Fatto di sangue a Centocelle vecchia

La credenza del Vini e olii di Piazza dei Gerani era lucida, come sempre.  Le bottiglie di vini e liquori bene in vista. Il bancone di marmo era alto e faceva sembrare piccolissimi gli avventori. Alfredo ci passò sopra una pezza bagnata, osservando con la coda dell’occhio Memmo, che armeggiava tra le bottiglie di liquore. Dopo aver scelto, Memmo avanzò esitante verso il bancone.

– Buongiorno, Sor Alfré. Prenderei queste.
– Ottima scelta, Memmo. Na bottija de Strega e una de Cognac Tre Stelle. Fanno tremila lire, e tremila dell’antra vorta che sò sei.
– Ecco, je volevo dì giustappunto se la posso pagà domani. Aspetto de finì un lavoretto, devo vernicià le persiane della Sora Ida, giù a Viale delle Gardenie. Ha detto che me dava un acconto stamattina ma stava impicciata…
– A Memmo, sempre la solita storia. Certo che me poi pagà domani, ma sei sicuro che te basteno li sordi? Ce lo sai che te cerca er Caccola, dice che avanza un sacco de quatrini. Essi bravo, pensa a tu moje, a tu’ fio piccolo…
– Sor Arfré, je lo giuro su mi’ fio…
– Nun giurà, a Memmo, lassa perde. Nun se giura sulle creature.
– A me me basta che me rimetto un po’ in piedi. Sò stato male, me faceva male la testa, non ce la facevo a arzamme dar letto. Daje e daje Angelina m’ha rimesso in piedi a forza de sospirà.
– E’ che la bottiglia la dovresti lascià perde’, Memmo. Guarda, vado contro l’interessi mia…
– Ma guardi che io ormai bevo poco. Me serve un goccio giusto pe’ tiramme su, pe’ staccamme dar letto la matina. Sò un uomo pure io, lasciateme avé un vizio. Fumà non fumo, giocà nun gioco…
– Almeno quello. Ma stai attento, con certa gente nun se scherza. Quanti sordi je devi dà ar Caccola?
– Settemila lire.
– E pe’ settemila lire sta così incazzato?
– E’ che je le devo dà da un po’ de tempo, l’ho tirata un po’ per le lunghe. Ma je le do, il tempo de rimetteme un po’ in sesto. Allora io vado, sor Arfré. Nun se preoccupi, appena posso pago. Buona giornata.

Memmo mise in una bustina di plastica le bottiglie, fece ancora un cenno di saluto all’oste, si girò e fece per avviarsi. In quel mentre entrò nel negozio er Caccola, al secolo Alvaro Rustichelli.

– Guarda guarda, io a entrà e te a uscì, eh? Pensa che combinazione. Allora Mé? Quanto tempo è che nun se trovamo faccia a faccia?
Memmo rabbrividì. L’oste osservò la scena, preoccupato.
– Alvaro, nun vojo storie qua dentro, me raccomando a te.
– Niente storie, Sor Arfré. Adesso Memmo qua me dà i sordi che me deve dà e stamo a posto. Lo vedo che sta ingranato, guarda che belle bocce che se compra… Omo de vino nun vale un quatrino, dice, ma a lui che je frega de li quatrini? Tanto ce sta chi je li impresta, è vero Mé?
– Arvà, devi avé ancora un po’ de pazienza – azzardò Memmo.
– Sto a lavorà, appena riscuoto te ridò li sordi tua. Te lo giuro.
– Allora nun se semo capiti. E’ da st’estate che me devi ridà settemila lire. M’hai preso per il culo in tutte le maniere. Adesso tiri fuori i soldi, sennò te faccio assaggià sto cortello…

Con un gesto plateale Rustichelli tirò fuori un coltello a serramanico e fece scattare la lama.

– Boni coi cortelli, ahò! Che siete diventati matti? – Strillò l’oste.
Memmo davanti alla lama del coltello perse la testa, buttò le bottiglie in terra e tentò di uscire dalla porta. Alvaro si frappose. I due entrarono pericolosamente a contatto, sferzati dalle listarelle di plastica della tenda antimosche.
– Viè qua, che nun me scappi. Me devi dà li sordi mia.
– Aiuto! Sor Arfré, chiami la polizia! – Strillò Memmo. L’altro lo teneva per il collo e gli faceva sentire la punta del coltello sull’addome.
– Lascia perde’ la Madama. Andò stanno ‘sti sordi? Cacciali fori!
– Non ce l’ho! Lasciami perdere!

Memmo era molto più forte e robusto di Alvaro, che era piccolo al punto di meritare il soprannome di Caccola. Forzò con le spalle per liberarsi del braccio che gli cingeva il collo, sgomitò, tentò di divincolarsi con la forza. Guadagnato un po’ di spazio, tentò di colpire Alvaro con un calcio. Questo incassò e grugnì.

– A pezzo de merda, ma che me dai li carci? Ma forse nun hai capito che io me te metto all’anima. Te levo dar monno! Tiè, a pezzente!

Con un colpo secco gli affondò il coltello nell’addome. Lo ritrasse e gli rifilò un altro fendente, e poi un altro. Memmo cadde a terra, come un pallone sgonfio. Alvaro si girò verso l’oste e ringhiò:
– Te nun hai visto un cazzo. Se parli te sei fatto li cazzi tua!
E saltò fuori dal negozio, dandosela a gambe.

Alfredo corse a soccorrere Memmo, riverso a terra, sanguinante.
– Nun te preoccupà, Memmo, adesso chiamamo l’ambulanza. Dove t’ha colpito?
Memmo non rispose. Aveva la camicia zuppa del sangue, tanto, che fiottava da tre ferite profonde. Le labbra esangui, gli occhi socchiusi, che fissavano un punto fuori dal negozio.
– Io je li volevo dà i soldi, lo giuro…
– Nun te stancà, aspetta qua, corro a chiamare l’ambulanza – disse l’oste, facendo per staccarsi.
Memmo gli strinse debolmente il braccio, giusto un attimo. Sembrava volesse dire qualcosa, ma non gli uscì un suono dalla bocca. Poi mollò la presa, reclinò la testa e morì.

(Ogni riferimento a fatti realmente accaduti e a persone realmente esistenti o esistite è del tutto casuale).

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