Etichettato: amatrice

L’Opera all’Amatrice. Col camion

P_20170708_232007Gli amici sanno sempre essere preziosi. Il mio amico Stefano Ciavatta, venerdì, mi ha fatto un favore, segnalandomi l’evento dell’Opera che sbarcava l’indomani col Don Giovanni di Mozart all’Amatrice, terra dilaniata dal terremoto che vive oggi una popolarità che nessuno vorrebbe. Tutti sanno dov’è e cosa gli è successo (ho visto ieri altrove due olandesi che ne parlavano tra sé, e una delle due annuiva gravemente), molti si propongono di aiutarla in qualche modo, tutti si sentono solidali e vicini, mentre la comunità che sulle macerie cerca di ricostruirsi la vita si sveglia e si conta, scoprendosi ogni mattina più sola.

Insomma, il Ciav mi ha mandato questa cosa dell’OperaCamion e io non ci ho pensato due volte e sono volato sulle ginocchia dei monti della Laga per vedere questo spettacolo senza precedenti. Amatrice è stata ed è patria di grandi ingegni e offre (offriva) ricche vacanze estive a famiglie di gran qualità, ma la sua cifra festaiola è modulata, da sempre, sulla saltarella e sulle ciaramelle, sui rimatori estemporanei in ottava, su qualche concerto nazionalpopolare al tempo della sagra, sulle suonatine occasionali ferragostane, all’ombra della Torre Civica. L’Opera è roba da vedere a Roma, vestiti come si deve, in una bella serata invernale, dopo aver mangiato in qualche buon ristorante.

Amatrice, insomma, nel cuore dei suoi abitanti è il luogo della spensieratezza estiva, della passeggiata in cerca di funghi, della riapertura della caccia. Pizze fritte e vino. Feste di paese. Mi viene in mente che l’allestimento mobile voluto da Fabio Cherstich si riallaccia perfettamente alla tradizione antica del carro, e poi del furgone, che porta in giro lo spettacolo itinerante: cantastorie, imbonitori, ballerine sfiorite, prestigiatori, giocolieri che allietano un pomeriggio alla gente del paese, che smaltisce le fatiche della mietitura, facce riarse dal sole, mani grandi, camice a quadri e pantaloni di velluto, bretelle e fazzolettini, vesti corte sotto al ginocchio, zoccoli e voglia di divertirsi prima che torni l’inverno, danzando sull’aia e concedendosi un bicchiere di vino sotto il cielo d’agosto.

Un cielo che oggi è pulito, senza i miliardi di stelle che a questa quota lo punteggiano, disegnando le costellazioni e tracciando la scia luminosa della via lattea. Colpa di una luna quasi piena, che sorge presto da sopra a Cardito e si affaccia curiosa, richiamata dalla carezza dei suoni. I musicisti provano e si accordano, in attesa che si attivi il self service aperto, almeno lui, nell’area food, che è pronta, bella e deserta. Ci vuole tempo per ripartire, mentre il tempo passa e ti ricorda che non c’è più tempo: tra un mese e mezzo sarà passato un anno. Stiamo lì che ce lo ricordiamo e a ogni tremito di foglie ci pare di sentire ancora Sant’Emidio che scrolla la terra. Basta alzare la testa, voltarsi a sinistra è c’è il Vettore che si affaccia da dietro al Pizzo di Sevo e osserva con un ghigno beffardo.

Sembra dire che se per così poco s’è scomodato il Teatro dell’Opera di Roma allora vale la pena di continuare. Poco per lui, s’intende, che di storie ne ha viste e ne ha scritte, divertendosi a giocare col destino della gente. Qua siamo sotto alle montagne che furono attraversate a piedi dalle truppe di Annibale, o almeno così raccontano. Annibale, come Garibaldi e Federico Barbarossa, è stato ovunque, ha mangiato ovunque, ha dormito ovunque, ovunque si è accampato e ha lasciato un segno di simpatia per la bella gente che l’ha salutato. Magari con gli elefanti il grande generale è passato proprio per Villa San Cipriano, che ancora non sapeva che sarebbe diventata poi il luogo da dove ripartiva la speranza, con questa bella scuola variopinta costruita dai trentini a tempo di record. Almeno quella.

Sui vetri della scuola sono appesi i disegni dei bambini. Ci sono case, montagne, spacchi, muri crollati, Cristi in croce. Le sedie disposte davanti al palcocamion dicono che si spera in una buona affluenza. La fila al self service è rapida e consente una piccola chiacchierata. L’amatriciana ci ristora di profumo e di sapore, c’è l’abbruciccio buono sottostante che solo qua si può ritrovare. Sono rigatoni, e li rivendichiamo come fossero spaghetti. Buona anche la birra locale. Le montagne ci guardano curiose, noi le riguardiamo fotografandole mentre diciamo loro che siamo noi, vi ricordate? Siamo tornati a vedervi anche se pensavate, pensavamo di non poter tornare nel luogo dove dormono per sempre in trecento e nessuno dorme più, per paura che voi non vi siate stancate di giocare.

La gente prende posto e non sembra tanta, i musicanti sono pronti, arriva Leporello che fa un ammicco buffo, come un prologo, il camion prende vita, si accende, si colora di scenografie magnifiche, mentre proietta sullo schermo animazioni spettacolari. Ci diamo di gomito e ci chiediamo chi mai possa averle realizzate. Wikipedia ce lo racconterà dopo, a noi che accorriamo al richiamo della cultura alta dal nostro piccolo, ignari di quello che si deve sapere per sedere al cospetto di un Mozart rivelato così, leggiadramente, da una banda di ragazzi giovani che sorridono perché sanno che stanno facendo qualcosa che nessuno ha mai fatto.

Mozart a Villa San Cipriano. La gente cresce, da qualche decina diventa un mucchio, riempie le sedie anche se non tutte, assiste, spippola col cellulare ma il richiamo del canto melodioso e della musica finisce per attrarla. Segue con passione, applaude, sorride perché l’opera è buffa e le scene colorate di culi grotteschi e animazioni affascinanti. Dimenticavo, le scene sono di Gianluigi Toccafondo. L’allestimento itinerante da camion è di Fabio Cherstich, sempre sia lodato. L’ha fatto per andare nelle piazze a cercare il pubblico che domani, forse, si appassionerà all’Opera. Il camion è moderno, geniale, usano pure la cabina, il tetto, il pavimento del container, uno scivolo montato di fianco sul quale fanno di tutto. Il linguaggio invece è antico e arzigogolato, non tutto si intende al volo, ma si capisce che non ci si trova davanti all’inaccessibile. Che la musica accarezza tutti, come il vento che s’intrufola, curioso, al termine di una giornata africana. La luna, le montagne e tutti a guardare lo spettacolo, che scorre agile per un paio d’ore scarse e ci strappa applausi convinti.

Ci fosse stato dove fermarsi a dormire ci sarebbe stata più gente, ma se tutto fosse intatto non ci sarebbe stato il viaggio dell’OperaCamion, che è qui  perché c’è stato un terremoto, come quello cui si accenna nel finale dell’Opera, quando Don Giovanni finalmente paga il conto delle sue malefatte e viene inghiottito dall’inferno. Si torna ciascuno alla propria vita, mentre scorrono, accanto, le rovine, che restano inerti, in attesa che qualcuno le rimuova e ridisegni il paesaggio.

Tra le cento/duecento persone che hanno assistito si spera ci siano tanti di quelli che stanno nei container o aspettano che gli sia assegnata una casetta dove svernare con meno preoccupazione tra qualche mese. La luna è alta e ci illumina la strada al punto che potremmo spegnere i fari della macchina. Ci parrebbe, forse, ancora più strambo questo paesaggio amatriciano, conosciuto solo a chi prima sapeva le strade alternative ed aveva battuto in lungo e in largo la mappa delle frazioni, seminate a decine, come una nevicata di pecorino grattugiato sugli spaghetti con la rattacacia artigianale, quella fatta dal nonno con la lamiera inchiodata sul legno e bucata col punteruolo.

La strada non è più quella, i posti non sono più quelli. Le frazioni amatriciane e quelle accumolesi, invece, stanno sempre a braccetto sotto un cielo rosso di sangue e nero di bestemmie, finito il tempo delle preghiere in cerca di una grazia che non arriva né per diritto né per pietà.

S’è suonato Mozart e s’è cantato il bel canto per chi non c’è più e per chi c’è ancora. Servirà, perché la bellezza fa girare il mondo: placherà le montagne e porterà consolazione al pianto dei vivi, fissando il ricordo di quelli che non ci sono più. Un viaggio in camion che può portare qualcosa al suo posto: quello che nella concitazione del dopo, cercando di salvare chi si poteva e cosa ancora restava di sano, era mancato. La bellezza, che è come l’acqua che cade sulla terra spaccata e riarsa di un deserto che non ne vede da mesi e lo disseta: fiorisce il fiore, il sole sembra baciarti di nuovo e i colori della terra si ravvivano. Si rinasce, piano piano.

SalvaSalva

Gruppo vacanze Amatrice

Stasera ho cucinato un piatto di spaghetti all’amatriciana per un ragazzo giapponese e uno svizzero. Ne abbiamo spazzolati 7 etti e mezzo in pochi secondi. Faceva proprio caldo, ho fatto un pezzo di strada sotto il sole camminando di buon passo e sono rimasto sfiatato, ho anche incontrato una mia cara amica e non l’ho riconosciuta, facendo la mia gaffe preferita. Ho pensato all’estate che è arrivata e mi è venuta in mente Amatrice.

Non per ricordarmi del terremoto, dei danni, dei ritardi della ricostruzione, ma che dico ritardi, ancora è tutto di là da venire. Non ho la forza di entrare in una polemica che riguarda le persone più colpite dal sisma, rispetto a loro mi sento in debito come cittadino e basta. No, vorrei ricordarmi di quando ad Amatrice ci andavamo a prendere il fresco, in vacanza o nel weekend.

Arrivavamo su, scendevamo dalla macchina, ci veniva incontro qualche faccia del paese che salutavamo. Ci accoglievano con il solito “ti fermi?” che ti faceva capire che avevano aspettato questo momento tutto l’anno e che finalmente la bella stagione riportava gli amici, le feste, le mangiate, i balli, i racconti della sera sotto le stelle, facendo piazzetta fino a tardi, col fresco che ti sale piano piano e te lo godi tutto pensando all’inferno metropolitano.

Quando torneremo in vacanza ad Amatrice? Ma anche ad Accumoli, Arquata, Visso, eccetera. Quando passeggeremo per Corso Umberto e torneremo a sederci per bere un caffè? Quando risaliremo sui sentieri dove siamo cresciuti per andare in montagna ciascuno alla propria fonte, alla madonnina, alla croce, al bosco a fare funghi, al lago? Quando rigiocheremo il torneo delle frazioni? Quando rifaremo la ‘ncotta con le patate e la panonta col prosciutto infilzato nello spidone? E le pizze fritte? E le magnate di pecora in montagna? Quando risentiremo suonare le ciaramelle e la saltarella in una piazza pulita, con i festoni e le bandierine e la gente seduta che fa cornice tutto intorno?

L’inverno è stato lungo e amaro. Prima del maledetto 2016 era sempre così, era un inverno di solitudine e freddo, passato a prepararsi per l’estate, chi stava su e aspettava, chi stava altrove e lavorava aspettando le ferie, pregustando le gioie del ritorno al paese. C’è gente che non ci poteva rinunciare e gli toccherà farlo, e chissà fino a quando. Le ore passate su, adesso, sono ore rubate. Le perdi a contare i passi in mezzo alle macerie, a chiudere gli occhi immaginando sia ancora in piedi quello che non c’è più, a rivedere le case, le stalle e i pagliai crollati com’erano, con la gente che ci entrava e ci viveva, e ci lavorava. Mieteva e trebbiava, rimetteva la legna e il fieno, ricavava le patate, aggiustava la staccionata, ferrava potava, falciava, coglieva, fruttava, puliva, asciugava, preparava la brutta stagione che presto, sempre presto sarebbe tornata. Lo si sentiva da come cambiava il vento, dal rumore delle foglie, dall’odore della terra sempre più bagnata. Lo si sapeva quando si vedevano scendere le pecore per tornare a quote più basse e all’aria temperata.

Prima, però, c’era stata la festa del paese, la messa tutti vestiti bene, le pizze fritte, gli auguri di buon ferragosto, le chiacchiere con compari, cugini e qualche faccia nuova arrivata al seguito di gente del posto. C’era sempre una corsa in montagna da fare, un bastoncino da intagliare, una macchina da lavare, la carne buona da cucinare. L’osteria e lo spaccio. La visita ai parenti e agli amici della frazione vicina. La partita a briscola. I baci alle ragazze. La morra. I girini al fosso. La caccia alle vipere. Non c’è più niente.

La foto qua sotto l’ho trovata sul web facendo lo slalom tra le foto delle macerie. Ci sono solo foto di macerie, vigili del fuoco, zone rosse, palazzi crollati, autorità in parata, gente che piange e cerca di riorganizzarsi, chi fa volontariato e chi beneficenza, chi non sa cosa fare e scrive per farsi coraggio o per sfogarsi. E arrivano le notizie tristi della gente che si arrende e di quella che tenta di approfittare della situazione per fare cose turpi. Questi nove mesi hanno cambiato i connotati anche alla memoria. Non so quanti potranno andare in vacanza nella zona, qualcuno ci vive ma manca tutto. Anche il coraggio di affrontare la notte con la paura di tornare a sentire quel rumore devastante che si mischia alle grida dei tanti, troppi che sono morti.

Sento di un brutto terremoto a Lesbo, in Grecia, con danni ingenti e poche vittime. Mi chiedo perché sia successo tutto quello che è successo. Non so rispondermi, ma so che fa caldo, sì, che comincia un’estate.
Senza Amatrice. Chissà per quanto.

image

SalvaSalva

La mia bellissima montagna

P_20170514_185201.jpg

 

Domenica scorsa ho fatto un salto ad Amatrice per un incontro con i professionisti che ci devono dare una mano per la ricostruzione della casa, inagibile ma resistente. Una giornata estiva, temperatura ideale, natura strepitosa, ma il più del tempo è passato con le zampe sotto al tavolo, prima a parlare dell’ingarbugliato iter per accedere alla ricostruzione finanziata dallo Stato, poi per la (logica) coda gastronomica, consumatasi in un mezzo scatrafosso nei dintorni di Posta, che mi ha fatto interrogare sull’insensatezza umana: casa è Amatrice, Posta ci è simpatica ed è in buone condizioni ma gli Stracci di Antrodoco, con tutto il rispetto, e buoni, eh, magnateveli voi.
E imparate a non far indurire lo guanciale…

Alla fine, salutati parenti e professionisti, ho fatto un salto su da me.
C’era un silenzio definitivo.
Anche all’Amatrice, dove c’era poca gente in giro che parlava piano. Ma all’Aleggia no. Ero solo e ho fatto un giretto per ascoltare il vento che faceva frusciare le foglie.
Poi ho lavato la macchina con l’acqua della fontana e poi sono ripartito, ma solo perché si faceva tardi, portandomi via una bottiglia che ho sorseggiato tornando a casa. Pura acqua di fonte fresca e limpida.

Per strada, andando verso l’Umbria, mi sono fermato a fotografare la parte dietro della montagna del mio paese, che chiamiamo la montagna nostra.
La foto in alto l’ho scattata alla Vena Gentile (quella cima conica in mezzo), un posto meraviglioso, il mio preferito. Quasi segreto. Chiunque dovrebbe andarci, una volta, per rimettersi in sintonia col mondo.

Quello qua sotto, invece, è il Monte Prato (quello a sinistra), che qualcuno chiama impropriamente Monte del Leone, e ancora le Prata o la Crocetta, riferendosi a una croce che c’è in cima. Non si vede il punto più alto, che è il Monte Pozzoni (1900 metri), detto Li Pozzoni, che si intuisce nella foto su in alto.
Quello però è “straniero”, perché sovrasta Roccasalli.
Adoravo, arrivato in cima al Monte Prato per la Via delle Revote, correre sulla strada e sui prati in falso piano che da lì portano ai Pozzoni. Ci sono dei pantani, che chiamiamo pescoie, poco sotto strada, e quando sali in cima correndo ti sembra sempre di stare per arrivare ma è un’illusione, e l’altura e la fatica ti fanno salire il cuore in gola, mentre il vento ti asciuga (gela) il sudore addosso. E ti senti tutt’uno con la natura stupenda e incontaminata che hai intorno, quella stessa natura severa che i tuoi antenati hanno dovuto domare per sopravvivere.
Sono montagne da prendere con le molle. Se si muovono sei finito.
Ma sono bellissime. Sono le montagne nostre.

P_20170514_185232

Back to Amatrice: La normalità del terremoto

Scritto per Emergenze il 20/12/2016

Che cos’è la normalità? Me lo chiedo mentre cammino tra le case fantasma del mio paese. Cerco di rispondermi con qualche esempio: alzarsi la mattina, andare a lavorare, tornare a casa, mangiare, dormire, lavarsi, stare con i propri cari.

Mi rispondo ma non riesco, guardandomi intorno, a scorgere segni di normalità. Non c’è niente di normale in questo sciamare di persone che si trovano fuori contesto e fuori stagione. Sono le facce dell’estate ed è inverno. Dicono cose diverse dal solito. Si salutano frettolosamente, guardano verso la strada, aspettano qualcuno di fuori.

Continua a leggere

Viaggiare tra le macerie

Ho avuto il privilegio di vedere pubblicato un mio articolo su l’Unità di oggi, 3 novembre 2016. E’ il racconto per immagini di un viaggio che ho fatto per andare a controllare se la mia casa era ancora in piedi, mescolando istantanee che mi sono rimaste impresse nel viaggio alla memoria viva di anni e anni trascorsi a percorrere in lungo e in largo la terra martoriata dai terremoti degli ultimi giorni.  

Viaggiare verso Norcia, d’autunno, regala panorami mozzafiato. Il sole brilla sull’acqua tranquilla del Trasimeno e rende traslucida la nebbiolina accucciata sul fondo valle che lascia il posto ai boschi quando si arriva in Valnerina. I colori allora virano verso il rosso.

Le strade sembrano deserte. Ci si gode il paesaggio fino a dimenticare che si viaggia verso i luoghi che da due mesi soffrono le pene dell’inferno scatenato dalle faglie ballerine dei Sibillini. Rompe l’idillio il carabiniere che ferma le macchine a Borgo Cerreto, indirizzandole verso una via alternativa, stretta e tortuosa, che fa da bypass al breve tratto di strada invaso dai sassi che il terremoto ha fatto rotolare, come per fare un dispetto.

A Norcia c’è il campo con la protezione civile, i vigili del fuoco, la finanza, la stampa, la tv, i carabinieri, la polizia, la forestale. C’è anche il sindaco, che è uno straccio. E ci sono i cittadini, smarriti, che appendono le proprie speranze a un foglio da compilare per farsi accompagnare a casa, a recuperare le cose necessarie. Occhi stanchi e smarriti, qualcuno è in pigiama. C’è chi ha voglia di piangere e chi accenna a una protesta. Gli allevatori temono per le loro bestie, senza riparo e con l’inverno alle porte. La risposta dell’autorità apparecchia strade impercorribili per chi ha bisogno di soluzioni rapide. Ma di più non si può fare, e spesso il grido e il pianto si sciolgono in una stretta di mano/carezza dei volontari. Sembrano più le divise che gli sfollati, impressione riportata già all’Amatrice, tra agosto e settembre. La sensazione di una confusione che gronda buoni sentimenti con cui farsi perdonare qualche inefficienza, o carenza di coordinamento. Le parole dell’autorità sembrano vuote, davanti agli occhi della gente, che dicono di più. Ci sono passati, i norcini. Nel 1980, e poi nel 1997. Sanno tutto e chiedono soluzioni che somiglino a quelle adottate allora, che oggi hanno garantito la sopravvivenza a tutti. Ma di tempo ne è passato, tanto e poco, se si considera che in 36 anni questa striscia di terra, dai Sibillini al Gran Sasso, ha conosciuto 5 terremoti distruttivi. Il tutto in un territorio ristrettissimo, che fin quando non ti trovi davanti la sagoma del Vettore non sembra sia in preda alle convulsioni che si documentano, a centinaia. Tutto il giorno e tutti i giorni. Per strada, andando verso Amatrice per la via di Cittareale, sembra che qualcuno si sia divertito a seminare sassi. Una specie di gigantesco Pollicino che si segna la via di casa. La zona industriale di Norcia è disastrata, i capannoni sembra siano stati sollevati in aria e ributtati giù con tutta la violenza possibile. Qualcuno sul web parla di scossa potente il quadruplo della bomba di Hiroshima. Le immagini delle nuvole di polvere che si alzano dalla costellazione di paesini della Conca danno l’idea della simultaneità del danno. Per Amatrice è stato il terzo round distruttivo, che completa l’opera di azzeramento iniziata ad agosto. Il panorama spettrale della città martoriata ha perso le sue torri gemelle: prima è caduto l’edificio rosso della banca, che spiccava tra i mucchi di rovine, ancora apparentemente intatto. Poi ha ceduto la torre civica, senza però abbattersi del tutto a terra. Un po’ come la speranza della gente, quella che è rimasta e che festeggiava, qualche giorno fa, la riapertura di un bar all’uscita del paese, sulla strada che sale verso Campotosto. Un momento di speranza scacciato via dalla nuova coppia sismica, che ha ridotto in poltiglia quasi tutto quello che era ancora in piedi. Accumoli, o quel poco che ne rimaneva. Arquata, dove Della Valle voleva costruire un nuovo stabilimento, ora completamente rasa al suolo. Come si fa a continuare a sperare se ogni tentativo di rialzare la testa finisce annichilito dai colpi della Bestia?

La via che da Arquata risale i fianchi del Vettore passa da Piedilama e arriva a Pretare. Il paese delle fate, che secondo la leggenda avrebbero segnato il sentiero sotto la cima della montagna che oggi le immagini ci mostrano come la spaccatura da cui origina tutto il male. Più su, verso nord e sopra Visso e Castelsantangelo, da dove è cominciato il nuovo sisma, c’è il monte della Sibilla, dove si recavano i negromanti per celebrare i loro riti oscuri e dove si poteva apprendere l’arte della divinazione. Servirebbe, oggi, a prevedere gli sviluppi di questo poderoso risveglio della montagna, che minaccia di spostarsi verso nord, dove già ha segnato centri importanti come Camerino, Matelica, Castelraimondo, Sanseverino, facendo crescere il numero di sfollati che, terrorizzati, temono per il loro futuro. I colori dolci dell’autunno stanno per lasciare il passo al gelo. C’è da mettere al sicuro le bestie, per chi ancora ci lavora. A Norcia si vive di allevamento e norcineria, più in alto si coltivano i cereali, come a Castelluccio, il paese-gioiello che non esiste più. Di là dalla montagna, tra Accumoli e Amatrice, l’eco dei nuovi crolli scuote paesi vuoti, dove lo spopolamento invernale si è sommato all’esodo dei superstiti colpiti dal sisma. Resistenza da una parte, voglia di rinascita dall’altra.
Davanti, un inverno da passare, che fa paura.

La pietra della mia casa è segnata dalle crepe, ma non crolla

Scritto per Emergenze l’1/11/2016

C’è un punto, sulla strada che porta al mio paese, da cui si scorge, per la prima volta, la mia casa. La via sale vertiginosamente, dai 1000 metri ai 1240 in 6 chilometri. Ogni tanto c’è una rampa micidiale, ma comincia con un discesone, lungo almeno un chilometro.
Il primo paese che incontro uscendo dalla Salaria è completamente tritato, ruderi dell’ultima scossa ammucchiati accanto a quelli della prima. Niente che somigli a un edificio ancora in piedi. Dopo la picchiata, comincia l’erta, dal ponte del vecchio mulino dove si portava il grano a macinare, anche di nascosto, durante la guerra, per evitare che i fascisti lo requisissero. Il mugnaio regalò a mio nonno una Divina Commedia in formato rilegato extralusso illustrata da Gustave Doré che adesso sarà incastrata in qualche dove, dentro la casa che chissà se c’è ancora.

Spingo la macchina sulle rampe, arroto deciso le curve, impaziente. Risalgo dalle quote basse del ponte sulla Neia verso la luce, e curva dopo curva avvisto la meta, ancora lontana. Tengo gli occhi sulla strada ma cerco di intuire cosa c’è e, soprattutto, se c’è.

Mi si gelano le gambe quando, in mezzo al paese, non vedo quel cubo grigio di pietre ribboccate a cemento. Mi prende la tensione e la scaccio, penso a un’altra cosa, penso alla strada, penso ai paesi che incontro e che hanno mucchi di pietre rotolate da ogni dove ammassate a bordo strada. In piazza un gruppetto di irriducibili ha allestito un tavolo  con un paio di panche, davanti ai camper che fanno da alloggio già da troppo tempo.

Mangiano e sorridono, perché bisogna ridergli in faccia, a questo destino che si crede il padrone. Proseguo nel bosco rosso e salgo, salgo col cuore pesante, sento le sopracciglia e le guance che vogliono scendere giù più che possono.
Arrivo al Girone e guardo il Gran Sasso, che se ne sta lì azzurro e galleggiante, insieme ai suoi amici, alla Maiella, e prima alla Laga, e prima prima al Vettore che giura, da lontano, che non ci odia, e che la faglia lui non l’ha manco vista. Dice, ma non gli crede più nessuno.

Io avanzo, curva dopo curva. La strada è gibbosa ma pulita. Le foglie rosse. I marroni, caduti, dentro ai ricci. Il cielo blu. Dalla curva delle Cesi la vedo. Mi ci confondo, ma la vedo. C’è. Rotta scarrupata segnata da crepe con le finestre aperte la schiena gonfia. Ma è in piedi. Sia lodato il Mastro Muratore che chissà quanti secoli fa l’ha costruita. Ripenso all’atto del Notaro Borbonico che ha registrato la proprietà nel 1857 e mi chiedo mentalmente di quanto tempo più vecchia possa essere. Inagibile ma viva, che ti dice oh, questo è il posto vostro, padroni miei, io sto qui per tenervelo e per questo non crollo. Venga qui il Vettore con tutti i suoi 6 punto cosa, io sto in piedi e vi proteggo finché posso.

Sulla parete dietro ha uno spacco largo un braccio, o anche di più. Ma dentro non si vede, il muro è spesso. E’ venuto giù il pagliaio, anzi no. Il tetto ha tenuto, la struttura portante lo sorregge. Due pareti esterne hanno ceduto nel tratto più lungo, le pietre si sono slegate e hanno fatto due mucchi polverosi sotto. Il pavimento che divide il sopra dalla cantina che sta sotto, immagino, non c’è più.

Si vedono gli attrezzi di mio nonno, i rastrelli di legno, i manici intagliati. Fuori, gli anelli a cui si legavano le bestie, il forno del pane, il pollaio e la stalla del maiale. Li hanno costruiti perché durassero e bastassero a sostenere una famiglia intera. C’era un piccolo cassone con dentro il grano, il forno annesso, una piccola rientranza bassa per le galline, una stanzetta col trogolo per il porco, un paio d’orti, un albero di noce, un pero, tre abeti piantati da mio zio che mi ha lasciato in eredità il nome.

Se demolire o no, adesso, lo deciderà chi è preposto a farlo.
La casa, noi, l’abbiamo lasciata sola. Ma lei non ci ha tradito.

Il ritorno ad Amatrice, o della cartolina scomparsa

Scritto per Emergenze il 20/9/2016

Per andare al paese  (dico così, tra me e me, quando ho la fortuna di fare un salto ad Amatrice), percorro in genere la galleria che da Norcia porta, passando nelle viscere della Sibilla, alla via Salaria. Una galleria lunga, dove non si capisce se si sale o si scende, che cambia completamente lo scenario: da una parte si sta coperti sui fianchi della montagna, dall’altra ci si affaccia sulle coste ripide che scendono a valle, verso il Tronto, per poi risalire quando cominciano i monti della Laga.

Sopra, in cima alla Sibilla, c’è la Faglia della via delle Fate. Sotto passa la strada, con i suoi viadotti arditi, battuta dal vento che siccome è ancora estate è tiepido, un poco umido, e insieme al sole fa il suo dovere per asciugare l’umidità della notte. Tempo da funghi. Per terra è bagnato, ha piovuto e ogni tanto ricomincia, giocando a disegnare arcobaleni.

Guardo in basso e vedo la strada che scintilla al sole. Poi arriva Pescara del Tronto.
Te la trovi sotto strada. Ma non c’è. Al posto del paese un cumulo di sassi che mi obbliga a uscire dalla cartolina per fare i conti con la realtà.
Fin qui i segni del sisma non erano evidenti, sembrava la solita strada, il solito paesaggio di montagna, che scorre veloce, quando si annusa l’aria di casa. Il cambiamento mi arriva addosso all’improvviso. Su questi paesi sembra ci sia stato un bombardamento. Il paesaggio è sconvolto, scendendo giù fino alla Salaria per poi risalire verso Amatrice si vede l’indicibile.
Qualcosa che va oltre l’immaginazione, come ripetono tutti gli amici che incontro durante la giornata. Siamo tutti qua, in cerca di qualcosa che si è perso quella notte. Chi c’era soffre perché ricorda la paura, chi non c’era prova compassione ma non può capire fino in fondo.

La realtà supera l’immaginazione, basta guardarsi intorno per capire che nemmeno nel più angoscioso degli incubi sarebbe stato possibile ipotizzare un disastro come questo. Le storie che si raccontano, ripetute all’infinito, prendono vita propria e descrivono vicende che potrebbero adattarsi a tutti i luoghi e a tutte le persone. Il caso ha giocato con la vita di tutti, i sopravvissuti misurano la distanza minima che li ha separati dalla morte. E basta guardare i detriti sparsi in giro per capire che è stato proprio così: case grandi e belle ridotte in briciole, come quella dell’ex sindaco di Amatrice Serva, amato medico condotto che conosceva uno a uno vecchi e giovani di questi paesi, una bella villetta che chiudeva lo struscio su corso Umberto. Un mucchio di sassi.

Tra le briciole gli scatti di vita fermati nell’istante in cui la scossa ha scatenato il finimondo. Oggetti, vestiti, televisori, imposte, soprammobili, stracci. Sembrano i mucchi di calcinacci che si fanno quando si demoliscono le parti di una casa per rifarla nuova e più bella. Sono pezzi di esistenza seppellita: sotto queste case crollate sono morte centinaia di persone, sorprese nel sonno dal finimondo che si è annunciato, raccontano, con un boato terrificante. Indimenticabile. Simile al rumore di un aereo all’atterraggio, dice qualcuno. Con la casa che sembra sollevarsi per aria come se ci fosse un gigante che la prende per scuoterla e vedere cosa c’è dentro, dice un altro. E mentre si cerca di ritrovare il controllo dei propri movimenti si pensa al peggio, mentre fuori la falce fienaia della morte scandisce il ritmo della danza macabra.

Ad Amatrice ci sono più volontari che senza tetto. È tutto un brulicare di persone gentili che indossano divise. Polizie, pubbliche assistenze, misericordie, croci rosse, gente che si adopera, aiuta, consiglia, sorride. Disponibili e discreti. Chiedono di evitare di fare foto, se possibile. Sembrano dirti di non guardare, che è meglio rispettare la memoria di una cittadina che giace scomposta e irriconoscibile, lacerata irrimediabilmente. Che è meglio avere pietà.

Vedo amici che si stanno organizzando per lasciare le tende. Antonio, sorridendo, mi dice che si adatterà, per adesso, in un garage che è rimasto intero. Lui un lavoro ce l’ha, anche se non sa bene cosa aspettarsi da qui in avanti. Gianni, che quando eravamo piccoli era quello più chiuso e silenzioso, sfodera un sorriso mesto e dice che andrà a stare in albergo a San Benedetto, con la moglie e la figlia piccola, perché se anche trovasse qui un posto dove stare non ci sarebbe lavoro, e come campi? Ma lì forse si trova qualcosa, gli auguro. Mentre ci abbracciamo gli dico che ci rivedremo qua, ma sappiamo tutti e due che sarà difficile.

Quando la frenesia di questi giorni finirà, quando arriverà l’inverno, i sorrisi dei volontari si trasformeranno in arrivederci e la strada della ricostruzione si farà dura. Difficile immaginare un futuro in una città costretta a coprirsi per nascondersi allo sguardo pietoso del mondo.
Ferita anche nell’orgoglio, costretta com’è a nutrirsi della compassione altrui.

Mentre riparto arriva un altro acquazzone. Prendo la via di Collespada, che passa nel bosco e che nessuno conosceva. Adesso è diventata una piccola arteria di comunicazione, senza nemmeno un cartello che ti dica dove va, si lamenta un volontario toscano, sorridendo.
Ho davanti un arcobaleno nitidissimo, che arriva giù fino sul prato. Non sembrano esserci pentole di monete d’oro, alla base. Per strada ogni tanto si vede, appesa a un cartello o fuori da una finestra, una bandiera tricolore.

L’organetto, la poesia a braccio: ricostruire l’identità

Scritto per Emergenze il 31/8/2016

I giorni passano. L’attenzione sulle zone terremotate è ancora alta, ma il funerale celebrato ieri ad Amatrice ha segnato un punto di svolta. È stato emozionante vedere uniti Stato e Cittadini, in un abbraccio che ha superato persino le pastoie del protocollo e della sicurezza. Tutti vicini, a contatto di gomito, in un afflato che si può leggere in molti modi: siamo tutti alla mercé degli eventi, da una parte; non siete soli di fronte alla tragedia, dall’altra.

Ad Accumoli, Amatrice e Arquata l’inverno arriva presto. Già adesso l’escursione termica tra giorno e notte è notevole, soprattutto se piove. La ricostruzione degli edifici ha bisogno di tempi lunghi, incompatibili con la condizione dei senza tetto. Bisognerà allestire in fretta degli alloggi adatti a difendere la gente dal freddo che in zona si fa sentire, con temperature che possono scendere di molto sotto lo zero.

C’è da sgomberare l’enorme quantità di detriti, e c’è da mettere in piedi un progetto per una ricostruzione intelligente. Da una parte, come hanno chiesto i sindaci e i cittadini, che rimetta in piedi i luoghi per come erano. Dall’altra, che rappresenti un’opportunità per rimettere in moto la vita da dove si è fermata, creando prospettive per un futuro migliore.

L’identità dei luoghi.
Più che i paesi distrutti dal sisma, però, c’è da ricostruire un’identità dei luoghi che va oltre la loro architettura. Il terremoto ha privato la popolazione di tutti i punti di riferimento: ha distrutto le case, gli edifici istituzionali, le botteghe, i supermercati, gli impianti sportivi. Quello che è rimasto in piedi è in massima parte inagibile. I tempi necessari ai sopralluoghi, al censimento delle costruzioni danneggiate e agli interventi di ripristino o di demolizione superano abbondantemente l’inverno, che sarà perciò la fase più delicata.

La gente è stata strappata via dai suoi percorsi abituali: dal lavoro, dalla cura della casa, degli orti, degli animali da cortile. Dal gioco, dallo sport, dalla frequentazione dei luoghi di intrattenimento. Molti hanno perso le loro cose: la casa, ma anche la macchina, i vestiti, i libri, i dischi, i computer, la televisione, gli oggetti personali, gli hobby. Non ha più senso alzarsi a orari prestabiliti, ma non è possibile nemmeno rimanere a letto. Gli spazi personali non esistono. Non si può leggere, guardare la tv, studiare, scrivere, cucinare. E’ una condizione terribile, che si somma al lutto e allo shock dell’evento catastrofico.

Tutti si trovano scaraventati in un vortice di precarietà, in attesa di mettere un punto per ripartire. In una microcomunità come questa sono venuti meno familiari, amici e punti di riferimento che segnano la quotidianità.

Su internet la gente che ha un legame col territorio ha cercato di mettere insieme i ricordi. Si tratta per lo più di persone che frequentano questi luoghi di villeggiatura e che scrivono dal posto dove vivono abitualmente. C’è chi racconta il suo paese e i suoi abitanti come può, chi setaccia Youtube per trovare documenti su feste, danze e canti che rammentino le tradizioni locali. Un tentativo di testimoniare la propria identità che proseguirà.

Fioriranno le pagine facebook, le raccolte di foto di case danneggiate e di paesini com’erano prima del disastro. Documenti che serviranno a rimettere insieme l’identità di questi paesi, che si è manifestata forte e chiara nel momento in cui per motivi logistici si è ipotizzato di celebrare nella lontana Rieti i funerali solenni di ieri.

Una risposta che è stata una fiammata di vitalità e ha ottenuto di celebrare questo giorno del ricordo sul proprio suolo martoriato. I sindaci e le autorità hanno parlato per tutti: nessuno mollerà, bisogna sopravvivere per impedire che questa sciagura sia l’ultimo atto di una storia millenaria. Sottrarsi al declino incombente, però, non sarà facile.

Si devono recuperare l’organetto, le ciaramelle, la poesia a braccio, oltre alla gastronomia, al dialetto, ai racconti dei bei tempi passati: tutte cose che creano coesione e che aiuteranno la gente a ricordare. Le radici comuni sono importanti.

Più importante sarà, però, l’apertura di un processo di ricostruzione che coinvolga la popolazione in prima persona, per quanto possibile. Intanto mantenendo il contatto con i luoghi anche durante la ricostruzione: la paura delle scosse, la perdita dell’agibilità della casa e di tutti i punti di riferimento nel territorio, oltre che delle persone più prossime, potrebbero accelerare definitivamente lo spopolamento che minaccia questi luoghi da decenni e che già ha prodotto una miriade di località prive di cittadinanza stabile, aggregati di seconde case che rivivono solo d’estate e che, danneggiati come sono, rischiano di trasformarsi in paesi-fantasma.

Lavoro per rinascere.
Perché questo accada è necessario che la gente abbia un lavoro, che le scuole siano aperte e che si ricrei un tessuto connettivo sufficiente a far rivivere una comunità che possa, con la propria energia, indirizzare lo sforzo esterno per la ricostruzione. Non una cittadinanza passiva in attesa di un intervento dall’alto, ma una compagine unita che decida, per quanto possibile, l’indirizzo da dare alla ricostruzione.

Questo sarà fondamentale perché si possa cogliere l’opportunità di rinascita che una ricostruzione da zero porta sicuramente con sé: l’intervento più profondo che si possa immaginare per rifondare una comunità.

È qui che si decide se da questa fase si può ripartire per crescere, o se si tratta soltanto di rimettere in piedi qualcosa dove possa continuare a vivere, cercando di dimenticare tutto questo dolore, una comunità di superstiti destinata al declino.

Perché ciò accada è necessario che ci sia un rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. Chi guiderà la ricostruzione dovrà interfacciarsi con la gente, capirne le esigenze e riprogettare la comunità cercando di individuare le possibili linee di sviluppo future.

Legate al turismo, al Parco, all’attrazione di nuovi visitatori e al ripristino del tessuto dei paesi dove i villeggianti aspirano a tornare. Semplici luoghi della memoria, cioè, che s’incrociano con luoghi per cui la memoria deve essere il punto da cui ripartire per costruire una nuova storia: dalla costruzione di questo equilibrio dipende il futuro della Conca amatriciana e delle altre zone interessate.

Ricreare una comunità in grado di costruirsi da sé le giuste opportunità. Una bella sfida da raccogliere per un paese che fa fatica a sottrarsi alla deriva degli ultimi anni: vivo d’estate, vuoto di gente e di cose durante la brutta stagione.

Qui viene meno, con ogni evidenza, l’accostamento fatto con la realtà aquilana, fatta di grandi numeri e questioni molto più complesse. La vicinanza con la Città ferita, però, può far sì che Amatrice, Accumoli e Arquata abbiano un punto di riferimento importante, che si è già misurato con i problemi legati alla ricostruzione. Lo stesso vale per Norcia, da più parti citata, in questi giorni, come esempio di rinascita virtuosa.

La necessità della ricostruzione di Accumoli, Amatrice e Arquata offre, poi, l’opportunità per riordinare le norme e cominciare a fare qualcosa per prevenire futuri disastri, lutti e sciagure cui siamo abituati da sempre. La frequenza con cui accadono certi eventi è impressionante. Le parole dell’omelia del Vescovo di Rieti, però, sono state illuminanti: il terremoto modella da sempre la terra in cui viviamo. Non è lui a uccidere, ma l’uomo. Non il destino, cioè, ma l’incuria.

Lo slancio riformatore del Governo avrà pane per i suoi denti, insomma: avviare un cambiamento epocale che porti la cultura della prevenzione. Mai più Amatrice, l’Aquila, Gemona, Belice, Norcia, Modena, Sant’Angelo dei Lombardi, Assisi.
Chissà che non sia, almeno questa, #lavoltabuona.

Amatrice, riscoprire il bene comune per salvare la mia città di rovine

Scritto per Emergenze il 28/8/2016

Non è ancora finita, l’emergenza. Mentre scrivo le repliche della scossa assassina delle 3.36 del 24 agosto sono più di 1500, e il numero dei morti si avvicina pericolosamente a 300, un altro dato che accomuna il sisma di Accumoli, Amatrice e Arquata a quello aquilano.
Sono state dette e scritte tante cose per raccontare questi luoghi che qualcuno definisce, forse a ragione, dimenticati. Questo è ovvio, se se ne considerano anche soltanto le dimensioni.
Si tratta, però, di luoghi che diventano importantissimi perché su di essi si concentra l’empatia che tutti stanno provando in questi giorni, in tutto il mondo.

La grande mole di messaggi positivi che è circolata fuori dai media convenzionali, che dimostrano una volta di più la loro drammatica inadeguatezza ai tempi, è stata sufficiente a sovrastare il frastuono che caratterizza la comunicazione social. I seminatori d’odio e di bufale, lungi dal tacere, sono stati zittiti da una valanga di sentimenti positivi autentici. E non è vero che il fatto che esprimerli costi il piccolo sforzo di un clic ne ridimensiona la portata. È, invece, il risultato tangibile di un coinvolgimento reale.

Hanno ripreso autorevolezza i tradizionali portatori di messaggi edificanti: il Papa e il presidente della Repubblica, che è come dire la Chiesa e lo Stato. La disponibilità della gente si è concretizzata in una quantità di gesti, dalle file per la donazione sangue, da più parti testimoniate, alla sovrabbondante raccolta di viveri e beni di sussistenza anche apparentemente marginali, all’attivazione di canali per la raccolta di fondi.
L’attenzione per l’informazione è elevatissima: televisione, radio, giornali, siti, ma anche racconti fatti da gente del posto che ha preso di petto l’angoscia raccontando con passione quello che forse non tornerà più.

Tutto questo può sembrare scontato, ma se si pensa allo scenario antecedente al terremoto si capisce che non è così. Hanno perso la scena le nefandezze e i parapiglia da pollaio che caratterizzano da tempo tutti i media. In tanti, indignati, si sono messi a denunciare le bugie che infestano la comunicazione e a deprecare gli sciacalli virtuali quanto quelli che sono stati trovati a rovistare nelle macerie alla ricerca di valori abbandonati da rubare.

Non è poco, perché tutto quello che ci spinge ad agire per partecipare in positivo alla conversazione è un mattone che serve alla ricostruzione di valori che può ripartire, paradossalmente, dal crollo di queste piccole città di provincia, situate nel cuore di uno dei Paesi più importanti del mondo, per l’enorme patrimonio culturale che contiene.

Gli effetti di questi soprassalti di umanità si faranno sentire eccome. È di questa sintonia con il bene che c’è bisogno quando si accosta lo sguardo a immagini come quelle che arrivano da Aleppo, sinistramente simili a quelle di Amatrice. Riflettere sulle cause diventa doveroso e proficuo ed è sicuro che l’occhio solidale e compassionevole si può allenare. La scossa delle 3.36, insomma, può portare, se non altro, l’effetto positivo di svegliare almeno un poco le coscienze.

La ricerca delle responsabilità umane nel disastro è appena cominciata. Chi avrà sbagliato pagherà. Finiranno sul banco degli inquisiti i tanti che localmente avranno lavorato alle costruzioni e alle ristrutturazioni, animati dallo stesso spirito che muove i piccoli operatori di questo tipo: guadagnarsi la pagnotta, dribblare gli ostacoli della burocrazia, scavalcare gli ostacoli delle verifiche e delle restrizioni, farsi pagare dai clienti.

Una marmellata che innesca le bombe a orologeria che sono questi paesi costruiti dal medioevo in avanti, dove tutti hanno agito in base alla propria convenienza, chi ricavando una stanza da un pertugio, chi aprendo una finestra in un muro portante, chi regalando qualcosa a un funzionario compiacente, chi muovendosi nelle regole ma affidandosi a imprese che hanno lucrato risparmiando sul materiale e sulla manodopera. Cose che si sanno e che produrranno conseguenze soltanto sul posto, dove le carte saranno soppesate a dovere, mentre altrove si procederà come sempre, perché continueremo a tenere tutti famiglia e a valutare certi interventi sulle case che compriamo o che prendiamo in affitto soltanto per il denaro che ci costano e non per gli effetti che producono.

Il che sembrerà normale, se così fanno tutti, anche quando il committente dei lavori è pubblico e dei servizi usufruisce la collettività, che paga conti spesso gonfiati per opere difettose, che poi si sbriciolano sotto ai colpi della natura.

Il territorio di Accumoli, Amatrice e Arquata, esposto a terremoti distruttivi raccontati precisamente dalla storia (almeno 6 negli ultimi 400 anni), ha subito altri cambiamenti dovuti a frane, a valanghe, a modifiche apportate all’ambiente dagli uomini. Lo racconta Agostino Cappello, di Accumoli, nelle sue Osservazioni geologiche e memorie storie di Accumoli in Abbruzzo, scritto nel XIX secolo, leggibile integralmente su Google Books.

A Capodacqua, salita alle cronache in questi giorni, ogni tanto veniva giù la montagna e seppelliva paesi. Lo stesso da Accumoli verso l’interno. Terremoti e frane ridisegnavano il paesaggio, creando e cancellando luoghi, spostando sorgenti e fiumi, imponendo la propria legge alla popolazione, che ripartiva ogni volta da zero rimanendo esposta al capriccio degli elementi.

Niente di nuovo, insomma: non facciamo altro che perpetuare gli atteggiamenti dei nostri antenati, apportando piccole modifiche se e quando costretti da vincoli esterni, o dall’illuminazione di un lampo d’intuito. Dovremo cambiare sistema, ma forse costerà di meno fare degli interventi usando le risorse rivenienti dalla solidarietà e dagli stanziamenti straordinari che sarà possibile fare.

Il che frutta sorrisi e primi piani in televisione, posponendo alla prossima tragedia i commenti critici al proprio operato, resi blandi dal prevalere della reazione emotiva all’evento, dall’empatia con le popolazioni colpite, dallo strazio delle storie dei bambini morti sotto le macerie.

Se ci mettiamo a cercare sul web possiamo facilmente ricostruire quello che è successo dopo il terremoto dell’Aquila. Le polemiche sulla costruzione degli edifici per gli sfollati, l’orrenda storia degli sciacalli che ridevano al telefono, l’oblio per una delle più belle città d’Italia, il cui centro è ridotto allo stato di una città fantasma di quelle che visitano i turisti nel west.

Uno scenario che tenderà a ripetersi, perché la legge che domina le nostre azioni è quella del rapporto costi/benefici, e alla voce benefici la collettività viene sempre dopo il nutrimento necessario ai meccanismi di potere, quali sono, anche nella piccola dimensione locale, le strutture che amministrano, qui e altrove, il Bene Comune.

Serve, anche qui, una scossa, e non possono darla vuoti slogan che non cito. Servono i fatti, che non vanno più di moda, perché questo è il momento in cui il consenso si conquista con le bugie e con le bufale. Quelle stesse che i sentimenti che ha scatenato questa sciagura ha relegato, per un attimo, in seconda pagina. Dobbiamo imparare da questo: vale tanto, un moto dell’anima, uno slancio sincero provato anche su un divano a duemila chilometri di distanza dal disastro. Vale tanto una My city of ruins cantata oltreoceano e dedicata alle vittime del terremoto da Bruce Springsteeen, come sempre Maestro che insegna a restare umani.

Il Disegno che molti vedono dietro certi accadimenti (Signore, che si fa?, diceva il Vescovo di Ascoli) lo determinano le nostre azioni concrete. Nient’altro.

Come cittadini starà a noi pretendere che lo Stato legiferi per far muovere al Paese passi decisivi per prevenire le sciagure a venire. Non serve sgranare il rosario dei terremoti degli ultimi 50 anni, l’abbiamo fatto fino alla noia. Ce ne saranno ancora.

La soluzione non partirà dal basso, se non sarà il basso a pretendere che ci si muova in tal senso. Non conviene ai politici, non conviene ai cittadini. Il punto è cambiare paradigma e smettere di pensare in termini di convenienza.

Riscoprire il valore del Bene Comune, anche superando quel senso comune di cui tutti siamo diventati ottimi portatori, a cominciare da chi siede sugli Scranni delle Istituzioni politiche che governano in Italia, in Europa e nel mondo.

Che è solo una finzione, se non muove verso il superamento degli squilibri che stanno distruggendo, oltre al pianeta, la qualità della nostra vita.

Ho craccato l’amatriciana

Chi non si contamina è perduto. E io non sono il tipo che si tira indietro. Con la massima risolutezza, oggi, ho buttato nella padella con l’olio bollente uno spicchio d’aglio in camicia, ci ho aggiunto una generosa fetta di guanciale tagliata a dadini, un paio di pomodori pelati, un pezzo di peperoncino e una spolverata di pepe. Non avevo il vino bianco, ma l’aglio aveva già alterato la faccenda, no?

Ho cotto la pasta e grattugiato il pecorino romano, poi ho sottoposto al dente l’esame dell’insieme, bello condito, fumante e profumato. Buono. Aiutami a dire buono, ma buono. Ti dirò: sa di amatriciana. Nel senso che l’aglio in camicia, oltre a fare un buon profumo quando lo metti nell’olio, si perde nell’insieme, com’è giusto che sia in un contesto di sapori decisi che, mescolati tra loro, producono il miracolo di un gusto delicato come quello dell’amatriciana, reso vivo dal pepe, dall’abbruciccio della padella, dal tono del pecorino grattugiato come piovesse.

Il palato fine dello chef potrebbe raccontare la differenza, quello grosso del mangiatore sorvola volentieri. Riflettendo su una legge non scritta: non sempre per fare di più bisogna aggiungere. E’ vero, spesso, il contrario. Così l’aglio pudicamente incamiciato lascia il gusto che trova. E pare di sentir riecheggiare nelle orecchie la cretinata dello spot della pasta De Cecco: il segreto di una buona pasta è la pasta. Eccerto, come no.

Brindo a Cracco, che manda la mia amata Amatrice in prima pagina dappertutto. La sua pastasciutta con l’aglio e il guanciale è davvero buona, come del resto tutte le varianti dell’amatriciana fatte con le pancette e le cipolle, i parmigiani e i prosciutti crudi, le salsicce, i rigatoni, gli gnocchi, le penne e quello che vi pare.

La pasta condita con la roba buona è buona.

Ma l’amatriciana si fa in un solo modo. Quello tradizionale. Il resto è fantasia. Cracco, beato lui, ne ha più di tutti gli altri messi insieme, ma il menu degustazione a 150 euro e l’amatriciana dovrebbero essere incompatibili. L’amatriciana è roba da sagra. E da focolare, e da bivacco. Non è chic. E questa è la sua forza.