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Palio #27

Sienese crush ... a crowd in Piazza del Campo awaits the action.Si è corso il Palio. Per me era il ventisettesimo e l’ha vinto la Giraffa, che è stata la prima contrada che ho visto vincere: arrivavo da Roma e ascoltai la radiocronaca, il radiocronista RAI si imbrogliò e annunciò una vittoria della Pantera che era stata in realtà preceduta dallo scosso della Giraffa, liberatosi del giovane Salasso. In quel mentre io passavo da Montaperti. Arrivato in Città andai subito in Contrada a vedere come si festeggiava: i giraffini erano in estasi. Un tripudio di biancorosso. Era il 2004 e il mio secondo Palio, il 16 agosto, lo vidi in Piazza. Vinse la Tartuca.

Ogni volta è una storia diversa. Quest’anno è successo di tutto e le chiacchiere della vigilia sono rimaste focalizzate fuori dalla Piazza, visto che col tempo brutto non c’era modo di fare uno straccio di prova. Le misure eccezionali di sicurezza adottate facevano preoccupare per lo svolgimento della Festa, che poi è filata via senza intoppi, salvo lo show del cavallo Tornasol, in sorte alla Tartuca, montato dal superfantino Trecciolino, un po’ avanti con gli anni, cui non è bastata l’esperienza per gestire uno spinoso caso di ammutinamento. Curioso: il fantino più anziano per il cavallo più giovane in Piazza.

Tornasol è entrato tra i canapi una prima volta, forse anche una seconda, ora non ricordo bene. A un certo punto ha cominciato a rifiutarsi di entrare testardamente, schiumando, sudando e cercando di riguadagnare la via dell’entrone. Inutili i tentativi del fantino, del barbaresco, del veterinario, di alcuni avversari, della Piazza, dei capitani, e le preghiere di chiunque fosse seduto davanti alla televisione sperando di veder finalmente correre la Carriera. Alla fine Tornasol, scuro e bellissimo, è rientrato ai box sfinito dalla stessa pervicacia con cui ha portato avanti questa sorta di autodeterminazione equina, tra i musi lunghi, le lacrime e i bestemmioni dei contradaioli.

Trecciolino ha dovuto rimandare (forse definitivamente) il ritorno alla vittoria e la Giraffa, col formidabile partente Scompiglio, al terzo trionfo consecutivo, ha regolato la Piazza frustrando le speranze dell’Aquila, che non riesce a liberarsi della maledetta cuffia da nonna che tocca alla Contrada che non vince da più tempo. A spargere sale sulle ferite dei contradaioli una gran corsa del loro cavallo, che si piazza al secondo posto, ignominia e scorno massimo al Palio, purga e perciò disperazione e rimpianto. Inconsolabili quelli dell’Aquila s’incazzeranno se gli si dirà che ci sono andati vicini, perché funziona così e se non sei nato e/o cresciuto sulle lastre non lo puoi capire.

Io che sò de Roma mi sono goduto lo spettacolo. Tutti gli anni mi ci accosto in un misto di pigrizia/sufficienza e curiosità, e finisco, poi, per appassionarmi alla Festa e per respirare l’atmosfera magica che regna in città. Per i senesi questa è la festa attesa tutto l’anno: gioiscono di gioia vera a celebrarne il rituale, godono a far vedere d’intendersi di cavalli, di fantini e di strategie, stanno lì occhiuti a darsi di gomito se avvistano il tal dirigente nel territorio di una contrada che non è la sua, si sperticano in lodi per le monture, intonano canti che si somigliano tra loro ma sono diversi, azzardano controcanti e accennano litanie in latino, adorano cavalli e insolentiscono fantini, e tutto questo compone un quadro magico che tanti turisti attrae, alcuni dei quali restano talmente colpiti da tornare per farsi in qualche modo contradaioli.

In realtà è un’illusione: sono comportamenti che non si possono riprodurre in un modo che non sia posticcio, se uno in Contrada non ci è cresciuto, visto che nascerci diventa sempre più raro per le dinamiche che portano la gente a spostarsi dal centro cittadino per lasciare spazio a chi prende le case in affitto o se le compra a caro prezzo.

Per quanto un non senese si possa appassionare, anche vivendo in città, è difficile non notare la differenza. Senza star qui a elencare i comportamenti genuini del senese contradaiolo doc, anche perché bisognerebbe conoscerli per davvero e io sono solo un osservatore, è impossibile che uno di fuori possa sintonizzarsi compiutamente sulle frequenze della Festa. Che dispensa, però, emozioni anche per chi assiste, cerca di capire le regole e di mettersi in ascolto senza pretendere di entrare troppo in profondità.

Si scopre che la Piazza è un vulcano di umori, da quando si assegnano i cavalli, in crescendo, fino al giorno del Palio. Che ci sono dei momenti in cui la tensione è palpabile, quasi insopportabile: l’attimo di silenzio totale che si fa in Piazza appena prima che escano i cavalli dall’entrone e l’istante che precede la chiamata della prima Contrada fatta dal Mossiere, aperta la busta recante l’ordine d’ingresso ai canapi.

Momenti in cui i senesi sono dentro la Festa e non c’è spazio, secondo me, per gli altri, che ne restano spettatori. Ben accetti se si sanno comportare: la possibilità di dire o fare cose fuori luogo è sempre in agguato e segna la differenza tra loro e noi. Gli è toccato il privilegio di nascere nella Città più italiana di tutte, per dirla con Edoardo Nesi, che non è di Siena ma di Prato. Per gli altri non è così e in questi giorni la differenza si sente. Ci si abitua a tutto, vivendo a Siena, ma non alla bellezza incomparabile della città, che ti sorprende sempre e ti lascia senza fiato.

Gli uomini che ci vivono non sempre sanno essere all’altezza di quello che è stato fatto, qui, per esaltare la bellezza. Nessuno ci riuscirebbe. E’ un piccolo gruppo di eletti per nascita che celebra sé stesso e la propria grandezza, ormai sfiorita da secoli, il cui ricordo si perpetua nella custodia maniacale di questa città-gioiello. Che per quanto possa essere bersagliata dalla crisi della banca, dagli scandali e da misteri inquietanti, resta immutata e perfetta manifestazione del bello, di cui è simbolo Piazza del Campo.
Appunto, il luogo della Festa.

 

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