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Patrizia e il calcio

Anni fa mi occupavo di mandare avanti, insieme ad alcuni carissimi amici, un grosso sito internet che si occupava della Lazio. Erano anni trionfali, per i colori biancocelesti, e mentre Cragnotti, Mancini, Nesta, Nedved e compagnia trionfavano sui campi di tutta Europa, la Ruco Line Lazio, versione femminile facente parte della gloriosa polisportiva biancoceleste, conquistava il suo quinto scudetto. Continua a leggere

Interviste con laziali notevoli/1. Cesare Gigli

Cesare Gigli si autodefinisce Laziale di sinistra (non appena scopre dove sta). Adora John Lennon, Johann Chapoutot e Gianni Elsner.
Mi obbliga da subito, quindi, a cercare chi sia questo Chapoutot, che non ho classificato, nel mio infinito database di nozioni inutili. Si tratta di uno storico, il che rivela la grande passione di Cesare, che ha scritto dei saggi rigorosissimi, ma anche un romanzo storico. Polemista irriducibile (non nel senso della curva, eh, che sennò poi me le dà), ha collaborato con alcuni portali on line (Globalist, e, mi pare, l’Indro) e cura assiduamente un almanacco su twitter (@giglic). In realtà si tratta di un fisico, anche se non sembra averne il fisico. Ma i laziali, si sa, sono particolarmente intelligenti. Racconta di avere origini tra Latina e Roccagorga, ma mi fa strano, perché qui a Siena è pieno di Gigli e c’è anche un illustre omonimo, regista televisivo, mancato proprio quest’anno. E poi balla danze celtiche. Avrà qualche druido tra i suoi antenati? Continua a leggere

Interviste con laziali notevoli (intro)

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Cominciò tutto (circa) vent’anni fa.

C’era internet e ci si chiedeva cosa farsene, e l’idea che venne subito a tutti era cercarci sopra cose riguardanti le proprie passioni. In tanti hanno detto che il calcio è la cosa più importante di quelle meno importanti, e parlarne in rete è stato automatico.

Siccome i laziali sono tanti e intraprendenti, è iniziata subito una conversazione fitta fitta, che non è mai finita, anzi. E’ stata laziale la prima grande comunità di tifosi in rete (Lazio.net) e lì dentro si sono conosciute e hanno condiviso le loro storie tante persone, accomunate dallo stesso “spirito”.

Storie diverse che testimoniavano un pensiero ricco di sfumature, raccontate da persone di valore, estranee al vippaio laziale che, nei primi 25 anni di comunicazione radiotelevisiva locale, aveva già prodotto i suoi “idoli”, caratterizzati spesso dalla stessa autoreferenzialità dimostrata dalla Curva Nord, intesa come soggetto che comunica.

Sul tema sono stati scritti saggi ponderosi e non starò qui a riprenderlo, perché non è di questo che mi preme parlare. L’umanità varia delle comunità laziali, fatta di gente comune, di artisti, di scrittori, di giornalisti, di sportivi, di ex calciatori, di scienziati, di docenti universitari, costituisce una piccola carboneria, una confraternita di gente resistente che si conosce e s’incontra, in piccoli gruppi e segmenti, una volta in qualche stadio, una volta in una bettola, spesso in una chat di Whatsapp o ancora su uno dei tanti forum su cui si è riversata la discussione.

Sono amicizie nate o sfociate nel virtuale che sembrano fragili ma spesso sono insospettabilmente solide, si basano su vera stima e trovano un tessuto comune in cui fanno coesistere diverse visioni del mondo e persone che vivono in luoghi e in condizioni diverse. Il tutto col pretesto, o forse grazie, alla fede laziale.

In questi contatti privati si accenna spesso alla narrazione che la comunicazione fa del calcio, e al fatto, rilevante se si parla delle cose laziali, che la roma (perdonino la minuscola i non laziali) sia una delle squadre “mediatiche”, il che porterebbe alla mortificazione della Lazio, o all’enfatizzazione di alcuni elementi negativi legati alla tifoseria ultras, buoni per mettere in cattiva luce tutto quello che riguarda il club biancoceleste.

Su questo noi laziali facciamo spesso della feroce ironia, anche se alcuni di noi cedono alla provocazione e si costituiscono in bellicosi comitati che pretendono rispetto e chiedono ragione delle offese ricevute.

Non è questo, però, che ci tiene insieme da vent’anni: è la qualità della conversazione, la prima cosa. E la capacità di condividere una visione che si è allargata in altri ambiti e ci porta a riconoscerci e a rispettarci. Una piccola ma solida, finanche rocciosa, se si tratta di fede, comunità.

Ci sono entrato dentro in un momento particolare della mia vita e ho trovato amici, ho cominciato a scrivere della Lazio e sulla Lazio e da lì, grazie a tante persone che ho conosciuto e che mi hanno apprezzato, regalandomi la loro amicizia, ho potuto fare tante cose che mi hanno arricchito personalmente.

Se ho scritto libri e articoli di giornale e se tengo blog da vent’anni è perché il 19 novembre del 1999 compilai la form di iscrizione a Lazio.net. Il resto è venuto dopo. Non ho prodotto cose importanti ma è stato importante per me produrle.

Ad alcuni degli amici che ho conosciuto in questi anni ho fatto nei giorni scorsi delle domande, quasi per gioco, cercando di mettere insieme materiale da plasmare in qualche maniera.

Comincerò a postare queste piccole interviste sul blog: non si tratta di laziali VIP, almeno non di quelli che monopolizzano le infinite dirette radiofoniche rimasticando sempre gli stessi concetti. Si tratta però di laziali notevoli, di gente che ha qualcosa di interessante da dire, magari facendo polemiche o affermando teorie o ancora sfogliando le foto in bianco e nero di una storia che ha parecchio da raccontare anche a colori.

Non parleremo solo di pistole e palloni e di eroiche trasferte in fondo allo stivale fatte da 50 persone e raccontate da 500. Parleremo della vita usando come pretesto la Lazio, come facciamo da vent’anni.

Nei prossimi giorni si comincia.

E’ ora di smettere con le vuote sceneggiate politically correct

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Lotito in visita alla Sinagoga di Roma. La corona di fiori della Lazio finirà per essere gettata poco dopo dritta nel fiume (foto Gazzetta.it)

Gli episodi di razzismo a margine degli eventi sportivi sono una triste realtà da un paio di decenni almeno. All’inizio era sembrato che un impegno simbolico da parte delle società di calcio, ostaggio dei trogloditi ultras, potesse portare un contributo positivo. Così abbiamo assistito un po’ interdetti a tornei a tema, campagne di comunicazione, gesti di rispetto all’apparenza affettati ed estemporanei.

In realtà si tratta di operazioni posticce, che non c’entrano niente col calcio e spesso vengono messe in atto per sottrarsi al meccanismo perverso della responsabilità oggettiva, che obbliga le società a rispondere del comportamento di qualunque mentecatto pseudotifoso si introduca nello stadio, sul quale i club non hanno né controllo, né potere.

L’episodio documentato dalla foto è emblematico: gli idioti che hanno attaccato nella Curva Sud dell’Olimpico di Roma gli adesivi con Anna Frank in maglietta romanista sono una quindicina di pseudotifosi laziali. L’accaduto ha spinto il presidente Lotito ad affannarsi in dissociazioni e iniziative pubbliche che non erano dovute, in quanto nessuno può sostenere, se non in completa malafede, che ci sia un’identificazione tra il club biancoceleste, che vanta più di un secolo di onorata milizia sportiva, e l’operato subumano di un gruppetto di idioti.

Certe iniziative sono state considerate per anni necessarie a sensibilizzare sul tema e a chiarire bene le posizioni sul razzismo e sull’antisemitismo delle società di calcio. Le hanno messe in atto le istituzioni sportive nazionali e internazionali, le società di calcio, i calciatori. Si tratta di azioni utili e lodevoli quando sentite, mirate, organizzate e portate avanti in modo indipendente da un singolo fatto: non in conseguenza, cioè, di uno stimolo esterno.

Sono fredde e inutili quando prendono il via da un accadimento in sé stupido, come quello di cui si parla in questi giorni, che non è ascrivibile alla comunità dei tifosi della Lazio, che sono stimati in centinaia di migliaia: un gruppo numeroso all’interno del quale si può trovare qualsiasi esemplare umano, con tutto quello che ne consegue.

Iniziative destinate a fallire perché inutili e vuote rappresentazioni di un pensiero politically correct espresso intempestivamente, fuori contesto, che in quanto tale suona fasullo. Un impegno coerente e continuo delle società di calcio, che ogni tanto emerga a sensibilizzare i milioni di appassionati sul tema del razzismo, dell’antisemitismo e della violenza dentro e fuori dagli stadi produrrebbe forse risultati apprezzabili.

Un’affannosa opera di presa di distanza da persone che con i propri gesti si mettono fuori dal consesso civile è superflua e controproducente. Finisce per confondere le acque quanto le campagne di stampa che periodicamente tengono banco sui giornali e in televisione, alzando l’attenzione su certi temi per poi tornare a disinteressarsene. Che la macchina delle bugie si sia messa in moto nell’ultima settimana è evidente, non è difficile rendersene conto, basta approfondire: ci sono stati articoli faziosi, strumentalizzazioni tifose, montature, esagerazioni, omissioni. Un campionario intero.

Che si metta, però, al centro dell’attenzione la campagna di stampa rischia di sminuire il tema e passare in secondo piano la gravità dell’accaduto, che è la spia di un problema: in Europa, e in Italia, il razzismo prende quota, viene da lontano e guadagna spazio ogni giorno. Abbiamo visto che gli adesivi di Anna Frank, già declinati in salsa laziale e romanista, sono stati poi riprodotti con la maglia della squadra tedesca dello Schalke 04, ad opera di ignoti che li hanno attaccati in giro per Dusseldorf.

Episodi del genere accadono di continuo e sono molto gravi, ma è ben più grave che accadano fatti agghiaccianti come quello del pestaggio di Kartik Chondro, 27enne bengalese massacrato di botte da quattro idioti a Roma, Campo de’ Fiori. Colpevole di passare nel posto sbagliato, vittima di una violenza cieca e insensata, contro la quale ogni gesto può essere utile. Che siano testimonianze, denunce, ragionamenti e non atti di contrizione non dovuti e iniziative che nessuno sente davvero, nemmeno chi dovrebbe essere destinatario della solidarietà.

Contro il razzismo serve una forte inversione di rotta, è una malattia che non si cura con i pannicelli caldi e il gesto odioso di chi ha buttato nel fiume la corona di fiori offerta dalla Lazio sta a significare che non c’è più spazio per gesti simbolici che non siano davvero sentiti. Sono troppi e sminuiscono la gravità del problema.

Le istituzioni sportive facciano la loro parte e si aggiornino, riscrivano le norme e aiutino le società a tutelarsi dai facinorosi, invece di costringerle a dissociarsi da fatti di cui non sono minimamente responsabili.

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Lazio in campo a Bologna con una maglietta contro l’antisemitismo (Foto quotidiano.net)

Fuori i nazisti, dallo stadio e dal mondo

22687826_10155821340724621_3731873390080818857_nChi frequenta gli stadi sa in quale schifo ci costringono a fruire di spazi pubblici quelli che hanno consentito a questa feccia di riempirsi la bocca alla luce del sole con questi slogan allucinanti, vomitati dalla fogna della storia.

Sono più di 25 anni che si va avanti così e ogni tanto fuoriesce questo fiume carsico di liquame putrido, soprattutto quando qualcuno si ricorda di sbattere il tifoso in prima pagina per ragioni di campanile.

In realtà c’è chi inascoltato ha denunciato per tempo, forte e chiaro, tutto il lavoro fatto dai neonazisti negli stadi, l’occupazione degli spazi, il proselitismo, la creazione di un modello di riferimento che lì dentro ha attecchito facilmente, complice l’assenza di controllo e l’incoraggiamento della creazione di una zona franca in cui tutto è concesso, in cui se ti picchiano te la sei cercata, in cui si può delinquere liberamente.

La deriva che produce gli adesivi di Anna Frank è in atto da anni, qualcuno stupidamente ha pensato di confinarla negli stadi e quella negli stadi si è alimentata, è cresciuta, ne è sortita e ha innervato la società col suo non-pensiero aberrante e con la riproposizione di modelli che sono l’incubo di un passato troppo recente che torna a togliere il sonno a chi sa che non si può dimenticare.

Da fenomeno da stadio il neonazi è uscito nelle strade, ogni giorno avanza di un passo e rivendica spazi che mai e poi mai una società con i giusti anticorpi gli dovrebbe concedere.

Ri-Sorge oggi alla ribalta delle cronache per un giochetto schifoso che va avanti da anni tra le due tifoserie romane, infestate da neonazisti che si danno dell’ebreo a vicenda. Lo stesso accade a Torino, a Milano, a Napoli, a Verona, a Bologna, a Bari, ad Ascoli, in tutti i posti dove si lascia che le fogne debordino, e sappiamo bene che le tifoserie infestate da questa canaglia hanno ramificazioni internazionali, sono legate tra loro, esistono in Italia, in Spagna, in Francia, in Germania, in Polonia, in Inghilterra, in Bulgaria, ovunque.

Nessuno muove un dito, salvo che per stigmatizzare tifoserie intere, fatte di persone normali che vivono, lavorano e votano ciascuno secondo la propria coscienza tutto l’immeritevole arco parlamentare, oppure ne stanno fuori.

Lo fanno in modo tanto miope e asimmetrico da far pensare che sia solo un atteggiamento semplicemente, stupidamente tifoso.

Anna Frank è solo un nuovo episodio di una storia che non finisce ma si alimenta come un incendio di sterpi dimenticato lì, ché tanto che danni pensi possa fare?

Se siamo dove siamo non possiamo meravigliarci, né possiamo pensare di fare una bella fine.

L’universale tifoso

Leggo I was born in Lazio dell’amico Stefano Ciavatta e mi vengono in mente troppe considerazioni da fare, tante che ci scriverò sopra, se la lucidità mi assiste, alcuni post nei prossimi giorni.

La prima è sulla pretesa unicità del tifoso laziale in quanto detentore di un suo preciso e personale modo d’intendere l’amore per la squadra di calcio. Vengono in mente due eccezioni da sollevare: la prima riguarda l’essere tifoso tout-court: chiunque sia affetto dalla malattia del tifo ha un rapporto unico e intimo con la propria squadra, legato all’infanzia e alle modalità con cui ha aderito alla propria tribù tifosa.

I ricordi di stadio, i fotogrammi condivisi con i familiari che allo stadio ci hanno iniziato, i rumori e i colori della partita, le grida, le imprecazioni, l’esultanza, il sostegno, le litigate del lunedì a scuola e tutto il resto fanno parte della memoria di qualunque tifoso. Per quanto si stia da anni sotto il tiro incrociato delle televisioni non c’è modo di scardinare le basi della passione calcistica.

Il modello del tifoso sospeso tra il monomaniaco beota e il bimbominkia che ripete a pappagallo i mantra posticci inventati dal linguaggio fasullo dei telecronisti resta circoscritto a una platea limitata, anche se, per forza di cose, in crescita.

Una crescita che misura, probabilmente, l’allontanamento dallo stadio come luogo in cui si rappresenta l’unica realtà calcistica che conta, con la quale i tifosi si devono per forza confrontare, quella che fornisce ai litiganti in tribuna l’unico metro di paragone attendibile, quello del risultato in campo e della classifica che ne scaturisce, settimana dopo settimana.

La televisione ha costruito negli ultimi tre-quattro lustri il mito di un calcio patinato che è star system, produce quattrini a palate e prescinde, nel suo racconto di un mondo dorato fatto di supereroi, dal risultato, vissuto come un incidente che spesso conferma e talvolta smentisce la favola televisiva.

A questa versione moderna del calcio, abbozzata negli anni ’90 e realizzata nel terzo millennio, resistono alcuni romantici che si ostinano ad affermare che esiste vita oltre lo show e che loro stessi ne sono la prova. Non sono solo laziali. In tutte le squadre c’è una tifoseria divisa tra vecchie e nuove modalità di sostegno, che lotta per non omologarsi alle parole d’ordine della televisione o della tifoseria organizzata, elemento con pretese d’egemonia che sullo stadio preme da ben prima, per mire che spesso hanno poco a che fare con la cosiddetta passione bambina.

Il laziale ha dovuto resistere a spinte fortissime dovute all’appeal della Roma, nella quale militava Totti, uno dei pochi personaggi su cui puntare per il salotto televisivo. Spinte che tendevano a relegare i biancocelesti in un ruolo di secondo piano, rientrati nei ranghi dopo gli exploit della superLazio cragnottiana.

Ha reagito attaccandosi ai ricordi più nitidi e a una storia che è facilmente documentabile e che sancisce il diritto all’esistenza della Lazio e ne certifica a Roma la primogenitura calcistica. I laziali affermano unanimi la propria diversità che consiste nel non riconoscere parole d’ordine, e perciò rivendicano il loro diritto a una conformità non conforme.

In realtà chi segue da vicino i destini della squadra biancoceleste sa che surfando tra stadio, comunicazione verticale e social network si possono facilmente riconoscere alcune profonde divisioni in blocchi di “pensiero”. La più vistosa è quella tra lotitiani e antilotitani, i cui toni restano accesi, nonostante l’abbandono di posizioni oltranziste anti-società da parte degli ultras. L’altra divisione importante, ancorché secondaria rispetto al nodo lotitiano, riguarda le manifestazioni razziste e politicizzate di parte dello stadio. Molti laziali, anche di destra, sono a disagio e non lo nascondono, preoccupati dell’immagine negativa e delle ricadute economiche e sportive del problema.

Gli ultras laziali hanno sempre una grande influenza sul tifoso medio, che non ha abbandonato la visione romantica della curva nord che da ragazzino gli ha fatto riempire diari e lavagne scolastiche di fregi, scritte e attestazioni di stima qualche volta ripetute a pappagallo oltre le proprie convinzioni personali. So di che parlo perché l’ho fatto anch’io, e scrivendo cose di cui oggi mi vergognerei.

L’unicità del tifoso laziale è vera (ovvio) se si considera l’individuo in quanto tale, meno se lo si considera come tifoso perché tende ad assomigliare ad altri e a concentrarsi in gruppi almeno in parte omologati in senso ideologico. Difficile che Lotito possa risultare simpatico a pelle, ma negarne i buoni risultati sembra pretestuoso, ed è strano che un tifoso che rievoca a ogni piè sospinto con nostalgia il tempo in cui si salvava per un soffio di vento dalla retrocessione in serie C rimproveri oggi al suo massimo dirigente la mancanza d’ambizione.

Sono stranezze tipiche dei tifosi che eleggono a beniamini quelli che meglio li rappresentano (“uno di noi”), talvolta a prescindere dal rendimento in campo, promuovendo valori come la grinta e lo spirito battagliero e facendoli coincidere col proprio ideale di attaccamento alla maglia. Spesso la storia ci ha detto, però, come il carattere sanguigno e l’ascendente sui compagni e sui tifosi non fosse indice di professionalità.

La Lazio è stata spesso tradita dai suoi calciatori, gli stessi che i tifosi hanno innalzato su altari dai quali sono poi precipitati con ignominia. Su questo poggiano le basi della resilienza laziale, che si è fatta più solida con le sciagure degli ultimi 40 anni, soprattutto con la morte di Re Cecconi e di Maestrelli.

Il racconto che vuole i laziali sofferenti/soccombenti di fronte a un vicino di casa prepotente è in massima parte frutto di sindrome d’accerchiamento e viene smentito dai fatti: la preponderanza dei romanisti è solo numerica, mentre sul campo si è creata la curiosa dicotomia che vede la Roma sempre piazzata nella competizione principale e la Lazio spesso vincente in quelle secondarie, che però fanno albo d’oro e gioia dei tifosi.

Di contro va smentita l’idea autoreferenziale dei laziali, la cui nobiltà va riaffermata nel quotidiano e non si può mutuare dalle magnifiche gesta dei pedatori antiqui che riempiono le pagine entusiaste dei benemeriti collezionisti di cimeli e disvelatori di memorie di Laziowiki.

Deve essere chiaro che il calcio vive nella quotidianità e che le pagine in bianco e nero non incidono sul risultato, anche se creano senso d’appartenenza e conoscenza delle proprie radici. Sappiamo già che questo non impedisce comportamenti sbagliati da parte della tifoseria, ben poco in linea col dettato dei fondatori, né mitiga le mire ambiziose dei calciatori, come racconta la recente vicenda di Keita, approdato al Monaco, società meno ricca di storia ma più disposta ad assecondarne le mire e l’appetito.

Così ristabiliamo la verità che ci raccontano i fatti: la Lazio è una società antica che sta vivendo da 25 anni a questa parte il suo periodo migliore, a parte l’abbagliante lampo dello scudetto ottenuto nel ’74.

La sua presenza nel calcio italiano è costante, anche nei piani nobili fino al ’60, pur senza vincere quasi niente. Juventus, Inter e Milan sono un’altra cosa, Genoa, Torino e Bologna hanno un’altra storia da raccontare.

Le storie di famiglia, invece, se le raccontano tutti i tifosi, da Nick Hornby in giù, e rappresentano, tutte, l’unicità della visione del tifoso e delle sue emozioni. Che non hanno molto a che fare col modo d’intendere il calcio, in assoluto o nella versione che ci raccontano oggi le ribalte continentali e gli urli dei Caressa e dei Repice.

Il punto, in fondo, è questo: quello che accade sul campo è il fiume della realtà che scorre, quella che ci batte in petto è un’illusione che qualche volta si trasforma in realtà. E non c’è niente di più consolatorio del sogno di riscatto di un tifoso. Di tutti i tifosi.

Sul Prato Verde Reloaded/Stefano Mauri

La mauriprima volta che vidi giocare Stefano Mauri era all’Udinese, con Spalletti. Aveva le scarpe bianche, in campo si muoveva partendo da sinistra e si inseriva al centro. Era imprendibile per i difensori, dispensava assist oppure andava al tiro, correva facile, sembrava lucido e presente. Veniva da una gavetta lunga, non essendo passato per il settore giovanile di una grande squadra. Ma aveva già convinto a Modena e a Brescia, dove giocava con Roberto Baggio.

Alla Lazio arrivò a gennaio 2006, con Delio Rossi. C’è voluto un po’ per piacersi, c’era chi lo vedeva correre con le infradito e chi lo descriveva avvitato su un’erezione che ne costituiva il baricentro.

La verità è che, fatta la tara della discontinuità, si trattava di un giocatore importante, che negli anni è diventato, con Rossi, Reja, Petkovic e Pioli, sempre più fondamentale, per la visione di gioco, la velocità di pensiero, la capacità di indovinare assist magistrali per i compagni o di imbucarsi, da grande incursore, nei sedici metri. Uno che in carriera ha avuto meno di quanto meritasse, con le sue 11 presenze in nazionale. Continua a leggere

Sul Prato Verde Reloaded/Cristian Ledesma

ledesmaSuccesse tutto in una sera di dicembre. Ledesma sembrava un enigma patagonico, cercava di prendere in mano la situazione ma non ci riusciva più di tanto. La prima parte della sua avventura era caratterizzata dai passaggi sbagliati e dalle prestazioni in chiaroscuro. Ledesma aveva l’aria del leader silenzioso, ma necessitava  di tempo per imporsi in una nuova situazione. Poteva contare sulla fiducia di Delio Rossi, suo mentore leccese. Quella sera si stava distinguendo, come da caratteristiche, per la solidità e la continuità, in campo, a supporto di una difesa che stava diventando sempre più solida. Di fronte l’avversario più odiato dai tifosi, che si era avvicinato alla gara, come sempre, irridendo e strombazzando. Continua a leggere

La grande sfida

juventus-lazio-chiellini-kloseJuventus-Lazio non deciderà, domani sera, le sorti del campionato, già vinto dai bianconeri, cui manca soltanto l’aritmetica conferma, e nemmeno darà un’indirizzo definitivo alla volata per il secondo posto, visto che mancano ancora sette giornate alla fine. Il fatto che la Juventus si trovi a cavallo tra l’andata e il ritorno del quarto di finale di Champions League, però, non deve trarre in inganno. Gli juventini hanno diversi motivi per impegnarsi adeguatamente: devono ribadire il proprio primato assoluto e indiscutibile, per evitare che la Lazio, forte di 8 vittorie consecutive e del platonico primato nel girone di ritorno, si ritenga all’altezza di insidiarlo. La chiusura definitiva della questione-scudetto consentirebbe loro di concentrarsi sulla volata-Champions, che sarà seguita dalle due finali di coppa in cui l’avversaria sarà proprio la Lazio, arbitra di metà del progetto di grande slam juventino. Contro la Lazio si annuncia un turnover molto limitato, con l’innesto di Barzagli e Sturaro e la presenza in campo di Pirlo e Tevez. La Juventus cercherà di passare subito, per poi gestire e limitare il dispendio energetico in vista della battaglia del Louis II contro il Monaco. La Lazio, priva di De Vrij e Parolo, dovrà resistere e rimanere in partita, per provare a portare a casa un risultato utile, magari a gioco lungo. La serie positiva è in grande pericolo, visto l’avversario. Una sconfitta non ridimensionerebbe i biancocelesti, una vittoria potrebbe accrescere la loro consapevolezza e dare una spinta decisiva per la volata finale. In attesa di capire se sia possibile lanciare la sfida al colosso bianconero l’anno prossimo.

(per http://www.biancocelesti.org)

Sul prato verde (o sulla scrittura)

product_thumbnail.phpChiunque può pubblicare un libro: prendi word, apri un documento, scrivi una cosa lunga quanto basta, gli dai una sistemata, vai su un qualunque servizio di self-publishing, usi l’interfaccia più o meno amichevole che il sito ti mette a disposizione e il gioco è fatto, per la delizia di genitori, nonni, fratelli, sorelle, amici stretti che si sentono in obbligo di acquistare la tua fatica letteraria, non senza una scettica battuta di palpebre. Il problema, semmai, è scriverlo, il che ribalta la prospettiva del difficile. Nel senso, ora è più facile pubblicare che scrivere.

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