando eravamo