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Amatrice, ritrovarsi in una favola

ob_1d6de8_copertina-libroHo vissuto il terremoto di Amatrice di riflesso: non ero lì, dove non abita più nessuno della mia famiglia da più di quarant’anni. Erano lì in villeggiatura mia madre e le mie sorelle, con mariti, figlie e nipoti, e per fortuna la nostra casa li ha protetti, valorosa, dal pericolo mortale della prima scossa. Ha poi retto a tutte le altre, ed è stata demolita il mese scorso, in ossequio al programma di messa in sicurezza che ha cambiato i connotati alla gestione delle zone danneggiate dal terremoto.

Ora, danneggiate. In realtà, tra Amatrice, Accumoli e Arquata, come sappiamo, ci sono paesi cancellati dalla faccia della terra, loro e il luogo dove sorgevano, e paesi che hanno riportato danni importanti, che in altri tempi sarebbero stati riparati direttamente dagli abitanti, e in fretta, perché lassù l’inverno è duro.

Sento ogni tanto qualcuno, giusto un friulano e un emiliano l’altra notte alla radio, che dice che loro carriola, pala e picco e hanno risolto da soli, quasi che amatriciani e aquilani avessero colpe per la situazione in cui si trovano: all’Amatrice carriola, pala e picco non si potevano usare, ammesso che fosse stato possibile mettere riparo all’enormità con strumenti semplici e da soli. Come svuotare il mare col cucchiaino.
E parlo di Amatrice, Accumoli e Arquata perché sono le realtà che conosco meglio, ma negli altri luoghi del cratere la situazione non è mica migliore.

Ci sono disastri ovunque e ovunque abbandono, e gente che si aiuta e si fa coraggio, ma se si guarda intorno vede il vuoto e sente la solitudine. Non viene meno la speranza, che è sempre l’ultima a morire, ma il tempo svela il volto brutto di questa tragedia, finito il momento della solidarietà e dello slancio emotivo altrui.

A distanza di due anni dal disastro, ho conosciuto, per un’occasione lavorativa, Daniela Lotti, che ha firmato un libro (come Danil) che racconta una favola. S’intitola L’orologio e l’incantesimo del tempo, è stato stampato dalla Tipografia Senese e racconta una bella storia, in cui s’immagina che si possa tornare a segnare un tempo in cui non siano capitati tutto questo dolore e questo danno.

La versione audiolibro è raccontata da Flavio Insinna e la fiaba è stata presentata, letta e rappresentata già diverse volte, sia all’Amatrice che altrove, ed è molto piaciuta. Anch’io l’ho molto apprezzata, incantandomi in questo pensiero ricorrente, immaginando una vigilia che si ripete, all’infinito, rifiutandosi di sfociare in una notte che non doveva mai arrivare. Il libro è un messaggio di speranza, destinato ai bambini: alimento per chi sosterrà il peso del futuro, che si spera per forza migliore, e auspicio di rinascita, che sorge spontaneo in chiunque si rechi nelle zone colpite da questa immane tragedia.
Daniela ha lavorato con grande delicatezza e sono contento di averla conosciuta. Ha uno sguardo bambino che colpisce.

Potete acquistare il libro qui, oppure sul posto, nella zona commerciale costruita ad Amatrice, o in libreria (a Siena da Volta la Carta c’è): parte del ricavato viene devoluto ai bambini di Amatrice.
http://www.toscanalibri.it/it/shop/l-orologio-e-l-incantesimo-del-tempo_5301.html

 

Amatrice e la vera zona rossa

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Aleggia vista dalla via della Fonte. Foto da Wikipedia

Ho scritto alcune cose su Amatrice, subito dopo il terremoto, per raccontare il luogo dei ricordi bambini e spiegare qualcosa del territorio, nel momento in cui tutti cercavano di capire se c’era altro oltre a un piatto di spaghetti.

Poi ho smesso, perché era un esercizio che non volevo continuare a fare, dal caldo di un salotto toscano, avendo visto quello che c’era davvero sul posto: danni che nemmeno mille bombardamenti, disperazione, consapevolezza che ai proclami e alle promesse di ricostruzione sarebbe seguito il vuoto più angoscioso. La solitudine. Il vento gelido della montagna che soffia sulle macerie inerti, in mezzo alle quali marciscono gli oggetti fabbricati a mano dai nostri nonni. Continua a leggere

Amatrice e la voglia di tornare alla normalità. Che non è quella del terremoto

Due anni fa, alle 3 e 36 del 24 agosto, una scossa interminabile di terremoto, di Magnitudo 6, con epicentro nei pressi di Accumoli, devastò il territorio dei comuni di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, causando danni per miliardi di euro e 299 morti.
Le immagini del sisma fecero il giro del mondo: Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, Militari, volontari arrivati da tutta Italia scavarono con le mani nude e con mezzi di fortuna per estrarre dalle macerie i superstiti, feriti e sotto choc, e i corpi straziati delle vittime del sisma.
Un’onda di solidarietà si propagò, come prima si era diffusa la scossa: ospedali, caserme, palestre, alberghi, soccorsi mobilitati, gente che interrompeva le vacanze per aiutare, alla faccia delle bugie sulla morte dell’empatia e sull’irrimediabile crollo dei valori degli italiani.
Solidarietà espressa anche dalle autorità dello Stato, che però non sono riuscite ad attivare un percorso di ricostruzione efficiente. Anche perché le successive scosse distruttive hanno azzerato la gran parte del lavoro che era stato fatto in un primo tempo: il Terremoto del Centro Italia ha coinvolto un territorio (il cosiddetto cratere) assai più vasto di quello colpito dalla prima scossa.
Il colpo micidiale del 30 ottobre, epicentro a Norcia, magnitudo 6,5, con fiumi che escono dal proprio letto e si mangiano le strade, paesi-gioiello come Visso resi completamente inagibili, i segni della terra che si apre sul profilo austero del monte Vettore, lo sciame che si ripropone incessante, con decine di migliaia di repliche che frustrano la speranza della gente, costretta a trovare riparo lontano da casa in un inverno rigido, col freddo e la neve a colpire, insieme alla terza mandata di scosse violentissime, a gennaio, spostate stavolta verso l’Abruzzo.
Un disastro che accomuna un pezzo della spina dorsale d’Italia, abituata a convivere da secoli col terremoto, ma impreparata a far fronte a tanta violenza distruttrice.
Amatrice, ancora oggi, rappresenta l’immagine di copertina del cataclisma. Un paesaggio irreale, con la Torre civica e una vecchia torre campanaria, un tozzo di muro rimasto in piedi della chiesa di Sant’Agostino, e due palizzate che segnano i limiti laterali di quello che resta di Corso Umberto. Di là c’è il nulla: le macerie che restano, sminuzzate e ammucchiate, dopo due anni di lavoro di chi cerca affannosamente di creare i presupposti della ricostruzione.
Le decine e decine di frazioni di Amatrice sono rimaste com’erano, o quasi: molte sono completamente distrutte, come i piccoli centri del comune di Accumoli, il cui territorio si è abbassato di 20 centimetri per effetto della prima scossa. I danni maggiori sulla quota della Via Salaria, la Statale costruita sull’antica via romana che collegava la Caput Mundi all’Adriatico.
Il lavoro da fare per ricostruire è ancora agli inizi. Con fatica si costruisce l’ambito normativo in cui dovranno operare imprese e professionisti, penalizzati dalla burocrazia, dalle stagioni fredde che rallentano il lavoro di sistemazione delle macerie e dall’illusione che bastino le SAE, le casine prefabbricate che sono state assegnate agli sfollati.
Tacendo delle lungaggini che hanno costretto gli sfollati a due anni di sradicamento in alberghi sfitti nelle vicine località balneari, non possiamo non intenerirci di fronte ai sorrisi con cui la gente ha accolto la possibilità di avere di nuovo una casa propria, anche se somiglia, troppo, a una baracca.
Si tocca con mano il desiderio di normalità della gente: le piante, i fiori, le pulizie che fervono, gli orticelli. Ho visto due girasoli prepotenti guardare il cielo con speranza, nelle casette di Poggio Castellano, quasi periferia amatriciana, che saranno messe a dura prova dalla neve e dalle temperature che d’inverno scendono sotto lo zero di dieci gradi e più.
La zona commerciale creata ad Amatrice restituisce agli abitanti la possibilità di lavorare, anche se è evidente che si tratta di una sistemazione provvisoria: i negozi sembrano arredati pensando a un tempo d’apertura limitato, somigliano a postazioni improvvisate di ambulanti che domani apriranno chissà dove.
Restano i militari a presidiare gli accessi di quella che era la zona rossa. Stanno lì a rappresentare un Paese in difficoltà, che non sa gestire emergenze troppo grandi per quest’epoca di confusione e di scarsa capacità di convergere davvero sul bene comune.
In questa situazione risalta l’opera di qualche irriducibile che, incurante delle difficoltà enormi, ha fin dall’inizio intrapreso un percorso di rinascita. Il caso della frazione amatriciana di Capricchia, dove alcuni residenti, aiutati dai tanti villeggianti estivi, hanno costruito una casa comune che ha raccolto gente da molti paesi, rimasta sola e desiderosa di rimanere sul posto, piantando un seme di ricostruzione.
La riprova che nel disastro emergono le qualità migliori della gente, disposta a sacrificarsi per aiutare gli altri, ciascuno col suo dramma che racconta orrendi lutti e disastri materiali. C’è chi ha perso tutto e chi è sopravvissuto ai propri cari, chi si è chiuso in un silenzio che è lutto e rifiuto dell’orrore, chi grida la propria rabbia, chi si aggrappa a quello che resta e chi scappa.
Gente che si è aiutata da sola, mentre le polemiche sulla ricostruzione che tarda a mettersi in moto negano l’opera meritoria di chi si è impegnato per aiutare, utilizzando risorse messe a disposizione dalla solidarietà di molti. Si legge in giro di piccole guerre tra poveri, di gente che si accusa di eccessi e di furbizie, quando è chiaro a chi ha occhi per vedere che tutti hanno il diritto di imprecare contro la sorte maligna.
Chi ha perso il tetto che aveva sulla testa, chi il luogo di lavoro, chi la casa degli affetti di famiglia, dove tornare a passare le ferie: anche se è chiaro che ci sono differenti livelli di danno subito, è del tutto logico immaginare un danno del cuore che accomuna tutti. Come tutti accomuna il terrore: chi ha vissuto i momenti terribili della scossa ne porta i segni.
L’ansia, l’insonnia, il dispiacere, l’impossibilità di raccontare l’accaduto per mancanza di parole che davvero rendano l’idea dell’incredibile. In fondo a tutto, l’incapacità di spiegare, per tecnici e per profani, le spaventose ferite lasciate da un evento che sulla Terra si ripete con cadenza quotidiana, senza che ne derivino dolori e danni paragonabili a quelli rilevati qui, o nella vicina L’Aquila, o in troppe altre circostanze disastrose del passato.
Qualcosa che riconduciamo alla tecnologia delle costruzioni, alle carenze dei materiali, agli errori umani, e che forse deriva anche dalla mancanza di conoscenza profonda del funzionamento dei terremoti e dei danni che possono provocare alle cose, e quindi alle persone.
A margine, gli imbonitori e i ciarlatani che raccontano di poter prevedere le scosse con questa o quella misurazione miracolosa, in una terra dove il magico è tradizione, se è vero che la frattura della faglia del Vettore si chiama Via delle Fate e racconta della fuga delle fate dal piede caprino dalle feste danzanti di Foce, paese adagiato sui fianchi della montagna, che oggi, come gli altri, non esiste più. Le fate scappavano per anticipare il sorgere del sole e salivano sui fianchi della Sibilla, luogo dove si sono perpetuati dal medioevo in poi riti pagani ormai vietati dall’ortodossia religiosa, e poi ancora riti di negromanti e liturgie sataniche.
Qualunque cosa, insomma, pur di spiegarsi perché, a un certo punto della notte, si sia scatenato un simile inferno. Che oggi si cerca di dimenticare, tornando alle abitudini di prima, feste agostane incluse, anche se non si sa dove andare a dormire, dove mettersi a danzare, dove appoggiarsi per cucinare uno spaghetto all’amatriciana.
Il desiderio di normalità è infinito. La speranza di tutti è che sia questa l’occasione in cui portare all’indietro l’orologio della storia, a prima dello spopolamento della campagne, al tempo felice in cui in queste zone si viveva e si lavorava nella speranza di un domani migliore.
Una speranza che il terremoto sembra aver cancellato, ma che era sul punto di morire già prima: non ce lo dimentichiamo.

L’Opera all’Amatrice. Col camion

P_20170708_232007Gli amici sanno sempre essere preziosi. Il mio amico Stefano Ciavatta, venerdì, mi ha fatto un favore, segnalandomi l’evento dell’Opera che sbarcava l’indomani col Don Giovanni di Mozart all’Amatrice, terra dilaniata dal terremoto che vive oggi una popolarità che nessuno vorrebbe. Tutti sanno dov’è e cosa gli è successo (ho visto ieri altrove due olandesi che ne parlavano tra sé, e una delle due annuiva gravemente), molti si propongono di aiutarla in qualche modo, tutti si sentono solidali e vicini, mentre la comunità che sulle macerie cerca di ricostruirsi la vita si sveglia e si conta, scoprendosi ogni mattina più sola.

Insomma, il Ciav mi ha mandato questa cosa dell’OperaCamion e io non ci ho pensato due volte e sono volato sulle ginocchia dei monti della Laga per vedere questo spettacolo senza precedenti. Amatrice è stata ed è patria di grandi ingegni e offre (offriva) ricche vacanze estive a famiglie di gran qualità, ma la sua cifra festaiola è modulata, da sempre, sulla saltarella e sulle ciaramelle, sui rimatori estemporanei in ottava, su qualche concerto nazionalpopolare al tempo della sagra, sulle suonatine occasionali ferragostane, all’ombra della Torre Civica. L’Opera è roba da vedere a Roma, vestiti come si deve, in una bella serata invernale, dopo aver mangiato in qualche buon ristorante.

Amatrice, insomma, nel cuore dei suoi abitanti è il luogo della spensieratezza estiva, della passeggiata in cerca di funghi, della riapertura della caccia. Pizze fritte e vino. Feste di paese. Mi viene in mente che l’allestimento mobile voluto da Fabio Cherstich si riallaccia perfettamente alla tradizione antica del carro, e poi del furgone, che porta in giro lo spettacolo itinerante: cantastorie, imbonitori, ballerine sfiorite, prestigiatori, giocolieri che allietano un pomeriggio alla gente del paese, che smaltisce le fatiche della mietitura, facce riarse dal sole, mani grandi, camice a quadri e pantaloni di velluto, bretelle e fazzolettini, vesti corte sotto al ginocchio, zoccoli e voglia di divertirsi prima che torni l’inverno, danzando sull’aia e concedendosi un bicchiere di vino sotto il cielo d’agosto.

Un cielo che oggi è pulito, senza i miliardi di stelle che a questa quota lo punteggiano, disegnando le costellazioni e tracciando la scia luminosa della via lattea. Colpa di una luna quasi piena, che sorge presto da sopra a Cardito e si affaccia curiosa, richiamata dalla carezza dei suoni. I musicisti provano e si accordano, in attesa che si attivi il self service aperto, almeno lui, nell’area food, che è pronta, bella e deserta. Ci vuole tempo per ripartire, mentre il tempo passa e ti ricorda che non c’è più tempo: tra un mese e mezzo sarà passato un anno. Stiamo lì che ce lo ricordiamo e a ogni tremito di foglie ci pare di sentire ancora Sant’Emidio che scrolla la terra. Basta alzare la testa, voltarsi a sinistra è c’è il Vettore che si affaccia da dietro al Pizzo di Sevo e osserva con un ghigno beffardo.

Sembra dire che se per così poco s’è scomodato il Teatro dell’Opera di Roma allora vale la pena di continuare. Poco per lui, s’intende, che di storie ne ha viste e ne ha scritte, divertendosi a giocare col destino della gente. Qua siamo sotto alle montagne che furono attraversate a piedi dalle truppe di Annibale, o almeno così raccontano. Annibale, come Garibaldi e Federico Barbarossa, è stato ovunque, ha mangiato ovunque, ha dormito ovunque, ovunque si è accampato e ha lasciato un segno di simpatia per la bella gente che l’ha salutato. Magari con gli elefanti il grande generale è passato proprio per Villa San Cipriano, che ancora non sapeva che sarebbe diventata poi il luogo da dove ripartiva la speranza, con questa bella scuola variopinta costruita dai trentini a tempo di record. Almeno quella.

Sui vetri della scuola sono appesi i disegni dei bambini. Ci sono case, montagne, spacchi, muri crollati, Cristi in croce. Le sedie disposte davanti al palcocamion dicono che si spera in una buona affluenza. La fila al self service è rapida e consente una piccola chiacchierata. L’amatriciana ci ristora di profumo e di sapore, c’è l’abbruciccio buono sottostante che solo qua si può ritrovare. Sono rigatoni, e li rivendichiamo come fossero spaghetti. Buona anche la birra locale. Le montagne ci guardano curiose, noi le riguardiamo fotografandole mentre diciamo loro che siamo noi, vi ricordate? Siamo tornati a vedervi anche se pensavate, pensavamo di non poter tornare nel luogo dove dormono per sempre in trecento e nessuno dorme più, per paura che voi non vi siate stancate di giocare.

La gente prende posto e non sembra tanta, i musicanti sono pronti, arriva Leporello che fa un ammicco buffo, come un prologo, il camion prende vita, si accende, si colora di scenografie magnifiche, mentre proietta sullo schermo animazioni spettacolari. Ci diamo di gomito e ci chiediamo chi mai possa averle realizzate. Wikipedia ce lo racconterà dopo, a noi che accorriamo al richiamo della cultura alta dal nostro piccolo, ignari di quello che si deve sapere per sedere al cospetto di un Mozart rivelato così, leggiadramente, da una banda di ragazzi giovani che sorridono perché sanno che stanno facendo qualcosa che nessuno ha mai fatto.

Mozart a Villa San Cipriano. La gente cresce, da qualche decina diventa un mucchio, riempie le sedie anche se non tutte, assiste, spippola col cellulare ma il richiamo del canto melodioso e della musica finisce per attrarla. Segue con passione, applaude, sorride perché l’opera è buffa e le scene colorate di culi grotteschi e animazioni affascinanti. Dimenticavo, le scene sono di Gianluigi Toccafondo. L’allestimento itinerante da camion è di Fabio Cherstich, sempre sia lodato. L’ha fatto per andare nelle piazze a cercare il pubblico che domani, forse, si appassionerà all’Opera. Il camion è moderno, geniale, usano pure la cabina, il tetto, il pavimento del container, uno scivolo montato di fianco sul quale fanno di tutto. Il linguaggio invece è antico e arzigogolato, non tutto si intende al volo, ma si capisce che non ci si trova davanti all’inaccessibile. Che la musica accarezza tutti, come il vento che s’intrufola, curioso, al termine di una giornata africana. La luna, le montagne e tutti a guardare lo spettacolo, che scorre agile per un paio d’ore scarse e ci strappa applausi convinti.

Ci fosse stato dove fermarsi a dormire ci sarebbe stata più gente, ma se tutto fosse intatto non ci sarebbe stato il viaggio dell’OperaCamion, che è qui  perché c’è stato un terremoto, come quello cui si accenna nel finale dell’Opera, quando Don Giovanni finalmente paga il conto delle sue malefatte e viene inghiottito dall’inferno. Si torna ciascuno alla propria vita, mentre scorrono, accanto, le rovine, che restano inerti, in attesa che qualcuno le rimuova e ridisegni il paesaggio.

Tra le cento/duecento persone che hanno assistito si spera ci siano tanti di quelli che stanno nei container o aspettano che gli sia assegnata una casetta dove svernare con meno preoccupazione tra qualche mese. La luna è alta e ci illumina la strada al punto che potremmo spegnere i fari della macchina. Ci parrebbe, forse, ancora più strambo questo paesaggio amatriciano, conosciuto solo a chi prima sapeva le strade alternative ed aveva battuto in lungo e in largo la mappa delle frazioni, seminate a decine, come una nevicata di pecorino grattugiato sugli spaghetti con la rattacacia artigianale, quella fatta dal nonno con la lamiera inchiodata sul legno e bucata col punteruolo.

La strada non è più quella, i posti non sono più quelli. Le frazioni amatriciane e quelle accumolesi, invece, stanno sempre a braccetto sotto un cielo rosso di sangue e nero di bestemmie, finito il tempo delle preghiere in cerca di una grazia che non arriva né per diritto né per pietà.

S’è suonato Mozart e s’è cantato il bel canto per chi non c’è più e per chi c’è ancora. Servirà, perché la bellezza fa girare il mondo: placherà le montagne e porterà consolazione al pianto dei vivi, fissando il ricordo di quelli che non ci sono più. Un viaggio in camion che può portare qualcosa al suo posto: quello che nella concitazione del dopo, cercando di salvare chi si poteva e cosa ancora restava di sano, era mancato. La bellezza, che è come l’acqua che cade sulla terra spaccata e riarsa di un deserto che non ne vede da mesi e lo disseta: fiorisce il fiore, il sole sembra baciarti di nuovo e i colori della terra si ravvivano. Si rinasce, piano piano.

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Gruppo vacanze Amatrice

Stasera ho cucinato un piatto di spaghetti all’amatriciana per un ragazzo giapponese e uno svizzero. Ne abbiamo spazzolati 7 etti e mezzo in pochi secondi. Faceva proprio caldo, ho fatto un pezzo di strada sotto il sole camminando di buon passo e sono rimasto sfiatato, ho anche incontrato una mia cara amica e non l’ho riconosciuta, facendo la mia gaffe preferita. Ho pensato all’estate che è arrivata e mi è venuta in mente Amatrice.

Non per ricordarmi del terremoto, dei danni, dei ritardi della ricostruzione, ma che dico ritardi, ancora è tutto di là da venire. Non ho la forza di entrare in una polemica che riguarda le persone più colpite dal sisma, rispetto a loro mi sento in debito come cittadino e basta. No, vorrei ricordarmi di quando ad Amatrice ci andavamo a prendere il fresco, in vacanza o nel weekend.

Arrivavamo su, scendevamo dalla macchina, ci veniva incontro qualche faccia del paese che salutavamo. Ci accoglievano con il solito “ti fermi?” che ti faceva capire che avevano aspettato questo momento tutto l’anno e che finalmente la bella stagione riportava gli amici, le feste, le mangiate, i balli, i racconti della sera sotto le stelle, facendo piazzetta fino a tardi, col fresco che ti sale piano piano e te lo godi tutto pensando all’inferno metropolitano.

Quando torneremo in vacanza ad Amatrice? Ma anche ad Accumoli, Arquata, Visso, eccetera. Quando passeggeremo per Corso Umberto e torneremo a sederci per bere un caffè? Quando risaliremo sui sentieri dove siamo cresciuti per andare in montagna ciascuno alla propria fonte, alla madonnina, alla croce, al bosco a fare funghi, al lago? Quando rigiocheremo il torneo delle frazioni? Quando rifaremo la ‘ncotta con le patate e la panonta col prosciutto infilzato nello spidone? E le pizze fritte? E le magnate di pecora in montagna? Quando risentiremo suonare le ciaramelle e la saltarella in una piazza pulita, con i festoni e le bandierine e la gente seduta che fa cornice tutto intorno?

L’inverno è stato lungo e amaro. Prima del maledetto 2016 era sempre così, era un inverno di solitudine e freddo, passato a prepararsi per l’estate, chi stava su e aspettava, chi stava altrove e lavorava aspettando le ferie, pregustando le gioie del ritorno al paese. C’è gente che non ci poteva rinunciare e gli toccherà farlo, e chissà fino a quando. Le ore passate su, adesso, sono ore rubate. Le perdi a contare i passi in mezzo alle macerie, a chiudere gli occhi immaginando sia ancora in piedi quello che non c’è più, a rivedere le case, le stalle e i pagliai crollati com’erano, con la gente che ci entrava e ci viveva, e ci lavorava. Mieteva e trebbiava, rimetteva la legna e il fieno, ricavava le patate, aggiustava la staccionata, ferrava potava, falciava, coglieva, fruttava, puliva, asciugava, preparava la brutta stagione che presto, sempre presto sarebbe tornata. Lo si sentiva da come cambiava il vento, dal rumore delle foglie, dall’odore della terra sempre più bagnata. Lo si sapeva quando si vedevano scendere le pecore per tornare a quote più basse e all’aria temperata.

Prima, però, c’era stata la festa del paese, la messa tutti vestiti bene, le pizze fritte, gli auguri di buon ferragosto, le chiacchiere con compari, cugini e qualche faccia nuova arrivata al seguito di gente del posto. C’era sempre una corsa in montagna da fare, un bastoncino da intagliare, una macchina da lavare, la carne buona da cucinare. L’osteria e lo spaccio. La visita ai parenti e agli amici della frazione vicina. La partita a briscola. I baci alle ragazze. La morra. I girini al fosso. La caccia alle vipere. Non c’è più niente.

La foto qua sotto l’ho trovata sul web facendo lo slalom tra le foto delle macerie. Ci sono solo foto di macerie, vigili del fuoco, zone rosse, palazzi crollati, autorità in parata, gente che piange e cerca di riorganizzarsi, chi fa volontariato e chi beneficenza, chi non sa cosa fare e scrive per farsi coraggio o per sfogarsi. E arrivano le notizie tristi della gente che si arrende e di quella che tenta di approfittare della situazione per fare cose turpi. Questi nove mesi hanno cambiato i connotati anche alla memoria. Non so quanti potranno andare in vacanza nella zona, qualcuno ci vive ma manca tutto. Anche il coraggio di affrontare la notte con la paura di tornare a sentire quel rumore devastante che si mischia alle grida dei tanti, troppi che sono morti.

Sento di un brutto terremoto a Lesbo, in Grecia, con danni ingenti e poche vittime. Mi chiedo perché sia successo tutto quello che è successo. Non so rispondermi, ma so che fa caldo, sì, che comincia un’estate.
Senza Amatrice. Chissà per quanto.

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La mia bellissima montagna

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Domenica scorsa ho fatto un salto ad Amatrice per un incontro con i professionisti che ci devono dare una mano per la ricostruzione della casa, inagibile ma resistente. Una giornata estiva, temperatura ideale, natura strepitosa, ma il più del tempo è passato con le zampe sotto al tavolo, prima a parlare dell’ingarbugliato iter per accedere alla ricostruzione finanziata dallo Stato, poi per la (logica) coda gastronomica, consumatasi in un mezzo scatrafosso nei dintorni di Posta, che mi ha fatto interrogare sull’insensatezza umana: casa è Amatrice, Posta ci è simpatica ed è in buone condizioni ma gli Stracci di Antrodoco, con tutto il rispetto, e buoni, eh, magnateveli voi.
E imparate a non far indurire lo guanciale…

Alla fine, salutati parenti e professionisti, ho fatto un salto su da me.
C’era un silenzio definitivo.
Anche all’Amatrice, dove c’era poca gente in giro che parlava piano. Ma all’Aleggia no. Ero solo e ho fatto un giretto per ascoltare il vento che faceva frusciare le foglie.
Poi ho lavato la macchina con l’acqua della fontana e poi sono ripartito, ma solo perché si faceva tardi, portandomi via una bottiglia che ho sorseggiato tornando a casa. Pura acqua di fonte fresca e limpida.

Per strada, andando verso l’Umbria, mi sono fermato a fotografare la parte dietro della montagna del mio paese, che chiamiamo la montagna nostra.
La foto in alto l’ho scattata alla Vena Gentile (quella cima conica in mezzo), un posto meraviglioso, il mio preferito. Quasi segreto. Chiunque dovrebbe andarci, una volta, per rimettersi in sintonia col mondo.

Quello qua sotto, invece, è il Monte Prato (quello a sinistra), che qualcuno chiama impropriamente Monte del Leone, e ancora le Prata o la Crocetta, riferendosi a una croce che c’è in cima. Non si vede il punto più alto, che è il Monte Pozzoni (1900 metri), detto Li Pozzoni, che si intuisce nella foto su in alto.
Quello però è “straniero”, perché sovrasta Roccasalli.
Adoravo, arrivato in cima al Monte Prato per la Via delle Revote, correre sulla strada e sui prati in falso piano che da lì portano ai Pozzoni. Ci sono dei pantani, che chiamiamo pescoie, poco sotto strada, e quando sali in cima correndo ti sembra sempre di stare per arrivare ma è un’illusione, e l’altura e la fatica ti fanno salire il cuore in gola, mentre il vento ti asciuga (gela) il sudore addosso. E ti senti tutt’uno con la natura stupenda e incontaminata che hai intorno, quella stessa natura severa che i tuoi antenati hanno dovuto domare per sopravvivere.
Sono montagne da prendere con le molle. Se si muovono sei finito.
Ma sono bellissime. Sono le montagne nostre.

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Back to Amatrice: La normalità del terremoto

Scritto per Emergenze il 20/12/2016

Che cos’è la normalità? Me lo chiedo mentre cammino tra le case fantasma del mio paese. Cerco di rispondermi con qualche esempio: alzarsi la mattina, andare a lavorare, tornare a casa, mangiare, dormire, lavarsi, stare con i propri cari.

Mi rispondo ma non riesco, guardandomi intorno, a scorgere segni di normalità. Non c’è niente di normale in questo sciamare di persone che si trovano fuori contesto e fuori stagione. Sono le facce dell’estate ed è inverno. Dicono cose diverse dal solito. Si salutano frettolosamente, guardano verso la strada, aspettano qualcuno di fuori.

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Viaggiare tra le macerie

Ho avuto il privilegio di vedere pubblicato un mio articolo su l’Unità di oggi, 3 novembre 2016. E’ il racconto per immagini di un viaggio che ho fatto per andare a controllare se la mia casa era ancora in piedi, mescolando istantanee che mi sono rimaste impresse nel viaggio alla memoria viva di anni e anni trascorsi a percorrere in lungo e in largo la terra martoriata dai terremoti degli ultimi giorni.  

Viaggiare verso Norcia, d’autunno, regala panorami mozzafiato. Il sole brilla sull’acqua tranquilla del Trasimeno e rende traslucida la nebbiolina accucciata sul fondo valle che lascia il posto ai boschi quando si arriva in Valnerina. I colori allora virano verso il rosso.

Le strade sembrano deserte. Ci si gode il paesaggio fino a dimenticare che si viaggia verso i luoghi che da due mesi soffrono le pene dell’inferno scatenato dalle faglie ballerine dei Sibillini. Rompe l’idillio il carabiniere che ferma le macchine a Borgo Cerreto, indirizzandole verso una via alternativa, stretta e tortuosa, che fa da bypass al breve tratto di strada invaso dai sassi che il terremoto ha fatto rotolare, come per fare un dispetto.

A Norcia c’è il campo con la protezione civile, i vigili del fuoco, la finanza, la stampa, la tv, i carabinieri, la polizia, la forestale. C’è anche il sindaco, che è uno straccio. E ci sono i cittadini, smarriti, che appendono le proprie speranze a un foglio da compilare per farsi accompagnare a casa, a recuperare le cose necessarie. Occhi stanchi e smarriti, qualcuno è in pigiama. C’è chi ha voglia di piangere e chi accenna a una protesta. Gli allevatori temono per le loro bestie, senza riparo e con l’inverno alle porte. La risposta dell’autorità apparecchia strade impercorribili per chi ha bisogno di soluzioni rapide. Ma di più non si può fare, e spesso il grido e il pianto si sciolgono in una stretta di mano/carezza dei volontari. Sembrano più le divise che gli sfollati, impressione riportata già all’Amatrice, tra agosto e settembre. La sensazione di una confusione che gronda buoni sentimenti con cui farsi perdonare qualche inefficienza, o carenza di coordinamento. Le parole dell’autorità sembrano vuote, davanti agli occhi della gente, che dicono di più. Ci sono passati, i norcini. Nel 1980, e poi nel 1997. Sanno tutto e chiedono soluzioni che somiglino a quelle adottate allora, che oggi hanno garantito la sopravvivenza a tutti. Ma di tempo ne è passato, tanto e poco, se si considera che in 36 anni questa striscia di terra, dai Sibillini al Gran Sasso, ha conosciuto 5 terremoti distruttivi. Il tutto in un territorio ristrettissimo, che fin quando non ti trovi davanti la sagoma del Vettore non sembra sia in preda alle convulsioni che si documentano, a centinaia. Tutto il giorno e tutti i giorni. Per strada, andando verso Amatrice per la via di Cittareale, sembra che qualcuno si sia divertito a seminare sassi. Una specie di gigantesco Pollicino che si segna la via di casa. La zona industriale di Norcia è disastrata, i capannoni sembra siano stati sollevati in aria e ributtati giù con tutta la violenza possibile. Qualcuno sul web parla di scossa potente il quadruplo della bomba di Hiroshima. Le immagini delle nuvole di polvere che si alzano dalla costellazione di paesini della Conca danno l’idea della simultaneità del danno. Per Amatrice è stato il terzo round distruttivo, che completa l’opera di azzeramento iniziata ad agosto. Il panorama spettrale della città martoriata ha perso le sue torri gemelle: prima è caduto l’edificio rosso della banca, che spiccava tra i mucchi di rovine, ancora apparentemente intatto. Poi ha ceduto la torre civica, senza però abbattersi del tutto a terra. Un po’ come la speranza della gente, quella che è rimasta e che festeggiava, qualche giorno fa, la riapertura di un bar all’uscita del paese, sulla strada che sale verso Campotosto. Un momento di speranza scacciato via dalla nuova coppia sismica, che ha ridotto in poltiglia quasi tutto quello che era ancora in piedi. Accumoli, o quel poco che ne rimaneva. Arquata, dove Della Valle voleva costruire un nuovo stabilimento, ora completamente rasa al suolo. Come si fa a continuare a sperare se ogni tentativo di rialzare la testa finisce annichilito dai colpi della Bestia?

La via che da Arquata risale i fianchi del Vettore passa da Piedilama e arriva a Pretare. Il paese delle fate, che secondo la leggenda avrebbero segnato il sentiero sotto la cima della montagna che oggi le immagini ci mostrano come la spaccatura da cui origina tutto il male. Più su, verso nord e sopra Visso e Castelsantangelo, da dove è cominciato il nuovo sisma, c’è il monte della Sibilla, dove si recavano i negromanti per celebrare i loro riti oscuri e dove si poteva apprendere l’arte della divinazione. Servirebbe, oggi, a prevedere gli sviluppi di questo poderoso risveglio della montagna, che minaccia di spostarsi verso nord, dove già ha segnato centri importanti come Camerino, Matelica, Castelraimondo, Sanseverino, facendo crescere il numero di sfollati che, terrorizzati, temono per il loro futuro. I colori dolci dell’autunno stanno per lasciare il passo al gelo. C’è da mettere al sicuro le bestie, per chi ancora ci lavora. A Norcia si vive di allevamento e norcineria, più in alto si coltivano i cereali, come a Castelluccio, il paese-gioiello che non esiste più. Di là dalla montagna, tra Accumoli e Amatrice, l’eco dei nuovi crolli scuote paesi vuoti, dove lo spopolamento invernale si è sommato all’esodo dei superstiti colpiti dal sisma. Resistenza da una parte, voglia di rinascita dall’altra.
Davanti, un inverno da passare, che fa paura.

La pietra della mia casa è segnata dalle crepe, ma non crolla

Scritto per Emergenze l’1/11/2016

C’è un punto, sulla strada che porta al mio paese, da cui si scorge, per la prima volta, la mia casa. La via sale vertiginosamente, dai 1000 metri ai 1240 in 6 chilometri. Ogni tanto c’è una rampa micidiale, ma comincia con un discesone, lungo almeno un chilometro.
Il primo paese che incontro uscendo dalla Salaria è completamente tritato, ruderi dell’ultima scossa ammucchiati accanto a quelli della prima. Niente che somigli a un edificio ancora in piedi. Dopo la picchiata, comincia l’erta, dal ponte del vecchio mulino dove si portava il grano a macinare, anche di nascosto, durante la guerra, per evitare che i fascisti lo requisissero. Il mugnaio regalò a mio nonno una Divina Commedia in formato rilegato extralusso illustrata da Gustave Doré che adesso sarà incastrata in qualche dove, dentro la casa che chissà se c’è ancora.

Spingo la macchina sulle rampe, arroto deciso le curve, impaziente. Risalgo dalle quote basse del ponte sulla Neia verso la luce, e curva dopo curva avvisto la meta, ancora lontana. Tengo gli occhi sulla strada ma cerco di intuire cosa c’è e, soprattutto, se c’è.

Mi si gelano le gambe quando, in mezzo al paese, non vedo quel cubo grigio di pietre ribboccate a cemento. Mi prende la tensione e la scaccio, penso a un’altra cosa, penso alla strada, penso ai paesi che incontro e che hanno mucchi di pietre rotolate da ogni dove ammassate a bordo strada. In piazza un gruppetto di irriducibili ha allestito un tavolo  con un paio di panche, davanti ai camper che fanno da alloggio già da troppo tempo.

Mangiano e sorridono, perché bisogna ridergli in faccia, a questo destino che si crede il padrone. Proseguo nel bosco rosso e salgo, salgo col cuore pesante, sento le sopracciglia e le guance che vogliono scendere giù più che possono.
Arrivo al Girone e guardo il Gran Sasso, che se ne sta lì azzurro e galleggiante, insieme ai suoi amici, alla Maiella, e prima alla Laga, e prima prima al Vettore che giura, da lontano, che non ci odia, e che la faglia lui non l’ha manco vista. Dice, ma non gli crede più nessuno.

Io avanzo, curva dopo curva. La strada è gibbosa ma pulita. Le foglie rosse. I marroni, caduti, dentro ai ricci. Il cielo blu. Dalla curva delle Cesi la vedo. Mi ci confondo, ma la vedo. C’è. Rotta scarrupata segnata da crepe con le finestre aperte la schiena gonfia. Ma è in piedi. Sia lodato il Mastro Muratore che chissà quanti secoli fa l’ha costruita. Ripenso all’atto del Notaro Borbonico che ha registrato la proprietà nel 1857 e mi chiedo mentalmente di quanto tempo più vecchia possa essere. Inagibile ma viva, che ti dice oh, questo è il posto vostro, padroni miei, io sto qui per tenervelo e per questo non crollo. Venga qui il Vettore con tutti i suoi 6 punto cosa, io sto in piedi e vi proteggo finché posso.

Sulla parete dietro ha uno spacco largo un braccio, o anche di più. Ma dentro non si vede, il muro è spesso. E’ venuto giù il pagliaio, anzi no. Il tetto ha tenuto, la struttura portante lo sorregge. Due pareti esterne hanno ceduto nel tratto più lungo, le pietre si sono slegate e hanno fatto due mucchi polverosi sotto. Il pavimento che divide il sopra dalla cantina che sta sotto, immagino, non c’è più.

Si vedono gli attrezzi di mio nonno, i rastrelli di legno, i manici intagliati. Fuori, gli anelli a cui si legavano le bestie, il forno del pane, il pollaio e la stalla del maiale. Li hanno costruiti perché durassero e bastassero a sostenere una famiglia intera. C’era un piccolo cassone con dentro il grano, il forno annesso, una piccola rientranza bassa per le galline, una stanzetta col trogolo per il porco, un paio d’orti, un albero di noce, un pero, tre abeti piantati da mio zio che mi ha lasciato in eredità il nome.

Se demolire o no, adesso, lo deciderà chi è preposto a farlo.
La casa, noi, l’abbiamo lasciata sola. Ma lei non ci ha tradito.

Il ritorno ad Amatrice, o della cartolina scomparsa

Scritto per Emergenze il 20/9/2016

Per andare al paese  (dico così, tra me e me, quando ho la fortuna di fare un salto ad Amatrice), percorro in genere la galleria che da Norcia porta, passando nelle viscere della Sibilla, alla via Salaria. Una galleria lunga, dove non si capisce se si sale o si scende, che cambia completamente lo scenario: da una parte si sta coperti sui fianchi della montagna, dall’altra ci si affaccia sulle coste ripide che scendono a valle, verso il Tronto, per poi risalire quando cominciano i monti della Laga.

Sopra, in cima alla Sibilla, c’è la Faglia della via delle Fate. Sotto passa la strada, con i suoi viadotti arditi, battuta dal vento che siccome è ancora estate è tiepido, un poco umido, e insieme al sole fa il suo dovere per asciugare l’umidità della notte. Tempo da funghi. Per terra è bagnato, ha piovuto e ogni tanto ricomincia, giocando a disegnare arcobaleni.

Guardo in basso e vedo la strada che scintilla al sole. Poi arriva Pescara del Tronto.
Te la trovi sotto strada. Ma non c’è. Al posto del paese un cumulo di sassi che mi obbliga a uscire dalla cartolina per fare i conti con la realtà.
Fin qui i segni del sisma non erano evidenti, sembrava la solita strada, il solito paesaggio di montagna, che scorre veloce, quando si annusa l’aria di casa. Il cambiamento mi arriva addosso all’improvviso. Su questi paesi sembra ci sia stato un bombardamento. Il paesaggio è sconvolto, scendendo giù fino alla Salaria per poi risalire verso Amatrice si vede l’indicibile.
Qualcosa che va oltre l’immaginazione, come ripetono tutti gli amici che incontro durante la giornata. Siamo tutti qua, in cerca di qualcosa che si è perso quella notte. Chi c’era soffre perché ricorda la paura, chi non c’era prova compassione ma non può capire fino in fondo.

La realtà supera l’immaginazione, basta guardarsi intorno per capire che nemmeno nel più angoscioso degli incubi sarebbe stato possibile ipotizzare un disastro come questo. Le storie che si raccontano, ripetute all’infinito, prendono vita propria e descrivono vicende che potrebbero adattarsi a tutti i luoghi e a tutte le persone. Il caso ha giocato con la vita di tutti, i sopravvissuti misurano la distanza minima che li ha separati dalla morte. E basta guardare i detriti sparsi in giro per capire che è stato proprio così: case grandi e belle ridotte in briciole, come quella dell’ex sindaco di Amatrice Serva, amato medico condotto che conosceva uno a uno vecchi e giovani di questi paesi, una bella villetta che chiudeva lo struscio su corso Umberto. Un mucchio di sassi.

Tra le briciole gli scatti di vita fermati nell’istante in cui la scossa ha scatenato il finimondo. Oggetti, vestiti, televisori, imposte, soprammobili, stracci. Sembrano i mucchi di calcinacci che si fanno quando si demoliscono le parti di una casa per rifarla nuova e più bella. Sono pezzi di esistenza seppellita: sotto queste case crollate sono morte centinaia di persone, sorprese nel sonno dal finimondo che si è annunciato, raccontano, con un boato terrificante. Indimenticabile. Simile al rumore di un aereo all’atterraggio, dice qualcuno. Con la casa che sembra sollevarsi per aria come se ci fosse un gigante che la prende per scuoterla e vedere cosa c’è dentro, dice un altro. E mentre si cerca di ritrovare il controllo dei propri movimenti si pensa al peggio, mentre fuori la falce fienaia della morte scandisce il ritmo della danza macabra.

Ad Amatrice ci sono più volontari che senza tetto. È tutto un brulicare di persone gentili che indossano divise. Polizie, pubbliche assistenze, misericordie, croci rosse, gente che si adopera, aiuta, consiglia, sorride. Disponibili e discreti. Chiedono di evitare di fare foto, se possibile. Sembrano dirti di non guardare, che è meglio rispettare la memoria di una cittadina che giace scomposta e irriconoscibile, lacerata irrimediabilmente. Che è meglio avere pietà.

Vedo amici che si stanno organizzando per lasciare le tende. Antonio, sorridendo, mi dice che si adatterà, per adesso, in un garage che è rimasto intero. Lui un lavoro ce l’ha, anche se non sa bene cosa aspettarsi da qui in avanti. Gianni, che quando eravamo piccoli era quello più chiuso e silenzioso, sfodera un sorriso mesto e dice che andrà a stare in albergo a San Benedetto, con la moglie e la figlia piccola, perché se anche trovasse qui un posto dove stare non ci sarebbe lavoro, e come campi? Ma lì forse si trova qualcosa, gli auguro. Mentre ci abbracciamo gli dico che ci rivedremo qua, ma sappiamo tutti e due che sarà difficile.

Quando la frenesia di questi giorni finirà, quando arriverà l’inverno, i sorrisi dei volontari si trasformeranno in arrivederci e la strada della ricostruzione si farà dura. Difficile immaginare un futuro in una città costretta a coprirsi per nascondersi allo sguardo pietoso del mondo.
Ferita anche nell’orgoglio, costretta com’è a nutrirsi della compassione altrui.

Mentre riparto arriva un altro acquazzone. Prendo la via di Collespada, che passa nel bosco e che nessuno conosceva. Adesso è diventata una piccola arteria di comunicazione, senza nemmeno un cartello che ti dica dove va, si lamenta un volontario toscano, sorridendo.
Ho davanti un arcobaleno nitidissimo, che arriva giù fino sul prato. Non sembrano esserci pentole di monete d’oro, alla base. Per strada ogni tanto si vede, appesa a un cartello o fuori da una finestra, una bandiera tricolore.