Categoria: Storie

Sconosciuti (la loro personale ricerca della felicità)

Questo programma di Rai3 mi manca talmente che, nella speranza che ne riprendano la programmazione, ne replico io una puntata: la storia di Aurelio, Ermelinda, Cono e Armida, e dei loro tormentati amori. Una storia a lieto fine, a tasso fisso e in comode rate trimestrali. Pubblicata tre anni fa…

Aurelio e Ermelinda s’incontrano in circostanze inconsuete: lei lavora al Banco di San Cataldo e fa la cassiera. Lui si presenta allo sportello con in testa un passamontagna e una pistola spianata, in un giorno d’estate talmente caldo che le cicale non ce la fanno a cantare. Continua a leggere

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Speriamo vinca mio nonno

Oggi ricorrono i morti, diceva la barzelletta.
Io ho due nonni da competizione.
Uno amatriciano, ruvido, intelligente, autodidatta, autoritario, spaventosamente colto per essere un contadino.
Pettone, braccione, capelli candidi fittissimi pettinati con i pettinini di una volta, quelli con la doppia fila di denti, credo fossero d’osso o di quel materiale con cui si fanno anche le montature degli occhiali.
Faceva tutto lui a mano, si radeva con un coltellino affilatissimo, lavorava ferro e legno, amava i gatti alla follia, bestemmiava ferocemente ed era un gran solutore di parole incrociate, grafomane, lettore instancabile e appassionato di robe storiche (aveva un pacco di riviste Historia che io leggevo avidamente, mi ricordo l’articolo impressionante sui sicari che vanno a Città del Messico a fare secco Trotzky).
Si trovano sue lettere e poesiole da tutte le parti, ancora adesso. In una Rivoluzione cubana di Fidel Castro c’è un suo appunto stilografico fatto prevedendo i percorsi del nipote: Aleggia (frazione di Amatrice dove risiedeva) Roma Siena.
Chissà che gli passava per la testa quando lo scriveva. Ci annotò sopra un “Fidel Castro ha fatto bene!” tutto ricamato e un sacco di conti, che scriveva da tutte le parti.
Aveva una forza da Hulk e il medico Serva gli diceva di starsene buono e non fare sforzi. Macché. Se n’è andato in un sospiro un giorno di febbraio e il cielo lo salutò con una bufera di neve.
L’altro siciliano, spiritoso, magro come una cartavelina perché mangiava pochissimo, per via di un problema allo stomaco. L’ho frequentato di meno perché a un certo punto ci siamo persi un po’ di vista, ma era sempre molto affettuoso, divertente, pieno di battute e circondato da figli e nuore che gli volevano bene. Aveva traversato il mare, da siciliano di montagna, della provincia di Enna, per venire a guadagnarsi il pane, per lui e per i suoi tanti figli, a Roma. Prima a Monteverde, poi a San Paolo, Via Corinto.
Faceva il netturbino. Il mio nonno amatriciano, invece, era un contadino ma da giovane, finita la guerra, si era fermato a Treviglio, sceso dall’Adamello, e aveva fatto per qualche tempo il maestro elementare, prima di tornare a casa.
Insomma, io me li ricordo tutti e due, ma somiglio molto a quello amatriciano, anche nelle ire funeste. Per fortuna assai più rare delle sue. Gli somiglio di fisico, essendo robusto come lui, ma sono senza capelli come il siculo.
Gli somiglio per la fame di sapere, e qui forse lui mi ha trasmesso direttamente qualche cosa. Dice che poetava a braccio, immagino dopo aver trincato un po’.

Ristorator

Dice: ‘mbè, sai cucinà, àprite un ristorante, no?
E te pare facile, mica il lavoro da ristoratore si può improvvisare, è una cosa difficile, ci vuole arte, non basta saper scrocchiare una pastasciutta o un risotto per quattro persone.
Poi ti capita che tornando da Repugia ti fermi sul Passimeno, a Trasignano, e ti capi un bel ristorantello sul lungolago, posizione gajarda, qualche tavolino di fuori, un buon profumo di fritturella di pesce. Panza mia fatte capanna! Continua a leggere

Giornata di un elettore

IMAGE_FILE_103006Questo fine settimana si agganciava a un ponte. E domenica c’era da andare a votare per le regionali. Il che non sarebbe stato un ostacolo insormontabile, se uno avesse voluto andarsene via per una breve vacanza: non votare, per una volta, mica sarebbe stato un problema. Avrebbero fatto senza di noi. Che poi, a pensarci bene, manco ci si era preparati per le elezioni, in nessun modo: non si conoscevano candidati né programmi, a parte il governatore uscente, e non c’era alcuno slancio verso il voto, nessun desiderio di affermare qualcosa o di respingere qualcos’altro. Continua a leggere

Casi umani: Amerigo Baba Shah

ce1d25efac1c3bb609234846d02294bfFin da piccolo Amerigo si rivelò paragnosta oltre ogni ragionevole dubbio. Aveva una grossa percentuale nell’indovinare il sotto mano di papà, il che non era poco, se si considera che il babbo, Gennarino Mano Lesta, era un campione del gioco delle tre scatolette, o delle tre carte, o di tutte le varianti che volete voi.

La mamma, donna pia e osservante, gli insegnò a credere, soprattutto per quanto riguarda la voce miracoli. Tenuto come una reliquia, il bambino sviluppò le proprie capacità latenti, mantenendo una decisa inclinazione per la preveggenza. Impressionante la regolarità con cui predisse per tre anni consecutivi che il Vesuvio non avrebbe eruttato nella giornata, esponendo sul balcone di casa la bandiera: oggi no.

Adolescente, il ragazzo incarrò una cotta per Achiropita, studentessa fuori sede esperta di religioni, che lo iniziò a tutti i saperi arcani, inoculando in lui la saggezza direttamente dal… ehm, lasciamo perdere. Due anni di frequentazione e il ragazzo, decisamente dotato, era pronto per andare nel mondo e predicare il Verbo di una nuova religione.

Per prima cosa, Amerigo comprò una tunica bianca di cotone, sulla manica della quale si fece ricamare tre effigi: San Gennaro, Sai Baba e  Diego Armando Maradona. Debuttò poi su TeleSmorfia, in prima fascia, con un programma sulla Saggezza e sulla Rivelazione, in cui, dietro modico compenso, segnalava quali numeri stavano per uscire sulla ruota di Napoli.

Rilevò con i modesti proventi una masseria nelle vicinanze di Capodichino, dove fondò una comunità religiosa, cambiando nome in Amerigo Baba Shah. Gli adepti potevano passare con lui un’ora a giorni alterni, purché portassero qualcosa: cibo tutti i giorni, offerte in denaro o beni con cadenza mensile. Non una tariffa fissa, ma non meno di una centomila lire.

Furono anni ruggenti: le ragazze facevano a gara per essere iniziate alla dottrina filosofica, che prescriveva spensieratezza, libertà sessuale, amore per il denaro e esaltazione del Maestro, le cui poche immagini circolavano a prezzi esorbitanti. Era vietato, infatti, scattargli delle foto, pena l’espulsione dalla scuola. In quegli anni felici Amerigo imparò la levitazione e  la bilocazione, poi la trilocazione, infine la locazione in nero. E così cominciò a investire i proventi della Scuola, ramo mattone.

Addestrò gli allievi più capaci in una delle arti divinatorie più ricercate: la previsione dell’arrivo dei Carabinieri. Intanto gestiva l’ingente patrimonio della Scuola, rimpinguato dai cospicui lasciti che alcune anziane adepte avevano generosamente inserito nel proprio testamento, prima dei trattamenti di benessere per cui la Scuola andava famosa, a seguito dei quali alcune vennero a mancare per eccesso di buonumore.

Lo tradì l’imperizia di un’allieva, incapace di riconoscere le mostrine della Guardia di Finanza. Seguì l’arresto, il processo, la condanna, la confisca dei beni e il soggiorno a Poggioreale. Come per ogni mistico, era giunto il momento della persecuzione. Amerigo Baba Shah si difese come un leone, ma capitolò sotto il peso di una lunga lista di capi d’accusa.

Si trova ancora a Poggioreale, da dove esce per dei permessi di lavoro, per recarsi in una località top secret. Si vocifera sia addirittura consulente della Presidenza del Consiglio per alcune vicende delicate: avrebbe affinato, negli anni bui della prigione, una sorta di rabdomanzia con cui, attraverso la lettura dei Ching, riconosce se un testo per un Decreto Legislativo è buono oppure no. Questo consentirà ingenti risparmi sui costi della politica: un teste revisionato da Baba Shah sarebbe, infatti, a prova di emendamento, il che consiglierebbe un’approvazione per direttissima, risparmiando sui costi del dibattimento.

Casi umani: Wanda

Socks-and-sandals-006Wanda non sopportava la gente che porta i sandali con i calzini. Da piccola aveva una paura folle di un vicino di casa che portava i calzini con i sandali o con le ciabatte e a volte se ne andava in giro con la canottiera bianca e un paio di pantaloncini striminziti, con i mocassini neri e un paio di calzini grigi tutti sbrillentati, fumando con un bocchino bianco delle sigarette pestilenziali. Continua a leggere

Casi umani: Marzio

ZappaLa maestra notò subito Marzio, perché in classe strizzava gli occhi e non vedeva bene la lavagna. Segnalò ai genitori l’evidente anomalia del pargolo, per le opportune correzioni. Dall’oculista il ragazzo si vergognava a parlare, così ne venne fuori una correzione tutta sbagliata, montata su un occhialetto d’osso che fece diventare Marzio lo zimbello della classe. Quattrocchi e mezzo naso. La sua vita diventò un inferno. Per sbrogliare la situazione avrebbe dovuto picchiare qualcuno, ma era il più piccolo della classe e non aveva idea di come fare a botte. Tirò avanti, aspettando le scuole medie.

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Beware of God/Prescrizioni e comportamenti

Non solo gli ebrei ortodossi hanno un ginepraio di precetti con cui si devono destreggiare, facendo la fortuna degli scrittori. Anche noi cattolici non scherziamo. Mi ricordo situazioni da scompisciarsi dal ridere legate a questioni di poco conto. C’era un mio carissimo amico, per esempio, che aveva grossi problemi ad accettare la faccenda delle fiamme dell’inferno che ardevano il peccatore. La prendeva troppo alla lettera, mentre noi ci scherzavamo su, chi sbuffando assurdi abbozzi di bestemmie (porcoddena, mannaggia cristina, porca madosca eccetera), chi praticando l’autoindulgenza per sanare i guasti ipotetici dell’autostimolazione in contrasto con le raccomandazioni del prete, del confessore, del catechista, della mamma o di chi altri, incluso l’oculista.

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Il formicaio Atlantide

Ero seduto sul muretto di tufi sul fianco del cimitero. Faceva caldo e stavamo lì ad aspettare che arrivasse il funerale, col vento che ci soffiava addosso per dispetto. Una coppia di cipressi guardava dentro al camposanto. Uno era sano, con la chioma florida, pizzuto pizzuto e portava la bandiera dell’orgoglio dei cipressi, che da sempre difendono i cimiteri. Continua a leggere