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Cosa vuol dire essere maschi?

Cosa vuol dire allora essere maschi? Come e grazie a cosa si viene riconosciuti come maschi? […] essere maschi significa non essere come effettivamente si è, ma come si dovrebbe essere. Il maschio non è qualcuno che è maschio, ma qualcuno che deve esserlo, e in questo dovere sta la sua essenza. (Edoardo Albinati, da La Chiesa Cattolica, copiato da qui).

Quando ho letto il libro di Albinati mi ci sono riconosciuto, e non faccio fatica ad ammettere che molti errori che ho fatto in passato li avrei evitati se non avessi sentito questa “pressione”. Il fatto è che c’era un ruolo che dovevamo recitare, così almeno dicevano le convenzioni, e che per sottrarsi a quel ruolo ci voleva coraggio, e uno il coraggio non se lo può dare.

Albinati parla di un ambiente borghese, sul quale certe convenzioni pesano molto. In un ambiente di più basso livello può essere anche peggio, se i ruoli ti vengono scaraventati addosso come modelli ai quali non puoi essere conforme. Non se ti viene detto che alla tua età c’è gente che mantiene una famiglia, messaggio irricevibile per un adolescente, anche se può essere vero che, al mondo, ci sia gente che sostiene la famiglia in età ancor più verde.

Così si può crescere cercando di capire in che modo ci si dimostra uomini. A scuola è facile, bastava evitare di essere derisi e lo si poteva fare senza fatica, perché ci vuole vocazione anche per diventare zimbelli di qualcuno.

Nella vita, in genere, la questione era più complessa, soprattutto se dovevi fare lo slalom tra i paletti che ti venivano messi davanti dalle circostanze. Gli atteggiamenti erano il primo passo, quello che abbozzava superficialmente l’adesione a un modello riconosciuto. Fumare, bestemmiare, parlare in un certo modo delle femmine aiutava, ma doveva venirti spontaneo. Soprattutto, per rapportarsi da maschi con le donne ci voleva carattere. Ed è una cosa che, come il coraggio, uno non se la può dare.

A Roma negli anni ’70 il minimo sindacale era evitare atteggiamenti da femminuccia, cioè, nel gergo borgataro, da froscio (citazione ppp). Questo ci ha forgiato omofobi, adusi a battute sulla frosciaggine altrui, incuranti del fatto che spesso un gruppo di maschi chiuso all’esterno che adopera un proprio gergo per definire i rapporti con le donne è in forte odore di omosessualità latente. Il tutto però si riferiva alla propria presenza in un gruppo di individui, che può essere una classe, una squadra, un gruppo di amici.

Quando i rapporti con l’altro sesso si sviluppavano più in profondità c’era uno scambio uno a uno con una femmina, il che ci obbligava a essere all’altezza del modello di riferimento o, più semplicemente, a essere noi stessi. Tirando fuori tutto quello che ci avrebbe esposto alla derisione del gruppo di amici: dal mollicone alla femminuccia con tutto quello che c’è in mezzo. Avevamo sviluppato una personalità che si manifestava, quindi, su registri diversi a seconda dell’interlocutore che avevamo davanti: spavaldi e guasconi tra maschi, dubbiosi e angosciati in solitario, schiavi di una ghiandola mammaria, come cantava Elio, nel privato di coppia.

Salvo, ovviamente, gli strappamutande, quelli che avevano la cazzimma che li faceva trombare, o che dicevano di averla. Sembra un post minchione, come direbbe Romolo, ma non lo è, se parla del bisogno di aderire a un modello di riferimento che ti fa fare errori che ti condizionano l’esistenza. E, certo, il modello che ci voleva presto capifamiglia ha prodotto danni inenarrabili, fidanzamenti precocissimi e interminabili, assurdi sacrifici per mettere su casa e portare fino in fondo progetti scellerati, che ci hanno incanalato l’esistenza in un certo modo, soprattutto nel momento in cui le opportunità non mancavano, o erano parecchio più a portata di mano di adesso. Parlo della possibilità di studiare e di fare carriera, di realizzare qualche sogno, di provare a diventare qualcuno che conosca i propri limiti e vada dove vuole davvero.

Lo stesso discorso vale per le donne, anzi, per le femmine, ma è più complesso da capire ed è inappropriato parlarne per un maschio. La rilettura dell’autocoscienza di Albinati fa esondare cose che manco un tombino intasato. Personalmente al momento la combino con quella di Carlo Levi e dei suoi racconti lucani, che mi ricordano che un uomo e una donna che stavano da soli in uno spazio nascosto alla vista degli altri erano considerati compromessi, a prescindere dal fatto che fossero in qualche modo addivenuti a un contatto intimo. Questo perché, secondo le convenzioni di qualche decennio fa, era impossibile arginare la forza dell’attrazione fisica tra uomo e donna, con tutto quello che di sottostante è possibile immaginare, tra ansie, disagi e sensi d’indeguatrezza, giudizi sommari, marchi d’infamia e lettere scarlatte che in certi tempi potevano, in certe circostanze, piovere addosso a qualche malcapitato.

Il tutto mi ricorda che, sia colpa dei preti o meno, è da poco che ci siamo liberati da certi pregiudizi e nemmeno tutti, a giudicare da quello che si legge e si sente dire in giro. E che, quindi, chi cresce adesso ha ancora qualche possibilità di sbagliare modello a cui aderire, che non è per forza quello di Fedez ma può essere ancora quello del ragionier Brambilla, con tutto il rispetto. Vigilate, perciò, e date consigli a chi si mostra smarrito. Meglio seguire la propria indole, soprattutto in tempi in cui è impossibile fare scelte di convenienza, per assenza totale di opportunità. Sono scelte che si pagano sempre, in termini di dolori e di danni.

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