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Il calciatore più forte

La domanda che ci si pone, in giro, dopo la finale di Champions League, è: che posto occupa Cristiano Ronaldo tra i più grandi calciatori di tutti i tempi?
La risposta è opinabile, qualunque sia. Però si può fare un calcolo che ci avvicina alla verità.
Il Pallone d’oro è un premio discusso. Fino al 2009 è stato assegnato dalla rivista France Football, dal 2010 è stato associato al Pallone d’Oro FIFA, che è votato, oltre che da giornalisti, anche da numerosi addetti ai lavori. Non è facile mettere insieme una classifica generale, però si può adottare un semplice criterio: tenere conto dei primi 10 di ogni edizione. Attribuendo punteggi decrescenti, da 10 a 1, viene fuori un’interessante classifica, che mette in fila 291 calciatori dal 1956 a oggi (26 gli italiani, incluso Sivori).
Calcolando che il Pallone d’Oro premiava il miglior calciatore europeo e che solo nel periodo più recente viene assegnato ai calciatori che giocano in Europa, indipendentemente dalla nazionalità, non sono in classifica grossi calibri come Pelé, Maradona, Zico, Kempes e compagnia. Vabbè, tanto è un gioco.
Ecco la classifica: Continua a leggere

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Di Facebook, amici, aborigeni e tribù, corpi, avatar e rimorchio virtuale

Qualche giorno fa ho preso in mano la penna e ho messo in fila, di getto, alcune delle motivazioni per cui i tifosi della Lazio non apprezzano Francesco Totti. Come ogni tanto succede, il fiocco di neve ha cominciato a rotolare ed è diventato valanga: il post è stato condiviso da parecchia gente ed è stato letto molto, e continua, è già oltre le 4.000 letture solo su wordpress.

Penso lo abbiano letto più che altro laziali, juventini e interisti, a giudicare dalle statistiche, ma anche parecchi romanisti, alcuni dei quali hanno commentato. Chi con insulti (al terzo ho stoppato la possibilità di commentare il post, ché non ho voglia di perdere tempo con gli haters), chi argomentando, e ne sono venute fuori un paio di conversazioni, una delle quali per me piacevole.

Per vecchia milizia socialforumistica rifuggo le polemiche accese con gli sconosciuti, ma mi piace ragionare serenamente con persone che non conosco. Zuckerberg è convinto che Facebook possa rappresentare un veicolo per l’interazione globale.

Mi viene in mente che non so che cosa potrei dire all’Aborigeno di Guzzanti.

Io non la farei così grossa, però ho osservato, nel caso specifico, una cosa: dato l’argomento calcistico, automaticamente la discussione si è messa su binari “tribali”: il laziale ha applaudito, il romanista ha deplorato. Poche le occasioni di confronto, probabilmente per la tesi un po’ controcorrente del post, che mi è stata rimproverata, bonariamente, anche da qualche laziale. Uno ha addirittura spigolato sul mio profilo facebook, sentenziando che siccome non mi piace la Raggi devo essere per forza del PD, oltre che laziale. Pensa che jella.

Uno schema che ricorre anche quando si parla di politica o di temi che la coinvolgono, tipo quello sulla legittima difesa. Uno dice una cosa o fa un titolo che con la doverosa sintesi si riduce a uno slogan. L’altro interagisce dal suo palchetto rispondendo per le rime o associandosi, se riconosce il compagno di tribù. Alla fine si concentrano mucchietti di pensatori e applauditori dello stesso segno, pochi dei quali sono disposti a spendere qualche spicciolo di credito per interagire con quello che la pensa diversamente.

Qualche volta, però, il miracolo accade, e balenano in controluce alcuni elementi che faciliterebbero il contatto personale, gambe sotto al tavolino e birra da tracannare chiarendo il proprio punto di vista, con un sorriso e una pacca sulla spalla, come tra amici. Il virtuale ci aggrega in mucchietti di persone che non interagiscono, di norma, se non superficialmente. La ricchezza balena appena si affondano le dita nella sabbia, però, rivelando la quantità di rapporti che sarebbe possibile stabilire di persona, se solo si potessero superare le distanze che internet azzera virtualmente.

Una cosa che non si può fare se non impegnandosi, investendo tempo e risorse nell’approfondimento della conoscenza di una persona che, per forza di cose, è limitato da ostacoli fisici: distanze, tempo disponibile, possibilità di muoversi e di riservare energie a nuove conoscenze.

E’ più facile usare il mezzo per ricostruire rapporti interrotti o mantenerne a distanza. Mi pare più utile, facebook, a fare da mare per i messaggi in bottiglia della gente, quelli da far leggere agli amici, se se ne hanno, o da lasciare alla deriva nella speranza (illusione) che ci sia qualcuno che li legga. In realtà anche per i post funziona la coda lunga: l’80% delle letture è appannaggio, se va bene, del 20% dei post.

Gli altri passano inosservati e si disperdono, come lacrime nella pioggia.

Molto diverso il funzionamento del mezzo per rimorchiare: comunicazione ridotta all’osso, il sòla travestito da mignottone ti chiede l’amicizia e punta dritto allo scopo, che è quello di fregarti i soldi. Ma questa parte dei social s’inabissa nei bassifondi del deep web. Sappiano gli interessati che è meglio puntare sui siti per cuori solitari.

Mi pare più onesto Instagram, in definitiva, ma su Facebook si scrive. E la scrittura è terapeutica.

Non eri Einstein, non eri niente

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Che firmi un altro contratto o meno, Totti è già un ex da parecchio tempo. E’ rimasto a galla perché gioca in un campionato poco competitivo, e può piazzare qualche bel colpo tra tante pause, sempre crescenti.

In 25 anni ha raccolto poco, per il suo potenziale. Espresso in campo sempre e solo nelle stesse condizioni date: in casa e lontano dai luoghi dove si è scritta la storia del calcio.

Ha vinto un mondiale da peso morto, in cui è riuscito soltanto a segnare un calcio di rigore, specialità che lo ha issato ai massimi livelli della classifica dei cannonieri all-time della serie A, secondo solo al leggendario Silvio Piola. Ha scelto di fare il capitano della Roma a vita, invece di misurarsi con i grandi palcoscenici del calcio mondiale.

Forse poteva raccogliere di più, ma ha pagato limiti personali di carattere e di ambizione. Giocando in qualche grande club europeo, tra l’altro, avrebbe potuto imparare l’inglese o lo spagnolo, il che lo renderebbe pronto per fare l’ambasciatore internazionale del calcio, come tanti grandi ex.

Viene in mente la famosa battuta di Kaufman: non eri Einstein, non eri niente. Il suo personaggio è basato su quello che ha saputo dare di positivo in campo (gesti tecnici sublimi, gol a profusione), amplificato da un potentissimo spiegamento di forze mediatico che ha fruttato al suo club una cascata di denari, spesi non benissimo, a quanto raccontano i bilanci.

Tutti hanno sminuito e nascosto i gesti antisportivi che ne hanno costellato la carriera: calci, sputi, gherminelle, sceneggiate, espulsioni. Nei 25 anni in cui è stato in campo Totti ha prodotto la saldatura perfetta tra campo e tifoseria, accordando la rappresentazione sul prato verde con gli umori della curva, mandando in soffitta il cliché della Roma elegante di Liedholm e Di Bartolomei per affermare quello della squadra popolana e tronfia, dell’io sò io e voi nun sete un cazzo di Onofrio Del Grillo.
Romanaccia e rifardita.

Tutto, da lui in poi, è stato sacrificato sull’altare della scoattata: l’ultima rappresentazione s’è vista nei derby di quest’anno, con i gesti scomposti di calciatori olandesi, belgi, tedeschi che evidentemente inzuppano il pane dei loro comportamenti nel brodo dello spogliatoio. Risibile il tentativo di recuperare l’aplomb da parte della dirigenza.

Il dopo Totti, forse, restituirà la Roma al novero delle squadre di calcio, facendola uscire dalla dimensione circense in cui s’è rintanata, accettando il ruolo di sparring partner della scudettata di turno, novello Ivan Drago che tuona e minaccia ma poi si accontenta della borsa del perdente.

Peccato, perché poteva essere, la sua, una grande storia, in grado di ricalcare le orme dei Meazza, dei Rivera e dei Baggio. Ma Totti si è accontentato di essere sé stesso, e così.
La colpa è anche dell’ambiente, che lo ha chiuso in una gabbia dorata dalla quale lui, ragazzo semplice, non ha saputo liberarsi.

Per i tifosi della Roma è una tragedia, una specie di lutto sportivo che li renderà inconsolabili, a meno che non riescano finalmente a vincere qualcosa. Per i laziali è un incubo, perché Totti ha rappresentato la garanzia assoluta di una Roma perdente: la fine del tottismo potrebbe recuperare al calcio una pericolosa concorrente. Chi vivrà vedrà.

Aggiornamento del 17 giugno 2019: il vecchio campione è rimasto ininfluente anche da ritirato. Dopo la bella cavalcata dell’anno scorso in Champions League, arenatasi davanti al ben conosciuto scoglio del Liverpool, la navicella giallorossa ha fatto rotta verso il disastro, culminato con l’ennesima festa in biancoceleste che ha scosso la sonnolenta Città Eterna, mentre gli ultras romanisti manifestavano contro Pallotta e per lo sbarco a Trigoria di un presidente illuminato come Ferrero.

Mentre radiomercato scandisce le partenze di stagione, si rialza il livello della polemica, con Totti che appende la cravatta al chiodo nel giorno dell’anniversario della vittoria del suo unico scudetto, e si appresta a recitare un ruolo lontano da Roma, anche se potrebbe fare capo a Via Allegri. Un ruolo, finalmente, da campione.

Ai titoli di coda una storia d’amore e di calcio, tra palpiti miliardari, invidie, desideri di uccidere il padre, il fratello e/o il figlio, e una continua, infinita, inguaribile allergia alla vittoria.

Mentre i media inzuppano il pane nell’unto del campione mediatico, l’uomo resta solo, e si completa la deromanistizzazione della Roma, affidata ormai alla residuale presenza del solo Bellodenonna Florenzi.

Nelle schiene biancocelesti corre più che mai un brivido d’inquietudine: la sconfitta della rivale non è più garantita dalla presenza dei centurioni fatti in casa. Da domani si cambierà, e se la Roma smetterà di gravitare intorno al Raccordo potrà arrivare, finalmente, a una nuova dimensione. Quale? Ai posteri l’ardua sentenza…

Il derby a Roma, fuori dal campo

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Lunedì sera il campo ha detto la sua verità: la Roma ha vinto 2-1 e si è aggiudicata il secondo posto in campionato, la Lazio dovrà resistere al Napoli se vorrà conservare il terzo. Facile, no? In meno di due righe si fa cronaca. Le complicazioni stanno tutte fuori dal campo, oppure, vista la discussione all’ordine del giorno, nei gesti “da tifosi” che i calciatori fanno. Continua a leggere