E’ ora di smettere con le vuote sceneggiate politically correct

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Lotito in visita alla Sinagoga di Roma. La corona di fiori della Lazio finirà per essere gettata poco dopo dritta nel fiume (foto Gazzetta.it)

Gli episodi di razzismo a margine degli eventi sportivi sono una triste realtà da un paio di decenni almeno. All’inizio era sembrato che un impegno simbolico da parte delle società di calcio, ostaggio dei trogloditi ultras, potesse portare un contributo positivo. Così abbiamo assistito un po’ interdetti a tornei a tema, campagne di comunicazione, gesti di rispetto all’apparenza affettati ed estemporanei.

In realtà si tratta di operazioni posticce, che non c’entrano niente col calcio e spesso vengono messe in atto per sottrarsi al meccanismo perverso della responsabilità oggettiva, che obbliga le società a rispondere del comportamento di qualunque mentecatto pseudotifoso si introduca nello stadio, sul quale i club non hanno né controllo, né potere.

L’episodio documentato dalla foto è emblematico: gli idioti che hanno attaccato nella Curva Sud dell’Olimpico di Roma gli adesivi con Anna Frank in maglietta romanista sono una quindicina di pseudotifosi laziali. L’accaduto ha spinto il presidente Lotito ad affannarsi in dissociazioni e iniziative pubbliche che non erano dovute, in quanto nessuno può sostenere, se non in completa malafede, che ci sia un’identificazione tra il club biancoceleste, che vanta più di un secolo di onorata milizia sportiva, e l’operato subumano di un gruppetto di idioti.

Certe iniziative sono state considerate per anni necessarie a sensibilizzare sul tema e a chiarire bene le posizioni sul razzismo e sull’antisemitismo delle società di calcio. Le hanno messe in atto le istituzioni sportive nazionali e internazionali, le società di calcio, i calciatori. Si tratta di azioni utili e lodevoli quando sentite, mirate, organizzate e portate avanti in modo indipendente da un singolo fatto: non in conseguenza, cioè, di uno stimolo esterno.

Sono fredde e inutili quando prendono il via da un accadimento in sé stupido, come quello di cui si parla in questi giorni, che non è ascrivibile alla comunità dei tifosi della Lazio, che sono stimati in centinaia di migliaia: un gruppo numeroso all’interno del quale si può trovare qualsiasi esemplare umano, con tutto quello che ne consegue.

Iniziative destinate a fallire perché inutili e vuote rappresentazioni di un pensiero politically correct espresso intempestivamente, fuori contesto, che in quanto tale suona fasullo. Un impegno coerente e continuo delle società di calcio, che ogni tanto emerga a sensibilizzare i milioni di appassionati sul tema del razzismo, dell’antisemitismo e della violenza dentro e fuori dagli stadi produrrebbe forse risultati apprezzabili.

Un’affannosa opera di presa di distanza da persone che con i propri gesti si mettono fuori dal consesso civile è superflua e controproducente. Finisce per confondere le acque quanto le campagne di stampa che periodicamente tengono banco sui giornali e in televisione, alzando l’attenzione su certi temi per poi tornare a disinteressarsene. Che la macchina delle bugie si sia messa in moto nell’ultima settimana è evidente, non è difficile rendersene conto, basta approfondire: ci sono stati articoli faziosi, strumentalizzazioni tifose, montature, esagerazioni, omissioni. Un campionario intero.

Che si metta, però, al centro dell’attenzione la campagna di stampa rischia di sminuire il tema e passare in secondo piano la gravità dell’accaduto, che è la spia di un problema: in Europa, e in Italia, il razzismo prende quota, viene da lontano e guadagna spazio ogni giorno. Abbiamo visto che gli adesivi di Anna Frank, già declinati in salsa laziale e romanista, sono stati poi riprodotti con la maglia della squadra tedesca dello Schalke 04, ad opera di ignoti che li hanno attaccati in giro per Dusseldorf.

Episodi del genere accadono di continuo e sono molto gravi, ma è ben più grave che accadano fatti agghiaccianti come quello del pestaggio di Kartik Chondro, 27enne bengalese massacrato di botte da quattro idioti a Roma, Campo de’ Fiori. Colpevole di passare nel posto sbagliato, vittima di una violenza cieca e insensata, contro la quale ogni gesto può essere utile. Che siano testimonianze, denunce, ragionamenti e non atti di contrizione non dovuti e iniziative che nessuno sente davvero, nemmeno chi dovrebbe essere destinatario della solidarietà.

Contro il razzismo serve una forte inversione di rotta, è una malattia che non si cura con i pannicelli caldi e il gesto odioso di chi ha buttato nel fiume la corona di fiori offerta dalla Lazio sta a significare che non c’è più spazio per gesti simbolici che non siano davvero sentiti. Sono troppi e sminuiscono la gravità del problema.

Le istituzioni sportive facciano la loro parte e si aggiornino, riscrivano le norme e aiutino le società a tutelarsi dai facinorosi, invece di costringerle a dissociarsi da fatti di cui non sono minimamente responsabili.

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Lazio in campo a Bologna con una maglietta contro l’antisemitismo (Foto quotidiano.net)

Anna Frank,Shalom A., io

133711-mdHo conosciuto la storia di Anna Frank guardando in televisione il film di George Stevens che la raccontava, in bianco e nero, da ragazzino, al massimo adolescente, in TV.

La guerra era finita da 25 anni, se contiamo 25 anni a ritroso da oggi arriviamo al ’92, Tangentopoli, sembra ieri. Tanta gente aveva un ricordo vivo di quei giorni e ne parlava facendo allusioni, dicendo cose, rievocando storie.

A scuola lessi un libro nella biblioteca di classe che parlava del Ghetto di Varsavia, forse era una rievocazione fatta da Edelman, forse da qualcun altro. Rimasi sconvolto dal racconto dei nazisti che si divertivano a incoraggiare i bambini a scappare scavalcando la rete di protezione per poi freddarli mentre lo facevano, giocando al tiro a segno.

Nessuno mi ha insegnato a non essere razzista o antisemita, in famiglia nessuno si occupava di politica, eravamo troppo presi a sopravvivere ed eravamo umani, per fortuna, per tradizione. Andava da sé che sapessimo come riconoscere l’orrore.

Sapere dei campi di concentramento e delle persecuzioni razziali mi ha reso allergico a ogni manifestazione o rappresentazione nazifascista, di mio e da subito.

Un giorno però a scuola facevo il cretino con un mio compagno e scrivemmo alla lavagna che tizio era un ebreo, volendo intendere che era tirchio.

Un mio compagno di classe, ebreo, mi venne a insultare dicendomi che quelli come me gli facevano schifo. Cancellai la scritta e gli chiesi scusa, vergognandomi profondamente per quello che con leggerezza avevo scritto. Mi sorprese molto il fatto che alcuni compagni di scuola fossero venuti da me a dirmi che lui non doveva farlo, che era un esaltato e che avevo fatto male a scusarmi. In realtà lui avrebbe fatto bene a picchiarmi, solo che qualcuno lo trattenne dal saltarmi addosso. Ho imparato quel giorno che non bisogna giocare con certe cose, anche se si ha ben presente da che parte stare.

Non ho simpatià né antipatia per ebrei e israeliani, apprezzo l’enorme talento di tanti artisti e uomini d’ingegno ebrei ma mi hanno spiegato che attribuire all’appartenenza a quella comunità il loro essere ingegni superiori è una forma di razzismo. Adoro, comunque, Shalom Auslander, Jonathan Safran Foer, Bob Dylan.
Vorrei che si risolvesse per il meglio la questione palestinese.

Shalom Auslander ha scritto un libro dove racconta di una Anna Frank vecchissima che viveva nascosta nella soffitta di una casa in america. Caustico ed esilarante, ma non ve lo consiglio. Leggetevi piuttosto il Lamento del prepuzio e A Dio spiacendo e ridete in faccia a questa feccia antisemita.

Fuori i nazisti, dallo stadio e dal mondo

22687826_10155821340724621_3731873390080818857_nChi frequenta gli stadi sa in quale schifo ci costringono a fruire di spazi pubblici quelli che hanno consentito a questa feccia di riempirsi la bocca alla luce del sole con questi slogan allucinanti, vomitati dalla fogna della storia.

Sono più di 25 anni che si va avanti così e ogni tanto fuoriesce questo fiume carsico di liquame putrido, soprattutto quando qualcuno si ricorda di sbattere il tifoso in prima pagina per ragioni di campanile.

In realtà c’è chi inascoltato ha denunciato per tempo, forte e chiaro, tutto il lavoro fatto dai neonazisti negli stadi, l’occupazione degli spazi, il proselitismo, la creazione di un modello di riferimento che lì dentro ha attecchito facilmente, complice l’assenza di controllo e l’incoraggiamento della creazione di una zona franca in cui tutto è concesso, in cui se ti picchiano te la sei cercata, in cui si può delinquere liberamente.

La deriva che produce gli adesivi di Anna Frank è in atto da anni, qualcuno stupidamente ha pensato di confinarla negli stadi e quella negli stadi si è alimentata, è cresciuta, ne è sortita e ha innervato la società col suo non-pensiero aberrante e con la riproposizione di modelli che sono l’incubo di un passato troppo recente che torna a togliere il sonno a chi sa che non si può dimenticare.

Da fenomeno da stadio il neonazi è uscito nelle strade, ogni giorno avanza di un passo e rivendica spazi che mai e poi mai una società con i giusti anticorpi gli dovrebbe concedere.

Ri-Sorge oggi alla ribalta delle cronache per un giochetto schifoso che va avanti da anni tra le due tifoserie romane, infestate da neonazisti che si danno dell’ebreo a vicenda. Lo stesso accade a Torino, a Milano, a Napoli, a Verona, a Bologna, a Bari, ad Ascoli, in tutti i posti dove si lascia che le fogne debordino, e sappiamo bene che le tifoserie infestate da questa canaglia hanno ramificazioni internazionali, sono legate tra loro, esistono in Italia, in Spagna, in Francia, in Germania, in Polonia, in Inghilterra, in Bulgaria, ovunque.

Nessuno muove un dito, salvo che per stigmatizzare tifoserie intere, fatte di persone normali che vivono, lavorano e votano ciascuno secondo la propria coscienza tutto l’immeritevole arco parlamentare, oppure ne stanno fuori.

Lo fanno in modo tanto miope e asimmetrico da far pensare che sia solo un atteggiamento semplicemente, stupidamente tifoso.

Anna Frank è solo un nuovo episodio di una storia che non finisce ma si alimenta come un incendio di sterpi dimenticato lì, ché tanto che danni pensi possa fare?

Se siamo dove siamo non possiamo meravigliarci, né possiamo pensare di fare una bella fine.

Il Kamut è una furbata americana. Magnatevelo voi

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Nel mio poco faticoso e molto divertente percorso di cuoco apprendista mi smazzo letture e sperimento cose. Per natura, però, non sono incline, in genere, ad andare dietro alle mode e diffido dai luoghi comuni. Anzi, provo gusto, quando posso, ad andare controcorrente e spesso mi imbarco in discussioni impegnative per divertimento e per esercitare l’arte di ottenere ragione. I miei amici sanno di che parlo: della mia testa di travertino.

Ora, c’è ‘sto Kamut.

Io vengo da una tradizione familiare di cibo abbondante e senza troppi fronzoli, preparato magistralmente da mì madre senza inutili concessioni alle mode.
Fettuccine, gnocchi, ravioli, lasagne, quanto ai primi. Poca pasta secca, spaghetti sempre, e poi penne lisce, rigatoni, cannolicchi, fusilli. Tagli comuni. Grano duro. De Cecco, Barilla, con poche variazioni.

Gli integrali li ho conosciuti tardi e con fatica, anche se li apprezzo abbastanza. Soprattutto il pane. La roba alternativa in genere la scavalco a pié pari, ma facendo la spesa ho notato più volte questo kamut e i suoi prezzi alti, chiedendomi di che cavolo di grano si trattasse. Con poca curiosità.

Nel frattempo l’ambiente circostante mi avvertiva, da più parti, sulla pericolosità dei grani mutanti e dei superchicchi à la Hulk, a tutto resistenti e pronti a gonfiarci come palloni, a impedirci di digerire e a causarci mutazioni profonde, con nascita di orecchie supplementari, bargigli da tacchino e code a paletta. Quindi mi sono allarmato, salvo nutrire qualche dubbio, perché spesso le condizioni fisiche del suggeritore non mi parevano particolarmente migliori, né peggiori, di quelle di prima.

Ora, studia studia, mi imbatto nella vicenda grottesca del “grano del faraone”, spettacolare esempio di questi tempi cialtroni. La storiella dell’aviatore americano che riceve ‘sti chicchi di grano ANTICHISSIMI, rinvenuti in una tomba in Egitto, è buona per i gonzi, lo si capisce lontano un miglio, roba che manco Jurassic Park.

Il fatto che qualcuno possa registrare un marchio creato su queste basi sotto il quale coltivare una qualità di grano esistente in natura da sempre, il triticum turgidum ssp. turanicum, di origine iraniana, simile al farro o al grano duro, è una bella furbata.

Siccome il marchio tira, conviene usarlo e pagare i diritti invece che chiamare il grano col suo nome storico, perché non se lo comprerebbe nessuno. Ed ecco spiegati i prezzi esorbitanti, rispetto ai prodotti fatti usando il grano duro.

Quanto alle proprietà nutritive del Kamut, sono praticamente le stesse del grano duro.
La differenza la fa la moda.

Ecco un autorevole intervento sull’argomento di Davide Paolini, nel suo “Il crepuscolo degli chef”, edito da Longanesi (2016):

“Un altro miraggio mediatico di grande successo è il Kamut, il novello Figaro. Kamut di qua nei grissini, Kamut di là  nei cracker, Kamut nella pasta, Kamut nella pizza. In pochi anni è diventato uno dei brand più richiesti, ma i consumatori credono, o meglio immaginano, si tratti di una varietà di grano antico dalle straordinarie virtù, indicato in particolare per l’alimentazione di chi soffre di celiachia. In verità i proprietari, Kamut International, del marchio depositato (lo si nota dalla piccola “r” riportata in ogni prodotto) segnalano sul loro sito le proprietà (o meglio le non proprietà) del loro prodotto: “Perché contiene glutine, il grano Khorasan Kamut non è adatto a chi soffre di celiachia”. (…) Dunque pare chiaro che Kamut non è il nome del cereale ma il marchio con il quale un’azienda americana del Montana produce e commercializza una varietà di frumento, il Triticum turgidum ssp. Turanicum (…). Eppure l’Italia, pur disponendo di alcune varietà di Trticum Durum – come il Senatore Cappelli (…) o il Saragolla (…) è il mercato più importante per il marchio Kamut, ovviamente il più caro. Secondo le dichiarazioni di Bob Quinn, creatore del marchio Kamut, l’Italia è al primo posto per consumi, con ben il 75% della produzione di grano Khorasan Kamut.
Forse il suo successo è dovuto alla scarsa informazione, il che confermerebbe ancora una volta che, in questo secolo, “l’uomo è ciò che immagina di mangiare”. Sono bastati un cibo, o meglio in questo caso un marchio, una leggenda più o meno fantasiosa e una multinazionale per creare una richiesta di una serie di prodotti (…). L’effetto è stato ottenuto tramite un messaggio “sussurrato”, un tam tam, sulla base del quale chi cercava un modo di mangiare ritenuto più sano e non dannoso per la propria salute si è convinto che quei prodotti non contenessero glutine, anche se sulle etichette non era mai esplicitata una tale proprietà. La leggenda invitante che si cela dietro al marchio Kamut o meglio del cereale Khorasan (nome della provincia dell’Iran dove ha preso vita e dove pare si coltivi tuttora) fa parte, secondo una tendenza emergente della comunicazione aziendale, del genere “storytelling” oggi molto utilizzato per vendere “consumi”. “.  

Resto legato, dunque, alle tradizioni familiari e concludo, senza alcun rimpianto:
Il Kamut, se volete, magnatevelo voi.

 

Dignità vo cercando

DLSUPUdWsAAP-VzLa povera Katia Ghirardi e i suoi colleghi della filiale di Castiglione delle Stiviere (Mantova) di una grande banca stanno passando un bruttissimo quarto d’ora per un video girato per uso interno all’azienda che è stato condiviso sul web. Il video mostra gli impiegati della filiale impegnati in una specie di coreografia, con la Ghirardi particolarmente attiva con gesti, frasi e canzoncine che ne testimoniano l’impegno nell’ottemperare al dettato dell’azienda, che ha, per motivi che, visto il video, non risultano ben chiari, chiesto questa performance aggiuntiva ai suoi lavoratori.

So per esperienza che le aziende chiedono qualche volta ai loro dipendenti di fare cose poco dignitose. Spesso sono cose assai meno “frivole” di queste, ma non si capisce perché delle persone che sono state assunte in base alle proprie capacità e ai titoli conseguiti debbano cimentarsi in queste scenette e rendersi ridicole davanti all’azienda e ai loro colleghi, invece di svolgere il proprio lavoro.

E’ una specie di Coppa Cobram o di proiezione della Corrazzata Kotiomkin di fantozziana memoria. Paolo Villaggio non aveva inventato niente, aveva solo calcato un po’ la mano. Va detto, però, che lo spettacolino motivazionale, la cena che cementa l’ambiente, la gita aziendale sono vezzi da grande azienda che applica al proprio interno protocolli in voga, scimmiottando altre realtà, qualche volta, purtroppo, in modo goffo e approssimativo. E’ un problema relativo, se lo si lascia nel capitolo delle bizzarrie. E’ un problema serio, se si considera che si tratta di una spia dell’approssimazione  con cui spesso si muovono le nostre aziende in ogni aspetto della loro vita quotidiana.

Sono deluso, personalmente, dalla mia esperienza lavorativa e ho incontrato difficoltà, a volte, ad accettare disposizioni che mi parevano in contrasto con le mie prerogative di lavoratore e di persona. Ho visto altri farlo di buon grado, sopportando umiliazioni, messe alla berlina, vessazioni, molestie e altro, quindi non mi stupisce il video e mi dispiace che qualcuno, per riderci su, abbia esposto queste persone a una gogna spietata.

Mi fa rabbia, però, sapere che esistono aziende importanti che chiedono ai propri dipendenti di rendersi ridicoli, non si capisce a che pro, anche l’uno di fronte all’altro, con tanti saluti anche a ogni cautela riguardo alla convivenza tra colleghi e al giusto modo di rapportarsi tra persone che poi sono ordinate in una gerarchia.

Nella vita non bisogna mai prendersi troppo sul serio, l’autoironia è una grande virtù. Quando qualcuno ci rende ridicoli in un contesto lavorativo, però, ci manca di rispetto, soprattutto se si tratta del nostro datore di lavoro.

Mi immedesimo nei colleghi della Ghirardi che hanno accettato di partecipare, in subordine, al “balletto” e mi chiedo quanti di loro l’abbiano fatto volentieri e quanti, invece, non abbiano doppiamente subito questa situazione. Mi dispiace per loro, sarei arrabbiato se fosse capitato a me.

Speriamo che tutti, da Ghirardi in giù, possano dimenticare presto questa tempesta.

Il lavoro è il problema di questo Paese, principalmente perché la gente non ce l’ha. Quello che succede a chi lavora, però, ci fa pensare, spesso, che il problema principale siano i datori di lavoro, che siano lo Stato, le grandi imprese o piccole e medie aziende, che spesso esercitano il loro ruolo in maniera arrogante, poco competente e irrispettosa della dignità dei propri dipendenti.

Per loro, solidarietà.

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Essere Tom Petty

Quando muore una rockstar si versano fiumi di lacrime social. Ma perché? Prendiamo il caso specifico: un miliardario quasi settantenne, Tom Petty, nato in Florida, muore per un attacco di cuore nella sua villona di Malibu. Poche ore prima un matto aveva fatto fuori diverse decine di persone a Las Vegas, manco tanto distante dalla California, e volendosi disperare ce n’era d’avanzo. Però queste rockstar qualcosa hanno rappresentato, per i loro fans, ed è roba che rimane nella testa.

L’anno scorso in un centro commerciale ho comprato, a 53 anni, un paio di nike, di quelle riprese dai modelli vecchi. Uguali a quelle che indossava Tom in una foto sulla quale avevo fantasticato mille volte. Le ho comprate per questo motivo.

Ora, può darsi che io sia solo un cretino che non si rassegna a invecchiare, è vero. Ma quando, da teenager, mi sono accostato alla musica rock ho fatto, come tutti, le mie scelte in termini di modello da emulare. Adoravo Joe Strummer ma ero troppo poco teppista per imitarlo. Stravedevo per Lou Reed, che però era un tossicomane debosciato e lascivo. Mi emozionavo per Bowie ma mi terrorizzava, se la proiettavo su di me, la sua ambiguità sessuale. Avrei voluto suonare la chitarra come Brian Setzer, cantare come David Byrne, scrivere le canzoni che scriveva Graham Parker, impastando rock e reggae, facendo movimenti rapidi ed essenziali, un po’ anfetaminici, ma solo per posa. Amavo tantissimo Neil Young ma me lo immaginavo sbavato e impataccato, con i capelli unti, mentre si ricordava di cambiarsi le mutande dopo tre settimane. Adoravo Springsteen e l’epica Blue Collar ma non volevo essere né Spanish Johnny né quello che lavora sull’autostrada.

Volevo essere come Tom Petty. Piacere alle ragazze per l’ironia e per l’intelligenza, indossare camicie a fiori o a quadri, suonare del rock energico e essenziale, sorridere. Essere lucido e presente, niente droghe, niente depressioni, niente sfighe. Andare incontro alle cose con quello sguardo lì e affanculo l’ideologia, le zavorre assurde su quello che si deve e non si deve dire o fare quando si fa musica o quando si campa.

Così ascoltavo i dischi di Tom e mi piaceva pensare, da qualche parte dentro di me, di poter essere come lui, e questo mi è rimasto dentro, crescendo e diventando adulto, o provandoci.

Scegliendo tutti i giorni, quasi sempre inconsapevolmente, come essere, c’è stato sempre un pizzico di Tom Petty che mi ha guidato, quella scia che proviene dall’imprinting che ti dà la musica. Dentro qualche recondito spazio, nella mia mente, volevo una moglie bella e importante come Stevie Nicks, una con cui confrontarmi alla pari. Volevo saper ridere e volevo piacere a gente che valeva, come piaceva lui a Bob Dylan, a Roy Orbison, a George Harrison, che lo chiamavano a suonare con loro e ne raccontavano le lodi.

Volevo amici fidati come Benmont Tench e Mike Campbell, pezzi da 90 che riconoscessero il mio carisma e stessero sempre dalla mia parte qualunque fosse stata la mia scelta. Volevo recitare come lui in Something Big, in Spike, In Don’t come around here no more, e mi leccavo i baffi a pensare a quante piccole Alici nel Paese delle Meraviglie sarebbero state dalla mia parte.

Si smette di sognare, andando avanti con la vita, cominciando a lavorare, prendendo calci e dandone. Resta però da qualche parte una memoria fatta di momenti passati a cantare e a fantasticare, a leggere, tradurre, a cercare affannosamente cose che oggi il web ci vomita sul tavolo, tante, fredde e non più essenziali.

Bastava un disco con una busta colorata, i testi e qualche foto per costruirsi un mondo. E se oggi viene a mancare chi ha acceso la nostra fantasia negli anni migliori, perché niente può essere meglio di avere vent’anni, c’è una parte di noi che avverte un distacco, che si sente stanca e sa di aver perso un altro piccolo punto di riferimento.

E’ così, forse, che si va verso l’autunno.