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L’economia dei lavoretti

Una pericolosa impostura linguistica (…) sta provando a farci credere che la “sharing economy” si traduca davvero con “economia della condivisione”, con tutto il bene che ne deriverebbe. Un nuovo capitalismo, quello delle piattaforme, tanto generoso e altruista quanto il vecchio, che abbiamo conosciuto fino a oggi, era spietato ed egoista.

La sharing economy invece, sotto i brillantini della narrazione prevalente, presenta solo vantaggi. Economicamente efficiente. Ambientalmente rispettosa. Socialmente giusta.
Chi la critica dunque non può che essere una brutta persona.

Peccato che, a dispetto dei termini, più che condividere, la gig economy – cominciamo a chiamare le cose per quel che sono: economia dei lavoretti – concentri il grosso dei guadagni nelle mani di pochi, lasciando alle moltitudini di chi li svolge giusto le briciole.

Share the scraps economy, l’ha ribattezzata Robert Reich. Chi possiede la piattaforma estrae, secondo una modalità neofeudale, una commissione da chi svolge la prestazione.

Così il vassallo Travis Kalanick in un lustro passa da zero a sette miliardi di ricchezza personale mentre sempre più autisti di Uber, dopo l’ennesima decurtazione delle tariffe, dormono nei parcheggi zona aeroporto di San Francisco per essere i primi ad aggiudicarsi le corse buone. Come in ogni casinò che si rispetti, il banco vince sempre.
(…)
Non è una questione di destra o sinistra, ma della tenuta dello stato sociale. Perché se i padroni delle piattaforme sono i campioni olimpici di elusione fiscale e finiscono per pagare tasse da prefisso telefonico grazie a qualche sapiente triangolazione, il welfare a un certo punto non reggerà.

Giusto nel nostro Paese questa preoccupazione sembra non rilevare, superata in scioltezza da un entusiasmo adolescenziale per tutto ciò che viene dalla Silicon Valley. Eppure nessuno come noi in Europa ha tanti giovani disoccupati e precari di ogni età. Siamo davvero pronti a riscrivere l’articolo 1 della Costituzione in un più sincero, ma agghiacciante “L’Italia è un Paese fondato sul lavoretto”?

(Riccardo Staglianò, Lavoretti – Così la sharing economy ci rende tutti più poveri – prefazione – Einaudi 2018)

The Game: un po’ di cose che Baricco non dice

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Letto in due giorni The Game, lo lascio decantare prima di commentare. Lavoro importante per chi ha sguazzato nelle acque dell’informatica, perché racconta il punto di vista dell’utente che è focalizzato sull’esperienza d’uso, più che sul fatto tecnico.

Baricco però ha saltato diversi passaggi cruciali, che aggiungono particolari importanti al percorso di preparazione della “cassetta degli attrezzi” di quella che lui definisce insurrezione digitale. Lo ha fatto per motivi funzionali alla narrazione “aerodinamica” che voleva mettere in piedi. Li riassumo in 10 punti, in ordine sparso:

1) L’interfaccia grafica
Baricco fissa l’uscita di Windows 95 come punto cruciale. In realtà la Apple tirò fuori la sua prima interfaccia grafica con system 1.0 su Mac 128k più di dieci anni prima e il successo del Mac costrinse Bill Gates a una rincorsa rabbiosa, sempre un passo indietro, creando Windows, macchinoso e odioso per chi, da nerd, usava il DOS. Goffo anche il tentativo di attrezzare il mouse per migliorare la fruibilità di applicazioni in DOS. Con Windows 95 la Microsoft entra nel campo dell’interfaccia grafica amichevole, ché quella di prima era ostile, ma fa continue figure barbine rispetto al concorrente, questo bisogna ricordarlo. E’ stato, comunque, un fatto importante, perché ha mandato in soffitta il Dos e ha ridotto il gap tra informatici e profani, avvicinando al traguardo di mettere un PC in ogni casa.

A proposito di App, è vero che è stato un nuovo modo di chiamare i programmi, ma non è nato nel 2007, visto che in ambiente Mac i programmi si chiamano applicazioni da sempre.

2) Il monotasto dell’iPhone discende dall’interfaccia dell’iPod
Paterno, dice Baricco. Rassicurante e a suo modo geniale, capace di nascondere un’enorme complessità sotto la semplicità di un tasto. Giusto. Bisogna mettere in evidenza, però, un passaggio intermedio fatto sempre dalla Apple prima: l’invenzione dell’interfaccia dell’iPod. Quell’unica ghiera geniale che consentiva di gestire usando il solo pollice tutte le funzioni di quel delizioso oggettino, che rimane fuori dal disegno di Baricco, forse, perché sganciato, sostanzialmente, dall’uso in ambiente internettico.
Fu genio puro e fu una pietra miliare. presentato a gennaio 2001.

3) Richard Stallman, FSF/GNU, Linus Thorvalds e Linux
Nel racconto dell’intelligenza sovversiva degli ingegneri della controcultura americana che sta alla base di tutto l’impianto del discorso di Baricco manca la rivoluzione del software gratuito, iniziata da Richard Stallman nel 1984, in contrapposizione agli onerosi sistemi operativi di tutti gli altri, e continuata dal finlandese Linus Thorvalds, che ci regalerà Linux nel 1994. Calcolando che Android è il frutto più recente di questa filosofia, l’argomento è di vitale importanza ed è strettamente collegato alla gratuità sostanziale, a un primo livello, dell’intera internet.

4) L’ipertesto
Qui Baricco c’è passato superficialmente, soffermandosi più sull’enormità dell’invenzione del WWW e sulla bellezza rivoluzionaria del testo non lineare. Per programmare un ipertesto è stato necessario creare l’HTML, sviluppato al CERN sempre dal gruppo di Berners-Lee. La sequenza corretta è questa (copio da wikipedia):
Nel 1989 Berners-Lee propose un progetto che riguardava la pubblicazione di ipertesti, noto con il nome di “world wide web”. All’interno di questo progetto in seguito nacquero sia il server web “httpd” (HyperText Transfer Protocol Daemon), sia il client WorldWideWeb (il primo browser della storia), il cui sviluppo partì nell’ottobre del 1990, e il cui uso fu esclusivamente interno al CERN fino alla sua pubblicazione nella rete internet nel corso del 1991. Assistito dai suoi colleghi all’interno dell’istituto Svizzero, Berners-Lee concorse alla definizione della prima versione dell’HTML, che fu ufficialmente resa pubblica nel giugno del 1993, co-firmata insieme a Daniel Connolly e sostenuta dal gruppo di lavoro dell’Internet Engineering Task Force (IETF) chiamato Integration of Internet Information Resources (“Integrazione delle risorse informative di Internet”), per proporla come standard IETF.
Che nascesse il web era il fatto cruciale, che fosse reso disponibile gratuitamente un linguaggio per creare ipertesti da buttarci dentro ha però reso possibile a tutti, compreso me, creare facilmente ipertesti da collocare su internet. Il che è, a tutti gli effetti, una chiara espansione della Creazione.

Tralascio di parlare degli effetti positivi della creazione dei CSS (1996) per la definizione degli stili delle pagine web, perché s’era detto di limitarsi a dieci punti.

5) Il PHP: un processore d’ipertesti
L’enorme differenza che passa tra il creare ipertesti a mano, uno per ogni pagina di un sito, e utilizzare strumenti sviluppati utilizzando un codice, il PHP, che li crea automaticamente.
Se l’è inventato nel 1994 il danese Rasmus Lerdorf.
Quell’invidioso di Bill Gates nel 1996 lanciò l’ASP, che serviva a fare la stessa cosa, con qualche limitazione in più per tentare di rendere necessaria la sua tecnologia, strategia di Microsoft su più fronti, come vedremo di seguito.

6) CMS: il Webmaster non serve più
Partendo dalla disponibilità di software in grado di automatizzare la creazione di pagine web, il passo successivo è la creazione dei CMS, che risale al 1995. Una volta installato, il Content Management System consente a un autore privo di conoscenze tecniche specifiche di inserire a piacimento contenuti in un sito web. Un passaggio cruciale, che ha portato all’esplosione dell’individualità nell’ambiente del web, saltando il collo di bottiglia del webmaster per consentire a chiunque di buttare dentro contenuti.
Il CMS più importante: WordPress.

7) Blog
Baricco ne parla dall’alto della sua posizione di scrittore di successo per dire che l’onda dei Blog ha portato fuori gente che ha prodotto scrittura, chi a proposito, chi meno. E’ vero. Quello che non ci siamo detti è che il blog, basato sull’uso di CMS, è il mezzo da sbarco leggero (aerodinamico, per usare un termine caro a Baricco) usato da tutti quelli che hanno avuto voglia di inserire contenuti nel web. I più disparati contenuti: non si tratta soltanto di aspiranti scrittori che saltano passaggi e trovano sbocchi in superficie, in angoli d’oceano dove non transiterà mai nessuno.
L’esempio italiano più eclatante, del quale Baricco parla ampiamente senza soffermarsi particolarmente sulla tecnologia, è quello del blog di Beppe Grillo.
Jorn Barger ha coniato il termine Weblog nel dicembre 1997. E’ americano e non è un ingegnere…
Questo Blog si basa, come quasi tutti, sul CMS WordPress, la cui prima versione fu pubblicata il 27 maggio 2003 da Matt Mullenweg e Mike Little.

8) Java
Creato agli inizi degli anni ’90 dalla Sun Microsystems, Java è un linguaggio di programmazione che funziona su qualsiasi piattaforma ed è basato prevalentemente sulla filosofia del software libero di cui abbiamo parlato al punto 3.
Inutile entrare in tecnicismi arditi: con Java si fa funzionare tutto, dalla Pubblica Amministrazione italiana digitale alla playstation alla lavatrice di casa.
Java è fondamentale per il funzionamento dell’impianto di Baricco, che però non ne parla. Il fatto che giri su qualunque piattaforma operativa la dice lunga su quanto lavoro (e soldi) ha consentito di risparmiare e su quanto abbia standardizzato tutta una serie di operazioni.
Dal sito java.com:
Esiste un numero notevole di applicazioni e siti Web, in aumento ogni giorno, che funzionano esclusivamente se è stato installato Java. Java è veloce, sicuro e affidabile. Dai portatili ai datacenter, dalle console per videogiochi ai computer altamente scientifici, ai telefoni cellulari e a Internet, Java è onnipresente.

9) Android
E’ il sistema operativo principale degli smartphone alternativi all’iPhone. E’ basato su Linux, vedi al punto 3. E’ di proprietà di Google. E’ l’elemento di punta attuale del conflitto tra l’offerta gratuita di servizi di Google e del web, quella onerosa di Microsoft e quella onerosissima di Apple. Approcci che convivono e si spartiscono una bella fetta della ricchezza del mondo.

10) Microsoft
Quasi ignorata da Baricco, è stata protagonista di molti passaggi cruciali della storia informatica degli ultimi 40 anni. Ha tirato fuori l’MS-Dos nel giugno 1982, il sistema operativo con cui tutti gli informatici attivi prima del 1990 hanno imparato a usare un computer. Ha monopolizzato con l’Office l’offerta di software preprogrammato da utilizzare in ufficio o a casa (Excel, Access, Word), sbaragliando il campo dei concorrenti (Lotus il più famoso). Ha snobbato inizialmente Internet, puntando a una piattaforma alternativa di sua proprietà mai decollata, o a travasare più traffico possibile su server basati sul suo sistema operativo. Ha usato mezzi scorretti, pesantemente sanzionati, per imporre a suo tempo Internet Explorer come browser di riferimento, spazzando via Netscape e Mosaic, che erano gli standard della prima ora, contrastata in questo poi da Mozilla, reincarnazione di Netscape, con Firefox, altro punto fermo del web che Baricco non ha nominato. Ha tentato, senza successo, di fare concorrenza a Google, con Bing, motore di ricerca di sua proprietà. Resta, con Windows, il produttore del sistema operativo più diffuso.

 

 

 

Vita digitale

Trent’anni fa (quasi 31) mi sono seduto per la prima volta davanti a un computer vero. Uno strumento di lavoro, intendo, non un Commodore con le cassette per giocare.
Era un accrocco NCR col doppio floppy da 5 pollici e un quarto. Da una parte caricavi il sistema operativo, dall’altra salvavi le tue cose. Per elaborare le paghe dovevi avere cognizioni base di Cobol, e stampare a modulo continuo era un’impresa per virtuosi, che in genere si faceva in due, uno lanciava la stampa e uno controllava che l’ordigno/stampante non si mangiasse i preziosi cedolini vidimati.

L’hardware costava cifre spaventose, diventava obsoleto in pochi mesi e non c’era niente che fosse user friendly. Si lavorava ancora molto con la macchina da scrivere. Due anni dopo, nemmeno, già avevo macinato un 286 e avevo in mano un 386, lavoravo col DOS, facevo sciocchezzine in Basic, programmavo macro complessissime su Lotus 123 e usavo normalmente Wordstar, giocavo a scacchi e alle olimpiadi, cominciavo a flirtare con Windows 3.1 che pareva bello ma stranamente complicato. Il tutto in collegamento remoto con un IBM S/36 che pareva inaccessibile.

Poi ho scoperto il Macintosh, con un SE, poi con un classic e poi ancora con un LC. La stampa laser. Tra system 6 e system 7. Una vera interfaccia user-friendly, l’alternativa alle contorsioni di Windows, che cercava la rimonta ma rimaneva sempre indietro. Ho visto nascere Excel e Word. Intanto avevo cominciato ad avere un PC a casa. Il primo fu un Celeron. I prezzi crollavano. Studiavo all’università da dopolavorista ed ebbi in dote un indirizzo email, mai usato. Poi imparai a fare qualche scemenzina in HTML. Andai su internet con un modem 14.4. Leggevo su usenet i newsgroup con i risultati dei meeting di atletica. Feci un sito su Amatrice e le sue Ville ma mi fermai a un livello superficiale, perché m’ero perso il libro del Massimi con i cenni storici sulle frazioni, e mica era tutto a portata di mano come adesso. Intanto mi smazzavo il mio lavoro su AS/400.

Poi, internet. Ho visto morire Mosaic e nascere Netscape. Ho usato le prime versioni di Dreamweaver, Eudora per la posta elettronica, mi sono scornato con Explorer e Outlook, ho preso spazi gratuiti dove ho pubblicato siti, ho gestito per anni una comunità come Lazio.net, all’inizio fatta di poche decine di persone che si conoscevano, alla fine di troppe centinaia. Una mia amica mi ha convinto a tenere un blog. L’ho fatto. L’ho chiuso. Ne ho fatto un altro. L’ho chiuso. Avanti così, ormai sono al quarto ma sono diventato più stabile, ho smesso di accendere e spegnere luci in giro. Ho provato tutti i social media prima ancora che si chiamassero così. Alcuni ho continuato a usarli, altri li ho lasciati lì, altri ancora li uso saltuariamente. Ho anche pubblicato un libro sul web.

In tanti anni ho assistito per lavoro tante persone che sapevano usare meno di me i supporti tecnologici, imparando da quelli che li sapevano usare di più. Ho visto gente che ha imparato in fretta e gente che non riusciva manco ad accendere il PC, ma magicamente trovava la strada per infettarsi in giro per pornazzi. La gente usa la tecnologia senza rendersene conto, poi ritiene che chi la usa consapevolmente sia un incrocio tra Von Braun e Leonardo. I computer sono roba per supercervelloni che siccome per farci le cose si divertono non vanno pagati. I siti si fanno praticamente gratis, perché lo spazio non costa, il dominio ancora meno, e lo smanettone lo paghi a cheeseburger. Quando ti avanza qualche spiccio.

Se un bambino ancora analfabeta sa già usare un’interfaccia vuol dire che è un genio, non che l’interfaccia sia semplice. Se il nostro rapporto con la tecnologia è questo non possiamo meravigliarci quando ci dipingono come un paese di seconda schiera, dove la gente chiede un router vintage perché arreda e pretende che il tecnico si ricordi lui la password.

Per usare un pc o un telefono ci vuole solo un po’ di pazienza. Imparare a usare certi programmi bene ti riesce soltanto se ci lavori o li usi spesso, perché si impara affrontando un problema e trovando la soluzione, oltre che facendo corsi che durano tante ore. Nessuno si siede davanti a un pc e lo fa cantare. Se vuoi imparare ti devi spendere, come per qualunque altra cosa. Anzi, siccome i mezzi sono in continuo divenire, ti devi spendere tutti i giorni, come fa un musicista. Non è un’arte che la impari ed è finita là. Ha una storia che non è indispensabile conoscere, perciò oggi puoi addirittura insegnare quello che è attuale senza sapere cosa c’era prima, se non è necessario.

Non ho trovato un cane, in tanti anni, che desse la giusta importanza alla tecnologia dell’informazione, sul lavoro. Nessuno che capisse che una macchina diventa vecchia anche se è nuova, se l’evoluzione tecnologica la rende superata. Per molti un PC è come una Panda. Forse ci si può ragionare su oggi, ma vent’anni fa non era così.

Avessi dato retta a mio cugggino, mi sarei dovuto mettere a studiare informatica quando sono andato alle superiori. Era il 1976 e non capii nemmeno bene di cosa stava parlando, solo che la scuola che mi consigliò stava dall’altra parte di Roma. Aveva ragione da vendere. Ci sono arrivato dieci anni dopo e il mondo era già da un’altra parte: quei dieci anni per me avrebbero cambiato qualche cosa.