Roma, borgate, periferia e (troppo) Pasolini.

BorgataSono stato a un convegno sulle borgate romane che si è tenuto (si sta tenendo) qui a Siena, all’Università per Stranieri. L’ho trovato interessante, ma, almeno per la parte che ho seguito io, troppo appiattito sulla descrizione che Pasolini ha fatto, tra libri e film, delle borgate romane.

Quella di Pasolini era la rappresentazione di una realtà specifica: zone di Roma che, nel periodo successivo alla guerra, avevano problemi enormi, legati a una serie di fatti che non è difficile rinvenire se si studia anche superficialmente il percorso di nascita delle periferie romane: l’ammucchiarsi di immigrati provenienti dalle altre regioni d’Italia in cerca di lavoro e di gente espulsa dal centro cittadino per far posto alle opere del Regime, spesso discriminata su basi reddituali o politiche; la mancanza di alloggi disponibili, privati o di edilizia popolare, che si è protratta fino agli anni ’70; la devastazione direttamente collegata alla guerra e la conseguente scia di orfani, reduci, sfollati, emarginati, malati, mutilati, pazzi.

Un quadro passeggero, che già alla fine degli anni ’70 avrebbe mostrato immagini molto diverse, nascondendo quella miseria miserrima e disperdendo quell’umanità genuina ma degradata e senza speranza che Pasolini ha raccontato.

Non che non esistesse: c’era eccome, ma la retorica pasoliniana a cui si attinge a piene mani anche oggi tende a sovrapporre l’immagine della periferia romana a quel quadro, che di quella realtà restituisce solo un fotogramma, sia pure significativo. Come poi Caligari ci ha raccontato la realtà quotidiana dei tossici, senza pretendere che quella fosse la vita intera delle periferie romane.

Il racconto è di fantasia e dice del sottoproletariato, fissa i termini del linguaggio, si addentra nei percorsi che l’autore intraprende nel suo vagare incessante, in cerca di immagini veritiere e di luoghi dove vivere liberamente le sue inclinazioni sessuali.

Secondo me è ingannevole il punto di vista che ritiene che in certi luoghi non potesse entrare la morale borghese, con le sue convenzioni. E non credo più di tanto alla sospensione del giudizio della gente della borgata o del borghetto, in cui, semmai, la promiscuità (anche) sessuale era indotta dal sovrappopolamento, dalla condivisione forzata di spazi angusti in cui s’infilavano più famiglie, dalla tendenza alla sopraffazione sessuale tipica delle realtà degradate, che ricadeva facilmente su donne e bambini, o su donne/bambine.

Le testimonianze e la saggistica raccontano di zone periferiche popolate da gente che lavora, o cerca lavoro: operai, artigiani, spazzini, tranvieri, commessi, gente che s’ingegnava e cercava di crescere. Un esercito di aspiranti piccoli borghesi che si è incontrato con la società dei consumi deprecata da Pasolini e se n’è avvalso per cercare la felicità in una sedia di fòrmica, in una lavatrice, in una tv o in un’utilitaria.

I piccoli delinquenti, quelli che vivevano di espedienti, i/le prostituti/e sono sempre stati marginali: non si possono sovrapporre al racconto di un mondo variegato, fatto di gente normale. Mi scuso per aver usato un’espressione banale. Banale era/è l’esistenza di quelle periferie: i miei vicini di casa, i miei compagni di scuola, i miei amici erano figli di operai, artigiani, spazzini, tranvieri, commessi, gente che s’ingegnava e cercava di crescere.

In quella narrazione particolare manca il lavoro, mancano le lotte per la casa, contro il carovita, manca lo scontro politico che andava in scena mentre quei borghetti e quelle borgate sparivano o si modificavano definitivamente: su questo gli altri scritti di Pasolini ci hanno informato ampiamente. Agli osservatori esterni sembra però piacere di più la versione della città di baracche e di cenciosi che si aggirano tra i calcinacci, in attesa di un intellettuale che gli allunghi qualche soldo per una foto o per metterli su una pagina di giornale.

La verità è che sia le borgate ufficiali che i quartieri periferici sorti spontaneamente hanno lottato per migliorare la loro condizione e ci sono riusciti, facendo scivolare un po’ più in là la soglia del degrado, appannaggio oggi di sacche di disperati che si addensano ai margini della città. Immigrati, stavolta stranieri, e rom. Dei quali ci fanno quotidianamente racconto, vero o falso che sia, i mezzi di comunicazione, scomodando o meno Pasolini.

Intanto il centro si è svuotato e si affitta ai turisti, che popolano la Roma dove succedono le cose. E in periferia albergano i romani, a milioni. Ribaltando la visione della Roma degli artisti e dei cinematografari cool, che esiste solo tra Piazza del Popolo, i Parioli, Via Veneto e poco più.

E’ lì, in quella periferia pensata per essere dormitorio e satellite, che attecchisce l’omologazione ai modelli televisivi. E’ là che circola anche il sottobosco marginale che penne e telecamere raccontano, e che di pasoliniano ha poco. E’ più una massa abbandonata di gente che, dove attecchisce la mafia, non ha problemi a farsi omertosa.

Niente di bello o di costruttivo, ma è chiaro che a Ostia nel 2018 Accattone terrebbe per i clan. Non c’è niente di edificante o di eroico in certi personaggi, semmai li si usa per spiegare un dramma. Come se ne sono usati altri per raccontare la Roma malavitosa o l’oscura fantasia di Siti. Verosimili, ma la realtà non la raccontano le eccezioni.
E non credo si possa raccontare Roma usando solo le immagini dei film e i racconti dei libri.

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