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Amatrice, ritrovarsi in una favola

ob_1d6de8_copertina-libroHo vissuto il terremoto di Amatrice di riflesso: non ero lì, dove non abita più nessuno della mia famiglia da più di quarant’anni. Erano lì in villeggiatura mia madre e le mie sorelle, con mariti, figlie e nipoti, e per fortuna la nostra casa li ha protetti, valorosa, dal pericolo mortale della prima scossa. Ha poi retto a tutte le altre, ed è stata demolita il mese scorso, in ossequio al programma di messa in sicurezza che ha cambiato i connotati alla gestione delle zone danneggiate dal terremoto.

Ora, danneggiate. In realtà, tra Amatrice, Accumoli e Arquata, come sappiamo, ci sono paesi cancellati dalla faccia della terra, loro e il luogo dove sorgevano, e paesi che hanno riportato danni importanti, che in altri tempi sarebbero stati riparati direttamente dagli abitanti, e in fretta, perché lassù l’inverno è duro.

Sento ogni tanto qualcuno, giusto un friulano e un emiliano l’altra notte alla radio, che dice che loro carriola, pala e picco e hanno risolto da soli, quasi che amatriciani e aquilani avessero colpe per la situazione in cui si trovano: all’Amatrice carriola, pala e picco non si potevano usare, ammesso che fosse stato possibile mettere riparo all’enormità con strumenti semplici e da soli. Come svuotare il mare col cucchiaino.
E parlo di Amatrice, Accumoli e Arquata perché sono le realtà che conosco meglio, ma negli altri luoghi del cratere la situazione non è mica migliore.

Ci sono disastri ovunque e ovunque abbandono, e gente che si aiuta e si fa coraggio, ma se si guarda intorno vede il vuoto e sente la solitudine. Non viene meno la speranza, che è sempre l’ultima a morire, ma il tempo svela il volto brutto di questa tragedia, finito il momento della solidarietà e dello slancio emotivo altrui.

A distanza di due anni dal disastro, ho conosciuto, per un’occasione lavorativa, Daniela Lotti, che ha firmato un libro (come Danil) che racconta una favola. S’intitola L’orologio e l’incantesimo del tempo, è stato stampato dalla Tipografia Senese e racconta una bella storia, in cui s’immagina che si possa tornare a segnare un tempo in cui non siano capitati tutto questo dolore e questo danno.

La versione audiolibro è raccontata da Flavio Insinna e la fiaba è stata presentata, letta e rappresentata già diverse volte, sia all’Amatrice che altrove, ed è molto piaciuta. Anch’io l’ho molto apprezzata, incantandomi in questo pensiero ricorrente, immaginando una vigilia che si ripete, all’infinito, rifiutandosi di sfociare in una notte che non doveva mai arrivare. Il libro è un messaggio di speranza, destinato ai bambini: alimento per chi sosterrà il peso del futuro, che si spera per forza migliore, e auspicio di rinascita, che sorge spontaneo in chiunque si rechi nelle zone colpite da questa immane tragedia.
Daniela ha lavorato con grande delicatezza e sono contento di averla conosciuta. Ha uno sguardo bambino che colpisce.

Potete acquistare il libro qui, oppure sul posto, nella zona commerciale costruita ad Amatrice, o in libreria (a Siena da Volta la Carta c’è): parte del ricavato viene devoluto ai bambini di Amatrice.
http://www.toscanalibri.it/it/shop/l-orologio-e-l-incantesimo-del-tempo_5301.html

 

Amatrice e la voglia di tornare alla normalità. Che non è quella del terremoto

Due anni fa, alle 3 e 36 del 24 agosto, una scossa interminabile di terremoto, di Magnitudo 6, con epicentro nei pressi di Accumoli, devastò il territorio dei comuni di Amatrice, Accumoli e Arquata del Tronto, causando danni per miliardi di euro e 299 morti.
Le immagini del sisma fecero il giro del mondo: Vigili del Fuoco, Forze dell’Ordine, Militari, volontari arrivati da tutta Italia scavarono con le mani nude e con mezzi di fortuna per estrarre dalle macerie i superstiti, feriti e sotto choc, e i corpi straziati delle vittime del sisma.
Un’onda di solidarietà si propagò, come prima si era diffusa la scossa: ospedali, caserme, palestre, alberghi, soccorsi mobilitati, gente che interrompeva le vacanze per aiutare, alla faccia delle bugie sulla morte dell’empatia e sull’irrimediabile crollo dei valori degli italiani.
Solidarietà espressa anche dalle autorità dello Stato, che però non sono riuscite ad attivare un percorso di ricostruzione efficiente. Anche perché le successive scosse distruttive hanno azzerato la gran parte del lavoro che era stato fatto in un primo tempo: il Terremoto del Centro Italia ha coinvolto un territorio (il cosiddetto cratere) assai più vasto di quello colpito dalla prima scossa.
Il colpo micidiale del 30 ottobre, epicentro a Norcia, magnitudo 6,5, con fiumi che escono dal proprio letto e si mangiano le strade, paesi-gioiello come Visso resi completamente inagibili, i segni della terra che si apre sul profilo austero del monte Vettore, lo sciame che si ripropone incessante, con decine di migliaia di repliche che frustrano la speranza della gente, costretta a trovare riparo lontano da casa in un inverno rigido, col freddo e la neve a colpire, insieme alla terza mandata di scosse violentissime, a gennaio, spostate stavolta verso l’Abruzzo.
Un disastro che accomuna un pezzo della spina dorsale d’Italia, abituata a convivere da secoli col terremoto, ma impreparata a far fronte a tanta violenza distruttrice.
Amatrice, ancora oggi, rappresenta l’immagine di copertina del cataclisma. Un paesaggio irreale, con la Torre civica e una vecchia torre campanaria, un tozzo di muro rimasto in piedi della chiesa di Sant’Agostino, e due palizzate che segnano i limiti laterali di quello che resta di Corso Umberto. Di là c’è il nulla: le macerie che restano, sminuzzate e ammucchiate, dopo due anni di lavoro di chi cerca affannosamente di creare i presupposti della ricostruzione.
Le decine e decine di frazioni di Amatrice sono rimaste com’erano, o quasi: molte sono completamente distrutte, come i piccoli centri del comune di Accumoli, il cui territorio si è abbassato di 20 centimetri per effetto della prima scossa. I danni maggiori sulla quota della Via Salaria, la Statale costruita sull’antica via romana che collegava la Caput Mundi all’Adriatico.
Il lavoro da fare per ricostruire è ancora agli inizi. Con fatica si costruisce l’ambito normativo in cui dovranno operare imprese e professionisti, penalizzati dalla burocrazia, dalle stagioni fredde che rallentano il lavoro di sistemazione delle macerie e dall’illusione che bastino le SAE, le casine prefabbricate che sono state assegnate agli sfollati.
Tacendo delle lungaggini che hanno costretto gli sfollati a due anni di sradicamento in alberghi sfitti nelle vicine località balneari, non possiamo non intenerirci di fronte ai sorrisi con cui la gente ha accolto la possibilità di avere di nuovo una casa propria, anche se somiglia, troppo, a una baracca.
Si tocca con mano il desiderio di normalità della gente: le piante, i fiori, le pulizie che fervono, gli orticelli. Ho visto due girasoli prepotenti guardare il cielo con speranza, nelle casette di Poggio Castellano, quasi periferia amatriciana, che saranno messe a dura prova dalla neve e dalle temperature che d’inverno scendono sotto lo zero di dieci gradi e più.
La zona commerciale creata ad Amatrice restituisce agli abitanti la possibilità di lavorare, anche se è evidente che si tratta di una sistemazione provvisoria: i negozi sembrano arredati pensando a un tempo d’apertura limitato, somigliano a postazioni improvvisate di ambulanti che domani apriranno chissà dove.
Restano i militari a presidiare gli accessi di quella che era la zona rossa. Stanno lì a rappresentare un Paese in difficoltà, che non sa gestire emergenze troppo grandi per quest’epoca di confusione e di scarsa capacità di convergere davvero sul bene comune.
In questa situazione risalta l’opera di qualche irriducibile che, incurante delle difficoltà enormi, ha fin dall’inizio intrapreso un percorso di rinascita. Il caso della frazione amatriciana di Capricchia, dove alcuni residenti, aiutati dai tanti villeggianti estivi, hanno costruito una casa comune che ha raccolto gente da molti paesi, rimasta sola e desiderosa di rimanere sul posto, piantando un seme di ricostruzione.
La riprova che nel disastro emergono le qualità migliori della gente, disposta a sacrificarsi per aiutare gli altri, ciascuno col suo dramma che racconta orrendi lutti e disastri materiali. C’è chi ha perso tutto e chi è sopravvissuto ai propri cari, chi si è chiuso in un silenzio che è lutto e rifiuto dell’orrore, chi grida la propria rabbia, chi si aggrappa a quello che resta e chi scappa.
Gente che si è aiutata da sola, mentre le polemiche sulla ricostruzione che tarda a mettersi in moto negano l’opera meritoria di chi si è impegnato per aiutare, utilizzando risorse messe a disposizione dalla solidarietà di molti. Si legge in giro di piccole guerre tra poveri, di gente che si accusa di eccessi e di furbizie, quando è chiaro a chi ha occhi per vedere che tutti hanno il diritto di imprecare contro la sorte maligna.
Chi ha perso il tetto che aveva sulla testa, chi il luogo di lavoro, chi la casa degli affetti di famiglia, dove tornare a passare le ferie: anche se è chiaro che ci sono differenti livelli di danno subito, è del tutto logico immaginare un danno del cuore che accomuna tutti. Come tutti accomuna il terrore: chi ha vissuto i momenti terribili della scossa ne porta i segni.
L’ansia, l’insonnia, il dispiacere, l’impossibilità di raccontare l’accaduto per mancanza di parole che davvero rendano l’idea dell’incredibile. In fondo a tutto, l’incapacità di spiegare, per tecnici e per profani, le spaventose ferite lasciate da un evento che sulla Terra si ripete con cadenza quotidiana, senza che ne derivino dolori e danni paragonabili a quelli rilevati qui, o nella vicina L’Aquila, o in troppe altre circostanze disastrose del passato.
Qualcosa che riconduciamo alla tecnologia delle costruzioni, alle carenze dei materiali, agli errori umani, e che forse deriva anche dalla mancanza di conoscenza profonda del funzionamento dei terremoti e dei danni che possono provocare alle cose, e quindi alle persone.
A margine, gli imbonitori e i ciarlatani che raccontano di poter prevedere le scosse con questa o quella misurazione miracolosa, in una terra dove il magico è tradizione, se è vero che la frattura della faglia del Vettore si chiama Via delle Fate e racconta della fuga delle fate dal piede caprino dalle feste danzanti di Foce, paese adagiato sui fianchi della montagna, che oggi, come gli altri, non esiste più. Le fate scappavano per anticipare il sorgere del sole e salivano sui fianchi della Sibilla, luogo dove si sono perpetuati dal medioevo in poi riti pagani ormai vietati dall’ortodossia religiosa, e poi ancora riti di negromanti e liturgie sataniche.
Qualunque cosa, insomma, pur di spiegarsi perché, a un certo punto della notte, si sia scatenato un simile inferno. Che oggi si cerca di dimenticare, tornando alle abitudini di prima, feste agostane incluse, anche se non si sa dove andare a dormire, dove mettersi a danzare, dove appoggiarsi per cucinare uno spaghetto all’amatriciana.
Il desiderio di normalità è infinito. La speranza di tutti è che sia questa l’occasione in cui portare all’indietro l’orologio della storia, a prima dello spopolamento della campagne, al tempo felice in cui in queste zone si viveva e si lavorava nella speranza di un domani migliore.
Una speranza che il terremoto sembra aver cancellato, ma che era sul punto di morire già prima: non ce lo dimentichiamo.

Gruppo vacanze Amatrice

Stasera ho cucinato un piatto di spaghetti all’amatriciana per un ragazzo giapponese e uno svizzero. Ne abbiamo spazzolati 7 etti e mezzo in pochi secondi. Faceva proprio caldo, ho fatto un pezzo di strada sotto il sole camminando di buon passo e sono rimasto sfiatato, ho anche incontrato una mia cara amica e non l’ho riconosciuta, facendo la mia gaffe preferita. Ho pensato all’estate che è arrivata e mi è venuta in mente Amatrice.

Non per ricordarmi del terremoto, dei danni, dei ritardi della ricostruzione, ma che dico ritardi, ancora è tutto di là da venire. Non ho la forza di entrare in una polemica che riguarda le persone più colpite dal sisma, rispetto a loro mi sento in debito come cittadino e basta. No, vorrei ricordarmi di quando ad Amatrice ci andavamo a prendere il fresco, in vacanza o nel weekend.

Arrivavamo su, scendevamo dalla macchina, ci veniva incontro qualche faccia del paese che salutavamo. Ci accoglievano con il solito “ti fermi?” che ti faceva capire che avevano aspettato questo momento tutto l’anno e che finalmente la bella stagione riportava gli amici, le feste, le mangiate, i balli, i racconti della sera sotto le stelle, facendo piazzetta fino a tardi, col fresco che ti sale piano piano e te lo godi tutto pensando all’inferno metropolitano.

Quando torneremo in vacanza ad Amatrice? Ma anche ad Accumoli, Arquata, Visso, eccetera. Quando passeggeremo per Corso Umberto e torneremo a sederci per bere un caffè? Quando risaliremo sui sentieri dove siamo cresciuti per andare in montagna ciascuno alla propria fonte, alla madonnina, alla croce, al bosco a fare funghi, al lago? Quando rigiocheremo il torneo delle frazioni? Quando rifaremo la ‘ncotta con le patate e la panonta col prosciutto infilzato nello spidone? E le pizze fritte? E le magnate di pecora in montagna? Quando risentiremo suonare le ciaramelle e la saltarella in una piazza pulita, con i festoni e le bandierine e la gente seduta che fa cornice tutto intorno?

L’inverno è stato lungo e amaro. Prima del maledetto 2016 era sempre così, era un inverno di solitudine e freddo, passato a prepararsi per l’estate, chi stava su e aspettava, chi stava altrove e lavorava aspettando le ferie, pregustando le gioie del ritorno al paese. C’è gente che non ci poteva rinunciare e gli toccherà farlo, e chissà fino a quando. Le ore passate su, adesso, sono ore rubate. Le perdi a contare i passi in mezzo alle macerie, a chiudere gli occhi immaginando sia ancora in piedi quello che non c’è più, a rivedere le case, le stalle e i pagliai crollati com’erano, con la gente che ci entrava e ci viveva, e ci lavorava. Mieteva e trebbiava, rimetteva la legna e il fieno, ricavava le patate, aggiustava la staccionata, ferrava potava, falciava, coglieva, fruttava, puliva, asciugava, preparava la brutta stagione che presto, sempre presto sarebbe tornata. Lo si sentiva da come cambiava il vento, dal rumore delle foglie, dall’odore della terra sempre più bagnata. Lo si sapeva quando si vedevano scendere le pecore per tornare a quote più basse e all’aria temperata.

Prima, però, c’era stata la festa del paese, la messa tutti vestiti bene, le pizze fritte, gli auguri di buon ferragosto, le chiacchiere con compari, cugini e qualche faccia nuova arrivata al seguito di gente del posto. C’era sempre una corsa in montagna da fare, un bastoncino da intagliare, una macchina da lavare, la carne buona da cucinare. L’osteria e lo spaccio. La visita ai parenti e agli amici della frazione vicina. La partita a briscola. I baci alle ragazze. La morra. I girini al fosso. La caccia alle vipere. Non c’è più niente.

La foto qua sotto l’ho trovata sul web facendo lo slalom tra le foto delle macerie. Ci sono solo foto di macerie, vigili del fuoco, zone rosse, palazzi crollati, autorità in parata, gente che piange e cerca di riorganizzarsi, chi fa volontariato e chi beneficenza, chi non sa cosa fare e scrive per farsi coraggio o per sfogarsi. E arrivano le notizie tristi della gente che si arrende e di quella che tenta di approfittare della situazione per fare cose turpi. Questi nove mesi hanno cambiato i connotati anche alla memoria. Non so quanti potranno andare in vacanza nella zona, qualcuno ci vive ma manca tutto. Anche il coraggio di affrontare la notte con la paura di tornare a sentire quel rumore devastante che si mischia alle grida dei tanti, troppi che sono morti.

Sento di un brutto terremoto a Lesbo, in Grecia, con danni ingenti e poche vittime. Mi chiedo perché sia successo tutto quello che è successo. Non so rispondermi, ma so che fa caldo, sì, che comincia un’estate.
Senza Amatrice. Chissà per quanto.

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Back to Amatrice: La normalità del terremoto

Scritto per Emergenze il 20/12/2016

Che cos’è la normalità? Me lo chiedo mentre cammino tra le case fantasma del mio paese. Cerco di rispondermi con qualche esempio: alzarsi la mattina, andare a lavorare, tornare a casa, mangiare, dormire, lavarsi, stare con i propri cari.

Mi rispondo ma non riesco, guardandomi intorno, a scorgere segni di normalità. Non c’è niente di normale in questo sciamare di persone che si trovano fuori contesto e fuori stagione. Sono le facce dell’estate ed è inverno. Dicono cose diverse dal solito. Si salutano frettolosamente, guardano verso la strada, aspettano qualcuno di fuori.

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Viaggiare tra le macerie

Ho avuto il privilegio di vedere pubblicato un mio articolo su l’Unità di oggi, 3 novembre 2016. E’ il racconto per immagini di un viaggio che ho fatto per andare a controllare se la mia casa era ancora in piedi, mescolando istantanee che mi sono rimaste impresse nel viaggio alla memoria viva di anni e anni trascorsi a percorrere in lungo e in largo la terra martoriata dai terremoti degli ultimi giorni.  

Viaggiare verso Norcia, d’autunno, regala panorami mozzafiato. Il sole brilla sull’acqua tranquilla del Trasimeno e rende traslucida la nebbiolina accucciata sul fondo valle che lascia il posto ai boschi quando si arriva in Valnerina. I colori allora virano verso il rosso.

Le strade sembrano deserte. Ci si gode il paesaggio fino a dimenticare che si viaggia verso i luoghi che da due mesi soffrono le pene dell’inferno scatenato dalle faglie ballerine dei Sibillini. Rompe l’idillio il carabiniere che ferma le macchine a Borgo Cerreto, indirizzandole verso una via alternativa, stretta e tortuosa, che fa da bypass al breve tratto di strada invaso dai sassi che il terremoto ha fatto rotolare, come per fare un dispetto.

A Norcia c’è il campo con la protezione civile, i vigili del fuoco, la finanza, la stampa, la tv, i carabinieri, la polizia, la forestale. C’è anche il sindaco, che è uno straccio. E ci sono i cittadini, smarriti, che appendono le proprie speranze a un foglio da compilare per farsi accompagnare a casa, a recuperare le cose necessarie. Occhi stanchi e smarriti, qualcuno è in pigiama. C’è chi ha voglia di piangere e chi accenna a una protesta. Gli allevatori temono per le loro bestie, senza riparo e con l’inverno alle porte. La risposta dell’autorità apparecchia strade impercorribili per chi ha bisogno di soluzioni rapide. Ma di più non si può fare, e spesso il grido e il pianto si sciolgono in una stretta di mano/carezza dei volontari. Sembrano più le divise che gli sfollati, impressione riportata già all’Amatrice, tra agosto e settembre. La sensazione di una confusione che gronda buoni sentimenti con cui farsi perdonare qualche inefficienza, o carenza di coordinamento. Le parole dell’autorità sembrano vuote, davanti agli occhi della gente, che dicono di più. Ci sono passati, i norcini. Nel 1980, e poi nel 1997. Sanno tutto e chiedono soluzioni che somiglino a quelle adottate allora, che oggi hanno garantito la sopravvivenza a tutti. Ma di tempo ne è passato, tanto e poco, se si considera che in 36 anni questa striscia di terra, dai Sibillini al Gran Sasso, ha conosciuto 5 terremoti distruttivi. Il tutto in un territorio ristrettissimo, che fin quando non ti trovi davanti la sagoma del Vettore non sembra sia in preda alle convulsioni che si documentano, a centinaia. Tutto il giorno e tutti i giorni. Per strada, andando verso Amatrice per la via di Cittareale, sembra che qualcuno si sia divertito a seminare sassi. Una specie di gigantesco Pollicino che si segna la via di casa. La zona industriale di Norcia è disastrata, i capannoni sembra siano stati sollevati in aria e ributtati giù con tutta la violenza possibile. Qualcuno sul web parla di scossa potente il quadruplo della bomba di Hiroshima. Le immagini delle nuvole di polvere che si alzano dalla costellazione di paesini della Conca danno l’idea della simultaneità del danno. Per Amatrice è stato il terzo round distruttivo, che completa l’opera di azzeramento iniziata ad agosto. Il panorama spettrale della città martoriata ha perso le sue torri gemelle: prima è caduto l’edificio rosso della banca, che spiccava tra i mucchi di rovine, ancora apparentemente intatto. Poi ha ceduto la torre civica, senza però abbattersi del tutto a terra. Un po’ come la speranza della gente, quella che è rimasta e che festeggiava, qualche giorno fa, la riapertura di un bar all’uscita del paese, sulla strada che sale verso Campotosto. Un momento di speranza scacciato via dalla nuova coppia sismica, che ha ridotto in poltiglia quasi tutto quello che era ancora in piedi. Accumoli, o quel poco che ne rimaneva. Arquata, dove Della Valle voleva costruire un nuovo stabilimento, ora completamente rasa al suolo. Come si fa a continuare a sperare se ogni tentativo di rialzare la testa finisce annichilito dai colpi della Bestia?

La via che da Arquata risale i fianchi del Vettore passa da Piedilama e arriva a Pretare. Il paese delle fate, che secondo la leggenda avrebbero segnato il sentiero sotto la cima della montagna che oggi le immagini ci mostrano come la spaccatura da cui origina tutto il male. Più su, verso nord e sopra Visso e Castelsantangelo, da dove è cominciato il nuovo sisma, c’è il monte della Sibilla, dove si recavano i negromanti per celebrare i loro riti oscuri e dove si poteva apprendere l’arte della divinazione. Servirebbe, oggi, a prevedere gli sviluppi di questo poderoso risveglio della montagna, che minaccia di spostarsi verso nord, dove già ha segnato centri importanti come Camerino, Matelica, Castelraimondo, Sanseverino, facendo crescere il numero di sfollati che, terrorizzati, temono per il loro futuro. I colori dolci dell’autunno stanno per lasciare il passo al gelo. C’è da mettere al sicuro le bestie, per chi ancora ci lavora. A Norcia si vive di allevamento e norcineria, più in alto si coltivano i cereali, come a Castelluccio, il paese-gioiello che non esiste più. Di là dalla montagna, tra Accumoli e Amatrice, l’eco dei nuovi crolli scuote paesi vuoti, dove lo spopolamento invernale si è sommato all’esodo dei superstiti colpiti dal sisma. Resistenza da una parte, voglia di rinascita dall’altra.
Davanti, un inverno da passare, che fa paura.

Il ritorno ad Amatrice, o della cartolina scomparsa

Scritto per Emergenze il 20/9/2016

Per andare al paese  (dico così, tra me e me, quando ho la fortuna di fare un salto ad Amatrice), percorro in genere la galleria che da Norcia porta, passando nelle viscere della Sibilla, alla via Salaria. Una galleria lunga, dove non si capisce se si sale o si scende, che cambia completamente lo scenario: da una parte si sta coperti sui fianchi della montagna, dall’altra ci si affaccia sulle coste ripide che scendono a valle, verso il Tronto, per poi risalire quando cominciano i monti della Laga.

Sopra, in cima alla Sibilla, c’è la Faglia della via delle Fate. Sotto passa la strada, con i suoi viadotti arditi, battuta dal vento che siccome è ancora estate è tiepido, un poco umido, e insieme al sole fa il suo dovere per asciugare l’umidità della notte. Tempo da funghi. Per terra è bagnato, ha piovuto e ogni tanto ricomincia, giocando a disegnare arcobaleni.

Guardo in basso e vedo la strada che scintilla al sole. Poi arriva Pescara del Tronto.
Te la trovi sotto strada. Ma non c’è. Al posto del paese un cumulo di sassi che mi obbliga a uscire dalla cartolina per fare i conti con la realtà.
Fin qui i segni del sisma non erano evidenti, sembrava la solita strada, il solito paesaggio di montagna, che scorre veloce, quando si annusa l’aria di casa. Il cambiamento mi arriva addosso all’improvviso. Su questi paesi sembra ci sia stato un bombardamento. Il paesaggio è sconvolto, scendendo giù fino alla Salaria per poi risalire verso Amatrice si vede l’indicibile.
Qualcosa che va oltre l’immaginazione, come ripetono tutti gli amici che incontro durante la giornata. Siamo tutti qua, in cerca di qualcosa che si è perso quella notte. Chi c’era soffre perché ricorda la paura, chi non c’era prova compassione ma non può capire fino in fondo.

La realtà supera l’immaginazione, basta guardarsi intorno per capire che nemmeno nel più angoscioso degli incubi sarebbe stato possibile ipotizzare un disastro come questo. Le storie che si raccontano, ripetute all’infinito, prendono vita propria e descrivono vicende che potrebbero adattarsi a tutti i luoghi e a tutte le persone. Il caso ha giocato con la vita di tutti, i sopravvissuti misurano la distanza minima che li ha separati dalla morte. E basta guardare i detriti sparsi in giro per capire che è stato proprio così: case grandi e belle ridotte in briciole, come quella dell’ex sindaco di Amatrice Serva, amato medico condotto che conosceva uno a uno vecchi e giovani di questi paesi, una bella villetta che chiudeva lo struscio su corso Umberto. Un mucchio di sassi.

Tra le briciole gli scatti di vita fermati nell’istante in cui la scossa ha scatenato il finimondo. Oggetti, vestiti, televisori, imposte, soprammobili, stracci. Sembrano i mucchi di calcinacci che si fanno quando si demoliscono le parti di una casa per rifarla nuova e più bella. Sono pezzi di esistenza seppellita: sotto queste case crollate sono morte centinaia di persone, sorprese nel sonno dal finimondo che si è annunciato, raccontano, con un boato terrificante. Indimenticabile. Simile al rumore di un aereo all’atterraggio, dice qualcuno. Con la casa che sembra sollevarsi per aria come se ci fosse un gigante che la prende per scuoterla e vedere cosa c’è dentro, dice un altro. E mentre si cerca di ritrovare il controllo dei propri movimenti si pensa al peggio, mentre fuori la falce fienaia della morte scandisce il ritmo della danza macabra.

Ad Amatrice ci sono più volontari che senza tetto. È tutto un brulicare di persone gentili che indossano divise. Polizie, pubbliche assistenze, misericordie, croci rosse, gente che si adopera, aiuta, consiglia, sorride. Disponibili e discreti. Chiedono di evitare di fare foto, se possibile. Sembrano dirti di non guardare, che è meglio rispettare la memoria di una cittadina che giace scomposta e irriconoscibile, lacerata irrimediabilmente. Che è meglio avere pietà.

Vedo amici che si stanno organizzando per lasciare le tende. Antonio, sorridendo, mi dice che si adatterà, per adesso, in un garage che è rimasto intero. Lui un lavoro ce l’ha, anche se non sa bene cosa aspettarsi da qui in avanti. Gianni, che quando eravamo piccoli era quello più chiuso e silenzioso, sfodera un sorriso mesto e dice che andrà a stare in albergo a San Benedetto, con la moglie e la figlia piccola, perché se anche trovasse qui un posto dove stare non ci sarebbe lavoro, e come campi? Ma lì forse si trova qualcosa, gli auguro. Mentre ci abbracciamo gli dico che ci rivedremo qua, ma sappiamo tutti e due che sarà difficile.

Quando la frenesia di questi giorni finirà, quando arriverà l’inverno, i sorrisi dei volontari si trasformeranno in arrivederci e la strada della ricostruzione si farà dura. Difficile immaginare un futuro in una città costretta a coprirsi per nascondersi allo sguardo pietoso del mondo.
Ferita anche nell’orgoglio, costretta com’è a nutrirsi della compassione altrui.

Mentre riparto arriva un altro acquazzone. Prendo la via di Collespada, che passa nel bosco e che nessuno conosceva. Adesso è diventata una piccola arteria di comunicazione, senza nemmeno un cartello che ti dica dove va, si lamenta un volontario toscano, sorridendo.
Ho davanti un arcobaleno nitidissimo, che arriva giù fino sul prato. Non sembrano esserci pentole di monete d’oro, alla base. Per strada ogni tanto si vede, appesa a un cartello o fuori da una finestra, una bandiera tricolore.

L’organetto, la poesia a braccio: ricostruire l’identità

Scritto per Emergenze il 31/8/2016

I giorni passano. L’attenzione sulle zone terremotate è ancora alta, ma il funerale celebrato ieri ad Amatrice ha segnato un punto di svolta. È stato emozionante vedere uniti Stato e Cittadini, in un abbraccio che ha superato persino le pastoie del protocollo e della sicurezza. Tutti vicini, a contatto di gomito, in un afflato che si può leggere in molti modi: siamo tutti alla mercé degli eventi, da una parte; non siete soli di fronte alla tragedia, dall’altra.

Ad Accumoli, Amatrice e Arquata l’inverno arriva presto. Già adesso l’escursione termica tra giorno e notte è notevole, soprattutto se piove. La ricostruzione degli edifici ha bisogno di tempi lunghi, incompatibili con la condizione dei senza tetto. Bisognerà allestire in fretta degli alloggi adatti a difendere la gente dal freddo che in zona si fa sentire, con temperature che possono scendere di molto sotto lo zero.

C’è da sgomberare l’enorme quantità di detriti, e c’è da mettere in piedi un progetto per una ricostruzione intelligente. Da una parte, come hanno chiesto i sindaci e i cittadini, che rimetta in piedi i luoghi per come erano. Dall’altra, che rappresenti un’opportunità per rimettere in moto la vita da dove si è fermata, creando prospettive per un futuro migliore.

L’identità dei luoghi.
Più che i paesi distrutti dal sisma, però, c’è da ricostruire un’identità dei luoghi che va oltre la loro architettura. Il terremoto ha privato la popolazione di tutti i punti di riferimento: ha distrutto le case, gli edifici istituzionali, le botteghe, i supermercati, gli impianti sportivi. Quello che è rimasto in piedi è in massima parte inagibile. I tempi necessari ai sopralluoghi, al censimento delle costruzioni danneggiate e agli interventi di ripristino o di demolizione superano abbondantemente l’inverno, che sarà perciò la fase più delicata.

La gente è stata strappata via dai suoi percorsi abituali: dal lavoro, dalla cura della casa, degli orti, degli animali da cortile. Dal gioco, dallo sport, dalla frequentazione dei luoghi di intrattenimento. Molti hanno perso le loro cose: la casa, ma anche la macchina, i vestiti, i libri, i dischi, i computer, la televisione, gli oggetti personali, gli hobby. Non ha più senso alzarsi a orari prestabiliti, ma non è possibile nemmeno rimanere a letto. Gli spazi personali non esistono. Non si può leggere, guardare la tv, studiare, scrivere, cucinare. E’ una condizione terribile, che si somma al lutto e allo shock dell’evento catastrofico.

Tutti si trovano scaraventati in un vortice di precarietà, in attesa di mettere un punto per ripartire. In una microcomunità come questa sono venuti meno familiari, amici e punti di riferimento che segnano la quotidianità.

Su internet la gente che ha un legame col territorio ha cercato di mettere insieme i ricordi. Si tratta per lo più di persone che frequentano questi luoghi di villeggiatura e che scrivono dal posto dove vivono abitualmente. C’è chi racconta il suo paese e i suoi abitanti come può, chi setaccia Youtube per trovare documenti su feste, danze e canti che rammentino le tradizioni locali. Un tentativo di testimoniare la propria identità che proseguirà.

Fioriranno le pagine facebook, le raccolte di foto di case danneggiate e di paesini com’erano prima del disastro. Documenti che serviranno a rimettere insieme l’identità di questi paesi, che si è manifestata forte e chiara nel momento in cui per motivi logistici si è ipotizzato di celebrare nella lontana Rieti i funerali solenni di ieri.

Una risposta che è stata una fiammata di vitalità e ha ottenuto di celebrare questo giorno del ricordo sul proprio suolo martoriato. I sindaci e le autorità hanno parlato per tutti: nessuno mollerà, bisogna sopravvivere per impedire che questa sciagura sia l’ultimo atto di una storia millenaria. Sottrarsi al declino incombente, però, non sarà facile.

Si devono recuperare l’organetto, le ciaramelle, la poesia a braccio, oltre alla gastronomia, al dialetto, ai racconti dei bei tempi passati: tutte cose che creano coesione e che aiuteranno la gente a ricordare. Le radici comuni sono importanti.

Più importante sarà, però, l’apertura di un processo di ricostruzione che coinvolga la popolazione in prima persona, per quanto possibile. Intanto mantenendo il contatto con i luoghi anche durante la ricostruzione: la paura delle scosse, la perdita dell’agibilità della casa e di tutti i punti di riferimento nel territorio, oltre che delle persone più prossime, potrebbero accelerare definitivamente lo spopolamento che minaccia questi luoghi da decenni e che già ha prodotto una miriade di località prive di cittadinanza stabile, aggregati di seconde case che rivivono solo d’estate e che, danneggiati come sono, rischiano di trasformarsi in paesi-fantasma.

Lavoro per rinascere.
Perché questo accada è necessario che la gente abbia un lavoro, che le scuole siano aperte e che si ricrei un tessuto connettivo sufficiente a far rivivere una comunità che possa, con la propria energia, indirizzare lo sforzo esterno per la ricostruzione. Non una cittadinanza passiva in attesa di un intervento dall’alto, ma una compagine unita che decida, per quanto possibile, l’indirizzo da dare alla ricostruzione.

Questo sarà fondamentale perché si possa cogliere l’opportunità di rinascita che una ricostruzione da zero porta sicuramente con sé: l’intervento più profondo che si possa immaginare per rifondare una comunità.

È qui che si decide se da questa fase si può ripartire per crescere, o se si tratta soltanto di rimettere in piedi qualcosa dove possa continuare a vivere, cercando di dimenticare tutto questo dolore, una comunità di superstiti destinata al declino.

Perché ciò accada è necessario che ci sia un rapporto fiduciario tra cittadini e istituzioni. Chi guiderà la ricostruzione dovrà interfacciarsi con la gente, capirne le esigenze e riprogettare la comunità cercando di individuare le possibili linee di sviluppo future.

Legate al turismo, al Parco, all’attrazione di nuovi visitatori e al ripristino del tessuto dei paesi dove i villeggianti aspirano a tornare. Semplici luoghi della memoria, cioè, che s’incrociano con luoghi per cui la memoria deve essere il punto da cui ripartire per costruire una nuova storia: dalla costruzione di questo equilibrio dipende il futuro della Conca amatriciana e delle altre zone interessate.

Ricreare una comunità in grado di costruirsi da sé le giuste opportunità. Una bella sfida da raccogliere per un paese che fa fatica a sottrarsi alla deriva degli ultimi anni: vivo d’estate, vuoto di gente e di cose durante la brutta stagione.

Qui viene meno, con ogni evidenza, l’accostamento fatto con la realtà aquilana, fatta di grandi numeri e questioni molto più complesse. La vicinanza con la Città ferita, però, può far sì che Amatrice, Accumoli e Arquata abbiano un punto di riferimento importante, che si è già misurato con i problemi legati alla ricostruzione. Lo stesso vale per Norcia, da più parti citata, in questi giorni, come esempio di rinascita virtuosa.

La necessità della ricostruzione di Accumoli, Amatrice e Arquata offre, poi, l’opportunità per riordinare le norme e cominciare a fare qualcosa per prevenire futuri disastri, lutti e sciagure cui siamo abituati da sempre. La frequenza con cui accadono certi eventi è impressionante. Le parole dell’omelia del Vescovo di Rieti, però, sono state illuminanti: il terremoto modella da sempre la terra in cui viviamo. Non è lui a uccidere, ma l’uomo. Non il destino, cioè, ma l’incuria.

Lo slancio riformatore del Governo avrà pane per i suoi denti, insomma: avviare un cambiamento epocale che porti la cultura della prevenzione. Mai più Amatrice, l’Aquila, Gemona, Belice, Norcia, Modena, Sant’Angelo dei Lombardi, Assisi.
Chissà che non sia, almeno questa, #lavoltabuona.

Amatrice, riscoprire il bene comune per salvare la mia città di rovine

Scritto per Emergenze il 28/8/2016

Non è ancora finita, l’emergenza. Mentre scrivo le repliche della scossa assassina delle 3.36 del 24 agosto sono più di 1500, e il numero dei morti si avvicina pericolosamente a 300, un altro dato che accomuna il sisma di Accumoli, Amatrice e Arquata a quello aquilano.
Sono state dette e scritte tante cose per raccontare questi luoghi che qualcuno definisce, forse a ragione, dimenticati. Questo è ovvio, se se ne considerano anche soltanto le dimensioni.
Si tratta, però, di luoghi che diventano importantissimi perché su di essi si concentra l’empatia che tutti stanno provando in questi giorni, in tutto il mondo.

La grande mole di messaggi positivi che è circolata fuori dai media convenzionali, che dimostrano una volta di più la loro drammatica inadeguatezza ai tempi, è stata sufficiente a sovrastare il frastuono che caratterizza la comunicazione social. I seminatori d’odio e di bufale, lungi dal tacere, sono stati zittiti da una valanga di sentimenti positivi autentici. E non è vero che il fatto che esprimerli costi il piccolo sforzo di un clic ne ridimensiona la portata. È, invece, il risultato tangibile di un coinvolgimento reale.

Hanno ripreso autorevolezza i tradizionali portatori di messaggi edificanti: il Papa e il presidente della Repubblica, che è come dire la Chiesa e lo Stato. La disponibilità della gente si è concretizzata in una quantità di gesti, dalle file per la donazione sangue, da più parti testimoniate, alla sovrabbondante raccolta di viveri e beni di sussistenza anche apparentemente marginali, all’attivazione di canali per la raccolta di fondi.
L’attenzione per l’informazione è elevatissima: televisione, radio, giornali, siti, ma anche racconti fatti da gente del posto che ha preso di petto l’angoscia raccontando con passione quello che forse non tornerà più.

Tutto questo può sembrare scontato, ma se si pensa allo scenario antecedente al terremoto si capisce che non è così. Hanno perso la scena le nefandezze e i parapiglia da pollaio che caratterizzano da tempo tutti i media. In tanti, indignati, si sono messi a denunciare le bugie che infestano la comunicazione e a deprecare gli sciacalli virtuali quanto quelli che sono stati trovati a rovistare nelle macerie alla ricerca di valori abbandonati da rubare.

Non è poco, perché tutto quello che ci spinge ad agire per partecipare in positivo alla conversazione è un mattone che serve alla ricostruzione di valori che può ripartire, paradossalmente, dal crollo di queste piccole città di provincia, situate nel cuore di uno dei Paesi più importanti del mondo, per l’enorme patrimonio culturale che contiene.

Gli effetti di questi soprassalti di umanità si faranno sentire eccome. È di questa sintonia con il bene che c’è bisogno quando si accosta lo sguardo a immagini come quelle che arrivano da Aleppo, sinistramente simili a quelle di Amatrice. Riflettere sulle cause diventa doveroso e proficuo ed è sicuro che l’occhio solidale e compassionevole si può allenare. La scossa delle 3.36, insomma, può portare, se non altro, l’effetto positivo di svegliare almeno un poco le coscienze.

La ricerca delle responsabilità umane nel disastro è appena cominciata. Chi avrà sbagliato pagherà. Finiranno sul banco degli inquisiti i tanti che localmente avranno lavorato alle costruzioni e alle ristrutturazioni, animati dallo stesso spirito che muove i piccoli operatori di questo tipo: guadagnarsi la pagnotta, dribblare gli ostacoli della burocrazia, scavalcare gli ostacoli delle verifiche e delle restrizioni, farsi pagare dai clienti.

Una marmellata che innesca le bombe a orologeria che sono questi paesi costruiti dal medioevo in avanti, dove tutti hanno agito in base alla propria convenienza, chi ricavando una stanza da un pertugio, chi aprendo una finestra in un muro portante, chi regalando qualcosa a un funzionario compiacente, chi muovendosi nelle regole ma affidandosi a imprese che hanno lucrato risparmiando sul materiale e sulla manodopera. Cose che si sanno e che produrranno conseguenze soltanto sul posto, dove le carte saranno soppesate a dovere, mentre altrove si procederà come sempre, perché continueremo a tenere tutti famiglia e a valutare certi interventi sulle case che compriamo o che prendiamo in affitto soltanto per il denaro che ci costano e non per gli effetti che producono.

Il che sembrerà normale, se così fanno tutti, anche quando il committente dei lavori è pubblico e dei servizi usufruisce la collettività, che paga conti spesso gonfiati per opere difettose, che poi si sbriciolano sotto ai colpi della natura.

Il territorio di Accumoli, Amatrice e Arquata, esposto a terremoti distruttivi raccontati precisamente dalla storia (almeno 6 negli ultimi 400 anni), ha subito altri cambiamenti dovuti a frane, a valanghe, a modifiche apportate all’ambiente dagli uomini. Lo racconta Agostino Cappello, di Accumoli, nelle sue Osservazioni geologiche e memorie storie di Accumoli in Abbruzzo, scritto nel XIX secolo, leggibile integralmente su Google Books.

A Capodacqua, salita alle cronache in questi giorni, ogni tanto veniva giù la montagna e seppelliva paesi. Lo stesso da Accumoli verso l’interno. Terremoti e frane ridisegnavano il paesaggio, creando e cancellando luoghi, spostando sorgenti e fiumi, imponendo la propria legge alla popolazione, che ripartiva ogni volta da zero rimanendo esposta al capriccio degli elementi.

Niente di nuovo, insomma: non facciamo altro che perpetuare gli atteggiamenti dei nostri antenati, apportando piccole modifiche se e quando costretti da vincoli esterni, o dall’illuminazione di un lampo d’intuito. Dovremo cambiare sistema, ma forse costerà di meno fare degli interventi usando le risorse rivenienti dalla solidarietà e dagli stanziamenti straordinari che sarà possibile fare.

Il che frutta sorrisi e primi piani in televisione, posponendo alla prossima tragedia i commenti critici al proprio operato, resi blandi dal prevalere della reazione emotiva all’evento, dall’empatia con le popolazioni colpite, dallo strazio delle storie dei bambini morti sotto le macerie.

Se ci mettiamo a cercare sul web possiamo facilmente ricostruire quello che è successo dopo il terremoto dell’Aquila. Le polemiche sulla costruzione degli edifici per gli sfollati, l’orrenda storia degli sciacalli che ridevano al telefono, l’oblio per una delle più belle città d’Italia, il cui centro è ridotto allo stato di una città fantasma di quelle che visitano i turisti nel west.

Uno scenario che tenderà a ripetersi, perché la legge che domina le nostre azioni è quella del rapporto costi/benefici, e alla voce benefici la collettività viene sempre dopo il nutrimento necessario ai meccanismi di potere, quali sono, anche nella piccola dimensione locale, le strutture che amministrano, qui e altrove, il Bene Comune.

Serve, anche qui, una scossa, e non possono darla vuoti slogan che non cito. Servono i fatti, che non vanno più di moda, perché questo è il momento in cui il consenso si conquista con le bugie e con le bufale. Quelle stesse che i sentimenti che ha scatenato questa sciagura ha relegato, per un attimo, in seconda pagina. Dobbiamo imparare da questo: vale tanto, un moto dell’anima, uno slancio sincero provato anche su un divano a duemila chilometri di distanza dal disastro. Vale tanto una My city of ruins cantata oltreoceano e dedicata alle vittime del terremoto da Bruce Springsteeen, come sempre Maestro che insegna a restare umani.

Il Disegno che molti vedono dietro certi accadimenti (Signore, che si fa?, diceva il Vescovo di Ascoli) lo determinano le nostre azioni concrete. Nient’altro.

Come cittadini starà a noi pretendere che lo Stato legiferi per far muovere al Paese passi decisivi per prevenire le sciagure a venire. Non serve sgranare il rosario dei terremoti degli ultimi 50 anni, l’abbiamo fatto fino alla noia. Ce ne saranno ancora.

La soluzione non partirà dal basso, se non sarà il basso a pretendere che ci si muova in tal senso. Non conviene ai politici, non conviene ai cittadini. Il punto è cambiare paradigma e smettere di pensare in termini di convenienza.

Riscoprire il valore del Bene Comune, anche superando quel senso comune di cui tutti siamo diventati ottimi portatori, a cominciare da chi siede sugli Scranni delle Istituzioni politiche che governano in Italia, in Europa e nel mondo.

Che è solo una finzione, se non muove verso il superamento degli squilibri che stanno distruggendo, oltre al pianeta, la qualità della nostra vita.