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Piange il telefono non sarebbe stata mai scritta/Lamento per la morte del telefono analogico

telefono-analogico-300x253– Ascolta, mamma è vicina a te? Devi dire a mamma…

Così incalzava la bambina, implorante, la voce di Domenico Modugno, all’inizio della nota canzone che non sto qui a riproporre, tanto la conoscono tutti.

Ora, se la mamma avesse avuto uno smartphone Mimmo le avrebbe mandato un messaggino di WhatsApp e avrebbe potuto, tra un cuoricino pulsante e una faccina da gatto, provare a ricomporre la situazione che invece, nella nota canzone, precipitò, nonostante i suoi appelli accorati, lasciandolo sconsolato, quasi piangente, salutante cortesemente la piccola risponditrice, sia pure con la morte nel cuore, come solo un vecchio gentiluomo del sud poteva fare.

L’ordigno che vedete in fotografia era una versione moderna, diciamo anni ’70, dell’apparecchio telefonico analogico. Esisteva tutto un percorso formativo per usarlo, così dicevano gli adulti, che ne sconsigliavano l’uso ai ragazzini, che difficilmente ne conoscevano le raffinatezze. Così se trovavi occupato era colpa tua, che lasciavi andare il disco senza riaccompagnarlo fino in fondo dopo aver composto un numero, oppure che lo giravi troppo velocemente, o che saltavi i numeri, o che non riponevi bene la cornetta, o che chissà come mai il telefono fa degli scrosci o degli scrocchi e chissà che ci avete fatto, e ha fatto bene Vincenzo che ci mette il lucchetto.

Lo squillo era quello.
Lo stesso per tutti gli apparecchi, siccome li forniva la Sip, prima di diventare Telecom e montarsi la testa con i Sirio brutti e pretenziosi, col loro tasto repeat e l’inutile cancelletto. Il colore era una specie di avanetto brutto, tra il groppa-di-cammello e il color tortora-quasi-camicia-militare, di quelle di Via Sannio, con la parte sottostante che si abbottonava a non farti scoprire il villo, che poi stonava con le scarpe d’ordinanza.

Pensate alla libertà: uno si abbonava alla Sip, riceveva un numero di 6 cifre, poi 7, almeno a Roma, senza obbligo di digitare il prefisso, aveva diritto a una presa telefonica o a metterne di più, se megalomane, pagando una maggiorazioncina in bolletta. Comprava un mobilettino per l’apparecchio e per gli elenchi, che nella grande città erano grossi tomi, una guida A-L, una M-Z e due volumi di Pagine Gialle, che non so come facessero a usarle al posto della carta igienica quelli che lo facevano, a rischio di farsi delle ferite nel culo. Poi usciva di casa e sticazzi del telefono. Non era reperibile. Non c’era per nessuno. Poteva incontrarsi con la bionda del palazzo di fronte in un posto segreto. L’unica notifica che arrivava era il tling di quando si metteva al telefono quello del duplex.

Il duplex era la cagione di risse condominiali che manco Paperino e Anacleto Mitraglia. Funzionava così, più o meno: prendevi un abbonamento economico (per i ricconi c’era il singolo, che niente promiscue condivisioni), che ti metteva in tandem con un altro abbonato, più o meno ubicato nelle immediate vicinanze.
Potevi usare il telefono in alternativa: se uno stava parlando, l’altro trovava il telefono isolato e chi lo chiamava trovava occupato. Un duplex poteva provocare perciò seri problemi di quiete condominiale, sia che si passasse tanto tempo al telefono, sia che lo si usasse al momento sbagliato, proprio quando serviva a quell’altro, sia se la titolare dell’altra utenza era una smorfiosa che si dava delle arie, manco ce l’avesse solo lei, e quindi con la scusa del duplex la si insolentiva ipotizzandone le turpi frequentazioni, sta mignottona sta sempre al telefono, chissà con chi parla.

L’uso improprio del duplex, insomma, diventava il casus belli che faceva deflagrare conflitti basati su tensioni alimentate dall’insicurezza, dall’invidia, dal malanimo o che. Poi c’era il fatto che se avevi più apparecchi nella stessa casa, con una sola linea, potevi sollevare la cornetta mentre uno parlava e sentire cosa stava dicendo. La faccenda creava degli imbarazzi, anche perché in genere c’era un ritorno, come una specie di eco, che faceva scoprire l’origliatore, spesso una mamma impicciona o una sorella in missione per conto della mamma.

Telefonare a scopo seduttiv/rimorchion/corteggiatore, poi, era un passaggio complicato. Di là dal filo rispondeva sempre la persona sbagliata, e ti chiedeva chi sei. Dovevi dire un amico. Se poi ti chiamavi in modo strano dovevi stare a ripetere il nome un paio di volte. Poi sentivi quello che si dicevano passando la telefonata, coprendo maldestramente con la mano la cornetta. Infine facevi partire una conversazione simile a una camminata sulle uova, non sapendo in che contesto si trovasse il telefono dall’altra parte, se c’era una parvenza di privacy o se tu non stessi regalando a un uditorio di sfottitori il tuo più selezionato eloquio seduttivo.

Chissà quante rose non furono colte per l’uso imbranato del telefono analogico, che preludeva a un ben più impegnativo confronto personale propedeutico all’eventuale approccio scopo pomiciata. Lo smartphone ha riscritto completamente l’approccio amoroso, che ora può essere affidato a qualunque vettore social. Una passeggiata: niente sudori, niente secchezza delle fauci, niente ripasso della pettinatura, niente verifica della connessione camicia-pantalone, niente improvvisa sudorazione delle mani, niente conversazioni che languono, sbattendo contro monosillabi indecisi, distratti, poco interessati, che si stava meglio a casa, ché alle 7 cominciava Happy Days.

Tutte quelle conversazioni lo smartphone se l’è portate via, e con i telefoni analogici se n’è andata una parte di noi, che scriveva numeri sulla rubrìca, che però qualcuno la chiamava rùbrica, e poi non li aggiornava se cambiavano, e si finiva nel binario morto di numeri soppressi che facevano scattare l’occupato quando li componevi, o ottenevano la risposta scontrosa di qualche sopraggiunto titolare della vecchia utenza del tuo idraulico, che alla seconda telefonata di davano del rincoglionito.

Non c’erano, per fortuna, i risponditori automatici. C’era un galateo delle telefonate che escludeva tu ne ricevessi dopo cena, soprattutto se c’era mercoledì sport o il Rischiatutto o il Varietà del sabato o il film del lunedì. Semmai il venerdì che c’era la commedia.

L’originale televisivo andava la domenica e non si chiamava fiction. Netflix era di là da venire. Il telefono non era ancora digitale,  prima di chiamarsi cellulare, che col senno di poi si sarebbe detto dumb, scemo, per distinguersi dalla sua evoluzione in smart, intelligente. Con quell’accrocco analogico, senza saperlo, eravamo, forse, un po’ più smart noi.

edit: sul tema ha scritto anche Papillon. Da leggere.

 

 

Io odio il telefonino

Ecco, l’ho detto, mi sento meglio. Odio il telefonino, il telefono portatile, il cellulare. odio di più ancora lo smartphone, disprezzo anche il tablet ma un po’ meno. E’ un oggetto odioso per cui non ho mai provato simpatia. Pesante. Scomodo. Caro. All’inizio brutterrimo, prima grosso come una ciabatta, poi sempre più piccolo ma pieno di difetti, troppo caldo, troppo invasivo. Continua a leggere