Nel pantano di Gorino

Gorino, Gorino. Oppure pietà l’è morta. Il sentimento dei cittadini di Gorino è qualcosa che serpeggia per tutta l’Europa, ed è alimentato ad arte da chi ci vuole spingere verso l’orrore.
Lasciamo stare il pensiero elementare di chi di fronte ai cambiamenti epocali di cui siamo testimoni si spaventa, mette mano al fucile e si chiude in casa. Come se barricarsi potesse arginare il tempo che passa e ti si porta via… Il problema che abbiamo è che non riusciamo a risintonizzarci con la solidarietà.
Settant’anni fa eravamo un paese in rovina, bombardato, invaso, funestato da lutti e da un odio viscerale che a oggi non si è ancora spento, figuriamoci quanto poteva essere potente.
Eppure eravamo capaci di solidarietà, dolce e ruvida allo stesso tempo. Abbiamo accolto e sfamato profughi, quando sfamare qualcuno voleva dire togliersi il pane di bocca, adottato orfani, messo in discussione la nostra stessa sopravvivenza per dare rifugio e sostegno a partigiani e soldati e per proteggere gente dalla deportazione. C’erano anche delatori, borsari neri e collaborazionisti, ma l’umanità veniva fuori lo stesso.
Oggi sembriamo addormentati in un torpore di sentimenti che ci lascia alla mercé dei seminatori d’odio, ai cui comandi obbediamo bovini, incuranti delle figure di merda e della negazione dei valori in cui diciamo di riconoscerci (che ironia, nell’anno del Giubileo della Misericordia). Siamo diventati gli olandesi che sigillano i treni nazisti di cui raccontava Simon Kuper. Pronti anche a uccidere, se a farlo non si paga pegno. Se non cambiamo direzione la storia ci travolgerà.
Quello che deve accadere accade comunque, dovremmo ricordarci che l’unica cosa che ha senso è fare bene e fare del bene. Il resto è palude di fango maleodorante in cui si affoga alla prima onda di marea.

Bob Dylan e Claudia Cardinale: storia di una foto

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Scritto per Emergenze il 25/10/2016

Ci si stupisce, oggi, per lo scarso riguardo dimostrato da Bob Dylan per gli accademici di Svezia che gli hanno assegnato il premio Nobel per la letteratura “per aver creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”.

In realtà Dylan ha alle spalle una lunga storia di fughe dalla pressione dello star system e non è a 75 anni che cambierà modo di fare. Nemmeno se gli accademici che lo hanno insignito del prestigioso premio dovessero per questo considerarlo maleducato e arrogante.

Bob Dylan, che viene paragonato a Gesù Cristo da più di mezzo secolo, ha subito ogni sorta di assalto da fans, giornali e avversari di ogni tipo che spesso ha scatenato contro di sé per le proprie reazioni spaventate e polemiche, che sono sembrate ai più vere e proprie provocazioni. Niente di nuovo, quindi.

Giusto cinquant’anni fa Dylan era appena sparito dalla circolazione per un grave incidente di moto, arrivato al culmine di una lunga fase di stress che l’artista gestiva a fatica, ricorrendo anche all’uso delle droghe.

“Nel pomeriggio di sabato 30 luglio (1966) le stazioni radio di musica pop di tutta l’America interruppero le trasmissioni per dare lettura di un bollettino: Bob Dylan il giorno prima era rimasto coinvolto in un incidente di moto ed era stato ricoverato in gravi condizioni all’ospedale.

Nei giorni seguenti furono rilasciati dei particolari sull’incidente, anche se vaghi: Bob era alla guida della sua Triumph 500 nei pressi di casa ed era seguito in macchina da Sarah (la moglie) o da un suo amico, a seconda delle versioni; Dylan stava dirigendosi verso una officina di riparazioni quando la ruota posteriore della moto si era bloccata all’improvviso facendolo slittare e cadere per terra.

Era stato caricato in macchina e portato al Middletown Hospital; i medici gli avevano riscontrato una frattura al collo (cioè la frattura di diverse vertebre) una commozione cerebrale e contusioni varie al volto e al cuoio capelluto.

Ecco quindi che come tutti si aspettavano il Fato aveva colpito anche lui. Cominciarono a girare voci incontrollate: Dylan è morto; (…) Dylan è stato ricoverato in una clinica per intossicati; Dylan è stato ricoverato, completamente pazzo, in un ospedale psichiatrico; Dylan è uscito sfigurato dall’incidente e il suo pubblico non lo vedrà mai più”.
(Bob Dylan, La biografia, Anthony Scaduto, Ed. Arcana)

Mentre l’America si interrogava sul suo destino, in assenza di notizie certe, l’artista rimaneva chiuso a curarsi nella grande casa di Woodstock, che di lì a poco diventerà la “Big Pink” consegnata alla storia da un disco-capolavoro della Band. Comunicava solo attraverso l’uso di un citofono, difeso a spada tratta dalla moglie, a cui aveva dedicato una lunghissima canzone inclusa nel suo disco uscito da un paio di mesi.

Il disco era Blonde on Blonde, un doppio LP considerato tra i massimi capolavori, oltre che di Dylan, dell’intera storia della musica rock. Un disco registrato a Nashville, che terminava la trilogia elettrica dell’artista e, pur venendo dopo il fortunatissimo Highway 61 Revisited, segnava un punto ancora più elevato nella carriera di Bob, che doveva subire un lungo stop dovuto all’incidente, per poi ripartire da posizioni profondamente cambiate.

boboutsideLa copertina di quel disco aveva due particolarità: l’immagine a colori sfocata di Bob, che il fotografo Jerry Schatzberg confessò trattarsi di un suo errore e non di una scelta voluta, e la foto all’interno dell’album che ritraeva una bellissima Claudia Cardinale, giovane diva del cinema italiano.

Schatzberg racconta che Dylan vide la foto nel suo studio, esposta insieme ad altri scatti legati al mondo del cinema che più tardi serviranno per allestire una mostra e per un libro. Bob chiese di mettere la foto in un collage all’interno della copertina del disco. La notai appena acquistai quel capolavoro, qualche lustro dopo, mentre mi affrettavo a tornare a casa per ascoltarlo tutto d’un fiato.

Una foto che faceva fantasticare.

Indimenticabile.

Per quella foto la copertina del disco fu poi ristampata: gli agenti della Cardinale non gradirono che l’immagine fosse stata pubblicata senza autorizzazione e non desideravano fosse usata per promuovere un’opera altrui.

Il disco fu ristampato con un’altra copertina e le copie americane “sbagliate” divennero oggetto per collezionisti. Non so se, a oggi, il mio LP possa valere qualche soldo (immagino non un granché). Il sorriso strepitoso e lo sguardo ammaliante della Cardinale ammiccano da quella copertina e contribuiscono alla reputazione altissima dell’opera. Qualcuno dice che Dylan se ne fosse invaghito, ma non mi sembra il tipo.

Intervistata sul tema, l’attrice ha detto di aver appreso della cosa da una fan che le chiese un autografo porgendole il disco con quella foto, e si è detta lusingata dal fatto che un artista importante come Dylan avesse scelto una sua immagine per la copertina. Il fotografo Schatzberg confermò, a sua volta, che l’attrice non era al corrente della questione e che l’iniziativa di far togliere la foto dal disco fu del suo entourage.

Nel disco, oltre alla canzone dedicata alla moglie, Dylan aveva inserito una canzone dedicata a una terza donna, Edie Sedgwick, attrice e modella Warholiana con cui aveva avuto una relazione in passato. La canzone era Just like a woman, uno dei suoi pezzi più riusciti, rimasticati e copiati, tra le mille e mille cover che innumerevoli artisti hanno realizzato delle sue canzoni, chi come omaggio, chi per copiarne il contenuto, chi per regalarne interpretazioni rimaste nella storia, come Jimi Hendrix o i Byrds. D’altra parte Dylan aveva “creato nuove espressioni poetiche all’interno della grande tradizione della canzone americana”, come diligentemente motivano oggi gli sconsolati accademici di Svezia.

Hanno ragione: basta andare a leggere quello che scrive Bruce Springsteen nella sua autobiografia:

Bob Dylan è il padre del mio Paese. ‘Highway 61 Revisited’ e ‘Bringing It All Back Home’ non erano semplicemente dei dischi fantastici, ma il primo ritratto fedele che io ricordi del luogo in cui vivevo. C’erano le luci e le ombre, e Dylan sapeva squarciare il velo delle illusioni e degli inganni smascherando l’ottusa e garbata routine quotidiana sotto la quale si nascondeva un mondo corrotto e in rovina”.

Speriamo che Bob un giorno di questi si ricordi di ringraziarli. In fondo, sono fans assai meno pericolosi di quelli che un tempo gli piombavano in giardino per chiedergli una profezia o un gesto miracoloso.

Triste e solitario Stan Laurel

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(Scritto per emergenze il 18 ottobre 2016)

– Mio padre ha detto che il cinema ucciderà i comici, dice Stan (Laurel).
– Ucciderà i comici senza talento, – ha risposto Charlie (Chaplin), senza guardare il suo compagno sempre più lontano, incantato dalle luci. Sente che l’ora sta arrivando, che tutto il Nordamerica è un pubblico in silenzio che aspetta di vedergli metter piede sulla costa.(…)
La sirena della nave lo scuote, gli fa aprire gli occhi chiari che hanno dentro più fuoco che mai e scopre attorno a sé la gioia dei suoi compagni della troupe che festeggiano l’arrivo. Stan sorride in fretta. Si copre il viso con le mani perché una sensazione vaga e fastidiosa lo prende al cuore e allo stomaco. Attraverso le dita aperte che recingono i suoi occhi, guarda Charlie e sente di volergli bene come a nessun altro, perché sa di essere di fronte a un vincitore.

Le chiatte si accostano alla nave e la prendono a rimorchio. Il giorno è luminoso e la nebbia s’è alzata.  Alcuni attori bevono scotch e lanciano urla incomprensibili. Torneranno presto a Londra, abbracceranno mogli e figli e racconteranno l’avventura della tournée.
Stan e Charlie non hanno biglietto di ritorno. (…)
Charlie ha acceso una sigaretta e attende il suo turno sulla passarella. Non fa più parte della troupe. Un’ondata di sangue caldo inonda le vene di Stan e la sua faccia si riempie di vita. Indovina che Charlie sta scommettendo sul successo e sulla fama. Da una tasca estrae una manciata di scellini e li scaraventa con forza in mare. E’ rimasto solo e se potesse vedersi proverebbe vergogna.
– Non mi uccideranno, papà, – dice, e salta a terra.
(Osvaldo Soriano, Triste, Solitario Y Final)

Stan Laurel è stato un grande comico. In coppia con Oliver Hardy ha fatto morire dal ridere mezzo mondo, inventando un nuovo genere cinematografico. L’immagine che abbiamo di lui è quella costruita nei 107 (106?) film in cui ha recitato: ingenuo e goffo, tonto e maldestro. Il doppiaggio in italiano, poi, gli ha cucito addosso una buffa parlata dall’accento inglese che lo identifica ai nostri occhi come un’icona del passato che tutti conoscono.

Laurel è stato un pioniere. Figlio di un manager/impresario teatrale, ha seguito le orme del padre fin da piccolo e tutta la sua vita è stata consacrata alla recitazione. Dall’Inghilterra ha varcato l’oceano per la prima volta nel 1910, al seguito della Compagnia di Fred Karno, il cui comico principale era Charlie Chaplin. Di quel viaggio in piroscafo racconta l’immaginifica penna di Osvaldo Soriano, che abbiamo letto nel brano introduttivo.

Chaplin va verso il successo planetario, Stan incomincia a girare per gli Stati Uniti, provando a trovare la sua strada di comico, ma rimane in sostanza un imitatore di Charlot, di cui faceva il vice nella compagnia di Karno. Si sposa, intanto, con un’attrice australiana, che gli cambia il cognome da Jefferson a Laurel. Le comiche che gira gli regalano un minimo di successo, l’incontro con Hal Roach e la rottura con la prima moglie, ritenuta inadatta al ruolo di coprotagonista dal produttore Joe Rock. Qui, in una specie di corto circuito spazio-temporale, si innesta la fantasia di un altro grande scrittore, Paco Ignacio Taibo, che racconta Stan in una immaginaria fuga messicana nel suo A quattro mani.

Il 19 luglio del 1923 verso le cinque e mezzo del pomeriggio, l’uomo avanzò sul ponte internazionale che separava El Paso (Texas) da Ciudad Juarez (Chihuahua). Faceva caldo. Quattro carri che trasportavano filo spinato verso il Messico avevano saturato l’aria di terriccio. Il doganiere messicano, dalla garitta, lanciò un’occhiata di sfuggita all’uomo magro vestito di grigio che avanzava verso di lui con una bombetta nera e una curiosa valigetta di cuoio. Non gli diede la minima importanza e tornò a immergersi nel volume di poesie di Rubén Dario che leggeva con attenzione. Stava cercando di imparare a memoria una poesia per poterla recitare sdraiato tra i cuscini di una puttana francese di sua conoscenza che adorava questo genere di cose.

L’uomo magro e sgraziato, camminando fra mulinelli di polvere, arrivò fino alla scrivania del doganiere messicano e appoggiò con discrezione la sua valigia sopra il banco, come se non volesse impicciarsi della vita di nessuno, neppure della propria. La guardia sollevò la testa persa fra fiori di acanto e uccelli dal piumaggio multicolore e studiò con cura l’uomo. Il volto sembrava conosciuto. Forse qualcuno che passava spesso la frontiera? Un rappresentante? No, lo escludeva. Faccia esageratamente pallida, orecchie a sventola, bocca che reclamava un sorriso che non usciva, occhi piccoli e spaventati. Veniva voglia di proteggerlo, magari per recitare poesie a due. Il gringo magro non guardò neppure per un attimo il funzionario messicano che lo stava studiando. Il doganiere tornò a calarsi nel suo mestiere e aprì la valigia: otto bottiglie di gin olandese minuziosamente sistemate, e nient’altro. Neanche un paio di calzini o qualche slip. Quel matto di un gringo fottuto si sarebbe fatto fuori con una sbornia colossale. Perché non si strafaceva nella sua terra, il coglione? Ma non riuscì a formulare nessuna tirata nazionalista. Decise che lo strambo americano era un compagno di mal d’amore. Un altro disgraziato rincoglionito dalla sua donna. E sentì crescere dentro una smisurata e traboccante solidarietà. Richiuse la valigia e tracciò con un gessetto bianco il segnale di via libera. Il gringo, valigia alla mano, entrò in territorio messicano senza aver pronunciato una sola parola. Il doganiere lo guardò allontanarsi tra le strade polverose di Ciudad Juarez e quando già si stava per reimmergere nella sua lettura, ricordò perché gli era così familiare quel viso magro dalle grandi orecchie e gli venne in mente persino il suo nome: Stan Laurel, uno che aveva visto nei film che proiettavano al cinema Trinidad, un attore comico.

Stan si sistemerà presso lo scalcinato Hotel Neptuno di Parral, dove assisterà, dalla finestra, attaccando la prima delle otto bottiglie di gin, all’assassinio di Pancho Villa, in un agguato teso da nove uomini. Duecento i colpi sparati sulla macchina.

E’ un Laurel distante da quello che conosciamo: il racconto di Taibo e quello di Soriano ne ipotizzano tratti sconosciuti ai più. Soriano lo racconta ancora, poi, anziano, assoldare uno squattrinato Philip Marlowe per indagare sul motivo del perduto successo. A quel punto Oliver Hardy era già morto, dopo una lunga scia di problemi cardiocircolatori che lo avevano portato all’infermità e al dimagrimento di 70 chili che lo aveva reso ormai irriconoscibile.
Stan confessa a Marlowe di stare per morire anche lui, e vuole sapere perché Hollywood lo ha dimenticato.

Mi viene in mente, e non caccio via il pensiero, anzi, il fumetto di Andrea Pazienza Perché Pippo sembra uno sballato.  Nel fumetto Pippo è un fricchettone che bivacca in una specie di comune, dove passa il suo tempo ad alto contenuto tossico con gli amici, incalzato da un Topolino cinico e spietato che cerca di portarlo via per sfruttarne la vena comica.

Il prezzo che si paga al successo, che spesso vede il sistema sfruttare fino allo sfinimento i talenti in grado di assicurargli il massimo del profitto. A Stan Laurel e Oliver Hardy Hollywood, in un certo senso, ha succhiato il midollo. Hardy è morto nella miseria più nera, Laurel ha condotto un tenore di vita più che modesto, negli ultimi anni, avendo appena di che pagarsi un alloggio.

La coppia era nata per caso, quando Hardy era caduto rovinosamente sul set scottandosi un braccio con una pentola d’acqua bollente. Laurel, che era il regista, aveva faticato moltissimo per procurarsi questa occasione e fu vittima di una specie di crisi isterica, pensando che l’incidente avrebbe pregiudicato la realizzazione del film. Si precipitò sul set dove dette in escandescenze, battendo i pugni per terra mentre Hardy gemeva e si lamentava per il dolore.

La scena parve ad Hal Roach, il produttore, di una comicità irresistibile. Da lì in poi nacque la carriera del duo comico più famoso della storia del cinema. Laurel reinventò il cinema comico, curando personalmente la regia (pur non figurando) e lavorando minuziosamente alla costruzione delle gags irresistibili che tutti conosciamo.

Una figura rivoluzionaria, di quelle in grado di codificare una forma d’arte. Il mondo rise almeno per una decina d’anni, la formula di Stan resse all’avvento del sonoro e all’allungamento dei tempi cinematografici. Poi la guerra tolse a tutti la voglia di ridere.

I due guadagnavano poco, non avendo accesso alle royalties sui film che facevano.
I produttori li costrinsero a lavorare in contesti non all’altezza del loro talento e pretesero che Stan smettesse di partecipare al processo creativo.

Lui era angosciato dalle tormentose vicende sentimentali, in un’infinita alternanza di matrimoni e divorzi, storie sbagliate in cui era spesso costretto a subire l’invadenza delle figure femminili che gli stavano accanto. Mancanza d’amore.

La figura delicata e complessa che viene fuori dai racconti di Taibo e di Soriano sembra più in sintonia con la vita di Stan, un uomo gentile, fedele amico dell’esuberante Ollie, animato da una passione infinita per il suo lavoro. Disponibile fino all’esagerazione con i colleghi e con i tanti ammiratori che gli scrivevano, quando ormai non era che un attore famoso che nessuno conosce.

Soriano ne racconta il viaggio verso l’Inghilterra, dove Laurel torna, insieme ad Hardy, per una tournée. I due giravano per l’Europa ritrovando l’applauso della gente che non li aveva dimenticati, ma la salute gli impediva di reggere i ritmi imposti dal tour.
In questo viaggio, quaranta anni dopo l’addio alla sua terra, Stan ritrova il padre, a cui può finalmente dire di essere ancora vivo.

Il cinema non lo aveva ucciso, perché era un comico di talento.

Vita quotidiana di una (morente) società di calcio

L’altro giorno ho appreso la triste notizia della morte di Olinto Giglioli, l’uomo che curava il manto erboso del Rastrello, lo stadio di Siena, conosciuto anche come “Artemio Franchi”, il che lo confonde con il Comunale di Firenze, oppure, in passato, come Monte Paschi Arena, abbinamento salutato con fastidio dai frequentatori più accaniti.

Non conoscevo personalmente Olinto, ma l’ho visto per anni intervenire sul prato prima, durante e dopo la partita e ne apprezzavo il lavoro di altissima qualità. Con me, una nutrita schiera di papaveri del calcio professionistico. Rivederlo in foto e leggere il ricordo commosso dei tifosi mi ha fatto ricordare dei giorni in cui ho lavorato per l’AC Siena.

Ci capitai per caso: venivo da un periodo di fermo per una cassa integrazione di lunga incubazione che mi aveva snervato. Avevo finito uno stage da cui non avevo cavato grandi prospettive e cercavo qualcosa da fare. Feci una capatina in un’agenzia e la chiamata arrivò dopo qualche ora. Con mia grande sorpresa si trattava dell’AC Siena, dove sembrava che nessuno volesse lavorare. Il motivo lo scoprii presto: lo stipendio era difficilissimo da afferrare, diciamo così. Lo stato di salute della società era allarmante.

Mi ricordo ancora il colloquio, fatto con un signore dal nome quasi più strano del mio. Una stanza un po’ trasandata, adorna di trofei ma un po’ sporca e disordinata, una sede grande ma in parte deserta, un po’ buia, in una via del centro di Siena. L’uomo non fece mistero della situazione. Io accettai per curiosità, facendo un calcolo: era novembre, quasi dicembre, e la stagione sarebbe finita a giugno. Poi qualcosa doveva succedere per forza, quindi si trattava di rischiare di stare qualche mese senza stipendio. Intanto, da somministrato, per qualche tempo mi pagava l’agenzia. E poi la passione per il calcio mi spingeva ad accettare. Lo feci. Non me ne sono mai pentito.

La vita quotidiana in una società di calcio è bella, se si riesce a prendere le distanze dal disastro di un’azienda in stato prefallimentare che non chiude i battenti perché lo spettacolo deve continuare almeno fino alla fine della stagione. Se la si guarda dall’ottica del lavoratore è un inferno: nessun interlocutore attendibile, niente soldi, gente che si fa in quattro per mettere insieme il necessario per giocare le partite, organizzare le trasferte, mantenere in esercizio gli impianti dove ci si allena e dove si gioca. Creditori inferociti, ufficiali giudiziari, banche scettiche, ce n’era per tutti i gusti e sono stati mesi che non si augurano a nessuno. La ricordo, però, come una bella esperienza: il contatto quotidiano con la gente, il momento della partita che è irripetibile, perché in nessuna azienda si tocca con mano il “risultato” di un lavoro come nello sport.

Una società di calcio è una cosa viva. Per i ragazzi che ci giocano, che sono la parte migliore. E per i tifosi: è incredibile il calore umano che ti arriva addosso da tutte le parti. La gente che chiama per i biglietti e per tutte le informazioni più strane, i gadget, gli ingressi per i disabili, i volontari valorosissimi che scarrozzano e accompagnano i ragazzini sui campi di allenamento e nelle trasferte, i piccoli dirigenti che pagano le cose di tasca propria e non riscuotono un euro, e manco grazie.

L’avventura si è chiusa, poi, con un triste fallimento e non è il caso, per questo, di entrare nel merito di cose che tutti sanno o immaginano sulla gestione scriteriata della Società, in cui si è andati oltre ogni limite. Resta lo sforzo fatto da tante persone di buona volontà per cercare di evitare il peggio. Gente che ha portato il peso di un’intera stagione calcistica sulle proprie spalle, inventando soluzioni, organizzando e risolvendo problemi senza ricevere soldi né ringraziamenti.

Ho avuto il privilegio di lavorare con loro e mi sono arricchito umanamente, se non materialmente. La società che è nata dalle ceneri dell’AC Siena sta muovendo i primi passi con un po’ di fatica. Non riesco a vederla, da straniero, come una continuazione della vecchia società. La fede calcistica non si cambia, e resto un appassionato tifoso della Lazio. Il Siena, però, mi ha regalato grandi emozioni, che non posso dimenticare.
Legate alle persone come Olinto: gente perbene, piena di passione.

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Olinto Giglioli.  Foto di Nicola Natili

Lavoro e precariato: quando è calpestata la dignità è violata la democrazia

Scritto per Emergenze l’11/10/2016

Avete mai ricevuto la telefonata di un call center che cerca di vendere qualcosa? A me capita di continuo, a casa o in ufficio. Il più delle volte si tratta di “commerciali” che cercano di vendere servizi telefonici, fissi o mobili, o connessioni a internet, oppure contratti per la fornitura di energia per conto delle decine di operatori presenti sul mercato. La telefonata può arrivare in giorni festivi o negli orari più strani, spesso dopo cena o in pausa pranzo. In genere i ragazzi che telefonano recitano una stanca pappardella preconfezionata e tirano dritto qualunque domanda gli si faccia. E insistono davanti a qualunque rifiuto, anche il più scortese. Si degradano così in ogni forma e vengono spesso trattati a parolacce. Ricordano un po’ i petulanti citofonatori della domenica, i testimoni di Geova, i piazzisti di enciclopedie e di prodotti inutili, quelli che consumavano i marciapiedi, insomma, nel fitto porta a porta dell’epoca anteriore ai call center.

Il punto è: perché si accetta di fare un lavoro così degradante, con orari così assurdi e, stando alle apparenze, pagato malissimo e privo di ogni forma di soddisfazione personale? Mentre ripenso all’inferno raccontato da Virzì in un suo vecchio film, mi rispondo che il Call Center che fa vendite telefoniche non è che l’ultimo dei lavori degradanti, oppure che è solo quello che emerge perché cerca in tutti i modi di incrociare la nostra attenzione e di convincerci a fare qualcosa di cui in massima parte ci pentiremmo. Perché si dovrebbe accettare di passare giornate intere a farsi mandare a quel paese da persone che stanno badando ai loro casi, e mai e poi mai avrebbero risposto alla chiamata se avessero saputo chi c’era dall’altra parte del filo? Facile dirlo: perché questo è quello che si trova da fare in giro, per chi resta fuori dal mercato del lavoro.

Non starò qui a ripetere le cifre della disoccupazione, che conosciamo tutti, e nemmeno a sviscerare i risultati striminziti del Jobs Act che il Governo cerca di contrabbandare per successi. Il problema è a monte di tutto ed è semplice: l’Articolo 1 della Costituzione, Principi Fondamentali, dice che “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.”. Questo è (sarebbe) il caposaldo della nostra democrazia. La situazione che viviamo tutti i giorni dice che in Italia, però, il lavoro non c’è. E che la Repubblica Italiana è fondata, di fatto, su qualcosa che manca a troppi italiani. Si può dire che è fondata sul nulla, perciò, oppure sostenere che se viene a mancarne il presupposto salta per aria anche la democrazia.

Nel nostro Paese esistono tanti imprenditori seri, di piccolo/medio cabotaggio, che mandano avanti le loro aziende selezionando il personale e tenendosi stretti gli elementi migliori, visto che la ricchezza principale delle imprese è data dalla conoscenza e dal materiale umano. C’è l’esercito dei dipendenti pubblici, numeroso e insoddisfatto, spesso criticato, sovente a ragione.

C’è, poi, una massa informe di imprenditori/bandito che approfittano della situazione per sfruttare chi si trova in difficoltà. Vecchia pratica che prende fiato a pieni polmoni in questi tempi difficili.

Ci si può trovare senza lavoro, dall’oggi al domani, per mille motivi. La crisi degli ultimi anni ha visto molte aziende chiudere i battenti o avviare spaventosi processi di ridimensionamento e ristrutturazione. Tanti lavoratori sono precipitati nell’inerzia, protetti da un minimo di welfare, trovandosi di fronte a un mercato che non ha nessuna intenzione di riassorbirli, avendo messo nel mirino come (unico) parametro fondamentale il costo del lavoro.

Se aggiungiamo a chi ha perso il lavoro la moltitudine che spinge per trovare la sua prima occupazione, lo scenario diventa da incubo. Una realtà che non trova visibilità nel mainstream soffuso dei media e che sembra negata dalle pizzerie piene di cui parlava anni fa un capo del Governo, ma chi ha avuto la sfortuna di incappare in una disavventura lavorativa sa bene di cosa parlo. Chi non ha ancora avuto la sua opportunità, purtroppo, non sa neanche quello.

Il tutto costringe molti lavoratori a subire trattamenti allucinanti pur di restare occupati. Il lavoro, però, non è solo salario, e che salario (ripenso ai call center). Il lavoro è quello che si prende la maggior parte del tempo delle persone ed essere costretti a lavorare in realtà usuranti o mortificanti è una pena. Funziona così: si inquadrano le persone al di sotto del loro livello professionale, che viene quotidianamente negato, esplicitamente oppure di fatto. Si chiede loro di fare cose per le quali non c’è retribuzione, tipo lavorare 10 ore al giorno per riscuoterne 8.

Ci si disinteressa della loro personalità/professionalità e della loro esperienza, chiedendo loro di eseguire senza discutere e di uniformarsi a un modello standard che non si ritiene di dover riadattare solo perché a svolgerlo è un individuo con tutte le peculiarità per cui è stato scelto. Bella forza, se lo si è scelto solo per quello che poteva rendere con la spesa più bassa possibile. Aziende che poi si riempiono la bocca con la qualità e il made in Italy, apposto non di rado a qualcosa che si è prodotto altrove per approfittare dei salari bassi. Finanche i call center hanno delocalizzato la loro infima qualità, col risultato che ti ritrovi a parlare con qualcuno che vuole venderti qualcosa e che non ti ascolta, e se ti ascolta non ti capisce.

Tralascio poi le discriminazioni, appannaggio soprattutto delle donne e degli immigrati, di stampo razzista, sessuale o di genere, e tutta la triste letteratura sulla discriminazione delle lavoratrici madri è disperatamente attuale. C’è una distanza siderale tra chi regala promesse vuote in cambio di voti e chi vive in attesa di un colpo di “fortuna” che porti a uno stage, a un lavoro sottopagato o a un arrotondamento in nero. E in questo quadro ogni schiacciamento delle garanzie è praticato con tutta la forza da chi può trarne profitto. E’ la legge del mercato, baby.

Restiamo così precari e ci chiediamo se sia mai possibile cambiare questa situazione. Lo strumento che abbiamo in mano, il voto, sembra inutile. Non c’è nessuno che abbia in mano una ricetta che spinga verso la piena occupazione, a meno di non cinesizzare l’economia. Il che, forse, è proprio quello che sta accadendo, e la sensazione dolorosa che proviamo ogni volta che subiamo un sopruso sul luogo di lavoro è solo il segno tangibile della nostra dignità che viene negata e calpestata. Il che è come dire che negata e calpestata è la democrazia.

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Un altro anno è volato via.
Se mi volto indietro a guardare mi sembra sia stato un anno buono e cattivo, che ha riservato qualche dolore e qualche piccola soddisfazione. Non riesco ancora a elaborare quello che è successo ad Amatrice. Non mi aiuta rivederne le immagini e andare sul posto mi ha confuso ancora di più. Cerco di ancorarmi a qualcosa ma è difficile.
Leggevo la lista degli esiti dei controlli sull’agibilità delle case e non riesco ad accettare il fatto che case come la mia, in cui è nata mia madre e prima di lei mio nonno e prima ancora tutti i miei antenati possa essere inagibile o da demolire. Una casa antisismica, se è vero che ha retto a due minuti d’inferno senza uccidere quelli che riparava, e si trattava di tutti i miei familiari più stretti o quasi.
Così, brancolo nel buio di una notte che non ho vissuto e mi stupisco ancora a vedere miei amici d’infanzia che s’intrattengono col Papa e vengono intervistati da tutti i TG, oppure luoghi che ritenevo sperduti e buoni solo a raccontare ricordi agli sparuti villeggianti che vengono spiattellati a nove colonne sui quotidiani di cinque continenti e su tutti i canali all news del pianeta.
Un anno che mi ha riservato la sicurezza di un lavoro ritrovato e la sofferenza di un quotidiano lavorativo difficile e frustrante, in cui occorre resistere e lottare per difendere dignità e professionalità e trovare spazi in cui far valere qualità che sarebbero altrimenti irrimediabilmente mortificate. In questo trovo l’aiuto degli amici più cari, che desidero ringraziare per essere sempre al mio fianco: Antonio e Valentina, Katia, Marta e Luigi, Anna e Roberto, e ancora Anna. Preziosi come Maurizio, vicini nel cuore come Nanni, Roberto, Giuseppe, Stefano, Gianluca, Salvatore, Andrea, Giuliana. Carissimi.
Con tanti altri divido fitti scambi di pensieri quotidiani, e per questo desidero ringraziarli. Ad un paio di amici ho scritto delle lettere, usando la penna invece della tastiera. Uno aveva cominciato per primo, l’altro l’ho preso di petto io. E’ stato un piacere e lo farò ancora. Ho visto delle belle cose e ho cercato di godermela, ho raccontato qualcosa di quello che vedo e continuerò a farlo. Ho rivisto con grande piacere un’amica, Daniela, a cui mi legano tante cose. Ho saputo nel luogo delle brutte notizie, che quest’anno è stato Amatrice, che non c’è più una mia amica di tanto tempo fa. Il ricordo del suo sorriso che illuminava le cose non mi abbandona, e prometto di non dimenticarmi di lei. C’è tanta gente che vorrei vedere più spesso o rivedere. Alcuni mi mancano molto, ad altri penso con simpatia. Mi auguro per l’anno che comincia, il numero 55, che mia moglie mi stia vicino come sempre, con il suo cuore generoso e coraggioso. Che tutti i miei cari stiano bene, e che la vita ci riservi sorrisi e soddisfazioni sempre maggiori. Il fatto che tutti siamo usciti sani e salvi da questo evento disastroso è già una fortuna che non va dimenticata. Nell’anno che comincia oggi farò il possibile per migliorare, perché non si smette mai. Cercherò di accettare quello che non mi riesce di accettare e di meritarmi le soddisfazioni che desidero. Cercherò di alimentarmi con la bellezza e di provare gioia a coltivare la rivoluzione. Farò grandi cose, oppure no, ma starò nel flusso della vita con tutte le forze. C’è tanta gente che stimo: voglio dirglielo. Lo farò, col tempo. Ogni giorno merita il massimo dell’impegno. Questo è il programma.

La misteriosa morte di Buenaventura Durruti

Scritto per Emergenze il 4 ottobre 2016

“E’ difficile cambiare tutto, tutto d’un colpo.durruti-portrait
I principi e la vita non coincidono”
(Buenaventura Durruti)

Questo metalmeccanico aveva combattuto per la rivoluzione fin dalla prima giovinezza. Era salito sulle barricate, aveva assaltato banche, lanciato bombe, rapito giudici. Era stato condannato a morte tre volte: in Spagna, Cile e Argentina. Aveva peregrinato per innumeri prigioni ed era stato espulso da otto paesi.
(Il’Ja Erenburg).

Buenaventura Durruti è una figura leggendaria. Leader dei sindacati anarchici, è stato uno dei protagonisti principali della guerra civile spagnola, alla guida delle truppe irregolari che combatterono per la Repubblica e contro i fascisti di Francisco Franco, sostenuti da Hitler e Mussolini.

Su di lui si è raccontato tutto e il contrario di tutto: alcuni dicono che fosse un uomo retto e fondamentalmente contrario alla violenza, alla quale ricorreva per necessità. Altri lo descrivono, negli anni ’20, vestito completamente di nero e con due pistole in pugno, alla guida del gruppo degli “Erranti”, a vendicare gli operai fatti bastonare durante una stagione di lotte sindacali dal proprietario di un’azienda messicana, uccidendo a revolverate padroni e capi squadra alla loro causa asserviti.
Fama non usurpata, vista la chilometrica serie di imprese che gli si attribuiscono e che gli fruttano espulsioni e condanne a morte, ma anche l’infinita popolarità che merita, agli occhi dei diseredati, chi agisce in nome della loro causa e non per il proprio tornaconto personale. Durruti fu una sorta di Robin Hood moderno, che faceva rapine per finanziare la rivoluzione e perì nell’intento di realizzarla, caparbio e irriducibile.

durrutiLa sua morte è avvenuta il 20 novembre 1936, in seguito alle ferite da arma da fuoco riportate il giorno prima, a Madrid, durante una battaglia tra anarchici e fascisti.
Le circostanze in cui fu colpito, però, non furono mai chiarite: alla più logica, che lo vuole bersaglio dalle fucilate dei fascisti, si contrappongono altre tesi, che lo vogliono ucciso da fuoco “amico”.
Per mano di combattenti anarchici sbandati che aveva rimproverato severamente, impedendone la diserzione e spingendoli verso il fronte infuocato, oppure di comunisti ansiosi di liberarsi del suo anarchico slancio anti statale, che rappresentava un freno alle mire egemoni di Stalin,  oppure compagni vicini a lui che volevano liberarsi della sua presenza ingombrante, per questioni interne tutte da chiarire. Infine, la tesi dell’incidente, secondo la quale Durruti s’inciampò nello scendere di corsa dalla macchina, facendo fuoco contro sé stesso con il mitra che aveva in mano, tesi accreditata da chi ha visto le dimensioni ragguardevoli del buco fatto dal proiettile sulla sua camicia e negata con forza dalle fonti ufficiali, onde evitare il probabile scoramento dei combattenti anarchici.

Un giallo in piena regola, con una folla d’indiziati, ciascuno dei quali ha allontanato da sé il sospetto, nonostante ci siano testimonianze e indizi a carico di tutti. A parte i fascisti, interessati ad appuntarsi sul petto questa medaglia.

Come sia andata non si sa, e alla fine poco importa. Con lui morì un pezzo di sogno collettivo, e la cronaca del suo funerale, che riprendo integralmente dal racconto di H. E. Kaminsky ripreso da Hans Magnus Enzesberger, rappresenta bene l’atmosfera folle e scombinata che si respirava al suo funerale, in un giorno di pioggia, a Barcellona, il 20 novembre 1936. Un funerale anarchico, se mai se n’è visto uno.

A notte tarda, il cadavere arrivò a Barcellona. Aveva piovuto tutto il giorno e le vetture che lo scortavano erano coperte di fango. La bandiera rossa e nera, distesa sul feretro, era sporca. Nella “casa degli anarchici”, che, fino alla rivoluzione, era stata la sede della Camera di industria e commercio di Barcellona, si era lavorato già dalla sera per trasformare il vestibolo in camera ardente. Come per miracolo, tutto fu presto approntato.

 La decorazione era semplice, senza alcuna raffinatezza né pompa. I muri coperti di drappi rossi e neri, un baldacchino anch’esso rosso e nero, qualche candelabro, fiori e corone, null’altro. Sulle due porte laterali, attraverso cui sarebbe sfilata la folla, erano posti, secondo il costume spagnolo, grandi cartelli con le scritte “entrata permessa a Durruti” e “uscita permessa a Durruti”. I miliziani, con il fucile al braccio, circondarono il catafalco. Poi alcuni uomini della Colonna Durruti che erano venuti da Madrid con la bara la portarono alla “casa”.

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Nessuno aveva pensato ad aprire i grandi battenti del portone e quegli uomini dovettero stringersi per attraversare una angusta porta. C’era tanta gente che riuscirono a stento a farsi strada. Dai loggiati del vestibolo, rimasto senza decorazioni, molti uomini guardavano come se si fosse trattato di uno spettacolo. Si fumava. Alcuni si levavano il berretto, altri lo tenevano. Tutti gridavano. Gli amici abbracciavano qualche miliziano venuto dal fronte. Le sentinelle respingevano quelli che aspettavano, e anche questo non avveniva senza fracasso.

 L’uomo che aveva organizzato la cerimonia diede gli ordini. Qualcuno inciampò in una corona. Uno dei portatori del feretro accese con cura la pipa. Intanto il coperchio della bara fu tolto e Durruti apparve sotto vetro, coricato sulla seta bianca, con una sciarpa bianca avvolta intorno alla testa. Pareva un arabo.

Era una scena tragica e grottesca insieme. Pareva un’incisione di Goya. (…) 

Durruti era l’amico dei suoi amici. Era diventato l’idolo di tutto il popolo. Era stato sinceramente amato e tutti coloro che erano presenti in quel momento supremo lo rimpiangevano affettuosamente. Tuttavia la sola persona che piangesse, oltre alla sua compagna, una francese, era una vecchia donna di servizio, che già serviva in quella casa al tempo in cui i padroni entravano e uscivano a piacimento e che con ogni probabilità non l’aveva mai incontrato. Gli altri sentivano tutti la sua morte come una perdita terribile, irreparabile, ma i loro sentimenti erano privi di ogni solennità. Tacere, non fumare, togliersi il berretto, questo sarebbe stato per loro stravagante quanto farsi il segno della croce o spargere l’acqua benedetta.

Migliaia e migliaia di persone sfilarono davanti a Durruti per tutta la notte. Aspettavano in lunghe file sotto la pioggia. Il loro amico e il loro capo era morto.
(…) Il giorno dopo, la mattina, ebbero luogo i funerali. (…)

Si calcolò che un abitante di Barcellona su quattro o cinque marciasse dietro la bara, senza contare le masse che fiancheggiavano le strade, che erano alle finestre, sui tetti e perfino sugli alberi delle Ramblas.

 I partiti e i sindacati avevano convocato tutti i loro membri, e le bandiere di tutte le organizzazioni antifasciste sventolavano accanto a quella degli anarchici sopra quel mare umano. Era grandioso, sublime e bizzarro. Poiché tutta quella folla non era diretta, non c’era né ordine né organizzazione: nulla funzionava, il caos era indescrivibile.

 La sepoltura era fissata per le dieci. Già un’ora prima era impossibile raggiungere la sede del comitato regionale anarchico. Non si era pensato a tener libera la strada per il corteo. Da tutte le parti le squadre delle officine arrivarono, si incrociarono, si mescolarono e si sbarrarono a vicenda la strada. In mezzo, il distaccamento di cavalleria e le truppe motorizzate che dovevano precedere la bara erano bloccati. Dovunque le vetture con le corone si erano fermate, non potendo né avanzare né indietreggiare. (…)

Alle dieci e mezzo, Durruti, coperto di una bandiera rossa e nera, lasciò la “casa degli anarchici” sulle spalle dei miliziani della sua colonna. Le masse alzarono il pugno per l’ultimo saluto. Si intonò il canto anarchico Figli del Popolo. Fu un momento commovente. Ma, per inavvertenza, si erano fatte venire due orchestre; una suonò in sordina, l’altra fortissimo, e non riuscirono a mantenere la stessa cadenza.

 Le motociclette facevano fracasso, le automobili suonavano il clacson, i capi della milizia davano ordini a colpi di fischietto, e i portatori della bara non potevano avanzare. Era impossibile formare il corteo. Le orchestre suonarono ancora una volta, ancora parecchie volte lo stesso canto; lo suonarono senza occuparsi l’una dell’altra, e i suoni si mescolavano in una musica senza melodia. I pugni si levavano sempre. Infine la musica e i saluti cessarono.

 Ormai non si udiva più che il rumore della folla, in mezzo alla quale Durruti riposava sulle spalle dei suoi compagni. Almeno mezz’ora trascorse prima che si potesse liberare la via e che il corteo potesse muoversi. Parecchie ore passarono prima che esso raggiungesse la Plaza de Cataluña, distante appena qualche centinaio di metri. I cavalleggeri cercavano di farsi strada, ognuno per conto suo. I musicisti che erano sperduti cercavano di raggrupparsi. Le vetture che erano state fermate in senso inverso procedevano a marcia indietro. Le vetture con le corone passavano per vie traverse per prendere posto in un punto qualunque del corteo, e tutti gridavano e urlavano.

 No, non erano funerali regali, erano funerali popolari. Nulla in essi era ordinato, tutto avveniva spontaneamente, in modo improvvisato. Erano funerali anarchici, ecco la loro maestà!

 (Per l’inestricabile caos, la pioggia e il sopraggiungere delle tenebre, la sepoltura di Durruti fu rinviata al giorno dopo).

 

Poesie trash: Paura

paura dell’ansia.
paura del vicolo buio.
paura delle curve a sinistra.
paura del cane che mi salta sulle gambe.
paura di cadere saltando gli ostacoli.
paura quando freno in bici e vedo la strada scorrere sotto.
paura se sento frusciare nell’erba.
paura di finire i soldi.
paura col temporale, non sempre, non più.
paura di farsi male, soprattutto con le parole.
paura che il passato ritorni, com’era.
paura di Giancarlo.
paura che il futuro riporti al passato, o che.
paura di svegliarmi che non ci sei.
paura di andarmene dopo.
paura dell’ombra per le scale.
paura di non essere capito.
paura di sentirmi in colpa.
paura che non c’è.
paura della morte.
paura che non c’è.
l’ho già detta.

(facendo il verso a Carver, 24/6/2008)