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Porta San Paolo, Roma, 6 luglio 1960: Scrosciano come nacchere gli zoccoli sui sanpietrini

La rivolta contro il governo Tambroni sostenuto dai fascisti del MSI sfocia negli scontri del 6 luglio 1960 a Roma, a Porta San Paolo, già teatro della furiosa battaglia in cui pochi valorosi tentarono di opporsi, dopo l’8 settembre del ’43, all’ingresso a Roma dei nazisti. Un giorno di straordinaria follia, in cui furono caricati i parlamentari del PCi, del PSI, e Radicali, Repubblicani, socialdemocratici che volevano rendere omaggio alla lapide che ricorda i caduti nella Resistenza. Ecco la rievocazione dei fatti di quel giorno, fatta da Aldo Natoli sul Manifesto, ripresa dal blog di Salvatore Lo Leggio. Da leggere.

Scrosciano come nacchere gli zoccoli sui sanpietrini
di Aldo Natoli – “La talpa – il manifesto”, giovedì 5 luglio 1990

Eravamo circa una trentina di deputati dell’opposizione, comunisti e socialisti, venuti a deporre una corona presso la lapide che ricorda i caduti nella resistenza contro i nazisti a Porta S. Paolo nel settembre 1943. La lapide si trova fuori dalla Porta, oltre la Piramide, sulla destra, fitta alla muraglia del Cimitero degli Inglesi.

Noi stavamo stretti nel giardinetto che occupava l’angolo formato dal viale Aventino e da via Marmorata nel confluire sul piazzale. Intorno e dietro c’era folla, non smisurata, se ricordo bene, qualche migliaio di persone, ma vivacissime.

Di fronte, a breve distanza, a presidio degli accessi alla Porta e alla lapide, schiere nutrite di poliziotti, camionette della Celere e tutto il vasto piazzale retrostante fino alla stazione della ferrovia per Ostia era stato sgomberato ed era occupato dalla polizia. Il traffico era stato interrotto. Infatti la manifestazione contro il governo sostenuto dai fascisti era stata vietata. Anche solo l’accesso e l’omaggio (non ricordo che fossero previsti discorsi) a un luogo-memoria della popolazione romana, alle soglie del quartiere rosso, allora, di Testaccio, erano negati. C’era tensione e dietro di noi il brusio inquieto della folla.

A un certo punto decidemmo di muoverci. Il drappello dei deputati, che si tenevano sottobraccio, in prima fila (io mi trovavo fra Ingrao e Lizzadri) apriva la marcia recando la corona, la gente seguiva. Si trattava di attraversare il breve spazio, meno di cento metri, che ci separava dalle schiere dei poliziotti che presidiavano la Porta e i varchi che davano accesso al piazzale retrostante. Il contatto e, forse, lo scontro sembravano inevitabili, poiché eravamo ben decisi ad affermare il nostro diritto, offeso, a rendere omaggio a quel luogo simbolico della resistenza antifascista.

Su quella piazza, qualche centinaio di metri sulla destra, vicino alla caserma dei vigili del fuoco, mi ero trovato la mattina del 9 settembre 1943 e avevo sentito fischiare le pallottole; come potevano fermarci ora le camionette della Celere?

In schiera ordinata, avevamo fatto pochi passi e ci trovavamo proprio in mezzo al guado, non vi era stato ancora alcun contatto con i cordoni polizieschi, quando avvenne la sorpresa; dalla sinistra, dove era stato ben coperto dietro l’angolo di case e muraglie, irruppe dritto su di noi uno squadrone di carabinieri a cavallo, al galoppo, mulinando in aria non sciabole bensì frustini.

Ignoro se sia stato lo stesso mediocre avvocato di provincia che allora sedeva come capo supremo al Viminale, a escogitare questo espediente tattico nuovo per gli scontri di strada a Roma. Io mi ero trovato in una circostanza simile parecchi anni prima, nella campagna di Monterotondo, quando appoggiavo i contadini che occupavano le terre di una grande tenuta, e anche allora ero in compagnia di Lizzadri. In campagna è più facile salvarsi da simili attacchi, alberi, solchi profondi, canali, offrono ripari naturali.

A Porta S. Paolo eravamo totalmente allo scoperto e non ho dimenticato lo scroscio di nacchere degli zoccoli dei cavalli rimbalzanti sull’acciottolato di sampietrini.

Ci sbandammo e gli eroici cavalieri guidati dai D’Inzeo finirono in mezzo alla folla che li accolse con un lancio di proiettili provenienti dal vicino mercato. Ma dietro i cavalieri si erano mossi i reparti motorizzati della Celere, che rastrellavano gli sbandati. Fra questi fu catturato Ingrao che solo più tardi, dopo essere stato identificato in questura, venne rilasciato.

Io, insieme ad altri, ripiegai entro il quartiere Testaccio, dove le squadre di poliziotti ci inseguirono e mal gliene incolse, perché colà furono attaccate da ogni parte, anche da finestre e balconi.

La serata si concluse con una serie di scontri ravvicinati nel mercato coperto del quartiere dove i manifestanti si erano barricati. La Celere non poteva penetrarvi e i poliziotti alla fine furono costretti a ritirarsi, non senza perdite.

In sostanza, l’impiego della cavalleria si dimostrò tatticamente disastroso per l’uomo del Viminale, da una parte esso stimolò al massimo la combattività dei dimostranti, dall’altra contribuì a trasformare una dimostrazione politicamente più che giustificata, ma anche, nelle forme, un po’ rituale, nella sollevazione di massa di un intero quartiere.

E questa, dopo quella che aveva visto protagonisti i D’Inzeo, fu la seconda sorpresa di quella giornata, l’elemento che rivela l’esistenza anche a Roma, come in quelle settimane avvenne a Genova, a Reggio Emilia, in Sicilia, di un potenziale di lotta e di ribellione che le «avanguardie» non avevano previsto.

 

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