Etichettato: razzismo

Semo gente de borgata

La discussione infuria, chi è contro i rom, chi è a favore di Simone, chi sposta il fronte delle barricate a Casal Bruciato. Il mio amico Antonio su Strisciarossa ricorda che nel 1987 accadeva la stessa cosa sulle barricate a Villalba, lungo la via Tiburtina, paralizzata da decine di posti di blocco contro l’insediamento di un campo rom tra Setteville e l’Albuccione.:

Trentadue anni fa. La rabbia dei quartieri già allora dimenticati era esplosiva. Covava nel profondo, serpeggiava nel livore e nell’abitare difficile, disegnava le periferie, quei campi sterminati dell’abbandono, della fatica di vivere, dell’immondizia e del cemento a strappare via il verde, la campagna, l’idea di bene comune, il futuro.

La distruzione del tessuto sociale era in atto, avveniva nel silenzio della politica, quando non nella complicità di una politica che non aveva chiaro il contesto, che cominciava a rinchiudersi in un meccanismo autoreferenziale, in un dialogo sempre troppo ravvicinato col potere economico. E quel potere chiedeva distruzione in cambio di poco, di briciole di lavoro, di aria pestifera, di cementificazione sulle sorgenti delle Acque Albule. Tutto quello che c’era da perdere è stato perduto“.

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Roma e rom

Siamo alle solite: un centinaio di persone, secondo alcuni anche 200, sono scese in piazza per protestare contro il trasferimento di alcune decine di persone di etnia rom in una struttura d’accoglienza, a Roma, nel quartiere periferico di Torre Maura, noto per le vie dedicate agli uccelli. Continua a leggere

E’ ora di smettere con le vuote sceneggiate politically correct

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Lotito in visita alla Sinagoga di Roma. La corona di fiori della Lazio finirà per essere gettata poco dopo dritta nel fiume (foto Gazzetta.it)

Gli episodi di razzismo a margine degli eventi sportivi sono una triste realtà da un paio di decenni almeno. All’inizio era sembrato che un impegno simbolico da parte delle società di calcio, ostaggio dei trogloditi ultras, potesse portare un contributo positivo. Così abbiamo assistito un po’ interdetti a tornei a tema, campagne di comunicazione, gesti di rispetto all’apparenza affettati ed estemporanei.

In realtà si tratta di operazioni posticce, che non c’entrano niente col calcio e spesso vengono messe in atto per sottrarsi al meccanismo perverso della responsabilità oggettiva, che obbliga le società a rispondere del comportamento di qualunque mentecatto pseudotifoso si introduca nello stadio, sul quale i club non hanno né controllo, né potere.

L’episodio documentato dalla foto è emblematico: gli idioti che hanno attaccato nella Curva Sud dell’Olimpico di Roma gli adesivi con Anna Frank in maglietta romanista sono una quindicina di pseudotifosi laziali. L’accaduto ha spinto il presidente Lotito ad affannarsi in dissociazioni e iniziative pubbliche che non erano dovute, in quanto nessuno può sostenere, se non in completa malafede, che ci sia un’identificazione tra il club biancoceleste, che vanta più di un secolo di onorata milizia sportiva, e l’operato subumano di un gruppetto di idioti.

Certe iniziative sono state considerate per anni necessarie a sensibilizzare sul tema e a chiarire bene le posizioni sul razzismo e sull’antisemitismo delle società di calcio. Le hanno messe in atto le istituzioni sportive nazionali e internazionali, le società di calcio, i calciatori. Si tratta di azioni utili e lodevoli quando sentite, mirate, organizzate e portate avanti in modo indipendente da un singolo fatto: non in conseguenza, cioè, di uno stimolo esterno.

Sono fredde e inutili quando prendono il via da un accadimento in sé stupido, come quello di cui si parla in questi giorni, che non è ascrivibile alla comunità dei tifosi della Lazio, che sono stimati in centinaia di migliaia: un gruppo numeroso all’interno del quale si può trovare qualsiasi esemplare umano, con tutto quello che ne consegue.

Iniziative destinate a fallire perché inutili e vuote rappresentazioni di un pensiero politically correct espresso intempestivamente, fuori contesto, che in quanto tale suona fasullo. Un impegno coerente e continuo delle società di calcio, che ogni tanto emerga a sensibilizzare i milioni di appassionati sul tema del razzismo, dell’antisemitismo e della violenza dentro e fuori dagli stadi produrrebbe forse risultati apprezzabili.

Un’affannosa opera di presa di distanza da persone che con i propri gesti si mettono fuori dal consesso civile è superflua e controproducente. Finisce per confondere le acque quanto le campagne di stampa che periodicamente tengono banco sui giornali e in televisione, alzando l’attenzione su certi temi per poi tornare a disinteressarsene. Che la macchina delle bugie si sia messa in moto nell’ultima settimana è evidente, non è difficile rendersene conto, basta approfondire: ci sono stati articoli faziosi, strumentalizzazioni tifose, montature, esagerazioni, omissioni. Un campionario intero.

Che si metta, però, al centro dell’attenzione la campagna di stampa rischia di sminuire il tema e passare in secondo piano la gravità dell’accaduto, che è la spia di un problema: in Europa, e in Italia, il razzismo prende quota, viene da lontano e guadagna spazio ogni giorno. Abbiamo visto che gli adesivi di Anna Frank, già declinati in salsa laziale e romanista, sono stati poi riprodotti con la maglia della squadra tedesca dello Schalke 04, ad opera di ignoti che li hanno attaccati in giro per Dusseldorf.

Episodi del genere accadono di continuo e sono molto gravi, ma è ben più grave che accadano fatti agghiaccianti come quello del pestaggio di Kartik Chondro, 27enne bengalese massacrato di botte da quattro idioti a Roma, Campo de’ Fiori. Colpevole di passare nel posto sbagliato, vittima di una violenza cieca e insensata, contro la quale ogni gesto può essere utile. Che siano testimonianze, denunce, ragionamenti e non atti di contrizione non dovuti e iniziative che nessuno sente davvero, nemmeno chi dovrebbe essere destinatario della solidarietà.

Contro il razzismo serve una forte inversione di rotta, è una malattia che non si cura con i pannicelli caldi e il gesto odioso di chi ha buttato nel fiume la corona di fiori offerta dalla Lazio sta a significare che non c’è più spazio per gesti simbolici che non siano davvero sentiti. Sono troppi e sminuiscono la gravità del problema.

Le istituzioni sportive facciano la loro parte e si aggiornino, riscrivano le norme e aiutino le società a tutelarsi dai facinorosi, invece di costringerle a dissociarsi da fatti di cui non sono minimamente responsabili.

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Lazio in campo a Bologna con una maglietta contro l’antisemitismo (Foto quotidiano.net)

I razzisti dell’Illinois

Continuiamo così, facciamoci del male, diceva Nanni Moretti. Portiamo in televisione gente impresentabile e poi ci facciamo belli dissociandoci dall’applauso, spero sparuto, che gli tributa la platea. Tutti abbiamo avuto modo, nella vita, di toccare con mano l’ostilità verso l’altro che molti non si vergognano a esprimere, per ignoranza o per convinzione errata o che.

I cattivi esistono, come i violenti, come gli stupidi. A queste persone continuiamo a opporre un politically correct che mi sembra inadeguato. E’ come cercare di aprire una scatoletta di tonno con una penna stilografica.

Il becero in televisione non ci deve andare, se è un politico tanto meglio. Con certa gente la correttezza non paga e non è certo tutelando loro che si afferma la libertà d’espressione. Se si vuole correttamente e democraticamente rappresentare il punto di vista della Lega si chiami una persona in grado di farlo senza perdere di vista il buon senso, oltre che la creanza.

Anche perché così facendo si rischia di dar voce alle peggiori istanze che sorgono dalle viscere più nere: e allora perché, se permettiamo a qualcuno di veicolare un messaggio razzista, non diamo spazio, che so, a chi vorrebbe la pena di morte?

Per decenni certi discorsi sono giustamente rimasti fuori dallo spazio pubblico di discussione, televisivo, radiofonico o stampato. Ci rientrano nella lucida deriva degli ultimi anni, dove c’è chi vuole mettere in agenda il becerume.

Ragliando come dischi incantati le ricettine ipocrite su cosa dire e come dirlo non si va da nessuna parte. Va usata, metaforicamente, la forza. Al bando certi personaggi, oppure chi li ospita si assuma come propria la responsabilità di quello che dicono, dal pulpito che con troppa generosità gli viene regalato.

La sfida dell’Altro e l’alleato occidentale

Tutto quello che abbiamo da opporre all’assalto dei fantasmi del passato è il politically correct. Ci siamo dedicati per decenni a costruire una barriera linguistica e comportamentale al razzismo e alla discriminazione di genere, sessuale, etnica e religiosa, trascurando di sporcarci le mani davvero con certe questioni, che ora riemergono da sotto il tappeto roteando coltellacci che sgozzano. E le piume d’oca contro i coltelli servono a poco.

Così, la violenza inaudita che deborda dalla Libia e dal medio oriente si aggiunge a quella finora soltanto verbale delle dichiarazioni intolleranti e xenofobe che si fanno in casa nostra a proposito degli immigrati e delle persone che si occupano, a tutti i livelli, dei problemi legati all’integrazione. Un razzismo che abbiamo spesso minimizzato, fatto di battute scorrette sulle quali abbiamo riso in tanti, al calduccio in un salotto e in ambiente controllato, tra gente che si conosce e sa che certe cose non vanno prese sempre alla lettera.

Sembra che gli eventi stiano per mettere alla prova l’impianto dell’autolimitazione linguistica e comportamentale, però. C’inchiodano i fatti di Parigi e quelli di Copenhagen, l’Isis che ostenta il sangue crociato versato, i barconi di disperati che premono alle frontiere, la crisi economica che angoscia e inchioda tutti alla limitatezza delle risorse. Reggeremo alla prova del fuoco, dopo 70 anni di pace apparente o di spostamento dei conflitti lontano dalla vecchia Europa?

Il razzismo che abbiamo denunciato, negli anni scorsi, tra stadi, periferie e sacche di sottoculture urbane era pericoloso, ma si trattava di focherelli alimentati perlopiù dal desiderio di attirare l’attenzione, di rappresentarsi in modo fastidioso e deviato. Qui siamo di fronte a un salto di qualità che, oltre a scoprire il bluff dei nostri xenofobi di cartone, li chiama a una sfida più impegnativa. Una sfida che, se raccolta, metterebbe a rischio il nostro giardino tranquillo per sempre.

Soprattutto, le distanze si sono accorciate, internet ci mostra per quello che siamo, dove e come siamo e ci rende vicini, vulnerabili, toccabili con mano. I Salvini che amano trastullarsi con i fiammiferi dentro la polveriera dovrebbero cominciare a tenerne conto, perché poi quando divampa l’incendio ci vanno di mezzo tutti. Il fondamentalismo, del resto, non si scaglia contro l’intolleranza, ma predilige occuparsi della libertà d’espressione. Forse perché è la libertà a essere nel mirino, e l’intollerante diventa facile, insospettabile alleato.