Etichettato: lavoro

Fare l’imprenditore è un mestiere difficile, che non possono fare tutti. Un’azienda in difficoltà è un mondo di sofferenza

Le mie vicissitudini lavorative mi hanno portato a operare in diverse aziende, gestite da mani sapienti oppure incapaci, in maniera prudente o spregiudicata o suicida o criminale, a seconda dei casi.

Ho imparato, lavorando in amministrazione e cercando di approfondire l’analisi oltre ai numeri di routine, che l’equilibrio di un’azienda è difficile da raggiungere e può essere fragile, esposto a rovesci legati alla congiuntura, ma anche agli errori che fa chi manovra.

E’ impossibile non farne, ma non è questo il punto: da un errore può scaturire anche una lezione salutare, un cambio di direzione proficuo, un nuovo sviluppo insospettato. Continua a leggere

L’otto m’arzo – giovani venditori di mimosa al semaforo

mazzo-di-mimosaIl mio amico Mauro abitava in un posto fantastico, praticamente dentro l’ippodromo delle Capannelle.

C’era tutta una campagna, una strada sterrata dove lui guidava prima di prendere la patente, e vari luoghi dove ci si divertiva da matti.
E un albero di mimosa.

Sempre scannati ma non privi d’iniziativa, decidemmo di spogliare l’albero, rimediammo non so dove delle cose per confezionare dei mazzetti di mimosa e ci mettemmo al lavoro, la sera del 7 marzo di un anno dei primi ’80, cazzeggiando, bevendo, fumando, mangiando,  e confezionando mazzetti sghembi e improponibili. Continua a leggere

Parlando con un robot: l’alienazione del cercatore di lavoro

8289La giornata di un cercatore di lavoro comincia presto: la posta elettronica si riempie di job alert che arrivano da tutte le parti, e bisogna gestirli, facendo finta che sia la posta del giorno che si esamina in ufficio. Ogni volta che esce un annuncio ti registri da qualche parte, ripetendo sempre la stessa trafila: crei un account, ci inserisci dentro una serie di dati: nascita, indirizzo, esperienza lavorativa, titoli di studio, le foto, soft skills, lingue, conoscenze informatiche e tutto. Continua a leggere

La vergogna del disoccupato

“…tutta la nostra ricchezza, il nostro prestigio, la nostra rispettabilità, le nostre opportunità, le nostre tutele, qualsiasi forma di sopravvivenza, derivano dal nostro lavoro. Ma il lavoro viene negato a un numero crescente di individui che quindi sono gettati nella disperazione. La mancanza di lavoro non dipende da chi non ce l’ha, e tuttavia gli viene imputata come se fosse colpa sua.
Una colpa di cui vergognarsi. Continua a leggere

Deep work. Concentrati, però.

Sostiene Cal Newport, un prof della Georgetown University, che per lavorare al meglio su qualcosa che richiede una forte attenzione occorre evitare le distrazioni: chiudere telefono e mail, non tenere aperti mille tab nel browser, zittire le notifiche dei social e provare a fare-esattamente-quello. Di più, secondo Newport una sessione di Deep Work dovrebbe essere messa in calendario alla stregua di una riunione o di un appuntamento commerciale, in modo da riservarle la stessa importanza. Continua a leggere

Epica springsteeniana: Johnny 99

 

 

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Un paio d’anni dopo il successo del suo American Graffiti, il doppio album The River che vedeva un Boss scintillante, alle prese con rock’n roll mozzafiato, balli e risate, ma anche con qualche pennellata malinconica e oscura, Bruce Springsteen se ne esce con un disco registrato nel salotto di casa, armonica e chitarra acustica, e una copertina, cupa, in bianco e nero, che sembra raccontare un inverno di desolazione e angoscia.

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Farewell, Johnny Miner. O la fine dei minatori

IMGP1622-cOgni volta che si capita sull’Amiata ci si imbatte in memorie della miniera, che siano foto, musei, racconti, echi di lotte sindacali, fotografie in bianco e nero che mostrano sempre volti segnati da una fatica infinita.

I minatori di tutto il mondo hanno scritto la storia delle lotte per il lavoro con il proprio sangue, e le testimonianze di questi patimenti hanno fatto anche, in parte, la storia di una certa cultura: basta pensare a due canzoni che ne celebrano il valore e ne piangono il destino di gente sfruttata fino alla consunzione e poi gettata via, quando non più in grado di lavorare o quando la miniera sia diventata non più sfruttabile, obsoleta, antieconomica, non concorrenziale.

La prima è Which side are you on, scritta da Florence Reece, americana del Tennessee, moglie e figlia di minatori, che scrive il suo inno immortale dopo aver subito le angherie dei sicari della compagnia che tentavano di uccidere il marito, attivista sindacale. Della canzone esistono tante versioni, le più importanti cantate da Pete Seeger e, con testo riadattato per cantarla durante le lotte furiose contro la chiusura delle miniere operata dalla Thatcher, da Billy Bragg.

 

 

 

L’altra canzone struggente e immortale è Farewell, Johnny Miner, scritta da Ed Pickford e cantata da innumerevoli altri. Io la conobbi nella versione dei Mekons, risalente sempre al periodo Thatcheriano. Una canta di lotte e di crumiri, l’altra di corpi consumati dalla fatica, di polmoni neri e di gente rottamata dall’oggi al domani. Storie comuni ai minatori di tutto il mondo, dal Cile alla Siberia, al Belgio, alla Gran Bretagna, all’Italia.

 

 

Fatica, malattia, morte, disperazione. Eppure lavorare in miniera significava salario, il che per un contadino era un miraggio: spesso i minatori rimasti fermi si adattavano a fare i braccianti per mantenersi, loro e le loro famiglie. Come fosse un piano B.

In cambio, però, oltre alla fatica bestiale, la stessa che si faceva nei campi, c’era il rischio continuo per la sopravvivenza e la certezza di contrarre malattie professionali che segnavano per sempre.

Lo sguardo dei minatori fotografati in bianco e nero è sempre lo stesso: che sorridano o meno, c’è una luce di stanchezza e di rassegnazione che racconta il dramma di persone prigioniere di una condizione disumana, rispetto alla quale non c’è alternativa.

Mi chiedo se ci sia differenza tra la fine del lavoro in miniera, che ha sconvolto la vita di milioni di persone in Europa spostando il dramma in luoghi dove si smette finanche di percepirlo, e la fine del lavoro tout-court che in questi anni sembra farsi strada, almeno in certe zone del pianeta.

O se, come spesso è accaduto in passato, il destino dei minatori non sia stato un anticipo di futuro, il campanello d’allarme che segnalava un disastro imminente, che ha travolto buona parte degli operai dell’occidente. Quelli che, dicono in tanti, non esistono più.

Ancora fabbriche e musica: la Factory di Wall of Voodoo e quella di Warren Zevon

Bruce Springsteen, abbiamo visto, tira il suo gran colpo con Factory nel 1978.
Quattro anni dopo Stan Ridgway, genio dello storytelling nello spazio-canzone, tira fuori la sua Factory nel disco-capolavoro degli Wall of Voodoo Call of the west, pietra miliare in ogni discografia alternativa, con testi che somigliano a sceneggiature di b-movies e di western scalcinati, serpenti a sonagli e radio messicane. Continua a leggere

L’economia dei lavoretti

Una pericolosa impostura linguistica (…) sta provando a farci credere che la “sharing economy” si traduca davvero con “economia della condivisione”, con tutto il bene che ne deriverebbe. Un nuovo capitalismo, quello delle piattaforme, tanto generoso e altruista quanto il vecchio, che abbiamo conosciuto fino a oggi, era spietato ed egoista.

La sharing economy invece, sotto i brillantini della narrazione prevalente, presenta solo vantaggi. Economicamente efficiente. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta.
Chi la critica dunque non può che essere una brutta persona.

Peccato che, a dispetto dei termini, più che condividere, la gig economy – cominciamo a chiamare le cose per quel che sono: economia dei lavoretti – concentri il grosso dei guadagni nelle mani di pochi, lasciando alle moltitudini di chi li svolge giusto le briciole.

Share the scraps economy, l’ha ribattezzata Robert Reich. Chi possiede la piattaforma estrae, secondo una modalità neofeudale, una commissione da chi svolge la prestazione.

Così il vassallo Travis Kalanick in un lustro passa da zero a sette miliardi di ricchezza personale mentre sempre più autisti di Uber, dopo l’ennesima decurtazione delle tariffe, dormono nei parcheggi zona aeroporto di San Francisco per essere i primi ad aggiudicarsi le corse buone. Come in ogni casinò che si rispetti, il banco vince sempre.
(…)
Non è una questione di destra o sinistra, ma della tenuta dello stato sociale. Perché se i padroni delle piattaforme sono i campioni olimpici di elusione fiscale e finiscono per pagare tasse da prefisso telefonico grazie a qualche sapiente triangolazione, il welfare a un certo punto non reggerà.

Giusto nel nostro Paese questa preoccupazione sembra non rilevare, superata in scioltezza da un entusiasmo adolescenziale per tutto ciò che viene dalla Silicon Valley. Eppure nessuno come noi in Europa ha tanti giovani disoccupati e precari di ogni età. Siamo davvero pronti a riscrivere l’articolo 1 della Costituzione in un più sincero, ma agghiacciante “L’Italia è un Paese fondato sul lavoretto”?

(Riccardo Staglianò, Lavoretti – Così la sharing economy ci rende tutti più poveri – prefazione – Einaudi 2018)