Etichettato: disoccupazione

Fare l’imprenditore è un mestiere difficile, che non possono fare tutti. Un’azienda in difficoltà è un mondo di sofferenza

Le mie vicissitudini lavorative mi hanno portato a operare in diverse aziende, gestite da mani sapienti oppure incapaci, in maniera prudente o spregiudicata o suicida o criminale, a seconda dei casi.

Ho imparato, lavorando in amministrazione e cercando di approfondire l’analisi oltre ai numeri di routine, che l’equilibrio di un’azienda è difficile da raggiungere e può essere fragile, esposto a rovesci legati alla congiuntura, ma anche agli errori che fa chi manovra.

E’ impossibile non farne, ma non è questo il punto: da un errore può scaturire anche una lezione salutare, un cambio di direzione proficuo, un nuovo sviluppo insospettato. Continua a leggere

Parlando con un robot: l’alienazione del cercatore di lavoro

8289La giornata di un cercatore di lavoro comincia presto: la posta elettronica si riempie di job alert che arrivano da tutte le parti, e bisogna gestirli, facendo finta che sia la posta del giorno che si esamina in ufficio. Ogni volta che esce un annuncio ti registri da qualche parte, ripetendo sempre la stessa trafila: crei un account, ci inserisci dentro una serie di dati: nascita, indirizzo, esperienza lavorativa, titoli di studio, le foto, soft skills, lingue, conoscenze informatiche e tutto. Continua a leggere

La vergogna del disoccupato

“…tutta la nostra ricchezza, il nostro prestigio, la nostra rispettabilità, le nostre opportunità, le nostre tutele, qualsiasi forma di sopravvivenza, derivano dal nostro lavoro. Ma il lavoro viene negato a un numero crescente di individui che quindi sono gettati nella disperazione. La mancanza di lavoro non dipende da chi non ce l’ha, e tuttavia gli viene imputata come se fosse colpa sua.
Una colpa di cui vergognarsi. Continua a leggere

Reddito d’inclusione. Sarà un bene?

big_reddito-di-inclusione-socialeLa misura è rivolta alle famiglie con minori, disabili, donne in gravidanza a quattro mesi dal parto e over 55 disoccupati ed evrà un tetto di 485 euro al mese (5.824,80 l’anno). Destinatari, i nuclei con Isee inferiore ai 6000 euro, aventi un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro e un valore del patrimonio mobiliare, non superiore a 6.000 euro. Sogli che può salire di 2000 euro per ogni componente il nucleo familiare successivo al primo, fino ad un massimo di euro 10.000. L’importo del sostegno è crescente a seconda del numero dei componenti della famiglia, partenza da 187 euro fino a 485. Le domande potranno essere inviate a partire dal 1 dicembre, mentre il sussidio partirà dal 1 gennaio. (Repubblica.it)

La lotta alla povertà è sacrosanta e va combattuta fino alla fine. Il reddito di inclusione, però, è una misura che potrebbe avere delle controindicazioni grosse. Nelle intenzioni è una buona cosa, anche se non si capisce bene (o almeno non lo capisco io) come mai da ogni agevolazione debbano rimanere esclusi i soggetti che non hanno figli o quelli che non hanno formato un nucleo familiare. A vedere bene, uno dei motivi principali per cui la gente non fa figli e non mette su famiglia è proprio il fatto di non possedere adeguate risorse.

Resta però il problema del lavoro e l’introduzione di un reddito d’inclusione, a occhio, sembra una misura che potrebbe acuire il problema della disoccupazione. Non tanto perché costituisce un reddito alternativo, quanto perché potrebbe stimolare pratiche già abbondantemente in atto, che sono un problema cronico. Il destinatario di un reddito d’inclusione, come già il cassintegrato e il percipiente indennità che costituiscono ammortizzatori sociali, è il soggetto perfetto a cui affidare incarichi in nero.

A maggior ragione se percepisce un trattamento di famiglia, legato alla presenza di minori, disabili eccetera. L’integrazione percepita dallo Stato risolve due problemi: quello dei costi legati a un rapporto di lavoro regolare e quello di un livello salariale consono, ancorché in nero. Sapere che tu prendi 500 euro al mese di reddito d’inclusione invoglierà qualcuno a offrirti un salario più basso; oppure tu lo accetterai, avendone bisogno, tagliando fuori chi senza quei 500 si trova sotto il livello di sussistenza.

Si rischia, insomma, di rendere ancora più appetibile il lavoro nero. In più, l’aver messo mano a un simile sistema di inclusione potrebbe far passare in secondo piano il problema della disoccupazione, avendo risolto in prima battuta la questione del salario. Non ti si dà lavoro ma hai comunque il tuo argent de poche. Fermo restando che il lavoro, oltre a essere un diritto, è anche l’elemento fondante, Costituzione alla mano, della Repubblica Italiana.

Perciò una misura buona nelle intenzioni può rivelarsi un boomerang, alimentare ancora di più la distanza sociale, disincentivare l’iniziativa privata da una parte e il rispetto delle norme che regolano i rapporti di lavoro dall’altra, incitare gli imprenditori senza scrupoli a reclutare manodopera in nero e a contrarre ancora di più l’offerta salariale, potendo contare sul puntello statale.

Già m’immagino chi arrotonderà l’assegno d’inclusione facendosi sfruttare dal caporalato per quattro soldi, ancora meno di quelli che oggi vengono elargiti ai clandestini. Si rischia di cronicizzare l’emergenza lavoro e di aumentare a dismisura i confini di quella povertà che si dice di voler combattere, ingrossando le fila della manodopera fantasma che avrebbe addirittura interesse, a questo punto, a essere invisibile.

Ricordo che se un’azienda assume manodopera in nero commette un’infrazione sanzionabile. Se un lavoratore in nero percepisce indennità legate al suo stato “ufficiale” di disoccupazione dichiara il falso e commette un reato, come quando percepisce indebitamente indennità legate allo stato di disoccupazione o alla Cassa Integrazione.

Infine si crea una zona opaca in cui potrebbero generarsi rapporti di lavoro precari, se per rientrare nei limiti previsti dal reddito d’inclusione fossero compatibili redditi da rapporti di lavoro autonomi o parasubordinati di natura occasionale, di limitato impatto economico. La tentazione di ridurre durata, entità, classificazione del rapporto sarebbe continuamente in agguato.

Per evitare di iniziare un nuovo capitolo nero occorrerebbe una vigilanza puntuale, efficiente, capillare. La stessa che serviva per evitare l’abuso dei voucher, o quello dei CoCoCo, o tutti quelli messi in atto negli ultimi decenni. Sembra un film già visto, e questo lo finanzia direttamente lo Stato. Con le fanfare che suonano marcette trionfali preelettorali.

Dignità vo cercando

DLSUPUdWsAAP-VzLa povera Katia Ghirardi e i suoi colleghi della filiale di Castiglione delle Stiviere (Mantova) di una grande banca stanno passando un bruttissimo quarto d’ora per un video girato per uso interno all’azienda che è stato condiviso sul web. Il video mostra gli impiegati della filiale impegnati in una specie di coreografia, con la Ghirardi particolarmente attiva con gesti, frasi e canzoncine che ne testimoniano l’impegno nell’ottemperare al dettato dell’azienda, che ha, per motivi che, visto il video, non risultano ben chiari, chiesto questa performance aggiuntiva ai suoi lavoratori.

So per esperienza che le aziende chiedono qualche volta ai loro dipendenti di fare cose poco dignitose. Spesso sono cose assai meno “frivole” di queste, ma non si capisce perché delle persone che sono state assunte in base alle proprie capacità e ai titoli conseguiti debbano cimentarsi in queste scenette e rendersi ridicole davanti all’azienda e ai loro colleghi, invece di svolgere il proprio lavoro.

E’ una specie di Coppa Cobram o di proiezione della Corrazzata Kotiomkin di fantozziana memoria. Paolo Villaggio non aveva inventato niente, aveva solo calcato un po’ la mano. Va detto, però, che lo spettacolino motivazionale, la cena che cementa l’ambiente, la gita aziendale sono vezzi da grande azienda che applica al proprio interno protocolli in voga, scimmiottando altre realtà, qualche volta, purtroppo, in modo goffo e approssimativo. E’ un problema relativo, se lo si lascia nel capitolo delle bizzarrie. E’ un problema serio, se si considera che si tratta di una spia dell’approssimazione  con cui spesso si muovono le nostre aziende in ogni aspetto della loro vita quotidiana.

Sono deluso, personalmente, dalla mia esperienza lavorativa e ho incontrato difficoltà, a volte, ad accettare disposizioni che mi parevano in contrasto con le mie prerogative di lavoratore e di persona. Ho visto altri farlo di buon grado, sopportando umiliazioni, messe alla berlina, vessazioni, molestie e altro, quindi non mi stupisce il video e mi dispiace che qualcuno, per riderci su, abbia esposto queste persone a una gogna spietata.

Mi fa rabbia, però, sapere che esistono aziende importanti che chiedono ai propri dipendenti di rendersi ridicoli, non si capisce a che pro, anche l’uno di fronte all’altro, con tanti saluti anche a ogni cautela riguardo alla convivenza tra colleghi e al giusto modo di rapportarsi tra persone che poi sono ordinate in una gerarchia.

Nella vita non bisogna mai prendersi troppo sul serio, l’autoironia è una grande virtù. Quando qualcuno ci rende ridicoli in un contesto lavorativo, però, ci manca di rispetto, soprattutto se si tratta del nostro datore di lavoro.

Mi immedesimo nei colleghi della Ghirardi che hanno accettato di partecipare, in subordine, al “balletto” e mi chiedo quanti di loro l’abbiano fatto volentieri e quanti, invece, non abbiano doppiamente subito questa situazione. Mi dispiace per loro, sarei arrabbiato se fosse capitato a me.

Speriamo che tutti, da Ghirardi in giù, possano dimenticare presto questa tempesta.

Il lavoro è il problema di questo Paese, principalmente perché la gente non ce l’ha. Quello che succede a chi lavora, però, ci fa pensare, spesso, che il problema principale siano i datori di lavoro, che siano lo Stato, le grandi imprese o piccole e medie aziende, che spesso esercitano il loro ruolo in maniera arrogante, poco competente e irrispettosa della dignità dei propri dipendenti.

Per loro, solidarietà.

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Il lavoro visto da un’altra angolazione

Parliamo spesso di lavoro perché è un tasto dolente di questi tempi avvelenati. Cerchiamo di ragionare su quello che succede contando solo sull’esperienza e trascuriamo di interrogarci sulle persone che vengono a trovarsi in difficoltà per problemi legati al lavoro. In genere si tira una riga tra quelli che il lavoro ce l’hanno e quelli che il lavoro non ce l’hanno, concentrando l’attenzione, com’è ovvio, sui secondi.

Un esercito di disoccupati, molti dei quali in attesa di prima occupazione. Gente che cerca e non sa cosa troverà e se lo troverà. Chi ha lavorato sa come si cambia, nel corso di un’esperienza professionale. Ricorda l’insicurezza iniziale, il desiderio di fare, la soddisfazione che si prova a ottenere i primi risultati e a guadagnare.

C’è una crescita personale innegabile legata al lavoro che si fa e a quante prospettive ci sono per evolversi professionalmente, qualunque sia il percorso di carriera che s’intraprende. E fin quando si spera di crescere non si mette in discussione la propria posizione in un’organizzazione, a meno che non siano gli eventi a farlo.

Tutta la vita, a pensarci bene, è un susseguirsi di opportunità, un aprirsi e chiudersi di sliding doors che influenzano il dopo. Nel momento in cui si prende una decisione si segue una strada e qualche volta, ripensando a quello che è stato, si capisce di aver sbagliato dove si credeva di aver fatto bene. Succede. Il cervello rielabora continuamente i ricordi e rappresenta ogni punto di vista alla luce dei cambiamenti successivi. Il mio pensiero va a chi ha lavorato anni e anni da qualche parte costruendosi una posizione solida, una reputazione, una qualità lavorativa legata a una singola realtà che è difficile ritrovare altrove nel momento in cui viene meno.

Gente che in un gruppo di lavoro, in un’organizzazione precisa che opera in una situazione data vale tanto e che scaraventata fuori, su un mercato spersonalizzante come non mai, trova difficoltà a farsi prendere in considerazione. Opportunità perse da datori di lavoro che non sanno quanta gente capace e affidabile c’è in giro e si lamentano perché non trovano il modo di creare un’organizzazione che gli vada bene.

La perdita di certi punti di riferimento può essere traumatica, soprattutto se cambiare lavoro è un’ipotesi che non era contemplata. Chi sta in una struttura nella quale è fortemente coinvolto difficilmente volge lo sguardo altrove, a meno che non ci siano precisi motivi legati a ragioni economiche, di precarietà, logistiche o cosa.

Lo smarrimento da perdita di lavoro (o da rischio di perdita) somiglia vagamente a quello che segue a una separazione traumatica tra coniugi. Si vagliano tante possibilità, ci s’immagina in scenari futuri che oscillano tra il trionfale e il catastrofico, si antepone la riconquista della tranquillità alla sopravvivenza dell’universo. Questo perché abbiamo bisogno di punti di riferimento e quelli che ci danno stabilità sono un lavoro soddisfacente, dal quale discendono la sicurezza economica, l’inserimento sociale, la consapevolezza di essere punti di riferimento del proprio nucleo familiare, oltre alla stabilità del quadro affettivo familiare che desideriamo, da una famiglia pletorica à la Malaussène a nessuna famiglia, con tutto quello che c’è in mezzo.

Così possiamo dare di noi un’immagine squilibrata, da disoccupati, o da incerti, e sembriamo aver perso la sicurezza, la stabilità, la capacità di programmare il futuro. In realtà abbiamo paura ed è normale che sia così, perché, soprattutto in età non più verdissima, sappiamo che non basta avere capacità ed esperienza per mettere insieme un soddisfacente inserimento lavorativo. E cambiare mestiere, per quanto in  superficie possa essere stimolante, diventa stressante oltre ogni misura quando si è consapevoli di ciò che si è fatto e di quello che si è imparato in tanti anni. Qualcosa che vale tanto ma che non è, oggi, merce di scambio che sia valutata adeguatamente.

La realtà è che chi è fermo ha un bel problema e che il fatto di essere bravi non basta a risolverlo. Fare delle scelte, forzate o meno, espone al rischio di un errore che si può pagare con l’uscita dal mondo del lavoro, in modo volontario o involontario. Una situazione traumatica oltre ogni misura se si è inseriti in un meccanismo che non consente fermate, come può essere quello, elementare, di mantenere una famiglia. Che, a pensarci bene, è il principio vero dell’inclusione sociale: mantenere se stessi, come minimo, e contribuire al benessere del proprio gruppo familiare.

La crescita di un Paese non si misura dal PIL, ma dalla capacità di far crescere gli individui, dando loro l’opportunità di realizzarsi come tali nel lavoro, nello studio e nell’inclusione sociale, combattendo diseguaglianze e debolezze.

La classe operaia non c’è più. Ma dov’è finita?

Dice l’Istat che la classe operaia non esiste più. Ma dov’è andata? Non si è spalmata mica in quelle nuove classi sociali su cui ragiona l’Istituto. Può anche darsi, cioè, ma non ha senso liquidare una storia lunga secoli in una fredda riclassificazione basata sul reddito e sulla composizione del nucleo familiare.

E’ sparita, la classe operaia, ma senza andare in paradiso, come auspicava Elio Petri. Semmai è scivolata nell’inferno della disoccupazione, delle fabbriche chiuse e delocalizzate, dell’economia che di reale ha sempre meno, della rincorsa affannosa a un reddito che non sia da welfare. Ché la Cassa Integrazione ottunde i sensi e uccide, la disoccupazione indennizzata è il conto alla rovescia verso l’irrilevanza e il poco lavoro che si trova, sgomitando con gli immigrati, è dentro i toboga infernali dei corrieri, nelle attività stagionali, in tutte quelle proposte lungorario, paga da negrieri e nessuna qualificazione che rappresentano l’occupazione residua per chi è stato espulso dal mercato del lavoro.

La scomparsa del lavoro ha mortificato i lavoratori, costretti a fare passi indietro da gigante sul fronte dei diritti, in deroga a orario, sicurezza e dignità. Perdendo ogni rilevanza, non avendo voce, non trovando rappresentanza politica. Perdendo, soprattutto, reddito, garanzie, assistenza, possibilità di far studiare i figli, di curarsi e di condurre un’esistenza dignitosa.

Il tutto è servito a far più ricchi alcuni ricchi, che nemmeno loro, in gran parte, abitano qui. I ricchi veri tirano le fila dalle loro torri d’avorio, anzi d’oro, e sorvegliano lo scorrere di immani flussi di denaro verso tasche sempre meno numerose.

Hanno redistribuito qualcosa alimentando il canale delle merci rese disponibili a buon mercato di cui ci hanno riempito, prendendosi in cambio tutto quello che avevamo guadagnato in decenni di lotte e di progresso sociale che avevano ottenuto una più equa distribuzione del reddito e un diffuso benessere, in cui si poteva sperare di crescere e di far crescere i propri figli. Oggi non rimane niente, se non quello che riesce a fare qualche nicchia virtuosa di imprenditori rimasta attiva qua e là, nascosta in mezzo all’economia predona fatta da disperati e malavitosi che si è presa la scena, inutile e inerte la politica, lontani gli orizzonti della qualità di cui si era alimentato il boom economico.

C’è rimasto solo il debito pubblico, in attesa che a qualcuno venga in mente di ridurlo facendolo pagare a noi. Serve un cambiamento ORA, perché il lavoro non può essersi ridotto allo sbattersi quotidiano per raccattare una mancia da spendersi in mutande a basso costo, cheeseburger e bevute di pessima qualità fatte per dimenticare.

I politici che litigano per il potere, quelli che cercano di far finta che la colpa sia di quattro disperati in fuga dalla guerra, quelli che sperano di passare alla cassa sull’onda lunga dei populismi e degli slogan di Trump si mettano in testa che non c’è più niente da raschiare per molti e che stagnazione, crescita zero, deflazione, disoccupazione, perdita del potere d’acquisto, blocco della mobilità sociale stanno producendo le condizioni per un futuro buio e pericoloso. Una tigre che non possono illudersi di cavalcare.