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Tutti a casa! Anzi, no, che c’è da fare il PIL

Mi manca lavorare a tempo pieno.

Ho aspettato troppo tempo per poterlo fare di nuovo, e adesso patisco questo standby da epidemia.

Però mi preoccupa lo strattone che stanno dando i padroni delle ferriere, che muovono giornali e televisioni per far pressione e ripartire a mezzo o pieno regime proprio dalle zone più incasinate col contagio, che poi sono le più produttive del Paese. Guarda caso, hai visto mai ci fosse un nesso.

I padroni spingono, l’economia è ferma, i clienti scappano, il fatturato è in picchiata, gli aiuti sono pochi, in debito, non si capisce ancora niente sulle coperture e sui tempi e modi d’intervento delle banche, le piccole attività sono già con un piede e mezzo nella fossa, eccetera. Tutto giusto.

Mi vengono però in mente le miniere e le acciaierie, due posti dove per lavorare s’è rischiata la salute di brutto, in passato e fino a ieri. E il fatto che in tante parti del mondo per mettere insieme il pranzo con la cena si subiscono ricatti e angherie.

Non saremo gli unici, insomma, a rischiare la buccia pur di lavorare, forse accadrà in modo controllato, il rischio non sarà elevatissimo, e tutto quanto. Ma rimane il fastidio per questa doppia morale, che fa predicare responsabilità e rigore fin quando non ci va di mezzo l’interesse di parte.

Il caso del calcio, per fare un esempio, è emblematico. Presidenti cattivoni non vogliono fermare il giocattolo e rischiano la salute dei loro dipendenti miliardari! L’accusa di media e sindacato. Quando poi si accingono a tagliare gli ingaggi, i demagoghi diventano loro.

Ciascuno difende la propria saccoccia a spada tratta, quindi, con la facile conclusione che gli anelli deboli del sistema, cioè i lavoratori precari, quelli poco garantiti, i piccoli commercianti, gli artigiani, tutti quelli a fatturato zero da un paio di mesi potranno sopravvivere a patto di pagarsi a rate il prezzo della salvezza, quando possibile. E se non si può, una prece.

La speranza di vita che passa anche per il potere contrattuale.
Non è una novità, ma tocca prenderne atto.

Chiedo allora che si calcoli un nuovo indice: un rapporto salute/PIL.
Ma lo dico con la voce del Poiana.
Ziocàn.

Fare l’imprenditore è un mestiere difficile, che non possono fare tutti. Un’azienda in difficoltà è un mondo di sofferenza

Le mie vicissitudini lavorative mi hanno portato a operare in diverse aziende, gestite da mani sapienti oppure incapaci, in maniera prudente o spregiudicata o suicida o criminale, a seconda dei casi.

Ho imparato, lavorando in amministrazione e cercando di approfondire l’analisi oltre ai numeri di routine, che l’equilibrio di un’azienda è difficile da raggiungere e può essere fragile, esposto a rovesci legati alla congiuntura, ma anche agli errori che fa chi manovra.

E’ impossibile non farne, ma non è questo il punto: da un errore può scaturire anche una lezione salutare, un cambio di direzione proficuo, un nuovo sviluppo insospettato. Continua a leggere

L’otto m’arzo – giovani venditori di mimosa al semaforo

mazzo-di-mimosaIl mio amico Mauro abitava in un posto fantastico, praticamente dentro l’ippodromo delle Capannelle.

C’era tutta una campagna, una strada sterrata dove lui guidava prima di prendere la patente, e vari luoghi dove ci si divertiva da matti.
E un albero di mimosa.

Sempre scannati ma non privi d’iniziativa, decidemmo di spogliare l’albero, rimediammo non so dove delle cose per confezionare dei mazzetti di mimosa e ci mettemmo al lavoro, la sera del 7 marzo di un anno dei primi ’80, cazzeggiando, bevendo, fumando, mangiando,  e confezionando mazzetti sghembi e improponibili. Continua a leggere

Parlando con un robot: l’alienazione del cercatore di lavoro

8289La giornata di un cercatore di lavoro comincia presto: la posta elettronica si riempie di job alert che arrivano da tutte le parti, e bisogna gestirli, facendo finta che sia la posta del giorno che si esamina in ufficio. Ogni volta che esce un annuncio ti registri da qualche parte, ripetendo sempre la stessa trafila: crei un account, ci inserisci dentro una serie di dati: nascita, indirizzo, esperienza lavorativa, titoli di studio, le foto, soft skills, lingue, conoscenze informatiche e tutto. Continua a leggere

La vergogna del disoccupato

“…tutta la nostra ricchezza, il nostro prestigio, la nostra rispettabilità, le nostre opportunità, le nostre tutele, qualsiasi forma di sopravvivenza, derivano dal nostro lavoro. Ma il lavoro viene negato a un numero crescente di individui che quindi sono gettati nella disperazione. La mancanza di lavoro non dipende da chi non ce l’ha, e tuttavia gli viene imputata come se fosse colpa sua.
Una colpa di cui vergognarsi. Continua a leggere

Deep work. Concentrati, però.

Sostiene Cal Newport, un prof della Georgetown University, che per lavorare al meglio su qualcosa che richiede una forte attenzione occorre evitare le distrazioni: chiudere telefono e mail, non tenere aperti mille tab nel browser, zittire le notifiche dei social e provare a fare-esattamente-quello. Di più, secondo Newport una sessione di Deep Work dovrebbe essere messa in calendario alla stregua di una riunione o di un appuntamento commerciale, in modo da riservarle la stessa importanza. Continua a leggere

Epica springsteeniana: Johnny 99

 

 

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Un paio d’anni dopo il successo del suo American Graffiti, il doppio album The River che vedeva un Boss scintillante, alle prese con rock’n roll mozzafiato, balli e risate, ma anche con qualche pennellata malinconica e oscura, Bruce Springsteen se ne esce con un disco registrato nel salotto di casa, armonica e chitarra acustica, e una copertina, cupa, in bianco e nero, che sembra raccontare un inverno di desolazione e angoscia.

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Farewell, Johnny Miner. O la fine dei minatori

IMGP1622-cOgni volta che si capita sull’Amiata ci si imbatte in memorie della miniera, che siano foto, musei, racconti, echi di lotte sindacali, fotografie in bianco e nero che mostrano sempre volti segnati da una fatica infinita.

I minatori di tutto il mondo hanno scritto la storia delle lotte per il lavoro con il proprio sangue, e le testimonianze di questi patimenti hanno fatto anche, in parte, la storia di una certa cultura: basta pensare a due canzoni che ne celebrano il valore e ne piangono il destino di gente sfruttata fino alla consunzione e poi gettata via, quando non più in grado di lavorare o quando la miniera sia diventata non più sfruttabile, obsoleta, antieconomica, non concorrenziale.

La prima è Which side are you on, scritta da Florence Reece, americana del Tennessee, moglie e figlia di minatori, che scrive il suo inno immortale dopo aver subito le angherie dei sicari della compagnia che tentavano di uccidere il marito, attivista sindacale. Della canzone esistono tante versioni, le più importanti cantate da Pete Seeger e, con testo riadattato per cantarla durante le lotte furiose contro la chiusura delle miniere operata dalla Thatcher, da Billy Bragg.

 

 

 

L’altra canzone struggente e immortale è Farewell, Johnny Miner, scritta da Ed Pickford e cantata da innumerevoli altri. Io la conobbi nella versione dei Mekons, risalente sempre al periodo Thatcheriano. Una canta di lotte e di crumiri, l’altra di corpi consumati dalla fatica, di polmoni neri e di gente rottamata dall’oggi al domani. Storie comuni ai minatori di tutto il mondo, dal Cile alla Siberia, al Belgio, alla Gran Bretagna, all’Italia.

 

 

Fatica, malattia, morte, disperazione. Eppure lavorare in miniera significava salario, il che per un contadino era un miraggio: spesso i minatori rimasti fermi si adattavano a fare i braccianti per mantenersi, loro e le loro famiglie. Come fosse un piano B.

In cambio, però, oltre alla fatica bestiale, la stessa che si faceva nei campi, c’era il rischio continuo per la sopravvivenza e la certezza di contrarre malattie professionali che segnavano per sempre.

Lo sguardo dei minatori fotografati in bianco e nero è sempre lo stesso: che sorridano o meno, c’è una luce di stanchezza e di rassegnazione che racconta il dramma di persone prigioniere di una condizione disumana, rispetto alla quale non c’è alternativa.

Mi chiedo se ci sia differenza tra la fine del lavoro in miniera, che ha sconvolto la vita di milioni di persone in Europa spostando il dramma in luoghi dove si smette finanche di percepirlo, e la fine del lavoro tout-court che in questi anni sembra farsi strada, almeno in certe zone del pianeta.

O se, come spesso è accaduto in passato, il destino dei minatori non sia stato un anticipo di futuro, il campanello d’allarme che segnalava un disastro imminente, che ha travolto buona parte degli operai dell’occidente. Quelli che, dicono in tanti, non esistono più.

Ancora fabbriche e musica: la Factory di Wall of Voodoo e quella di Warren Zevon

Bruce Springsteen, abbiamo visto, tira il suo gran colpo con Factory nel 1978.
Quattro anni dopo Stan Ridgway, genio dello storytelling nello spazio-canzone, tira fuori la sua Factory nel disco-capolavoro degli Wall of Voodoo Call of the west, pietra miliare in ogni discografia alternativa, con testi che somigliano a sceneggiature di b-movies e di western scalcinati, serpenti a sonagli e radio messicane. Continua a leggere