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L’Opera all’Amatrice. Col camion

P_20170708_232007Gli amici sanno sempre essere preziosi. Il mio amico Stefano Ciavatta, venerdì, mi ha fatto un favore, segnalandomi l’evento dell’Opera che sbarcava l’indomani col Don Giovanni di Mozart all’Amatrice, terra dilaniata dal terremoto che vive oggi una popolarità che nessuno vorrebbe. Tutti sanno dov’è e cosa gli è successo (ho visto ieri altrove due olandesi che ne parlavano tra sé, e una delle due annuiva gravemente), molti si propongono di aiutarla in qualche modo, tutti si sentono solidali e vicini, mentre la comunità che sulle macerie cerca di ricostruirsi la vita si sveglia e si conta, scoprendosi ogni mattina più sola.

Insomma, il Ciav mi ha mandato questa cosa dell’OperaCamion e io non ci ho pensato due volte e sono volato sulle ginocchia dei monti della Laga per vedere questo spettacolo senza precedenti. Amatrice è stata ed è patria di grandi ingegni e offre (offriva) ricche vacanze estive a famiglie di gran qualità, ma la sua cifra festaiola è modulata, da sempre, sulla saltarella e sulle ciaramelle, sui rimatori estemporanei in ottava, su qualche concerto nazionalpopolare al tempo della sagra, sulle suonatine occasionali ferragostane, all’ombra della Torre Civica. L’Opera è roba da vedere a Roma, vestiti come si deve, in una bella serata invernale, dopo aver mangiato in qualche buon ristorante.

Amatrice, insomma, nel cuore dei suoi abitanti è il luogo della spensieratezza estiva, della passeggiata in cerca di funghi, della riapertura della caccia. Pizze fritte e vino. Feste di paese. Mi viene in mente che l’allestimento mobile voluto da Fabio Cherstich si riallaccia perfettamente alla tradizione antica del carro, e poi del furgone, che porta in giro lo spettacolo itinerante: cantastorie, imbonitori, ballerine sfiorite, prestigiatori, giocolieri che allietano un pomeriggio alla gente del paese, che smaltisce le fatiche della mietitura, facce riarse dal sole, mani grandi, camice a quadri e pantaloni di velluto, bretelle e fazzolettini, vesti corte sotto al ginocchio, zoccoli e voglia di divertirsi prima che torni l’inverno, danzando sull’aia e concedendosi un bicchiere di vino sotto il cielo d’agosto.

Un cielo che oggi è pulito, senza i miliardi di stelle che a questa quota lo punteggiano, disegnando le costellazioni e tracciando la scia luminosa della via lattea. Colpa di una luna quasi piena, che sorge presto da sopra a Cardito e si affaccia curiosa, richiamata dalla carezza dei suoni. I musicisti provano e si accordano, in attesa che si attivi il self service aperto, almeno lui, nell’area food, che è pronta, bella e deserta. Ci vuole tempo per ripartire, mentre il tempo passa e ti ricorda che non c’è più tempo: tra un mese e mezzo sarà passato un anno. Stiamo lì che ce lo ricordiamo e a ogni tremito di foglie ci pare di sentire ancora Sant’Emidio che scrolla la terra. Basta alzare la testa, voltarsi a sinistra è c’è il Vettore che si affaccia da dietro al Pizzo di Sevo e osserva con un ghigno beffardo.

Sembra dire che se per così poco s’è scomodato il Teatro dell’Opera di Roma allora vale la pena di continuare. Poco per lui, s’intende, che di storie ne ha viste e ne ha scritte, divertendosi a giocare col destino della gente. Qua siamo sotto alle montagne che furono attraversate a piedi dalle truppe di Annibale, o almeno così raccontano. Annibale, come Garibaldi e Federico Barbarossa, è stato ovunque, ha mangiato ovunque, ha dormito ovunque, ovunque si è accampato e ha lasciato un segno di simpatia per la bella gente che l’ha salutato. Magari con gli elefanti il grande generale è passato proprio per Villa San Cipriano, che ancora non sapeva che sarebbe diventata poi il luogo da dove ripartiva la speranza, con questa bella scuola variopinta costruita dai trentini a tempo di record. Almeno quella.

Sui vetri della scuola sono appesi i disegni dei bambini. Ci sono case, montagne, spacchi, muri crollati, Cristi in croce. Le sedie disposte davanti al palcocamion dicono che si spera in una buona affluenza. La fila al self service è rapida e consente una piccola chiacchierata. L’amatriciana ci ristora di profumo e di sapore, c’è l’abbruciccio buono sottostante che solo qua si può ritrovare. Sono rigatoni, e li rivendichiamo come fossero spaghetti. Buona anche la birra locale. Le montagne ci guardano curiose, noi le riguardiamo fotografandole mentre diciamo loro che siamo noi, vi ricordate? Siamo tornati a vedervi anche se pensavate, pensavamo di non poter tornare nel luogo dove dormono per sempre in trecento e nessuno dorme più, per paura che voi non vi siate stancate di giocare.

La gente prende posto e non sembra tanta, i musicanti sono pronti, arriva Leporello che fa un ammicco buffo, come un prologo, il camion prende vita, si accende, si colora di scenografie magnifiche, mentre proietta sullo schermo animazioni spettacolari. Ci diamo di gomito e ci chiediamo chi mai possa averle realizzate. Wikipedia ce lo racconterà dopo, a noi che accorriamo al richiamo della cultura alta dal nostro piccolo, ignari di quello che si deve sapere per sedere al cospetto di un Mozart rivelato così, leggiadramente, da una banda di ragazzi giovani che sorridono perché sanno che stanno facendo qualcosa che nessuno ha mai fatto.

Mozart a Villa San Cipriano. La gente cresce, da qualche decina diventa un mucchio, riempie le sedie anche se non tutte, assiste, spippola col cellulare ma il richiamo del canto melodioso e della musica finisce per attrarla. Segue con passione, applaude, sorride perché l’opera è buffa e le scene colorate di culi grotteschi e animazioni affascinanti. Dimenticavo, le scene sono di Gianluigi Toccafondo. L’allestimento itinerante da camion è di Fabio Cherstich, sempre sia lodato. L’ha fatto per andare nelle piazze a cercare il pubblico che domani, forse, si appassionerà all’Opera. Il camion è moderno, geniale, usano pure la cabina, il tetto, il pavimento del container, uno scivolo montato di fianco sul quale fanno di tutto. Il linguaggio invece è antico e arzigogolato, non tutto si intende al volo, ma si capisce che non ci si trova davanti all’inaccessibile. Che la musica accarezza tutti, come il vento che s’intrufola, curioso, al termine di una giornata africana. La luna, le montagne e tutti a guardare lo spettacolo, che scorre agile per un paio d’ore scarse e ci strappa applausi convinti.

Ci fosse stato dove fermarsi a dormire ci sarebbe stata più gente, ma se tutto fosse intatto non ci sarebbe stato il viaggio dell’OperaCamion, che è qui  perché c’è stato un terremoto, come quello cui si accenna nel finale dell’Opera, quando Don Giovanni finalmente paga il conto delle sue malefatte e viene inghiottito dall’inferno. Si torna ciascuno alla propria vita, mentre scorrono, accanto, le rovine, che restano inerti, in attesa che qualcuno le rimuova e ridisegni il paesaggio.

Tra le cento/duecento persone che hanno assistito si spera ci siano tanti di quelli che stanno nei container o aspettano che gli sia assegnata una casetta dove svernare con meno preoccupazione tra qualche mese. La luna è alta e ci illumina la strada al punto che potremmo spegnere i fari della macchina. Ci parrebbe, forse, ancora più strambo questo paesaggio amatriciano, conosciuto solo a chi prima sapeva le strade alternative ed aveva battuto in lungo e in largo la mappa delle frazioni, seminate a decine, come una nevicata di pecorino grattugiato sugli spaghetti con la rattacacia artigianale, quella fatta dal nonno con la lamiera inchiodata sul legno e bucata col punteruolo.

La strada non è più quella, i posti non sono più quelli. Le frazioni amatriciane e quelle accumolesi, invece, stanno sempre a braccetto sotto un cielo rosso di sangue e nero di bestemmie, finito il tempo delle preghiere in cerca di una grazia che non arriva né per diritto né per pietà.

S’è suonato Mozart e s’è cantato il bel canto per chi non c’è più e per chi c’è ancora. Servirà, perché la bellezza fa girare il mondo: placherà le montagne e porterà consolazione al pianto dei vivi, fissando il ricordo di quelli che non ci sono più. Un viaggio in camion che può portare qualcosa al suo posto: quello che nella concitazione del dopo, cercando di salvare chi si poteva e cosa ancora restava di sano, era mancato. La bellezza, che è come l’acqua che cade sulla terra spaccata e riarsa di un deserto che non ne vede da mesi e lo disseta: fiorisce il fiore, il sole sembra baciarti di nuovo e i colori della terra si ravvivano. Si rinasce, piano piano.

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