Etichettato: salvini

La sinossi del mio curriculum

La fantastica rospata di Michela Murgia a Matteo Salvini mi ha fatto venire l’idea di scrivere la sinossi del mio curriculum, che pubblicherò su LinkedIn e allegherò al mio CV che i cacciatori di teste cestinano con grande regolarità.
Hai visto mai si notasse qualcosa di interessante.

Comincerò elencando una serie di titoli: Alien, Paradise Alley, Moonraker, La grande rapina al treno, Rocky III sono alcuni dei film che ricordo di aver visto al cinema da spettatore non pagante, vendendo pop corn, bomboniere di gelato e patatine in giro per i cinema di Roma.

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Lo sgombro, ovvero quando dalle parole si passa ai fatti

Esiste un momento in cui, dopo mille chiacchiere, si fanno i fatti. Accade quando si mettono in moto processi che poi arrivano a vedere la luce del sole, e quando, appunto, finalmente questi processi giungono a compimento. E’ sempre un bel momento quando viene sottratto un bene alla criminalità e lo si restituisce alla cittadinanza. Soprattutto, è un momento in cui, concretamente, un politico può sostenere di aver fatto il bene della collettività.

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Il pensiero disumano

Albinati, che rimane uno dei miei scrittori preferiti, ci ha scritto su un libro, per spiegare com’è che venne fuori quella cosa orribile del suo augurio di morte a un bambino qualunque sulla nave Acquarius, per inchiodare Salvini e il Governo alle loro responsabilità. S’intitola Cronistoria di un pensiero infame e spiegherebbe il meccanismo che fa nascere ed esternare cose brutte come questa. Lo leggerò.

Per l’intanto mi viene da riflettere sui brutti pensieri. Succede che vengano alla mente, sia pure in decisa minoranza rispetto a quelli belli. Sono brutti non tanto perché si augurano cose orrende, ma perché configurano scenari terribili, che ci sconvolgono la vita, a noi o a qualcun altro.

Non è (non solo) questione di esternazioni social, dove è evidente che si pensa con le dita, se si pensa, e talvolta manco quello, visto che si può esprimere l’odio o qualunque altro sentimento senza digitare una parola, soltanto cliccando su pulsanti preprogrammati all’uopo. La morte, nel caso, dell’espressione.

Vi capita mai di pensare: adesso muoio? Oppure di pensare a cosa fareste se non ci fosse più una persona cara? Sono scenari oscuri e terribili, ben diversi dal pensiero brutto che si esterna augurando il male a qualcuno, che è una cosa che si fa spesso senza pensare.

Aprendo la bocca e dandogli fiato. I pensieri sono anarchici, vengono quando vogliono e vanno dove vogliono. Sono manifestazioni del nostro carattere, per cui siamo portati a pensare bene o a pensare male, e per male s’intende sia pensare cose brutte che avere un atteggiamento sospettoso, critico, negativo rispetto agli eventi e alle manifestazioni altrui.

Viviamo in una fase in cui si pensa decisamente male. Si sospetta, si denigra, si minaccia. Si esterna tutto il livore possibile senza preoccuparsi di avere ritegno. Si dicono cose enormi, come quella detta da Albinati, anche per paradosso, illudendosi che siano lette nel modo giusto, che se ne decodifichi il significato profondo o quello che verrebbe a rimorchio dell’affermazione grave che crea una rottura fragorosa, uno schiocco, un silenzio imbarazzato.

Curioso che il destinatario degli strali di Albinati abbia fatto dell’esternazione del cattivo pensiero una prassi quotidiana, costruendo il suo successo sulla ripetizione continua di cattiverie spesso gratuite, talvolta nascoste dietro un velo d’ipocrisia. Il tutto per acquisire e mantenere consenso.

Così lo scandalo per le parole di Albinati fa il giro e ce lo ritroviamo che ci colpisce alle spalle, come un boomerang: ci scandalizziamo per un pensiero infame ma avalliamo e sosteniamo e facciamo nostri pensieri infami esternati da altri, solo perché si vestono di colori diversi.

Intanto i pensieri infami si moltiplicano, non quelli profondi di cui parlavamo prima, quelli che sappiamo scacciare. Quelli esternati, da soli o in gruppo, che stanno alimentando l’odio esplicito, quello fuori dai denti, quello che spinge alla violenza verbale e fisica, che divide, che porta al disastro.

Zingari

Il 22 ottobre 2008 i prefetti di Roma, Milano e Napoli, al termine del censimento effettuato negli insediamenti delle tre città, hanno consegnato al ministro dell’Interno Maroni un rapporto dettagliato sulle operazioni. Sono stati individuati complessivamente 167 accampamenti, di cui 124 abusivi e 43 autorizzati, ed è stata registrata la presenza di 12.346 persone, tra le quali 5.436 minori. «Almeno altrettanti nomadi rispetto a quelli censiti, circa 12.000, si sono allontanati dai campi dall’inizio di giugno» ha spiegato Maroni.

(dati Ministero dell’Interno)

Quindi, secondo il Ministero dell’Interno, al massimo si può parlare, tra Roma, Milano e Napoli, di 25.000 Rom tra censiti e non censiti, in tre aree metropolitane che superano, complessivamente, i 10 milioni di abitanti. Rapportando il dato alla popolazione nazionale possiamo stimare, alla grossa, 150.000 nomadi da campo.

Non sembrano numeri da emergenza e allarme rosso, però si legge di continuo che la gente è allarmata e non ne può più. La prima volta che ho sentito dire che gli zingari si portano via i bambini ero bambino (ho passato i 50). La prima segnalazione di accampamento di nomadi risale al 1300, l’ha fatta un monaco irlandese di quelli che diffondevano la fede in giro per l’Europa e segnalava un campo fuori dalle mura di Candia autorizzato a stare non più di 30 giorni. Era già emergenza…

Gli “zingari” sono entrati nel programma dell’ingegneria della pulizia etnica nazista, ma anche lì sono stati considerati vittime di serie B, in confronto ai numeri raccapriccianti dell’Olocausto. Parte ancor più marginale agli storpi e ai “freaks” che, nel quadro della selezione della razza, venivano destinati ai forni dai carnefici nazisti. Salvini s’innesta nel solco della tradizione, verrebbe da dire.

La stessa tradizione che dice che i nomadi sono e resteranno emarginati, con meno diritti, condizioni di vita al di là del dicibile, speranza di vita nettamente più bassa dei cittadini di serie A, livelli d’istruzione prerisorgimentali, niente assistenza sanitaria, livelli d’occupazione infimi.

Certo, gli zingari rubano. E’ vero: ci sono migliaia di testimonianze e ancora ricordo i mucchi di stracci che mi trovavo sotto casa, la mattina prestissimo, con loro che, tra lo sciamare di ragazzini sudici che correvano con le loro carrozzine sgangherate, ricevevano tanti rispettabili ricettatori ben vestiti, che prima di fare la spesa buttavano volentieri un’occhiata sulla collanina d’oro nascosta in mezzo ai cenci. Di questo campano, o anche della lettura della mano paracula, con l’occhio che cerca di ipnotizzarti e la maniera entrante che hanno di cercare di prenderti in contropiede.

Non è questo, però, il problema delle città e delle metropoli italiane, per quanto si tratti di una convivenza che è sempre stata difficile. E’ qualcosa che ci tira addosso il nostro scarso senso civico, altra faccia della stessa medaglia che ci spinge, poi, a non protestare per la sporcizia che non viene rimossa in città. Qualcuno aveva proposto, provocatoriamente, di affidare ai Rom un programma di smaltimento e riciclo dei rifiuti. Forse lo farebbero meglio di qualche municipalizzata. Il problema è che li sparpagliano intorno ai cassonetti. Ma non fanno la stessa cosa i cittadini “rispettabili”? E quindi è più importante l’emergenza nomadi o l’emergenza senso civico?

La sfida dell’Altro e l’alleato occidentale

Tutto quello che abbiamo da opporre all’assalto dei fantasmi del passato è il politically correct. Ci siamo dedicati per decenni a costruire una barriera linguistica e comportamentale al razzismo e alla discriminazione di genere, sessuale, etnica e religiosa, trascurando di sporcarci le mani davvero con certe questioni, che ora riemergono da sotto il tappeto roteando coltellacci che sgozzano. E le piume d’oca contro i coltelli servono a poco.

Così, la violenza inaudita che deborda dalla Libia e dal medio oriente si aggiunge a quella finora soltanto verbale delle dichiarazioni intolleranti e xenofobe che si fanno in casa nostra a proposito degli immigrati e delle persone che si occupano, a tutti i livelli, dei problemi legati all’integrazione. Un razzismo che abbiamo spesso minimizzato, fatto di battute scorrette sulle quali abbiamo riso in tanti, al calduccio in un salotto e in ambiente controllato, tra gente che si conosce e sa che certe cose non vanno prese sempre alla lettera.

Sembra che gli eventi stiano per mettere alla prova l’impianto dell’autolimitazione linguistica e comportamentale, però. C’inchiodano i fatti di Parigi e quelli di Copenhagen, l’Isis che ostenta il sangue crociato versato, i barconi di disperati che premono alle frontiere, la crisi economica che angoscia e inchioda tutti alla limitatezza delle risorse. Reggeremo alla prova del fuoco, dopo 70 anni di pace apparente o di spostamento dei conflitti lontano dalla vecchia Europa?

Il razzismo che abbiamo denunciato, negli anni scorsi, tra stadi, periferie e sacche di sottoculture urbane era pericoloso, ma si trattava di focherelli alimentati perlopiù dal desiderio di attirare l’attenzione, di rappresentarsi in modo fastidioso e deviato. Qui siamo di fronte a un salto di qualità che, oltre a scoprire il bluff dei nostri xenofobi di cartone, li chiama a una sfida più impegnativa. Una sfida che, se raccolta, metterebbe a rischio il nostro giardino tranquillo per sempre.

Soprattutto, le distanze si sono accorciate, internet ci mostra per quello che siamo, dove e come siamo e ci rende vicini, vulnerabili, toccabili con mano. I Salvini che amano trastullarsi con i fiammiferi dentro la polveriera dovrebbero cominciare a tenerne conto, perché poi quando divampa l’incendio ci vanno di mezzo tutti. Il fondamentalismo, del resto, non si scaglia contro l’intolleranza, ma predilige occuparsi della libertà d’espressione. Forse perché è la libertà a essere nel mirino, e l’intollerante diventa facile, insospettabile alleato.