Etichettato: roma

Semo gente de borgata

La discussione infuria, chi è contro i rom, chi è a favore di Simone, chi sposta il fronte delle barricate a Casal Bruciato. Il mio amico Antonio su Strisciarossa ricorda che nel 1987 accadeva la stessa cosa sulle barricate a Villalba, lungo la via Tiburtina, paralizzata da decine di posti di blocco contro l’insediamento di un campo rom tra Setteville e l’Albuccione.:

Trentadue anni fa. La rabbia dei quartieri già allora dimenticati era esplosiva. Covava nel profondo, serpeggiava nel livore e nell’abitare difficile, disegnava le periferie, quei campi sterminati dell’abbandono, della fatica di vivere, dell’immondizia e del cemento a strappare via il verde, la campagna, l’idea di bene comune, il futuro.

La distruzione del tessuto sociale era in atto, avveniva nel silenzio della politica, quando non nella complicità di una politica che non aveva chiaro il contesto, che cominciava a rinchiudersi in un meccanismo autoreferenziale, in un dialogo sempre troppo ravvicinato col potere economico. E quel potere chiedeva distruzione in cambio di poco, di briciole di lavoro, di aria pestifera, di cementificazione sulle sorgenti delle Acque Albule. Tutto quello che c’era da perdere è stato perduto“.

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Roma e rom

Siamo alle solite: un centinaio di persone, secondo alcuni anche 200, sono scese in piazza per protestare contro il trasferimento di alcune decine di persone di etnia rom in una struttura d’accoglienza, a Roma, nel quartiere periferico di Torre Maura, noto per le vie dedicate agli uccelli. Continua a leggere

Lo sgombro, ovvero quando dalle parole si passa ai fatti

Esiste un momento in cui, dopo mille chiacchiere, si fanno i fatti. Accade quando si mettono in moto processi che poi arrivano a vedere la luce del sole, e quando, appunto, finalmente questi processi giungono a compimento. E’ sempre un bel momento quando viene sottratto un bene alla criminalità e lo si restituisce alla cittadinanza. Soprattutto, è un momento in cui, concretamente, un politico può sostenere di aver fatto il bene della collettività.

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Roma, borgate, periferia e (troppo) Pasolini.

BorgataSono stato a un convegno sulle borgate romane che si è tenuto (si sta tenendo) qui a Siena, all’Università per Stranieri. L’ho trovato interessante, ma, almeno per la parte che ho seguito io, troppo appiattito sulla descrizione che Pasolini ha fatto, tra libri e film, delle borgate romane.

Quella di Pasolini era la rappresentazione di una realtà specifica: zone di Roma che, nel periodo successivo alla guerra, avevano problemi enormi, legati a una serie di fatti che non è difficile rinvenire se si studia anche superficialmente il percorso di nascita delle periferie romane: l’ammucchiarsi di immigrati provenienti dalle altre regioni d’Italia in cerca di lavoro e di gente espulsa dal centro cittadino per far posto alle opere del Regime, spesso discriminata su basi reddituali o politiche; la mancanza di alloggi disponibili, privati o di edilizia popolare, che si è protratta fino agli anni ’70; la devastazione direttamente collegata alla guerra e la conseguente scia di orfani, reduci, sfollati, emarginati, malati, mutilati, pazzi.

Un quadro passeggero, che già alla fine degli anni ’70 avrebbe mostrato immagini molto diverse, nascondendo quella miseria miserrima e disperdendo quell’umanità genuina ma degradata e senza speranza che Pasolini ha raccontato.

Non che non esistesse: c’era eccome, ma la retorica pasoliniana a cui si attinge a piene mani anche oggi tende a sovrapporre l’immagine della periferia romana a quel quadro, che di quella realtà restituisce solo un fotogramma, sia pure significativo. Come poi Caligari ci ha raccontato la realtà quotidiana dei tossici, senza pretendere che quella fosse la vita intera delle periferie romane.

Il racconto è di fantasia e dice del sottoproletariato, fissa i termini del linguaggio, si addentra nei percorsi che l’autore intraprende nel suo vagare incessante, in cerca di immagini veritiere e di luoghi dove vivere liberamente le sue inclinazioni sessuali.

Secondo me è ingannevole il punto di vista che ritiene che in certi luoghi non potesse entrare la morale borghese, con le sue convenzioni. E non credo più di tanto alla sospensione del giudizio della gente della borgata o del borghetto, in cui, semmai, la promiscuità (anche) sessuale era indotta dal sovrappopolamento, dalla condivisione forzata di spazi angusti in cui s’infilavano più famiglie, dalla tendenza alla sopraffazione sessuale tipica delle realtà degradate, che ricadeva facilmente su donne e bambini, o su donne/bambine.

Le testimonianze e la saggistica raccontano di zone periferiche popolate da gente che lavora, o cerca lavoro: operai, artigiani, spazzini, tranvieri, commessi, gente che s’ingegnava e cercava di crescere. Un esercito di aspiranti piccoli borghesi che si è incontrato con la società dei consumi deprecata da Pasolini e se n’è avvalso per cercare la felicità in una sedia di fòrmica, in una lavatrice, in una tv o in un’utilitaria.

I piccoli delinquenti, quelli che vivevano di espedienti, i/le prostituti/e sono sempre stati marginali: non si possono sovrapporre al racconto di un mondo variegato, fatto di gente normale. Mi scuso per aver usato un’espressione banale. Banale era/è l’esistenza di quelle periferie: i miei vicini di casa, i miei compagni di scuola, i miei amici erano figli di operai, artigiani, spazzini, tranvieri, commessi, gente che s’ingegnava e cercava di crescere.

In quella narrazione particolare manca il lavoro, mancano le lotte per la casa, contro il carovita, manca lo scontro politico che andava in scena mentre quei borghetti e quelle borgate sparivano o si modificavano definitivamente: su questo gli altri scritti di Pasolini ci hanno informato ampiamente. Agli osservatori esterni sembra però piacere di più la versione della città di baracche e di cenciosi che si aggirano tra i calcinacci, in attesa di un intellettuale che gli allunghi qualche soldo per una foto o per metterli su una pagina di giornale.

La verità è che sia le borgate ufficiali che i quartieri periferici sorti spontaneamente hanno lottato per migliorare la loro condizione e ci sono riusciti, facendo scivolare un po’ più in là la soglia del degrado, appannaggio oggi di sacche di disperati che si addensano ai margini della città. Immigrati, stavolta stranieri, e rom. Dei quali ci fanno quotidianamente racconto, vero o falso che sia, i mezzi di comunicazione, scomodando o meno Pasolini.

Intanto il centro si è svuotato e si affitta ai turisti, che popolano la Roma dove succedono le cose. E in periferia albergano i romani, a milioni. Ribaltando la visione della Roma degli artisti e dei cinematografari cool, che esiste solo tra Piazza del Popolo, i Parioli, Via Veneto e poco più.

E’ lì, in quella periferia pensata per essere dormitorio e satellite, che attecchisce l’omologazione ai modelli televisivi. E’ là che circola anche il sottobosco marginale che penne e telecamere raccontano, e che di pasoliniano ha poco. E’ più una massa abbandonata di gente che, dove attecchisce la mafia, non ha problemi a farsi omertosa.

Niente di bello o di costruttivo, ma è chiaro che a Ostia nel 2018 Accattone terrebbe per i clan. Non c’è niente di edificante o di eroico in certi personaggi, semmai li si usa per spiegare un dramma. Come se ne sono usati altri per raccontare la Roma malavitosa o l’oscura fantasia di Siti. Verosimili, ma la realtà non la raccontano le eccezioni.
E non credo si possa raccontare Roma usando solo le immagini dei film e i racconti dei libri.

La pizza

Leggevo da qualche parte (Roma vista controvento, Fulvio Abbate, Bompiani, edizione 2018) che la pizza romana non esiste, è un’invenzione e che è meglio, molto meglio al taglio che al piatto.

Secondo me è un po’ vero.

La pizza romana al piatto è sottile sottile e scrocchiarella (non prendo in considerazione ragionamenti sulla sedicente Pinsa perché non la conosco, sia inteso il sedicente con benevolenza).

Avendo beneficiato a lungo e in più periodi della pizza napoletana (alta, morbida, cornicione e tutto il resto) dico che non c’è gara, stiamo parlando di due cose diverse che si somigliano fino a un certo punto. Con la mozzarella, non con la bufala.

Essendo convinto divoratore di pizze focacce schiacce ciacce ovunque e in ogni tempo, però, posso dire che la pizza romana non è cattiva.
E’ solo che non è buona come quella napoletana, ma te la magni de core lo stesso, caro Marchese Fulvio.

Anzi, la settimana prossima quasi quasi, se capita, una pizzetta a Santi Apostoli me la faccio. Tanto qua da me ci sono un paio di pizzaioli napoletani che nel caso me fanno rifà la bocca…
Al taglio la pizza a Roma è sublime. E poi ci sono i supplì che sono da urlo.

Fuori i nazisti, dallo stadio e dal mondo

22687826_10155821340724621_3731873390080818857_nChi frequenta gli stadi sa in quale schifo ci costringono a fruire di spazi pubblici quelli che hanno consentito a questa feccia di riempirsi la bocca alla luce del sole con questi slogan allucinanti, vomitati dalla fogna della storia.

Sono più di 25 anni che si va avanti così e ogni tanto fuoriesce questo fiume carsico di liquame putrido, soprattutto quando qualcuno si ricorda di sbattere il tifoso in prima pagina per ragioni di campanile.

In realtà c’è chi inascoltato ha denunciato per tempo, forte e chiaro, tutto il lavoro fatto dai neonazisti negli stadi, l’occupazione degli spazi, il proselitismo, la creazione di un modello di riferimento che lì dentro ha attecchito facilmente, complice l’assenza di controllo e l’incoraggiamento della creazione di una zona franca in cui tutto è concesso, in cui se ti picchiano te la sei cercata, in cui si può delinquere liberamente.

La deriva che produce gli adesivi di Anna Frank è in atto da anni, qualcuno stupidamente ha pensato di confinarla negli stadi e quella negli stadi si è alimentata, è cresciuta, ne è sortita e ha innervato la società col suo non-pensiero aberrante e con la riproposizione di modelli che sono l’incubo di un passato troppo recente che torna a togliere il sonno a chi sa che non si può dimenticare.

Da fenomeno da stadio il neonazi è uscito nelle strade, ogni giorno avanza di un passo e rivendica spazi che mai e poi mai una società con i giusti anticorpi gli dovrebbe concedere.

Ri-Sorge oggi alla ribalta delle cronache per un giochetto schifoso che va avanti da anni tra le due tifoserie romane, infestate da neonazisti che si danno dell’ebreo a vicenda. Lo stesso accade a Torino, a Milano, a Napoli, a Verona, a Bologna, a Bari, ad Ascoli, in tutti i posti dove si lascia che le fogne debordino, e sappiamo bene che le tifoserie infestate da questa canaglia hanno ramificazioni internazionali, sono legate tra loro, esistono in Italia, in Spagna, in Francia, in Germania, in Polonia, in Inghilterra, in Bulgaria, ovunque.

Nessuno muove un dito, salvo che per stigmatizzare tifoserie intere, fatte di persone normali che vivono, lavorano e votano ciascuno secondo la propria coscienza tutto l’immeritevole arco parlamentare, oppure ne stanno fuori.

Lo fanno in modo tanto miope e asimmetrico da far pensare che sia solo un atteggiamento semplicemente, stupidamente tifoso.

Anna Frank è solo un nuovo episodio di una storia che non finisce ma si alimenta come un incendio di sterpi dimenticato lì, ché tanto che danni pensi possa fare?

Se siamo dove siamo non possiamo meravigliarci, né possiamo pensare di fare una bella fine.

L’universale tifoso

Leggo I was born in Lazio dell’amico Stefano Ciavatta e mi vengono in mente troppe considerazioni da fare, tante che ci scriverò sopra, se la lucidità mi assiste, alcuni post nei prossimi giorni.

La prima è sulla pretesa unicità del tifoso laziale in quanto detentore di un suo preciso e personale modo d’intendere l’amore per la squadra di calcio. Vengono in mente due eccezioni da sollevare: la prima riguarda l’essere tifoso tout-court: chiunque sia affetto dalla malattia del tifo ha un rapporto unico e intimo con la propria squadra, legato all’infanzia e alle modalità con cui ha aderito alla propria tribù tifosa.

I ricordi di stadio, i fotogrammi condivisi con i familiari che allo stadio ci hanno iniziato, i rumori e i colori della partita, le grida, le imprecazioni, l’esultanza, il sostegno, le litigate del lunedì a scuola e tutto il resto fanno parte della memoria di qualunque tifoso. Per quanto si stia da anni sotto il tiro incrociato delle televisioni non c’è modo di scardinare le basi della passione calcistica.

Il modello del tifoso sospeso tra il monomaniaco beota e il bimbominkia che ripete a pappagallo i mantra posticci inventati dal linguaggio fasullo dei telecronisti resta circoscritto a una platea limitata, anche se, per forza di cose, in crescita.

Una crescita che misura, probabilmente, l’allontanamento dallo stadio come luogo in cui si rappresenta l’unica realtà calcistica che conta, con la quale i tifosi si devono per forza confrontare, quella che fornisce ai litiganti in tribuna l’unico metro di paragone attendibile, quello del risultato in campo e della classifica che ne scaturisce, settimana dopo settimana.

La televisione ha costruito negli ultimi tre-quattro lustri il mito di un calcio patinato che è star system, produce quattrini a palate e prescinde, nel suo racconto di un mondo dorato fatto di supereroi, dal risultato, vissuto come un incidente che spesso conferma e talvolta smentisce la favola televisiva.

A questa versione moderna del calcio, abbozzata negli anni ’90 e realizzata nel terzo millennio, resistono alcuni romantici che si ostinano ad affermare che esiste vita oltre lo show e che loro stessi ne sono la prova. Non sono solo laziali. In tutte le squadre c’è una tifoseria divisa tra vecchie e nuove modalità di sostegno, che lotta per non omologarsi alle parole d’ordine della televisione o della tifoseria organizzata, elemento con pretese d’egemonia che sullo stadio preme da ben prima, per mire che spesso hanno poco a che fare con la cosiddetta passione bambina.

Il laziale ha dovuto resistere a spinte fortissime dovute all’appeal della Roma, nella quale militava Totti, uno dei pochi personaggi su cui puntare per il salotto televisivo. Spinte che tendevano a relegare i biancocelesti in un ruolo di secondo piano, rientrati nei ranghi dopo gli exploit della superLazio cragnottiana.

Ha reagito attaccandosi ai ricordi più nitidi e a una storia che è facilmente documentabile e che sancisce il diritto all’esistenza della Lazio e ne certifica a Roma la primogenitura calcistica. I laziali affermano unanimi la propria diversità che consiste nel non riconoscere parole d’ordine, e perciò rivendicano il loro diritto a una conformità non conforme.

In realtà chi segue da vicino i destini della squadra biancoceleste sa che surfando tra stadio, comunicazione verticale e social network si possono facilmente riconoscere alcune profonde divisioni in blocchi di “pensiero”. La più vistosa è quella tra lotitiani e antilotitani, i cui toni restano accesi, nonostante l’abbandono di posizioni oltranziste anti-società da parte degli ultras. L’altra divisione importante, ancorché secondaria rispetto al nodo lotitiano, riguarda le manifestazioni razziste e politicizzate di parte dello stadio. Molti laziali, anche di destra, sono a disagio e non lo nascondono, preoccupati dell’immagine negativa e delle ricadute economiche e sportive del problema.

Gli ultras laziali hanno sempre una grande influenza sul tifoso medio, che non ha abbandonato la visione romantica della curva nord che da ragazzino gli ha fatto riempire diari e lavagne scolastiche di fregi, scritte e attestazioni di stima qualche volta ripetute a pappagallo oltre le proprie convinzioni personali. So di che parlo perché l’ho fatto anch’io, e scrivendo cose di cui oggi mi vergognerei.

L’unicità del tifoso laziale è vera (ovvio) se si considera l’individuo in quanto tale, meno se lo si considera come tifoso perché tende ad assomigliare ad altri e a concentrarsi in gruppi almeno in parte omologati in senso ideologico. Difficile che Lotito possa risultare simpatico a pelle, ma negarne i buoni risultati sembra pretestuoso, ed è strano che un tifoso che rievoca a ogni piè sospinto con nostalgia il tempo in cui si salvava per un soffio di vento dalla retrocessione in serie C rimproveri oggi al suo massimo dirigente la mancanza d’ambizione.

Sono stranezze tipiche dei tifosi che eleggono a beniamini quelli che meglio li rappresentano (“uno di noi”), talvolta a prescindere dal rendimento in campo, promuovendo valori come la grinta e lo spirito battagliero e facendoli coincidere col proprio ideale di attaccamento alla maglia. Spesso la storia ci ha detto, però, come il carattere sanguigno e l’ascendente sui compagni e sui tifosi non fosse indice di professionalità.

La Lazio è stata spesso tradita dai suoi calciatori, gli stessi che i tifosi hanno innalzato su altari dai quali sono poi precipitati con ignominia. Su questo poggiano le basi della resilienza laziale, che si è fatta più solida con le sciagure degli ultimi 40 anni, soprattutto con la morte di Re Cecconi e di Maestrelli.

Il racconto che vuole i laziali sofferenti/soccombenti di fronte a un vicino di casa prepotente è in massima parte frutto di sindrome d’accerchiamento e viene smentito dai fatti: la preponderanza dei romanisti è solo numerica, mentre sul campo si è creata la curiosa dicotomia che vede la Roma sempre piazzata nella competizione principale e la Lazio spesso vincente in quelle secondarie, che però fanno albo d’oro e gioia dei tifosi.

Di contro va smentita l’idea autoreferenziale dei laziali, la cui nobiltà va riaffermata nel quotidiano e non si può mutuare dalle magnifiche gesta dei pedatori antiqui che riempiono le pagine entusiaste dei benemeriti collezionisti di cimeli e disvelatori di memorie di Laziowiki.

Deve essere chiaro che il calcio vive nella quotidianità e che le pagine in bianco e nero non incidono sul risultato, anche se creano senso d’appartenenza e conoscenza delle proprie radici. Sappiamo già che questo non impedisce comportamenti sbagliati da parte della tifoseria, ben poco in linea col dettato dei fondatori, né mitiga le mire ambiziose dei calciatori, come racconta la recente vicenda di Keita, approdato al Monaco, società meno ricca di storia ma più disposta ad assecondarne le mire e l’appetito.

Così ristabiliamo la verità che ci raccontano i fatti: la Lazio è una società antica che sta vivendo da 25 anni a questa parte il suo periodo migliore, a parte l’abbagliante lampo dello scudetto ottenuto nel ’74.

La sua presenza nel calcio italiano è costante, anche nei piani nobili fino al ’60, pur senza vincere quasi niente. Juventus, Inter e Milan sono un’altra cosa, Genoa, Torino e Bologna hanno un’altra storia da raccontare.

Le storie di famiglia, invece, se le raccontano tutti i tifosi, da Nick Hornby in giù, e rappresentano, tutte, l’unicità della visione del tifoso e delle sue emozioni. Che non hanno molto a che fare col modo d’intendere il calcio, in assoluto o nella versione che ci raccontano oggi le ribalte continentali e gli urli dei Caressa e dei Repice.

Il punto, in fondo, è questo: quello che accade sul campo è il fiume della realtà che scorre, quella che ci batte in petto è un’illusione che qualche volta si trasforma in realtà. E non c’è niente di più consolatorio del sogno di riscatto di un tifoso. Di tutti i tifosi.

Roma

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Ogni volta che vado a Roma parto preparato al peggio. Ne leggo di tutti i colori, vedo foto e titoli terrificanti, mi aspetto di subire aggressioni e rapine, di stramazzare al suolo in preda a chissà quale infezione per la monnezza, di morire di puzza, di rimanere prigioniero di Via dei Castani, anziché della seconda strada, e sprofondare in una deriva di paure psicotiche interrotta da momenti di furore in cui inveisco contro le autorità cittadine, le municipalizzate, i vicini di casa, Totti, i centurioni al Colosseo, il 3570, le buche, i palestrati, la gente che strilla al telefono alle tre di notte sotto casa, il caldo, la puzza, i topi, anzi, le sorche, il Tevere in secca, i mobili dentro i cassonetti, i parcheggi inesistenti, il traffico arcigno, i questuanti, i volantinanti, i giocolieri da semaforo, i turisti, le signore che quando passi s’abbracciano alla borsetta manco tu fossi uno scippatore fuori corso, i cani grossi, i cani piccoli, i padroni dei cani che vengono portati a spasso dai cani grossi e parlano col birignao a quelli piccoli, e il residuo di cacche di cane lasciate a seccare sul marciapiede scaciolato di buche da rattoppi fatti con la cazzuola che vengono meno e segnano gli anni di strati sovrapposti dove inciampano le vecchie e si sbucciano le ginocchia, cadendo sulle scritte fatte con lo spray in un incerto italiano che promettono l’amore alle fidanzate che si sbrigano a cancellare quando girano pagina e je piace un altro e si consuma il dramma dell’incapacità di vivere rapporti sentimentali corretti, capire quando è ora di sfanculare e cercarsi un altro pesce nel mare, pazienza se si tratta di una cozza, manco poi fossi bello te.
Mi sono perso.

Io quando torno a Roma la trovo sempre uguale. Nel senso, sì, è peggiorata, va bene, ma è un peggioramento in linea con le attese, conseguenza del tempo che fa passare la generazione di parassiti che sta all’ombra del Cupolone a ingrossà er core e a intossicà er fegato de sta città che sta là da quasi tre millenni ed è sopravvissuta a qualunque cosa, e aspetta che un soffio di vento lungo qualche lustro, per lei un’inezia, si porti via le chiacchiere di questi giorni senza gloria, le sindache insignificanti, le dispute sugli avanzi d’architettura lasciati dal fascio, i nazi del terzo millennio, i comunisti da salotto, quelli che se schifano degli immigrati e gli affittano casa, i razzisti e i discriminati, i poveracci e i ricchi, i commercianti e gli avventori, i turisti, i calciatori, i pellegrini, i tassinari, gli autisti dell’atac, gli impiegati comunali, i disoccupati, i liberi professionisti, i cinematografari, gli chef, i professori, i maestri e gli scolari.

Roma resiste a tutto, s’è vista cavalcata dalle 600 e dalle 1100, adesso j’appuzza l’aria il diesel che in confronto ai roghi tossici è una caramella, domani frulleranno le ibride, dopodomani le auto elettriche senza conducente, ma si suoneranno ancora clacson e sterei e non si baderà a niente e a nessuno, per terra la monnezza, i pacchetti di sigarette, gli aghi di pino, i volantini del discount, e stracci, batterie, ciavatte, pezzi di pizza, cicche, scope vecchie, carcasse di animali morti, erbe che ricrescono spontanee nei buchi fatti dalle radici degli alberi tagliati, macchine zozze abbandonate, carcasse di motorini, adesivi di stagnini di Danzica e facchini di Ploiesti, indiane, ucraine e nigeriane che giocano allo stesso gioco sul telefonino nella metro.

Ho girato tanto, a piedi. Ho battuto l’Esquilino come un soldatino, tra centri massaggi thai, boutique cinesi che si chiamano Identità, antiche gelaterie romane con la fila che esce dalla porta e la gente contenta che fa caldo che si lamenta del caldo e ha il nervoso per il caldo e se le promette e se le dà ma non pensa a fare un passo indietro e a capire se è il caso di andarsene da qualche altra parte a far scorrere il tempo più piano, a sentire di nuovo il proprio respiro e a vedersi andare avanti, come viene viene, ma senza sottostare al pagamento del tributo giornaliero a questo mostro bollente e sferragliante che ti succhia la vita.

Una città magnifica che se è stata vivibile in qualche tempo è stato per un caso passeggero e fortuito, e non per quelle giornate di luce che ti senti parte del quadro, che a milioni avranno immortalato, e se le ricorderanno, impresse nella memoria viva che non è quella che si vomita nei nastri inferociti delle timeline di facebook e di instagram. Quelle giornate di luce che solo a Roma ci saranno sempre e non bastano a tutto, ma qualche volta ti risolvono la vita. Quelle giornate romane che sognano in tanti per una volta di poter vedere, un giorno, e adesso ci riescono, a milioni, vomitati da charter governati da gente scortese, vestita in modo strano, che vende articoli che nessuno comprerebbe mai e ti tratta come una merda se solo osi chiedere da che parte sta il cesso.

A Roma i cessi c’erano, erano i vespasiani, almeno per i maschi, e c’erano e ci sono ancora pure i nasoni. L’acqua dice che manca, se semo bevuti er lago de Bracciano e pure il fiume bojaccia l’ho visto esaurito. Fumeno pippeno se tatueno se meneno fanno e scritte indermuro se odieno discuteno a Lazio e ameno la Roma magnano aamatriciana a carbonara er sushi e cacio e pepe voteno a destra canteno e balleno e passeranno come un soffio de ponentino che porta un gabbiano verso la discarica.

Roma è tutto insieme: Rocca Cencia, San Basilio, Piazza Navona, er Quadraro, er Cupolone, Villa Glori, er Trullo, Centocelle, er Pigneto, i Parioli e tutto. Sangue, sudore, lacrime, soldi, merda, droga, bellezza, festa, vita, morte, cultura, cinema, amore, odio. Sguaiata e sfregiata, bella e impossibile.
Appena posso torno.
Presto.

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Rocca Cencia, i rom e il disastro dei poveri

Cliccando questo link si può vedere un filmato tratto da Servizio Pubblico che spiega benissimo, nel breve volgere di 28 minuti, la situazione in cui ci troviamo in questo preciso istante, nessuno escluso.

Nel filmato si vede la situazione ambientale che c’è in prossimità del Polo di trattamento dei rifiuti di Rocca Cencia, a Roma. Ci sono gli abitanti delle case popolari che si trovano in zona, che raccontano la loro felicità per l’assegnazione degli alloggi e la disperazione seguita alla degenerazione dell’ambiente circostante.

C’è un mare d’immondizia che circonda l’impianto, che pare di capire venga scaricata abusivamente nel quadro di malaffare che si riconduce a Mafia Capitale, e c’è un campo nomadi, dove si bruciano rifiuti e si producono fumi tossici, si vive tra odori mefitici, topi e immondizia ammucchiata di altra origine.

E’ molto importante il momento in cui vengono a contatto gli abitanti delle case popolari con i rom: il dialogo è teso, la disponibilità a comunicare ci sarebbe ma non si riesce a superare l’ostilità di fondo.

Si toccano così con mano gli effetti nefasti dell’infiltrazione criminale fin nei gangli più profondi della società. Se ne vedono i confini, perché i rom sono sempre stati, come dicevo ieri, presenti a Roma e hanno sempre rappresentato il fanalino di coda della società, i marginali per definizione, quelli che non meritano nemmeno la compassione dovuta agli abitanti delle baracche.

Nel video di Servizio Pubblico si percepisce la distanza tra ultimi e stra-ultimi. In realtà manca ancora un pezzo: non si vedono gli immigrati. E un altro ancora: non sono presenti gli immigrati invisibili, quelli che si nascondono alla vista, che trovano ripari di fortuna la notte, che transitano verso la loro destinazione e non vogliono essere visti.

Ho parlato ieri di integrazione necessaria. I rom dei campi sono percepiti come parassiti irrecuperabili, ma sono esseri umani, e a meno di non adottare le soluzioni pensate da Hitler, dobbiamo come società fare tutto quello che è in nostro potere per includerli.

Loro e tutti quelli che nella scala sociale stanno al di sotto della linea della povertà. Fin dai tempi del fascismo la ricetta è stata semplice: rimuovere dalla vista lo sconcio dei poveri. Questa è diventata, oggi, una ricetta anche politica, se è vero che il PD difende i cittadini già tutelati e che i populisti e i neonazifascisti sembrano trovare consenso solo alimentando guerre tra diseredati, o guerre ai poveri e non alla miseria.

L’integrazione è necessaria perché siamo una collettività e dobbiamo dare a tutti l’opportunità di accedere a una vita dignitosa, anche a chi sta ai margini per scelta o per incapacità. I campi rom non dovrebbero esistere, o dovrebbero essere puliti, derattizzati, tenuti coinvolgendo chi ci sta dentro o facendolo per loro. Lo stesso vale per tutti i luoghi della collettività. Quando si fanno cose turpi in nome di un concetto sfuggente come quello del “decoro” si perde di vista il fatto, logico, che per primi gli esseri umani vanno trattati decorosamente.

Questo non significa che il privato cittadino debba amare i rom o semplicemente apprezzarli, non significa che gli effetti dei loro reati contro il patrimonio siano negabili, anche se non sono diversi da truffe e furti commessi da non-rom. Certe condizioni vanno create dalla politica, che a oggi è latitante e ha permesso al malaffare, unico beneficiario della situazione, di proliferare.

Abbiamo un’imprenditoria e una classe dirigente malata, uno Stato che non riesce a fornire i servizi essenziali per colpa di questa situazione, e questo si ripercuote sugli strati più deboli della popolazione, accrescendone la debolezza e lasciandoli alla mercé della criminalità, che può diventare punto di riferimento per la sopravvivenza. In questa situazione le mafie fanno i soldi e si radicano sempre più profondamente nella società, sostituendosi allo Stato assente. La ricerca del consenso viaggia su altri territori, anche perché questa è gente che non ha voce. Però si stanno creando le condizioni per un disastro sociale di proporzioni eccezionali, e le immagini di Rocca Cencia ce lo dimostrano. Ci vuole un cambiamento.

Di fronte a questa situazione il modo di vivere dei rom mi sembra l’ultimo dei nostri problemi, mentre è importante che si mantenga il più elevato possibile il loro standard di vita, proprio perché si tratta di un limite ultimo di demarcazione della nostra società. Che non può permettere, nel 2017, che bambini vivano tra rifiuti e topi, e che ci siano comunità di cittadini alloggiate in case popolari dove la farmacia più vicina è a un’ora di bus, e l’immondizia ti rende la vita impossibile e ti fa ammalare.

Tram (Tranve, 12, 19, 14, 30, circolare)

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Quando caricava le batterie il tram faceva un rumore caratteristico che da ragazzini cercavamo di imitare, ma non ci riuscivamo. Erano rumori soffusi, non come quelli del bus, che erano scoppi  di motori e sbuffi di marmitte, fischi di freni e grattate di freno a mano.
Il tram, da fermo, faceva questo rumorino, come di qualcosa che gira su se stessa e si svolge e si riavvolge, come di archetto che struscia sulle corde e le libera, poi, quando marcia. E il suono della campana al posto del clacson, quel clang metallico, e lo sferragliare delle ruote e dei freni sulle rotaie, più lo sfrigolio delle scintille del pantografo sui fili della corrente. Continua a leggere