Etichettato: lotito

Patrizia e il calcio

Anni fa mi occupavo di mandare avanti, insieme ad alcuni carissimi amici, un grosso sito internet che si occupava della Lazio. Erano anni trionfali, per i colori biancocelesti, e mentre Cragnotti, Mancini, Nesta, Nedved e compagnia trionfavano sui campi di tutta Europa, la Ruco Line Lazio, versione femminile facente parte della gloriosa polisportiva biancoceleste, conquistava il suo quinto scudetto. Continua a leggere

Interviste con laziali notevoli/1. Cesare Gigli

Cesare Gigli si autodefinisce Laziale di sinistra (non appena scopre dove sta). Adora John Lennon, Johann Chapoutot e Gianni Elsner.
Mi obbliga da subito, quindi, a cercare chi sia questo Chapoutot, che non ho classificato, nel mio infinito database di nozioni inutili. Si tratta di uno storico, il che rivela la grande passione di Cesare, che ha scritto dei saggi rigorosissimi, ma anche un romanzo storico. Polemista irriducibile (non nel senso della curva, eh, che sennò poi me le dà), ha collaborato con alcuni portali on line (Globalist, e, mi pare, l’Indro) e cura assiduamente un almanacco su twitter (@giglic). In realtà si tratta di un fisico, anche se non sembra averne il fisico. Ma i laziali, si sa, sono particolarmente intelligenti. Racconta di avere origini tra Latina e Roccagorga, ma mi fa strano, perché qui a Siena è pieno di Gigli e c’è anche un illustre omonimo, regista televisivo, mancato proprio quest’anno. E poi balla danze celtiche. Avrà qualche druido tra i suoi antenati? Continua a leggere

E’ ora di smettere con le vuote sceneggiate politically correct

LAPR0450-k8RB-U2301351645488tC-620x349@Gazzetta-Web_articolo

Lotito in visita alla Sinagoga di Roma. La corona di fiori della Lazio finirà per essere gettata poco dopo dritta nel fiume (foto Gazzetta.it)

Gli episodi di razzismo a margine degli eventi sportivi sono una triste realtà da un paio di decenni almeno. All’inizio era sembrato che un impegno simbolico da parte delle società di calcio, ostaggio dei trogloditi ultras, potesse portare un contributo positivo. Così abbiamo assistito un po’ interdetti a tornei a tema, campagne di comunicazione, gesti di rispetto all’apparenza affettati ed estemporanei.

In realtà si tratta di operazioni posticce, che non c’entrano niente col calcio e spesso vengono messe in atto per sottrarsi al meccanismo perverso della responsabilità oggettiva, che obbliga le società a rispondere del comportamento di qualunque mentecatto pseudotifoso si introduca nello stadio, sul quale i club non hanno né controllo, né potere.

L’episodio documentato dalla foto è emblematico: gli idioti che hanno attaccato nella Curva Sud dell’Olimpico di Roma gli adesivi con Anna Frank in maglietta romanista sono una quindicina di pseudotifosi laziali. L’accaduto ha spinto il presidente Lotito ad affannarsi in dissociazioni e iniziative pubbliche che non erano dovute, in quanto nessuno può sostenere, se non in completa malafede, che ci sia un’identificazione tra il club biancoceleste, che vanta più di un secolo di onorata milizia sportiva, e l’operato subumano di un gruppetto di idioti.

Certe iniziative sono state considerate per anni necessarie a sensibilizzare sul tema e a chiarire bene le posizioni sul razzismo e sull’antisemitismo delle società di calcio. Le hanno messe in atto le istituzioni sportive nazionali e internazionali, le società di calcio, i calciatori. Si tratta di azioni utili e lodevoli quando sentite, mirate, organizzate e portate avanti in modo indipendente da un singolo fatto: non in conseguenza, cioè, di uno stimolo esterno.

Sono fredde e inutili quando prendono il via da un accadimento in sé stupido, come quello di cui si parla in questi giorni, che non è ascrivibile alla comunità dei tifosi della Lazio, che sono stimati in centinaia di migliaia: un gruppo numeroso all’interno del quale si può trovare qualsiasi esemplare umano, con tutto quello che ne consegue.

Iniziative destinate a fallire perché inutili e vuote rappresentazioni di un pensiero politically correct espresso intempestivamente, fuori contesto, che in quanto tale suona fasullo. Un impegno coerente e continuo delle società di calcio, che ogni tanto emerga a sensibilizzare i milioni di appassionati sul tema del razzismo, dell’antisemitismo e della violenza dentro e fuori dagli stadi produrrebbe forse risultati apprezzabili.

Un’affannosa opera di presa di distanza da persone che con i propri gesti si mettono fuori dal consesso civile è superflua e controproducente. Finisce per confondere le acque quanto le campagne di stampa che periodicamente tengono banco sui giornali e in televisione, alzando l’attenzione su certi temi per poi tornare a disinteressarsene. Che la macchina delle bugie si sia messa in moto nell’ultima settimana è evidente, non è difficile rendersene conto, basta approfondire: ci sono stati articoli faziosi, strumentalizzazioni tifose, montature, esagerazioni, omissioni. Un campionario intero.

Che si metta, però, al centro dell’attenzione la campagna di stampa rischia di sminuire il tema e passare in secondo piano la gravità dell’accaduto, che è la spia di un problema: in Europa, e in Italia, il razzismo prende quota, viene da lontano e guadagna spazio ogni giorno. Abbiamo visto che gli adesivi di Anna Frank, già declinati in salsa laziale e romanista, sono stati poi riprodotti con la maglia della squadra tedesca dello Schalke 04, ad opera di ignoti che li hanno attaccati in giro per Dusseldorf.

Episodi del genere accadono di continuo e sono molto gravi, ma è ben più grave che accadano fatti agghiaccianti come quello del pestaggio di Kartik Chondro, 27enne bengalese massacrato di botte da quattro idioti a Roma, Campo de’ Fiori. Colpevole di passare nel posto sbagliato, vittima di una violenza cieca e insensata, contro la quale ogni gesto può essere utile. Che siano testimonianze, denunce, ragionamenti e non atti di contrizione non dovuti e iniziative che nessuno sente davvero, nemmeno chi dovrebbe essere destinatario della solidarietà.

Contro il razzismo serve una forte inversione di rotta, è una malattia che non si cura con i pannicelli caldi e il gesto odioso di chi ha buttato nel fiume la corona di fiori offerta dalla Lazio sta a significare che non c’è più spazio per gesti simbolici che non siano davvero sentiti. Sono troppi e sminuiscono la gravità del problema.

Le istituzioni sportive facciano la loro parte e si aggiornino, riscrivano le norme e aiutino le società a tutelarsi dai facinorosi, invece di costringerle a dissociarsi da fatti di cui non sono minimamente responsabili.

immagini.quotidiano.net

Lazio in campo a Bologna con una maglietta contro l’antisemitismo (Foto quotidiano.net)

L’universale tifoso

Leggo I was born in Lazio dell’amico Stefano Ciavatta e mi vengono in mente troppe considerazioni da fare, tante che ci scriverò sopra, se la lucidità mi assiste, alcuni post nei prossimi giorni.

La prima è sulla pretesa unicità del tifoso laziale in quanto detentore di un suo preciso e personale modo d’intendere l’amore per la squadra di calcio. Vengono in mente due eccezioni da sollevare: la prima riguarda l’essere tifoso tout-court: chiunque sia affetto dalla malattia del tifo ha un rapporto unico e intimo con la propria squadra, legato all’infanzia e alle modalità con cui ha aderito alla propria tribù tifosa.

I ricordi di stadio, i fotogrammi condivisi con i familiari che allo stadio ci hanno iniziato, i rumori e i colori della partita, le grida, le imprecazioni, l’esultanza, il sostegno, le litigate del lunedì a scuola e tutto il resto fanno parte della memoria di qualunque tifoso. Per quanto si stia da anni sotto il tiro incrociato delle televisioni non c’è modo di scardinare le basi della passione calcistica.

Il modello del tifoso sospeso tra il monomaniaco beota e il bimbominkia che ripete a pappagallo i mantra posticci inventati dal linguaggio fasullo dei telecronisti resta circoscritto a una platea limitata, anche se, per forza di cose, in crescita.

Una crescita che misura, probabilmente, l’allontanamento dallo stadio come luogo in cui si rappresenta l’unica realtà calcistica che conta, con la quale i tifosi si devono per forza confrontare, quella che fornisce ai litiganti in tribuna l’unico metro di paragone attendibile, quello del risultato in campo e della classifica che ne scaturisce, settimana dopo settimana.

La televisione ha costruito negli ultimi tre-quattro lustri il mito di un calcio patinato che è star system, produce quattrini a palate e prescinde, nel suo racconto di un mondo dorato fatto di supereroi, dal risultato, vissuto come un incidente che spesso conferma e talvolta smentisce la favola televisiva.

A questa versione moderna del calcio, abbozzata negli anni ’90 e realizzata nel terzo millennio, resistono alcuni romantici che si ostinano ad affermare che esiste vita oltre lo show e che loro stessi ne sono la prova. Non sono solo laziali. In tutte le squadre c’è una tifoseria divisa tra vecchie e nuove modalità di sostegno, che lotta per non omologarsi alle parole d’ordine della televisione o della tifoseria organizzata, elemento con pretese d’egemonia che sullo stadio preme da ben prima, per mire che spesso hanno poco a che fare con la cosiddetta passione bambina.

Il laziale ha dovuto resistere a spinte fortissime dovute all’appeal della Roma, nella quale militava Totti, uno dei pochi personaggi su cui puntare per il salotto televisivo. Spinte che tendevano a relegare i biancocelesti in un ruolo di secondo piano, rientrati nei ranghi dopo gli exploit della superLazio cragnottiana.

Ha reagito attaccandosi ai ricordi più nitidi e a una storia che è facilmente documentabile e che sancisce il diritto all’esistenza della Lazio e ne certifica a Roma la primogenitura calcistica. I laziali affermano unanimi la propria diversità che consiste nel non riconoscere parole d’ordine, e perciò rivendicano il loro diritto a una conformità non conforme.

In realtà chi segue da vicino i destini della squadra biancoceleste sa che surfando tra stadio, comunicazione verticale e social network si possono facilmente riconoscere alcune profonde divisioni in blocchi di “pensiero”. La più vistosa è quella tra lotitiani e antilotitani, i cui toni restano accesi, nonostante l’abbandono di posizioni oltranziste anti-società da parte degli ultras. L’altra divisione importante, ancorché secondaria rispetto al nodo lotitiano, riguarda le manifestazioni razziste e politicizzate di parte dello stadio. Molti laziali, anche di destra, sono a disagio e non lo nascondono, preoccupati dell’immagine negativa e delle ricadute economiche e sportive del problema.

Gli ultras laziali hanno sempre una grande influenza sul tifoso medio, che non ha abbandonato la visione romantica della curva nord che da ragazzino gli ha fatto riempire diari e lavagne scolastiche di fregi, scritte e attestazioni di stima qualche volta ripetute a pappagallo oltre le proprie convinzioni personali. So di che parlo perché l’ho fatto anch’io, e scrivendo cose di cui oggi mi vergognerei.

L’unicità del tifoso laziale è vera (ovvio) se si considera l’individuo in quanto tale, meno se lo si considera come tifoso perché tende ad assomigliare ad altri e a concentrarsi in gruppi almeno in parte omologati in senso ideologico. Difficile che Lotito possa risultare simpatico a pelle, ma negarne i buoni risultati sembra pretestuoso, ed è strano che un tifoso che rievoca a ogni piè sospinto con nostalgia il tempo in cui si salvava per un soffio di vento dalla retrocessione in serie C rimproveri oggi al suo massimo dirigente la mancanza d’ambizione.

Sono stranezze tipiche dei tifosi che eleggono a beniamini quelli che meglio li rappresentano (“uno di noi”), talvolta a prescindere dal rendimento in campo, promuovendo valori come la grinta e lo spirito battagliero e facendoli coincidere col proprio ideale di attaccamento alla maglia. Spesso la storia ci ha detto, però, come il carattere sanguigno e l’ascendente sui compagni e sui tifosi non fosse indice di professionalità.

La Lazio è stata spesso tradita dai suoi calciatori, gli stessi che i tifosi hanno innalzato su altari dai quali sono poi precipitati con ignominia. Su questo poggiano le basi della resilienza laziale, che si è fatta più solida con le sciagure degli ultimi 40 anni, soprattutto con la morte di Re Cecconi e di Maestrelli.

Il racconto che vuole i laziali sofferenti/soccombenti di fronte a un vicino di casa prepotente è in massima parte frutto di sindrome d’accerchiamento e viene smentito dai fatti: la preponderanza dei romanisti è solo numerica, mentre sul campo si è creata la curiosa dicotomia che vede la Roma sempre piazzata nella competizione principale e la Lazio spesso vincente in quelle secondarie, che però fanno albo d’oro e gioia dei tifosi.

Di contro va smentita l’idea autoreferenziale dei laziali, la cui nobiltà va riaffermata nel quotidiano e non si può mutuare dalle magnifiche gesta dei pedatori antiqui che riempiono le pagine entusiaste dei benemeriti collezionisti di cimeli e disvelatori di memorie di Laziowiki.

Deve essere chiaro che il calcio vive nella quotidianità e che le pagine in bianco e nero non incidono sul risultato, anche se creano senso d’appartenenza e conoscenza delle proprie radici. Sappiamo già che questo non impedisce comportamenti sbagliati da parte della tifoseria, ben poco in linea col dettato dei fondatori, né mitiga le mire ambiziose dei calciatori, come racconta la recente vicenda di Keita, approdato al Monaco, società meno ricca di storia ma più disposta ad assecondarne le mire e l’appetito.

Così ristabiliamo la verità che ci raccontano i fatti: la Lazio è una società antica che sta vivendo da 25 anni a questa parte il suo periodo migliore, a parte l’abbagliante lampo dello scudetto ottenuto nel ’74.

La sua presenza nel calcio italiano è costante, anche nei piani nobili fino al ’60, pur senza vincere quasi niente. Juventus, Inter e Milan sono un’altra cosa, Genoa, Torino e Bologna hanno un’altra storia da raccontare.

Le storie di famiglia, invece, se le raccontano tutti i tifosi, da Nick Hornby in giù, e rappresentano, tutte, l’unicità della visione del tifoso e delle sue emozioni. Che non hanno molto a che fare col modo d’intendere il calcio, in assoluto o nella versione che ci raccontano oggi le ribalte continentali e gli urli dei Caressa e dei Repice.

Il punto, in fondo, è questo: quello che accade sul campo è il fiume della realtà che scorre, quella che ci batte in petto è un’illusione che qualche volta si trasforma in realtà. E non c’è niente di più consolatorio del sogno di riscatto di un tifoso. Di tutti i tifosi.

Report

Ho simpatia per l’ottima Gabanelli, e a pelle mi piace l’idea che esista un programma come Report, anche se non lo vedo quasi mai. Quando mi capita mi dice male: dopo una puntata che vidi tempo fa sui patimenti di Siena, che trovai inutilmente e gratuitamente tirata via al punto di essere quasi offensiva verso la città che mi ospita, stasera ho visto la parte del programma dedicata agli scandali della FIFA e alle faccenduole che stanno dietro al commercio dei diritti TV della Lega calcio. Sono rimasto deluso come l’altra volta. Niente di nuovo, tutta roba già vista: prima le accuse al metodo Blatter, alla FIFA dei magnoni e a tutto il vorticoso giro dei denari che ruota intorno al calcio (a proposito, qualcuno venga ancora a scandalizzarsi per i soldi che prendono i calciatori e per le partite taroccate, il doping, la connivenza con gli ultras e tutto il resto…). Poi l’immersione nel calcio italiano con il tentativo di far luce sul ruolo di Infront. E qua direi che non ci siamo per niente. Continua a leggere

Il derby a Roma, fuori dal campo

20150525_98770_De-Rossi-dito-medio-derby

Lunedì sera il campo ha detto la sua verità: la Roma ha vinto 2-1 e si è aggiudicata il secondo posto in campionato, la Lazio dovrà resistere al Napoli se vorrà conservare il terzo. Facile, no? In meno di due righe si fa cronaca. Le complicazioni stanno tutte fuori dal campo, oppure, vista la discussione all’ordine del giorno, nei gesti “da tifosi” che i calciatori fanno. Continua a leggere

Lotito premiato, Pallotta contestato

Mentre tra Pallotta e gli Ultras scoppia la guerra, a Lotito viene assegnato il premio Football Leader 2015, come “dirigente sportivo che si e’ particolarmente distinto nell’oculata, corretta, virtuosa e innovativa gestione economica di un club calcistico, in ossequio alle nuove e vigenti regole del fair play finanziario, elevandosi a modello di riferimento per il panorama sportivo europeo”. Va detto che Lotito precede Pallotta, oggi giustamente sostenuto dalla stampa nella crociata contro la teppaglia, di parecchi anni, visto che la guerra agli ultras biancocelesti va avanti, con più o meno intensità, da dieci anni. Tutti e due seguono la scia di Chiampan, presidente del verona scudettato che fu il primo a battersi contro gli eccessi della sua curva, con risultati pessimi. Quanto a Lotito, gli si nega la paternità della lotta agli ultras un po’ perché la si vede come una normale contestazione (chi ne ha seguito l’evoluzione storica sa che così non è, in origine), un po’ per dispetto, visti i rapporti tesi con la stampa, che non di rado è condizionata anche dalla forza della curva, quando si tratta di prendere partito. Una lotta sacrosanta, nella quale i due presidenti romani dovrebbero cercare di sostenersi a vicenda. Ma la questione rimane di ordine pubblico: non sono le società, parte lesa, a dover bonificare lo stadio dai violenti e dai delinquenti comuni che lo infestano da decenni.

Dalli a Lotito!

Un dirigente dell’Ischia, Lega Pro, registra una telefonata, la offre a un giornale amico (Repubblica) che ci costruisce sopra un caso. Nella telefonata, il campionario di Lotito: il linguaggio scorretto, la vanagloria, le millanterie. E poi, qui casca l’asino, il proditorio attacco alle più belle realtà del calcio cadetto: Carpi e Frosinone, troppo piccole per salire nell’Olimpo a zavorrare una già cigolante serie A, che raccatta la miseria di 1 miliardo/1 miliardo e duecento milioni l’anno, da dividere in parti diseguali con tutto il fronte del calcio professionistico italiano. Quindi, invocazioni di trasparenza e pene esemplari, esecrazione delle mafie che tengono incatenato lo sport nazionale, auspicio dell’intervento della politica, della procura federale, dei marines e della flotta interplanetaria.

Ma intanto cessa l’improvviso, potente accerchiamento arbitrale della Lazio, che nelle ultime settimane aveva provocato le proteste di Pioli. Forse perché mentre si dipinge Lotito come mammasantissima stona vederlo nel mirino di Nicchi e della classe arbitrale. E viene da chiedersi come mai lo sdegno per le rozze affermazioni del presidente biancoceleste si sia levato unanime in difesa di squadre che nessuno ha mai degnato di una menzione prima della sigla della notte di una Domenica Sportiva, da sempre monopolizzata da Juve, Inter, Milan, poi, Roma, poi Napoli, Fiorentina, Lazio. Come mai all’improvviso ci si accorge delle piccole, quelle che nessuno nomina mai, nemmeno come avversarie delle grandi?

Eppure la provincia è la patria del calcio pane e salame. Cosa saremmo senza il Carpi? Chi salverà un calcio dove il Frosinone non può aspirare al Paradiso ma deve inchinarsi alla potenza (sic) del Bologna?

Suvvia, siamo seri. Ma a chi credete di darla a bere? Lotito è un personaggio pessimo, se ne conosce l’ego smisurato, l’impeto moralista, la pedanteria seconda soltanto alla cafonaggine. Ma la sua Lazio è un modello di gestione virtuosa, nel pantano del dissesto del calcio italiano. Di più, paga puntualmente le rate del debito verso l’Erario accumulato dalle gestioni precedenti, unica a non passare per le scorciatoie del Lodo Petrucci (Napoli, Fiorentina, Torino) o per le vie agevolate della Legge Marzano (Parma). Quella che fa la voce grossa nell’invocare il rispetto del Fair Play Finanziario, proposto da Platini per combattere il malcostume del calcio che non paga i conti e che presenta bilanci dissestati e tarocchi. Le battaglie di Lotito si conoscono: stadi di proprietà, riduzione delle partecipanti ai campionati, premi per chi si presenta con i conti in ordine, un calcio padronale che torni ad avere il controllo sottraendolo ai calciatori, magari tornando a forme di vincolo più stringenti. E poca ciccia ai procuratori. Poco di nuovo, ma una ricetta rigorosa che faccia valere certe prerogative.

Non bisogna fare troppa strada per trovare società a cui le idee di Lotito non vanno a genio. Una che sta ristrutturando la propria situazione debitoria ricorrendo allo strumento del prestito obbligazionario è proprio la Roma, dirimpettaia della Lazio presieduta dal reprobo, che giusto qualche settimana fa aveva apostrofato con i soliti toni spicci il presidente Pallotta e i dirigenti giallorossi, invitandoli a sistemare il bilancio. Nel frattempo Lotito ha tessuto la sua tela riformando pezzi di calcio, imponendo nomine (Tavecchio) e cercando di indirizzare il Palazzo.

Oggi qualcuno ha deciso di non rimanere inerte di fronte alla tessitura lotitiana e mette mano agli strumenti disponibili per cambiare lo status quo. Cominciando con una bella telefonata registrata. Alla faccia del metodo pulito. Non si tratta di rivoluzione, né di moralizzazione: parole che nel calcio sono del tutto fuori luogo. E’ un regolamento di conti interno a un mondo chiuso, dove chi ha più armi prevarrà. Con buona pace del Carpi e del Frosinone, che presto torneranno a non interessare a nessuno, e anche dell’ingenuo lettore/bersaglio di campagne di stampa orchestrate ad arte. Mourinho aveva capito tutto.