Sarà il mio tipo? E altri discorsi sull’amore

Lui legge la poesia, lei lo ascolta. Visibilmente estasiata.

Lui legge la poesia, lei lo ascolta. Visibilmente estasiata.

Primo scorcio d’estate. Temperature oltre i 35° fisse, e non scendono sotto i 30° la notte. Ossa animali e umane che biancheggiano ai bordi delle strade. Miraggi che provocano incidenti: un tizio ha centrato un muro credendo di tuffarsi sotto una cascata, a un altro è stata ritirata la patente per aver scolato una pinta di rum e guava scambiandola per limonata a 5 centesimi il bicchiere. Dice lui. Non c’è niente da fare: finito il calcio, niente alla tele, sesso manco a parlarne (Antò, fàcaldo, diceva quella), a forza di far docce la pelle si ippopotamizza.

Tocca marciare verso l’arena cinematografica nel sito mediceo dove tira qualche refolino di vento, non c’è il bar e arrivano echi lontani di suonatori di jazz che tentano di rinfrescarsi abbozzando qualche jam, finendo di liquefarsi. Il filmetto è francese. Le commedie francesi ultimamente vanno forte. Rispetto all’altra sera c’è pieno di gente.

Cominciamo. Lui è secco e ha il muso da parigino, fa il prof di filosofia e lo mandano da Parigi in un posto di merda. Arras.
Protesta, sbuffa ma alla fine je tocca.
Quivi lo riceve una collega un po’ allumeuse. Ha letto il suo libro. Lo venera.
Lo scorta però in albergo è lì lo lascia, tutero. Ci ho un marito, e che ti credi.
Lui a scuola trova qualche truzzo d’acqua dolce e prova a esprimersi per aforismi/pietra miliare. Non sembrano cagarlo più di tanto, anzi. Si prefigura conflitto con la classe. Qualche problem child? Ganzo!

Esce da scuola e va a tagliarsi i capelli e incontra lei, la parrucchiera. Una specie di Courtney Love formato sciampista. Carina, tondolina, biondolina, sorridentina. La storia cigola un po’ poi parte. Si vedono al pub. Si vedono al cinema. Lui non sa chi è Jennifer Aniston. Lei sa tutto su Jennifer Aniston. Lui mette di mezzo la filosofia. Lei sta al gioco. Prove tecniche di collegamento tra distanze siderali. Lei gli dice di non correre e di non fare come gli altri, sempre appresso alla topa. Poi gli si presenta in albergo e gliela smolla tutta infiocchettata.

Scene torride, suoni gutturali, smorfie. Lei ha un bambino, ma non se ne parla. Lui il mercoledì torna a Parigi, dove una tipa sciccosa lo prende a male parole per via di una storia precedente. La madre e il padre di lui vanno all’Opera. Il padre sembra simpatico, la madre rompicoglioni. Lui studia. Lei sta col bambino e va al karaoke dove fa le Supremes insieme alle amiche sue del cuore, colleghe parrucchiere, una bruttina, una afro. Trio ben assortito. Cantano You can’t hurry love. Applausi.

Uno pensa: bene, il prof e la sciampista, ora la storia fa una trottata, poi lui la molla e arrivederci. Al massimo arrivano a fine anno scolastico. Ahaha. Invece lui si trova bene. Le regala con dedica la Critica della Ragion Pura. Lei la prende bene. Dev’essere innamorata, qualunque donna al mondo te l’avrebbe chiavat’ ‘a ret’ aa cap’. Lui però fa il furbetto e non le mostra il libro che ha scritto da grande filosofo del sesso, quello che aveva fatto sdilinquire la collega allumeuse che però aveva il marito.

Lei scopre il libro in libreria, lo compra e s’incazza come un’ape. Glielo tira in faccia. Lui frigna un po’. Prova a richiamarla. lei non risponde. Poi sì. Fanno pace. Yawn. Lui si ferma per il weekend. Sa che lei ha un figlio ma cerca di svicolare e non vederlo. Poi si va insieme a una festa di Arras che è un paese dove non succede niente, c’è una grande piazza medievale e una torre campanaria protetta dall’Unesco. Briachi che intonano canzonacce giorno e notte. Robe contro i belgi, rutti e score.

La festa è una specie di sfilata di gente conciata ammodino, chi sui trampoli, chi in improbabili monture pseudomedievali. I senesi ridacchiano. Loro due sfilano abbraccicati. Incontrano l’allumeuse col marito. Lui non presenta la sciampista all’allumeuse. La sciampista dice di no ma ci rimane male. Inizia una fase di ammupimento. Lui le legge poesie. Lei prima s’addorme, poi si mette a cantare con i briachi per strada delle salsicce che non toccano ai belgi perché hanno il culo di piombo.

Dupalle, certe lagne di poesie da bersi un litro di varecchina, tagliarsi le vene e buttarsi dall’ultimo piano per sicurezza. Alla fine lo tromba con una certa risolutezza, come per salutarlo. Invita la babysitter che gli tiene il nano a studiare, che domani non si sa mai, guarda a me cosa m’è andato a capitare. Poi va con le amiche al Karaoke e intona, stand-alone, una commossa versione di I will survive.

Il prof intanto la crede in vacanza in Tunisia. Va poi a prenderla al lavoro, mazzo di rose in resta, pensando sia tornata, ma lei si è dimessa e nessuno sa dove sia. Alle colleghe ha detto che sarebbe andata in Tunisia con lui. A casa un c’è. Fine della trasmissione.

La distanza sociale era il presupposto, si voleva ribaltare il cliché, si è portata a tavola un sacco di roba, si è cominciato a mangiare, anche buone cose, ma il vino ci ha dato in testa e ci siamo dimenticati che cosa stavamo facendo. Così la storia ha cominciato a girare su se stessa, a fare acqua e alla fine se l’è portata via il gorgo del lavandino. Resta poco: la faccia a cretino di lui, le grazie tondette di lei, una storia banale che tutto sommato ci si poteva pure risparmiare. Manco se gemelli e bilancia possono stare insieme, sò stati capaci di dire…

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