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Il pelo nell’uovo

sterpaia.jpgAvete presente la luce che c’è in spiaggia quando il sole di settembre si abbassa e fa l’acqua tutta d’argento? Uno dei motivi per cui si deve tirare tardi in spiaggia: per vederla. Il mare è blu e sembra enorme e in acqua rimangono solo i nuotatori solitari che scivolano sull’acqua, paralleli alla spiaggia, e spariscono dalla vista, silenziosi come sono arrivati.

Si placa il rumore della spiaggia, tacciono i racchettoni, smettono di ruggire gli infanti capricciosi che sembrano cuccioli di pterodattilo, tacciono le mamme e le nonne che li chiamano e commentano a voce alta che il loro pargolo gioca a fare il leone. Tacci sua e loro.

C’è stato allora un preciso istante in cui ho distolto lo sguardo dal mare, mentre vagheggiavo di capodogli e totani giganti degli abissi, e ho colto qualcosa di diverso sul mio petto. Qualcosa di mai visto prima. Inconfondibile nella sua nuda solitudine, nel bosco del villo sparuto che mi adorna il pettone.

Un pelo bianco.

L’ho presa male. Ho fatto una passeggiata per pensarci un po’ su e mentre osservavo distrattamente le chiappe delle bagnanti, stese al sole come biancane tremule di carne rilassata, dimentica del tono che fu, mi sono fatto un esame di coscienza. Invecchio. Inutile negarlo. Inutile radersi la barba se diventa più bianca che sale e pepe. Inutile nascondersi dietro un dito negando di avere capelli bianchi. Facile, quando di capelli non se n’hanno.

Quel pelo solitario mi ha inchiodato alle mie responsabilità. Ho sostenuto fino a oggi che le donne della mia età sono più belle delle ventenni perché non ho voluto ammettere che le mie donne, quelle che colsi e quelle che non, invecchiano anche loro e sono come quelle biancane tremule di carne stese al sole, qualcuna adorna di qualche triste tatuaggio, qualcun’altra coperta da un vestituccio preso da un marocchino qualunque a 9.99 euro, cedendo al fuoco di fila di venditori incessante che scandisce la giornata sulla spiaggia. Uno offriva anche un ghiri-ghiri che non saprei spiegare cosa sia.

Ci chiediamo se c’è qualcuno che li sfrutta, i venditori africani, ma non ci rispondiamo. In cielo la luna è alta quanto il sole, ma non brucia. In mezzo ci siamo noi, che contiamo le ore. Io conto anche, da oggi, i peli bianchi nel petto.

L’autunno incombe, con le sue tisane e i suoi plaid, dice un cretino su facebook.
Io odio le tisane.

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Tutti al mare

hqdefaultLeggo sul Messaggero che dice l’esperto che fare il bagno dopo mangiato non è pericoloso. Ora, ammesso e non concesso che l’esperto abbia ragione, e data la sua livornesitudine si può stare tranquilli sulla sua conoscenza del mare, ma non so quanto sulla sua affidabilità tout-court, boia dé, mi crolla il mito dell’autorevolezza delle mamme italiane, già messo a dura prova, è vero, dalle mamme stesse. Vero è che in tempi di scelte autoproclamate consapevoli su vaccini e di atteggiamenti intimidatori nei confronti dei prof più severi, l’autorevolezza dei genitori è in ribasso di continuo. Al mare, comunque, sembra i bambini anneghino quando non c’è nessuno a guardarli e non se si tuffano con una rosetta al salame nella pancia.

L’alimentazione in spiaggia, oggi, è meno rituale che un tempo. Io mi ricordo spedizioni di plotoni di persone viaggiare nei 50 gradi della metro Roma-Ostia con giganteschi frigoriferi portatili, materassini gonfiabili, ombrelloni cabinati, secchielli, palette, salvagente già gonfiati, sleppe di pizza bianca alla pala farcita con la mortadella, con prosciutto e fichi oppure rossa, ma quella del forno, che si ammollava nel suo umido mantenendo viva la crosta della cornice.

E poi cocomeri, almeno uno, di quelli americani, giganti, in genere inflitti a figli adolescenti divisi tra il Corriere dello sport e le generose scollature delle signorine accaldate nel mezzo che procede lentamente verso il litorale, e passa da Acilia e da Vitinia, dove accanto ai binari c’era una casamatta che mi faceva impressione, tale e quale a quelle disegnate sui giornaletti di Super Eroica.

E poi un pallone, i racchettoni, il going, le click-clack, le formine, i tappini, la maschera, le pinne. Tutto stipato sotto il sedile, sulle ginocchia o in braccio alle matrone, i costumi interi coperti con una gonnellina e una camicetta, le ciabatte infradito, gli zoccoli, i ventagli, la voglia di starsene una giornata al sole, sedute su una seggiolina infilata nella montagna di roba al seguito, con l’urlo pronto a richiamare i marmocchi e il pensiero rivolto alla cena per i mariti al lavoro.

Nel frigo, portavano: polpette fritte, fredde, squisite. Un paio a testa. Un ciotolo similtupperware con la parmigiana di melanzane. Per 6/8 persone. Una decina di fettine panate. Un limone da tagliare a spicchi. Una pasta fredda detta alla checca, con pomodori, basilico e mozzarella, oppure una pasta col sugo di tonno, che da freddo era ancora squisito. Piatti di carta. Posate di ferro. Un bustone di frutta da mettere vicino al cocomero: pesche giallone, belle spaccarelle, albicocche che te le magni una a una, uva, melone, susine gialle e rosse. A parte, una decina di rosette e la pizza di cui sopra. Un pezzo di pane casareccio. Una busta di cornetti conservati di marca Cerbiatto. Un thermos di caffè. Un paio di boccioni d’acqua, ché di plastica non c’erano. Bicchieri di plastica di quelli periscopici riusabili. Grand Hotel. Fotoromanzi Lancio. Giornalini assortiti da leggere, tipo Geppo, Soldino, Tiramolla, Lando, Jacula, Zora. Un mazzo di carte da briscola. Un giornaletto di enigmistica di quelli scamuffi con i diagrammi e le vignette disegnate male.

Il regime alimentare di una giornata marinara era piuttosto articolato: colazione a casa, tazza di caffellatte fumante dimenticato sul fuoco che fa la pannetta sopra, con una bella fetta di pane o mezza rosetta o un cornetto di quelli conservati.

Via andare di corsa sul tram (per anni c’è stato, però, un torpedone che partiva da Centocelle e portava a Ostia, partenza la mattina alle sette, tragitto Centocelle-Arco Travertino-Acqua Santa-Cristoforo Colombo-Ostia pontile stabilimento Vittoria-Ostia verso il Tibidabo) fino a Piramide, da lì al trenino per il mare o alla metro per Ostia. Improperi agli adolescenti distratti e addormentati. Lagne dei più piccoli.

In vettura si consuma parte della pizza, il resto se ne va arrivati in spiaggia, grosso modo verso le dieci, montata la tenda-cabina, spolti e rivestiti col costume tutti gli astanti, ripescati in acqua gli adolescenti, coperte le fronti ai piccoli, svolta funzione dirimente nelle prime liti per le formine e le palette e i rastrelli, medicate le bue prodotte dalle secchiellate e dai mozzichi, portati i più piccoli a fare la pipì in acqua, il tutto a un livello sonoro tipo Mach 1 che include la conversazione con la tribù della tenda-cabina accanto.

Terminata la distribuzione dei cornetti e delle pizze si allestisce il pranzo, spesso servito su tavolini a valigetta completi di sedie pieghevoli, affidati in genere ai figli più grandi in quanto ingombranti e pesanti quasi come il frigorifero. Tavoli che tornano buoni, poi, per giocarci a briscola e farci le parole crociate.

I grandi mangiano la pasta seduti al tavolo, i piccoli siedono sul telo dopo essere stati asciugati, la pelle accapponata, le labbra che le madri immaginano livide per l’ipotermia incipiente, le dita lesse. Dopo la pasta, le melanzane e la fettina, che ai piccoli viene data inserita in una delle rosette che col caldo e l’esposizione all’aria si sono fatte gommose. Cocomero e melone completano l’opera, mentre le pesche e il resto serviranno per la merenda, insieme al cremino, al croccante, al cornetto Algida che saranno acquistati nello stracaro baretto/ritrovo locale dove i fidanzati si recano per un crodino, un’acqua brillante e una rosetta col presciutto, le marlboro infilate nel costume lui, lei coperta dall’asciugamano messo a mò di pareo, con gli zoccoli col tacco.

L’allopiamento postprandiale ti sorprende quando meno te l’aspetti e ne ha ben donde, data la quantità di cibo ingerito. Si cerca l’ombra sotto l’ombrellone-cabina che si espande allargando i tendaggi. La pennica spietata miete vittime tra i piccoli, mentre le mamme tra una sventolata e l’altra si assopiscono rimanendo parzialmente vigili.

I fidanzati, qualche metro più in là, ne approfittano per scambiarsi morbidezze e ispidità, alcune parti del corpo staccate mentre altre aderiscono come col bostik suscitando commenti caustici delle mamme che sibilano che ce stanno i regazzini.

Il sole scintilla sul pelo dell’acqua mentre si annuncia con il gracchio dell’altoparlante la barca che porta i bagnanti a prendere un po’ d’aria al largo. Le mamme resistono, borsellino in mano, al richiamo delle sirene. La barca riparte al ritmo di una qualche Donna Summer. E’ summer, del resto. Il bus riparte alle 7, la metro un po’ prima, ma quando il sole si abbassa sarebbe il momento migliore per rimanere.

Si riparte con i piccoli cotti che si addormentano fachiri sugli strapuntini più improbabili. Le mamme, esauste, si sfogano inveendo contro gli adolescenti distratti e persi dietro le scollature dell’andata, ora arrossate dal sole e profumate di creme misteriose. A casa attendono mariti da accudire, alici da friggere, sughi già pronti con la conserva fatta in casa e il basilico coltivato al balcone in una latta di tonno riciclata.
Mentre tramonta il sole, le zanzare scendono dalla cappa per la cena. L’attesa per la doccia è lunga e i piedi insabbiati hanno già seminato per casa granelli in quantità sufficiente a ballarci sopra il tip-tap.

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