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La musica è finita

Sono tre giorni che girello intorno alla musica. L’altro giorno per Bright, giornata dei ricercatori, si è parlato di musica e politica, degli Skiantos, del punk, di Rodolfo De Angelis, di Fedez e Rovazzi. Poi la sera c’è stato il concerto dello Stato sociale.

Tra ieri e oggi, invece, alla radio (Rai, per giunta, ma immagino i motivi e me li tengo per me) hanno passato l’immondizia che sono usi passare, soprattutto al mattino. Tutto il campionario di suoni tamarri, gnaulii di culone scutulianti, e hiphoppers posticci tutti vestiti firmati (ieri a rainews 24 addirittura uno speciale dedicato a tre soggetti, i Dark Polo Gang tutti griffati e sparapose, cui farei fare un giretto a piedi di notte in certe zone di Nuova York a vedere se se la sentono sempre così calla).

Una cosa mi ha colpito dello Stato sociale: quel “Mi sono rotto il cazzo del critico musicale. Non sei Lester Bangs” il che presuppone, spero, lui sappia di non essere Lou Reed. C’è uno scadimento qualitativo serio. Ora non è per fare i tromboni, si stava meglio quando si stava peggio, eccetera: abbiamo vissuto 35 anni almeno di grande  creatività, dal rock’n roll alla new wave, per tacere di blues, jazz, reggae eccetera.

Poi sono arrivati disco music e hip hop e abbiamo smesso di campare, ci tocca sopportare, quando va bene, un po’ di musichina elettronica, altrimenti è strazio. E non sto qui a tagliarmi le vene dei polsi pensando alla scena nostrana fatta di Pausini, Ramazzotti e Antonacci, Ferro e Nek che sennò mi vado a bere la candeggina.

Perché non si fa più musica decente? Perché i supporti sono decaduti, con computer e smartphone che ne limitano drasticamente la qualità? Perché il facile accesso alla produzione musicale non mette in moto in positivo la creatività?

Si diceva l’altro giorno che il punk è stato una messa in scena: gente che saliva sul palco e scimmiottava quelli che sapevano suonare. Una cosa che ricorderebbe, ma è un inganno, i polli da batteria che oggi infestano i talent show, massacrando canzoni che sono state inni generazionali e meriterebbero più rispetto, e non questo guarda mamma che bella pettinatura mi hanno fatto e come canto bene Stairway to Heaven.

Detto che il punk ha prodotto gruppi di altissima levatura (Clash, basti un nome) verrebbe ancora da dire, in un palpito, che la gente è morta per fare buona musica.
E’ diventato tutto insipido, fa l’effetto di un cheeseburger sintetico, suono di plastica, parole che scivolano in superficie e sono accenno, ammicco, riproposta di maniera, abbozzo. Stanno al rock come wikipedia sta all’enciclopedia britannica.

Fanno bene, costoro, a esprimersi per quello che possono, ma il gap qualitativo è spaventoso. La radio ha passato Rio dei Duran Duran, ieri mattina, e mi sono ricordato di quanto mi faceva incazzare, 35 anni fa, che sulle copertine dei loro dischi si mettessero nei credits sarti e coiffeur.

Oggi i Duran Duran sembrano qualcosa di poco discosto, un po’ più leggero, dalla produzione musicale del tempo: il synth, la batteria elettronica, i colori sgargianti, la distanza netta ma non siderale, che so, dai Simple Minds, dai Depeche Mode, da gruppi che facevano musica buona. Certe sfumature della voce di Simon Le Bon ricordavano i ragli di un genio come Julian Cope.

Oggi i Duran Duran sarebbero considerati musica di alto livello, appetto a questi piccoli cantantini da rassegna canora di serie B. Mi chiedo perché non si dia più spazio a chi con le parole e la musica ci sa davvero fare: mi vengono in mente Caparezza e i Baustelle, ma mi rendo conto che non è roba per tutti e che non stiamo parlando né di giovani, né di fenomeni. Depre.

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Parlami di te

a sapertelo spiegare
che filosofo sarei
(Baustelle)

il mondo è tutto ciò che accade
(Wittgenstein)

Io non capisco niente di filosofia, sono un ragioniere ma a ripensarci oggi che cominciano gli esami di maturità se mi fossi esaminato mi sarei bocciato, se non altro per darmi una lezione. Non si va in giro tutti sparpagliati in quel modo, nemmeno se si è adolescenti.

Leggo di tutto, comunque, e ho le mie idee, ho trovato pure un modo di esprimerle grazie a internet, che se ci pensi bene capisci come mai nessuno ci porta a casa un dollaro ma tutti ci hanno scommesso sopra le mutande.

Su internet ci stanno tutti. O meglio, diciamo che stanno tutti su facebook. Che sta lì e ti invoglia: a cosa stai pensando? è la domanda fissa nel riquadrino dello status. Se ci pensi è un foglio bianco. Hai la tastiera davanti e puoi scrivere qualunque cosa su tutto. Non capisco come mai, allora, ci sia tanta gente che si diverte a condividere pensieri preconfezionati da altri sulle cose che accadono tutti i giorni.

Non è necessario costruire una teoria sul mondo per esprimere un pensiero personale e se lo lasci andare e qualcuno ti risponde ti puoi fare un’idea su quanto stia in piedi il tuo pensiero, quanto sia condivisibile, e puoi accettare di cambiare punto di vista, apprendere cose che ti portano a pensarla diversamente o a rafforzare le tue convinzioni.

Se fai copincolla perché tiziocaio l’ha detto che suona bene che sforzo fai? Nessuno. Questo vale per tutto, dal pensiero sullo ius soli a quello sulla tazzina di caffè del mattino. Però te nella testa ce le hai, le immagini che hai costruito per raccontarti i fatti. Insieme a quelle con cui ti racconti i ricordi, alle cose che ti dicevano gli altri e che ti sono rimaste impresse.

Perché non dirle? Perché non dire, che so, com’è che ti piace il mare e perché oggi ti senti triste? Non è meglio che alimentare catene di Sant’Antonio a suon di “vediamo chi ha il coraggio di condividere”? A chi giova tutta quella, scusami, merda? Cosa porta in questo mare confuso di conversazioni che fanno un groviglio che trova senso solo nel circoletto piccolo in cui scambi le tue impressioni con i tuoi amici più stretti?

Perché non ci parli di tuo padre o di tuo nonno o della pappa col pomodoro o dei gatti siamesi o del pane cotto a legna o della Simca 1000 o dell’arte della manutenzione della motocicletta? Sono sicuro che hai tante cose da raccontare che i tuoi amici leggeranno, e ti diranno che sono contenti e che si ricordano e che secondo loro si fa anche così e che è buona anche la zuppa di pane e le Lucky Strike erano meglio delle Camel.

Non serve sapere né sforzarsi, serve non usare quello che vomitano altri, spesso costruito a bella posta, per fare una conversazione che puoi fare con parole tue, ben più ricche di senso proprio perché a dirle già si misurano con la logica che, diceva sempre quel grande filosofo, stabilisce se possono far parte del mondo oppure no.

E poi se fai fatica con le parole ci sono le immagini. Vai su instagram e posta le tapparelle di casa tua. La gente ti dirà che sono belle, qualcuno che lo fa si trova sempre, anche se le foto sono sfocate e tu sei venuto con la faccia a banana.