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Parlami di te

a sapertelo spiegare
che filosofo sarei
(Baustelle)

il mondo è tutto ciò che accade
(Wittgenstein)

Io non capisco niente di filosofia, sono un ragioniere ma a ripensarci oggi che cominciano gli esami di maturità se mi fossi esaminato mi sarei bocciato, se non altro per darmi una lezione. Non si va in giro tutti sparpagliati in quel modo, nemmeno se si è adolescenti.

Leggo di tutto, comunque, e ho le mie idee, ho trovato pure un modo di esprimerle grazie a internet, che se ci pensi bene capisci come mai nessuno ci porta a casa un dollaro ma tutti ci hanno scommesso sopra le mutande.

Su internet ci stanno tutti. O meglio, diciamo che stanno tutti su facebook. Che sta lì e ti invoglia: a cosa stai pensando? è la domanda fissa nel riquadrino dello status. Se ci pensi è un foglio bianco. Hai la tastiera davanti e puoi scrivere qualunque cosa su tutto. Non capisco come mai, allora, ci sia tanta gente che si diverte a condividere pensieri preconfezionati da altri sulle cose che accadono tutti i giorni.

Non è necessario costruire una teoria sul mondo per esprimere un pensiero personale e se lo lasci andare e qualcuno ti risponde ti puoi fare un’idea su quanto stia in piedi il tuo pensiero, quanto sia condivisibile, e puoi accettare di cambiare punto di vista, apprendere cose che ti portano a pensarla diversamente o a rafforzare le tue convinzioni.

Se fai copincolla perché tiziocaio l’ha detto che suona bene che sforzo fai? Nessuno. Questo vale per tutto, dal pensiero sullo ius soli a quello sulla tazzina di caffè del mattino. Però te nella testa ce le hai, le immagini che hai costruito per raccontarti i fatti. Insieme a quelle con cui ti racconti i ricordi, alle cose che ti dicevano gli altri e che ti sono rimaste impresse.

Perché non dirle? Perché non dire, che so, com’è che ti piace il mare e perché oggi ti senti triste? Non è meglio che alimentare catene di Sant’Antonio a suon di “vediamo chi ha il coraggio di condividere”? A chi giova tutta quella, scusami, merda? Cosa porta in questo mare confuso di conversazioni che fanno un groviglio che trova senso solo nel circoletto piccolo in cui scambi le tue impressioni con i tuoi amici più stretti?

Perché non ci parli di tuo padre o di tuo nonno o della pappa col pomodoro o dei gatti siamesi o del pane cotto a legna o della Simca 1000 o dell’arte della manutenzione della motocicletta? Sono sicuro che hai tante cose da raccontare che i tuoi amici leggeranno, e ti diranno che sono contenti e che si ricordano e che secondo loro si fa anche così e che è buona anche la zuppa di pane e le Lucky Strike erano meglio delle Camel.

Non serve sapere né sforzarsi, serve non usare quello che vomitano altri, spesso costruito a bella posta, per fare una conversazione che puoi fare con parole tue, ben più ricche di senso proprio perché a dirle già si misurano con la logica che, diceva sempre quel grande filosofo, stabilisce se possono far parte del mondo oppure no.

E poi se fai fatica con le parole ci sono le immagini. Vai su instagram e posta le tapparelle di casa tua. La gente ti dirà che sono belle, qualcuno che lo fa si trova sempre, anche se le foto sono sfocate e tu sei venuto con la faccia a banana.

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Le iene

ienaOdiatori riuniti mobilitati h24, il social network è la vostra palestra. Facebook è il luogo dove potete sfogarvi, ci sta sopra più del 50% degli italiani e molti fanno la gara a chi la dice più grossa, a chi usa il gergo più turpe, a chi dice, si augura o augura agli altri, orgogliosamente, le cose più atroci. Passi la storia di Riina, un maestro d’odio dei più autorevoli.

Ciascuno ha il diritto a pensarla come gli pare e uno scuotimento di capo all’indirizzo dei più bonaccioni non si nega a nessuno, né mi è parso chiarissimo il concetto di lezione e di superiorità: chi dovrebbe giovarsi della magnanimità dello Stato, nella circostanza, come lezione di civiltà? Siamo seri, ci mancano gli occhiali per fare certe letture.

Guardiamo però alla sostanza delle secchiate di merda quotidiane: l’unione fa la forza e la caratteristica principale di Facebook è la possibilità di aggregarsi rapidamente tra pensatori affini. Se di pensiero, in questo caso, si può parlare. Nemmeno ci si fa caso più di tanto: ieri ho letto di una ragazza aggredita verbalmente da un energumeno nel quadro di una disputa di stampo politico (Pd, se non ho capito male).

Lui l’ha strattonata, le ha tolto il telefono di mano e l’ha scagliato via con violenza, facendolo finire in mezzo alla strada. Lei lo ha scritto su Facebook, un po’ sconvolta, senza chiarire bene la dinamica dell’accadimento. I commenti si sono scatenati verso l’immigrato, la risorsa ingrata, inneggiando al Duce e ipotizzando la giusta tortura all’aggressore, che decine di commenti più giù si è rivelato essere italiano, ancorché stronzo. Della pioggia di like e di ulteriori sozzerie scritte nel frattempo nessuno ha detto niente, perché non ci si fa nemmeno più caso.

Niente ferma il ghigno della iena da tastiera, e chiedo scusa al povero animale, prigioniero di un luogo comune e del suo aspetto orrendo. Su qualunque cosa si deve intervenire, anche fuori luogo, anche quando il registro di una discussione escluderebbe commenti di livello troppo basso. Il minuetto dell’internet primordiale, danzato al suono della Netiquette, è un pallido ricordo, retaggio del tempo in cui tutto era avvolto nella melassa di uno smidollato politically correct.

Il maiuscolo gridato, l’off-topic, i troll, i flame, tutta roba che ci tocca rimpiangere, finita l’era d’oro degli emoticon :-(. Bei tempi, quando sul web scrivevano solo gli smanettoni. L’entropia ci si porta via, la conversazione è spazzata da uno tsunami di fiele che tutto sommerge, celebrando cadute, rallegrandosi di morti e di sconfitte, infierendo sui più deboli, impedendo ogni confronto tra parti diverse e cercando invece di contrapporsi per blocchi, un “noi” contro “voi” che sa di minaccia, di conteggio virtuale, di costituzione di schieramenti che trovino più a valle il modo di prevalere, anche passando alle maniere spicce.

Si tratta, perlopiù, di iene virtuali, che prese di petto perdono aggressività, farfugliano, minimizzano. La Lucarelli ne ha sputtanato qualcuno alla radio e non è stato un bello spettacolo, Mentana perde tempo a rispondergli mettendoli alla berlina, dimostrando che l’ironia è la migliore medicina. Ma tanto non smettono e consentono di mantenere fresca la banalizzazione dei temi che stanno alla base di una società solidale.

Attenzione, questo non vuol dire che i social come Facebook minano la prospettiva di un mondo tutto pace, amore e comprensione. Il mezzo è sempre un vettore, è il messaggio che trasporta che va messo a fuoco. La iena virtuale non è maggioranza. però testimonia un modo di pensare che è pronto a materializzarsi, se trova rappresentanza.

Non vedremo mai una iena virtuale  scendere in piazza accanto a quelli pericolosi per davvero, ma dobbiamo essere consapevoli che c’è una grande quantità di gente che accoglie nel suo privato con favore il messaggio più distorto e turpe, quello che vuole morte, vendetta, distruzione, che vuole ridere di chi piange. E che questo messaggio dal privato esce facilmente sul social, per fare del cattivismo una bandiera e irridere le persone perbene, spesso tacciate spregiativamente di “buonismo”, volentieri aggiungendo, in caso di tematiche umanitarie o che lambiscono il tema dei diritti, il gratuito e obsoleto bollino di “radical chic”.

Le streghe di Macbeth cantavano che bello è il brutto e brutto è il bello.  Erano profete di una grande sventura, che si realizzava attraverso la spinta inarrestabile di Lady Macbeth, che per convincere il marito lo spingeva a cambiare natura:

Venite, Spiriti che presiedete ai pensieri di morte; cancellate il mio sesso, stivatemi di crudeltà dalla corona ai piedi! Ispessite il mio sangue, sbarrate ogni accesso al rimorso: che nessuna ipocrita istanza di umanità scuota il mio disegno mortale o ne distorni l’effetto! Ecco il mio seno di donna: succhiatene il latte in cambio di fiele, voi ministri del crimine, dovunque siate, invisibili forme, al servizio della Natura malvagia!
Densa notte, vieni e ammantati del più buio fumo dell’inferno, perché il mio aguzzo coltello non veda le ferite che infligge, né il cielo possa sbirciare oltre la coltre di tenebra gridando: “Ferma! Ferma!”

Lady Macbeth temeva che il carattere del marito potesse distoglierlo dall’obiettivo: la corona di Scozia. Per raggiungerlo era necessario uccidere Duncan. Descriveva l’umanità del marito come un inutile ostacolo al compiersi di un destino di grandezza. In realtà la profezia delle streghe ne aveva acceso irrimediabilmente l’ambizione.

La morale è che, sebbene nessuno di noi sia superstizioso, è evidente che abbandonare ogni istanza di umanità porta jella. E lo stesso succede se si irride chi lo fa: quindi, care iene, regolatevi, perché il vostro atteggiamento cinico e sprezzante serve solo a scavarvi la fossa. E magari a seppellirvi sarà chi della cattiveria che predicate raccoglierà il testimone.

La storia ce lo racconta, e a niente varrà negare. Anche se ci sarà sempre spazio per chi si ricostruirà una verginità prendendo a calci il cadavere del suo idolo a Piazzale Loreto, confondendosi poi tra la folla di chi il male l’ha combattuto per davvero, cercando per tutta la vita di rimanere umano.

SalvaSalva

Di Facebook, amici, aborigeni e tribù, corpi, avatar e rimorchio virtuale

Qualche giorno fa ho preso in mano la penna e ho messo in fila, di getto, alcune delle motivazioni per cui i tifosi della Lazio non apprezzano Francesco Totti. Come ogni tanto succede, il fiocco di neve ha cominciato a rotolare ed è diventato valanga: il post è stato condiviso da parecchia gente ed è stato letto molto, e continua, è già oltre le 4.000 letture solo su wordpress.

Penso lo abbiano letto più che altro laziali, juventini e interisti, a giudicare dalle statistiche, ma anche parecchi romanisti, alcuni dei quali hanno commentato. Chi con insulti (al terzo ho stoppato la possibilità di commentare il post, ché non ho voglia di perdere tempo con gli haters), chi argomentando, e ne sono venute fuori un paio di conversazioni, una delle quali per me piacevole.

Per vecchia milizia socialforumistica rifuggo le polemiche accese con gli sconosciuti, ma mi piace ragionare serenamente con persone che non conosco. Zuckerberg è convinto che Facebook possa rappresentare un veicolo per l’interazione globale.

Mi viene in mente che non so che cosa potrei dire all’Aborigeno di Guzzanti.

Io non la farei così grossa, però ho osservato, nel caso specifico, una cosa: dato l’argomento calcistico, automaticamente la discussione si è messa su binari “tribali”: il laziale ha applaudito, il romanista ha deplorato. Poche le occasioni di confronto, probabilmente per la tesi un po’ controcorrente del post, che mi è stata rimproverata, bonariamente, anche da qualche laziale. Uno ha addirittura spigolato sul mio profilo facebook, sentenziando che siccome non mi piace la Raggi devo essere per forza del PD, oltre che laziale. Pensa che jella.

Uno schema che ricorre anche quando si parla di politica o di temi che la coinvolgono, tipo quello sulla legittima difesa. Uno dice una cosa o fa un titolo che con la doverosa sintesi si riduce a uno slogan. L’altro interagisce dal suo palchetto rispondendo per le rime o associandosi, se riconosce il compagno di tribù. Alla fine si concentrano mucchietti di pensatori e applauditori dello stesso segno, pochi dei quali sono disposti a spendere qualche spicciolo di credito per interagire con quello che la pensa diversamente.

Qualche volta, però, il miracolo accade, e balenano in controluce alcuni elementi che faciliterebbero il contatto personale, gambe sotto al tavolino e birra da tracannare chiarendo il proprio punto di vista, con un sorriso e una pacca sulla spalla, come tra amici. Il virtuale ci aggrega in mucchietti di persone che non interagiscono, di norma, se non superficialmente. La ricchezza balena appena si affondano le dita nella sabbia, però, rivelando la quantità di rapporti che sarebbe possibile stabilire di persona, se solo si potessero superare le distanze che internet azzera virtualmente.

Una cosa che non si può fare se non impegnandosi, investendo tempo e risorse nell’approfondimento della conoscenza di una persona che, per forza di cose, è limitato da ostacoli fisici: distanze, tempo disponibile, possibilità di muoversi e di riservare energie a nuove conoscenze.

E’ più facile usare il mezzo per ricostruire rapporti interrotti o mantenerne a distanza. Mi pare più utile, facebook, a fare da mare per i messaggi in bottiglia della gente, quelli da far leggere agli amici, se se ne hanno, o da lasciare alla deriva nella speranza (illusione) che ci sia qualcuno che li legga. In realtà anche per i post funziona la coda lunga: l’80% delle letture è appannaggio, se va bene, del 20% dei post.

Gli altri passano inosservati e si disperdono, come lacrime nella pioggia.

Molto diverso il funzionamento del mezzo per rimorchiare: comunicazione ridotta all’osso, il sòla travestito da mignottone ti chiede l’amicizia e punta dritto allo scopo, che è quello di fregarti i soldi. Ma questa parte dei social s’inabissa nei bassifondi del deep web. Sappiano gli interessati che è meglio puntare sui siti per cuori solitari.

Mi pare più onesto Instagram, in definitiva, ma su Facebook si scrive. E la scrittura è terapeutica.

E’ rivoluzione, è social

Il temporale s’è portato via la calura. La schiuma bianca che scorreva giù per la discesa sull’asfalto rappresentava dieci gradi dieci liquefatti, ora tutto sta a far calare anche la temperatura in casa, visto che fuori si gode. Mentre bevo un succo tropicale abbastanza cattivo scrollo la timeline di facebook e faccio lo slalom tra i meme che in tanti condividono.  Continua a leggere

I social, Eco e gli imbecilli

imbecille agg. e s. m. e f. [dal lat. imbecillis (variante del più com. imbecillus) «debole» fisicamente o mentalmente]. – Chi, per difetto naturale o per l’età o per malattia, è menomato nelle facoltà mentali e psichiche. Più spesso, nel linguaggio fam., titolo ingiurioso, rivolto a chi, nelle parole e negli atti, si mostra poco assennato o si comporta scioccamente, senza garbo, da ignorante, in modo da irritare: è un perfetto i.; non fare l’i.!; taci, imbecille! ◆ Dim. imbecillòtto; accr. imbecillóne (f. -a).
(Treccani)

Che l’umanità sia composta prevalentemente da imbecilli è storia vecchia, che preesiste all’ironia colta di Umberto Eco. Questo per una normale sedimentazione della grana grossa al livello più basso della piramide, mentre la grana fina, quella che sta al vertice, è più rara e brilla nel genio di intellettuali come il Nostro, squisito affabulatore che ne sa da solo quanto una biblioteca intera, ma di quelle ben fornite.
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L’amore ai tempi di Facebook

Facebook è un posto fantastico. Un parco giochi dove si può essere quello che si vuole, quando, come e dove si vuole, eccetera. Almeno così recita il luogo comune. Ma, a parte il dubbio gusto di crearsi un doppio virtuale, non si sa bene per fare cosa e con quali amici, riesce difficile immaginare come si possano dire cazzate di fronte a parecchi testimoni che ti conoscono. Facciamo un esempio. Uno dice: Mi ricordo che a vent’anni decisi con una tripletta il torneo interno della scuola.

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