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Rispetto

Ho letto ovunque lamentele e critiche contro il Governo per quello che sta decidendo da due mesi in qua. Legittime, vivaddio.
Resta il fatto che questo Governo ha legiferato su un’emergenza senza precedenti che ha prodotto 30mila morti, un numero imprecisato di ammalati contagiosi e una serie di guasti che hanno costretto a un blocco totale dell’economia di uno dei più grandi Paesi del mondo, la seconda manifattura della UE.
Ha agito, questo Governo, al buio, senza potersi rifare a un precedente spendibile, se non a quello opaco della Cina.
Ha agito prendendo calci dall’opposizione (l’ultimo l’astensione di ieri sul Recovery Fund, dai soliti antitaliani) e dovendo rintuzzare fronti interni che tirano la volata ad altri o fanno discorsi di convenienza politica. Consenso, visibilità, posizionamento tattico in vista del dopo.
Ha agito impegnando la struttura della pubblica amministrazione a più livelli: spostandola in smart working e caricandola di una quantità spaventosa di lavoro da fare man mano che grandinavano i Dpcm e le norme attuative e tutti gli adattamenti regionali e locali.
Ha dovuto decidere sugli spostamenti, sulla vita privata, sull’istruzione, sui rapporti affettivi, sul diritto alla salute, al lavoro, alla retribuzione, alla libera iniziativa imprenditoriale, alla libertà di culto, alla fruizione e alla produzione culturale, all’attività ludica, sportiva, dilettantistica e non.
Ha dovuto impegnare tutte le forze disponibili per vigilare sugli spostamenti e sui comportamenti privati.
Ha fatto tutto questo nel flusso contraddittorio delle informazioni scientifiche e dei dati statistici, ancora oggi frammentari e poco attendibili, se non per il numero costante dei morti.
Alcune categorie di cittadini sono state confinate a casa, altre sono finite in trincea.
Medici e sanitari su tutti, ma anche chi ha lavorato nella GDO e nella vendita di alimentari, e poi gli impiegati pubblici applicati direttamente alle questioni più importanti. Immagino il delirio capitato addosso ai dipendenti dell’INPS. E poi i corrieri, i postini, e chissà quanti altri.
La gente è morta lavorando senza fiatare.
La critica è sacrosanta, ma la lamentela è ingenerosa.
I provvedimenti messi in piedi spostano miliardi e interessano 60 milioni di persone. Nessuno poteva farne di più articolati, precisi e perfetti in così poco tempo e con così poche risorse a disposizione, senza nessuna collaborazione o quasi, contando su un apparato impegnato allo stremo giorno per giorno ed esposto come tutto il resto alla paura del contagio per sé e per i propri cari.
Di questo lavoro va dato atto, e i risultati ottenuti sono di tutto rispetto. Detto questo, c’è chi è morto, chi fallirà, chi perderà il lavoro, chi dovrà tirare la cinghia o impazzire perché non sa a chi dare i resti al lavoro. Vero.
Ma è successo qualcosa che non era mai successo prima, nell’era modernissima che viviamo.
E non si poteva fare finta di niente e fare 300.000 morti anziché 30.000 per evitare a tizio o a caio di lavorare di più o di impazzire dietro ai problemi causati da questa emergenza.
Qualcuno doveva decidere e lo ha fatto.
Merita rispetto.