Parlami di te

a sapertelo spiegare
che filosofo sarei
(Baustelle)

il mondo è tutto ciò che accade
(Wittgenstein)

Io non capisco niente di filosofia, sono un ragioniere ma a ripensarci oggi che cominciano gli esami di maturità se mi fossi esaminato mi sarei bocciato, se non altro per darmi una lezione. Non si va in giro tutti sparpagliati in quel modo, nemmeno se si è adolescenti.

Leggo di tutto, comunque, e ho le mie idee, ho trovato pure un modo di esprimerle grazie a internet, che se ci pensi bene capisci come mai nessuno ci porta a casa un dollaro ma tutti ci hanno scommesso sopra le mutande.

Su internet ci stanno tutti. O meglio, diciamo che stanno tutti su facebook. Che sta lì e ti invoglia: a cosa stai pensando? è la domanda fissa nel riquadrino dello status. Se ci pensi è un foglio bianco. Hai la tastiera davanti e puoi scrivere qualunque cosa su tutto. Non capisco come mai, allora, ci sia tanta gente che si diverte a condividere pensieri preconfezionati da altri sulle cose che accadono tutti i giorni.

Non è necessario costruire una teoria sul mondo per esprimere un pensiero personale e se lo lasci andare e qualcuno ti risponde ti puoi fare un’idea su quanto stia in piedi il tuo pensiero, quanto sia condivisibile, e puoi accettare di cambiare punto di vista, apprendere cose che ti portano a pensarla diversamente o a rafforzare le tue convinzioni.

Se fai copincolla perché tiziocaio l’ha detto che suona bene che sforzo fai? Nessuno. Questo vale per tutto, dal pensiero sullo ius soli a quello sulla tazzina di caffè del mattino. Però te nella testa ce le hai, le immagini che hai costruito per raccontarti i fatti. Insieme a quelle con cui ti racconti i ricordi, alle cose che ti dicevano gli altri e che ti sono rimaste impresse.

Perché non dirle? Perché non dire, che so, com’è che ti piace il mare e perché oggi ti senti triste? Non è meglio che alimentare catene di Sant’Antonio a suon di “vediamo chi ha il coraggio di condividere”? A chi giova tutta quella, scusami, merda? Cosa porta in questo mare confuso di conversazioni che fanno un groviglio che trova senso solo nel circoletto piccolo in cui scambi le tue impressioni con i tuoi amici più stretti?

Perché non ci parli di tuo padre o di tuo nonno o della pappa col pomodoro o dei gatti siamesi o del pane cotto a legna o della Simca 1000 o dell’arte della manutenzione della motocicletta? Sono sicuro che hai tante cose da raccontare che i tuoi amici leggeranno, e ti diranno che sono contenti e che si ricordano e che secondo loro si fa anche così e che è buona anche la zuppa di pane e le Lucky Strike erano meglio delle Camel.

Non serve sapere né sforzarsi, serve non usare quello che vomitano altri, spesso costruito a bella posta, per fare una conversazione che puoi fare con parole tue, ben più ricche di senso proprio perché a dirle già si misurano con la logica che, diceva sempre quel grande filosofo, stabilisce se possono far parte del mondo oppure no.

E poi se fai fatica con le parole ci sono le immagini. Vai su instagram e posta le tapparelle di casa tua. La gente ti dirà che sono belle, qualcuno che lo fa si trova sempre, anche se le foto sono sfocate e tu sei venuto con la faccia a banana.

eLezioni private

Ecco lo spoglio a oggi delle mie eLezioni private. Fonte: Facebook.

Politici:
Barack Obama piace a 54.664.095 persone, tra cui 77 miei amici
Donald Trump piace a 22.470.144 persone, tra cui 7 miei amici
Angela Merkel piace a 2.449.693 persone, tra cui un mio amico
Emmanuel Macron piace a 1.748.150 persone, tra cui 4 miei amici
Theresa May piace a 430.530 persone e a nessun mio amico
Sergio Mattarella piace a 29.051 persone, tra cui 7 miei amici
Matteo Renzi piace a 1.088.498 persone, tra cui 72 miei amici
Silvio Berlusconi piace a 963.666 persone, tra cui 12 miei amici
Beppe Grillo piace a 1.993.381 persone, tra cui 65 miei amici
Angelino Alfano piace a 123.582 persone, tra cui 2 miei amici
Matteo Salvini piace a 1.835.499 persone, tra cui 32 miei amici
Giorgia Meloni piace a 698.079 persone, tra cui 26 miei amici
Paolo Gentiloni piace a 41.068 persone, tra cui 18 miei amici
Laura Boldrini piace a 239.634 persone, tra cui 53 miei amici
Pietro Grasso piace a 78.635 persone, tra cui 12 miei amici
Alessandro Di Battista piace a 1.340.471 persone, tra cui 52 miei amici
Luigi Di Maio piace a 1.052.732 persone, tra cui 33 miei amici
Virginia Raggi piace a 823.879 persone, tra cui 54 miei amici
Maria Elena Boschi piace a 137.476 persone, tra cui 22 miei amici
Pierluigi Bersani piace a 197.340 persone, tra cui 35 miei amici

Partiti:
Partito Democratico piace a 203.327 persone, tra cui 28 miei amici
Forza Italia piace a 159.796 persone tra cui 3 miei amici
MoVimento 5 Stelle piace a 1.069.652 persone tra cui 23 miei amici
Lega Nord piace a 335.510 persone tra cui 4 miei amici
Sinistra italiana piace a 114.510 persone tra cui 16 miei amici
Partito della Rifondazione Comunista piace a 60.772 persone tra cui 11 miei amici
Fratelli d’Italia – Alleanza Nazionale piace a 144.848 persone tra cui 8 miei amici
Casa Pound piace a 211.023 persone tra cui 12 miei amici
Forza Nuova piace a 219.602 persone tra cui 3 miei amici
Radicali italiani piace a 49.758 persone tra cui 12 miei amici
Alternativa Popolare piace a 10.025 persone tra cui 2 miei amici
Articolo UNO – Movimento Democratico e progressista piace a 16.021 persone tra cui 1 mio amico

Life in a day

Stamattina mi sono svegliato con una strana voglia di ascoltare i Simple Minds. Non so perché. Sono partito canticchiando Glittering prize, che nella mia testa è un’immagine degli anni ’80, ma non è quello il mio ricordo più nitido del gruppo. New gold dream era un bellissimo disco, piaciuto molto quando è uscito, ha segnato il successo, la svolta, il cambiamento di vita per questi ragazzotti scozzesi che avevano fatto già quattro bei dischi, però per me i SM erano la sequenza, nell’ordine, I travel – Life in a day – Chelsea Girl – Changeling, come da cassetta registrata. I travel fu il primo pezzo che ascoltai, lo passava Punto radio a Roma, che ascoltavo appena arrivato a casa da scuola. Punk, new wave, un po’ di metal e tanta roba buona. Un giorno accesi la radio e, credo fosse Fabio Max il Dj, uno molto fantasioso e autoreferenziale, passò questo pezzo velocissimo, saltellante, che sembrava diverso da tante altre cose. Mi piacque molto, mi piacquero loro, mi piacevo io. Era una fase in cui bisognava ingegnarsi per scoprire la musica e le informazioni erano poche, non c’era internet e mi sembrava che l’unico canale dove attingere informazioni fosse il Mucchio Selvaggio. Oggi tra il web e spotify si può ascoltare tutto e sapere tutto di tutti ma non c’è più quella tensione. Vecchiaia sopraggiunta o incombente. per parlare con cognizione di causa di musica occorre seguire, essere informati, fare sforzi non indifferenti. L’ho fatto per quindici/vent’anni, ho cercato dischi, studiato e catalogato dati, imparato parecchie cose. Suonando la chitarra, anche se da poco e non in maniera eccellente, mi si riposiziona la musica quando la riascolto, c’è roba che amavo che mi cala un po’ e roba che mi piace molto più adesso di allora. I Simple Minds erano un bel gruppo, lui poi si sposò, mi pare, con Chrissie Hynde, che mollò per lui un padreterno come Ray Davies dei Kinks. Chissà cosa ci avrà trovato. Spero di avervi fatto venire voglia di riascoltare qualche roba polverosa: Se volete la vita facile fatevi i vostri Don’t you e Alive&Kicking, se siete più raffinati incarrate New Gold Dream e Sparkle in the rain, se vi sentite ancora giovanotti mettete Real to real o Life in a day. Su spotify ve li tirano appresso. Io in ossequio all’intuizione mattutina appresso invece vi allego la simpatica I travel. Abballate. Consiglio.

 

 

Cercando Gloria

La vicenda di Gloria Trevisan e del suo fidanzato Marco Gottardi, dispersi a Londra nell’incendio della Grenfell Tower, è davvero triste. Lascia attoniti. Innesca reazioni viscerali che sono comprensibili perché ci ricordano che partecipare al dolore di qualcuno è un gesto che unisce e che fa comunità ed è edificante in assoluto, gratificante per chi lo fa e anche, se fosse possibile davvero, minimamente consolatorio per chi in queste ore si dispera per il compiersi dell’irreparabile.

La comprensibile, addolorata reazione del padre di Gloria, che dice che tutto questo non sarebbe successo se qui le avessero offerto un lavoro serio, va accettata per quello che è: lo sfogo di un uomo distrutto dal dolore. La scelta professionale della figlia, forse, è stata obbligata, ma viviamo tempi in cui certe scelte si fanno con molta più facilità e in ambito familiare vengono vissute come separazioni dolorose, ma spesso sono necessarie per chi segue un percorso di crescita personale e professionale.

Chi riprende il discorso per lamentarsi della situazione italiana può avere le sue ragioni o meno, non dovrebbe però dimenticare, a mio parere, che ci sono mille altre occasioni più adatte per dirlo. Lasciamo parlare il dolore dei congiunti e riflettiamo sull’opportunità di usare qualunque evento come strumento per fare politica, perché alla fine di questo si tratta. E restare umani significa anche fermarsi un passo prima.

 

Gruppo vacanze Amatrice

Stasera ho cucinato un piatto di spaghetti all’amatriciana per un ragazzo giapponese e uno svizzero. Ne abbiamo spazzolati 7 etti e mezzo in pochi secondi. Faceva proprio caldo, ho fatto un pezzo di strada sotto il sole camminando di buon passo e sono rimasto sfiatato, ho anche incontrato una mia cara amica e non l’ho riconosciuta, facendo la mia gaffe preferita. Ho pensato all’estate che è arrivata e mi è venuta in mente Amatrice.

Non per ricordarmi del terremoto, dei danni, dei ritardi della ricostruzione, ma che dico ritardi, ancora è tutto di là da venire. Non ho la forza di entrare in una polemica che riguarda le persone più colpite dal sisma, rispetto a loro mi sento in debito come cittadino e basta. No, vorrei ricordarmi di quando ad Amatrice ci andavamo a prendere il fresco, in vacanza o nel weekend.

Arrivavamo su, scendevamo dalla macchina, ci veniva incontro qualche faccia del paese che salutavamo. Ci accoglievano con il solito “ti fermi?” che ti faceva capire che avevano aspettato questo momento tutto l’anno e che finalmente la bella stagione riportava gli amici, le feste, le mangiate, i balli, i racconti della sera sotto le stelle, facendo piazzetta fino a tardi, col fresco che ti sale piano piano e te lo godi tutto pensando all’inferno metropolitano.

Quando torneremo in vacanza ad Amatrice? Ma anche ad Accumoli, Arquata, Visso, eccetera. Quando passeggeremo per Corso Umberto e torneremo a sederci per bere un caffè? Quando risaliremo sui sentieri dove siamo cresciuti per andare in montagna ciascuno alla propria fonte, alla madonnina, alla croce, al bosco a fare funghi, al lago? Quando rigiocheremo il torneo delle frazioni? Quando rifaremo la ‘ncotta con le patate e la panonta col prosciutto infilzato nello spidone? E le pizze fritte? E le magnate di pecora in montagna? Quando risentiremo suonare le ciaramelle e la saltarella in una piazza pulita, con i festoni e le bandierine e la gente seduta che fa cornice tutto intorno?

L’inverno è stato lungo e amaro. Prima del maledetto 2016 era sempre così, era un inverno di solitudine e freddo, passato a prepararsi per l’estate, chi stava su e aspettava, chi stava altrove e lavorava aspettando le ferie, pregustando le gioie del ritorno al paese. C’è gente che non ci poteva rinunciare e gli toccherà farlo, e chissà fino a quando. Le ore passate su, adesso, sono ore rubate. Le perdi a contare i passi in mezzo alle macerie, a chiudere gli occhi immaginando sia ancora in piedi quello che non c’è più, a rivedere le case, le stalle e i pagliai crollati com’erano, con la gente che ci entrava e ci viveva, e ci lavorava. Mieteva e trebbiava, rimetteva la legna e il fieno, ricavava le patate, aggiustava la staccionata, ferrava potava, falciava, coglieva, fruttava, puliva, asciugava, preparava la brutta stagione che presto, sempre presto sarebbe tornata. Lo si sentiva da come cambiava il vento, dal rumore delle foglie, dall’odore della terra sempre più bagnata. Lo si sapeva quando si vedevano scendere le pecore per tornare a quote più basse e all’aria temperata.

Prima, però, c’era stata la festa del paese, la messa tutti vestiti bene, le pizze fritte, gli auguri di buon ferragosto, le chiacchiere con compari, cugini e qualche faccia nuova arrivata al seguito di gente del posto. C’era sempre una corsa in montagna da fare, un bastoncino da intagliare, una macchina da lavare, la carne buona da cucinare. L’osteria e lo spaccio. La visita ai parenti e agli amici della frazione vicina. La partita a briscola. I baci alle ragazze. La morra. I girini al fosso. La caccia alle vipere. Non c’è più niente.

La foto qua sotto l’ho trovata sul web facendo lo slalom tra le foto delle macerie. Ci sono solo foto di macerie, vigili del fuoco, zone rosse, palazzi crollati, autorità in parata, gente che piange e cerca di riorganizzarsi, chi fa volontariato e chi beneficenza, chi non sa cosa fare e scrive per farsi coraggio o per sfogarsi. E arrivano le notizie tristi della gente che si arrende e di quella che tenta di approfittare della situazione per fare cose turpi. Questi nove mesi hanno cambiato i connotati anche alla memoria. Non so quanti potranno andare in vacanza nella zona, qualcuno ci vive ma manca tutto. Anche il coraggio di affrontare la notte con la paura di tornare a sentire quel rumore devastante che si mischia alle grida dei tanti, troppi che sono morti.

Sento di un brutto terremoto a Lesbo, in Grecia, con danni ingenti e poche vittime. Mi chiedo perché sia successo tutto quello che è successo. Non so rispondermi, ma so che fa caldo, sì, che comincia un’estate.
Senza Amatrice. Chissà per quanto.

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Scrivere lettere d’amore

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Quando ti viene in mente di scrivere una lettera d’amore a qualcuno/a dovresti porti qualche domanda. Per esempio:

a) Ti senti bene?
Sei sicuro/a che questo desiderio sia sano? Lo sai che scrivere espone violentemente al ridicolo? La vedi la vignetta? Cosa ti fa pensare che chi riceve una lettera d’amore la gradisca? E’ una lettera che scrivi per metterti in contatto con qualcuno/a o lo stai facendo per convincerlo/a a cambiare idea rispetto a un rifiuto?
E che rifiuto è, ti ha lasciato o non vuole saperne di te?

b) Sei sicuro di essere all’altezza di quello che scrivi?
Mettere bei pensieri sulla carta è facile, può riuscire più o meno a tutti, soprattutto se lo si fa con sincerità. Può risultare gradito, se è sincero, anche il famoso “ti amo come una catena di fervide montagne”. Spesso però scrivere, come fare regali, è un bel gesto che si fa per il gusto di compiere un bel gesto, dimostrando di essere diversi, capaci di gesti romantici, poetici e tutto il resto. Capossela però cantava: “raccontava grandi storie o forse erano tutte balle/certo gli occhi ti guardava e le cosce non toccava”. Ti rimando, poi, alla poetica di Elio e Le Storie Tese, con la sua illuminante “Servi della gleba”, che appresso appongo perché t’illumini.

Quindi, caro/a amico/a che ti appresti a usare la penna, sei sicuro/a di essere come dici di essere? E se lei/lui apprezzasse davvero il contenuto della lettera, non è che poi scapperesti via pur di sottrarti alla prova del fuoco? Mettere segni su un foglio, anche virtuale, è facile. un bell’esercizio estetico. Su un muretto, con lo spray, pure, anche se sporca la città e non è il massimo della vita.

Le parole però sono solo segni, a meno di non metterci pure la sostanza.

Quindi, se ci hai pensato bene e sei all’altezza di quello che scrivi e tutto il resto pensaci ancora un attimo e vedi se non è il caso di telefonare per cercare un incontro e dire le cose che devi dire guardandola/lo negli occhi. Se non altro provi a te stesso che le cose stanno proprio così. E alla fine di tutto questo ragionamento, se proprio vuoi, scrivi. Purché domani tu non scriva una nuova lettera d’amore a qualche altro destinatario. Nel caso, potresti solo essere uno/a che ama scrivere lettere d’amore e sublima la propria energia scrivendo. Appagante, per te, ma certo i destinatari potrebbero non capire.

 

 

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Cosa succede in città. O sul divano

Ho letto ieri su facebook un appello di cittadini del quartiere dove sono nato e cresciuto, a Roma, che si davano un appuntamento per cercare di capire cosa fare per avere strade pulite. E’ un’iniziativa lodevole, perché dimostra che c’è ancora chi cerca di andare oltre le parole vuote per mettere a fuoco le necessità basilari.

C’è stato un tempo in cui, raccontano le cronache, si reagiva spontaneamente a certe sollecitazioni mobilitandosi sul posto e portando avanti le più varie forme di lotta e di resistenza. Dal rischio più grande, quello della vita, che innescò la Resistenza contro l’invasore nazista e i suoi collaboratori locali, fino a questioni all’apparenza meno cruciali, come l’aumento delle tariffe dei trasporti.

 Si andava in piazza e si manifestava, si presidiavano aziende e cantieri, si lottava per la casa e per una vita migliore. Poi le cose sono cambiate: chi ha continuato a lottare si è spostato su territori a metà strada tra l’enclave politicizzata e la riserva indiana, gli altri hanno badato a tirare a campare, accettando i doni che il sistema gli ha fatto pervenire pur di placarne gli appetiti.

Un passettino avanti, una macchina nuova o usata, qualche bel vestito, una vacanzina a Sharm El Sheikh, in cambio dei trilli soffusi e dei volti luminosi della televisione. Per chi gradiva, qualche paradiso artificiale a buon mercato, e, su tutto, l’affermazione definitiva del valore principale: il successo, che porta soldi, sesso, popolarità, fortuna, occasioni, e lascia indietro briciole di cui si cibano i pesci pilota.

Il senso di appartenenza si è così trasferito a una sorta di comunità catodica e ce ne siamo andati via dalla strada. Oggi leggo di persone che vivono in una città diversa da quella in cui sono nate e ne scoprono i meandri più reconditi con meraviglia, attraversandone con interesse ogni propaggine, assorbendone la cultura. Lo faccio anch’io qui a Siena, con maggior interesse alle cose umane all’inizio, mentre oggi mi focalizzo più sulla bellezza incomparabile del territorio.

Mi viene in mente che, per quanto io non sia disattento a certe cose, non ho fatto altrettanto nella mia città natale. Se m’interrogo su Roma mi rispondo che sì, mi sento parte della metropoli, la riconosco come il posto dove ho imparato a vivere e a lavorare, ma che le mie radici si trovano nel quartiere di Centocelle e che c’è una distanza netta tra lo stare lì, in qualche altra periferia o in centro, intanto, e che questo porta a rimanere lontani dal modo migliore per godere della ricchezza della città. E’ un po’ difficile da dire.

Ho incominciato, per esempio, a recarmi sistematicamente in centro, a Roma, soltanto da quando non ci vivo più. La conosco bene, mi ci sono sempre spostato con facilità, conosco le strade meglio di un tassinaro, ma ho una conoscenza superficiale dei luoghi notevoli, dei palazzi, dei monumenti, dei musei. Conosco meglio le zone che ho frequentato per divertimento o per lavoro ma farei fatica a identificarmici e ho reazioni istintive al degrado solo quando mi trovo a Centocelle a fare lo slalom tra le buche e i sacchi dell’immondizia, mentre non mi crea nessun disagio vedere alterarsi i connotati di chi ci abita, perché Centocelle come crogiolo d’immigrati e nata e cresciuta e non è sostituendo cinesi a calabresi o rumeni a abruzzesi che se ne cambia l’essenza.

Cambia, invece, la sensibilità, cambia il senso d’appartenenza, cambia la coesione sociale, manca la consapevolezza che di fronte a certe esigenze si deve fare gruppo per imporsi e far sentire la propria voce. Non c’è più un dialogo tra le istanze che vengono dal basso e chi può rappresentarle, la politica è lontana e quella più militante sembra avere finalità diverse o, comunque, approcci differenti alla normalità.

Casa, lavoro, ambiente che si condivide, opportunità di crescita, sicurezza. Non se ne parla sotto casa, ma attraverso la mediazione di alcuni canali verticali, dalla televisione in giù. Di quello che ci dicono poi discutiamo tra noi, in un continuo ripetersi di “hai visto ieri quello?”. Allo stesso modo condividiamo tormentoni social. Poi ogni tanto succede che la strada rompe lo schema, e, in casi come quello del Baobab, si capisce che il senso d’appartenenza passa per forza attraverso gesti umani, come quello elementare di privarsi di qualcosa di inutile che può essere utile agli altri.

Mi viene spesso da pensarci. Spero di non affondare in qualche luogo comune, ma ho la sensazione che il nostro torpore da divano sia la prima causa delle cose che, rientrate in casa nostra attraverso il filtro della tv o di facebook, ci fanno indignare. E’ come un boomerang: più ci addormentiamo più ci sembra lontano il centro delle cose, più ci pare che i guai non dipendano da noi. Ma sta a noi fare qualcosa per cambiare.

Il fastidio con cui ho seguito ieri la vicenda del voto alla riforma elettorale me l’ha ricordato ancora una volta: loro sono inqualificabili, ma sono i nostri rappresentanti.
E noi stiamo sul divano e sul social, anziché uscire per strada e riprenderci la nostra esistenza. Il delitto perfetto.

 

Non ti ho dimenticato

Non ti ho dimenticato.
Da quando me ne sono andato lascio fluire il respiro e non sento più la tensione che m’imponeva il tuo sguardo. L’indignazione se n’è andata ma mi ricordo tutto bene.

Non guardo indietro, dunque non penso a come potrei ottenere soddisfazione per quello che mi hai fatto. Vado avanti, perché nella vita le esperienze mi hanno temprato, anche se resto debole sul punto dove tu selvaggiamente mi hai picchiato fin da quando hai pensato di potermi tenere tra le grinfie per farmi scontare il fatto di non essere come te.

Te che giudichi gli altri e preghi.

Te che non sei niente, solo un viluppo di pregiudizi come vipere, una matassa intrecciata di luoghi comuni vieti e di sospetti inconfessabili. Te che disprezzi la gente che ti capita sotto e ipotizzi possa concepire di fare il male che fai te, quotidianamente, con i tuoi pensieri laidi e le tue azioni grette che nascondi dietro gli idoli di cui ti circondi, mentre baci i santini della tua infinita ipocrisia.

Corrotto. Vile. Incapace che crede di essere forte mentre briga con quattro compagni di merende all’ombra del potente di turno, che per questo mi pare ancor più abietto, se può essere destinatario della stima di una feccia d’uomo come te.

Non ti auguro del male perché ti basta esistere come sei per soffrire. Mi auguro che quelli che ti restano nelle mani non abbiano a patire le conseguenze della tua incapacità e della tua vanagloria ridicola.

Per quanto il tuo aspetto sia già una caricatura, le tue azioni e le tue parole superano il ridicolo per sfociare nella sguaiatezza drammatica di un Ubu che sia sceso dal palco e abbia preso a colpire la gente col suo uncino da phynanze.

Sarà quella, la gente che ti darà quello che ti meriti.

Io ti ho mollato nel tuo lurido pantano, dove t’illudevi di potermi tenere ancora a lungo.
E vivo.

Le iene

ienaOdiatori riuniti mobilitati h24, il social network è la vostra palestra. Facebook è il luogo dove potete sfogarvi, ci sta sopra più del 50% degli italiani e molti fanno la gara a chi la dice più grossa, a chi usa il gergo più turpe, a chi dice, si augura o augura agli altri, orgogliosamente, le cose più atroci. Passi la storia di Riina, un maestro d’odio dei più autorevoli.

Ciascuno ha il diritto a pensarla come gli pare e uno scuotimento di capo all’indirizzo dei più bonaccioni non si nega a nessuno, né mi è parso chiarissimo il concetto di lezione e di superiorità: chi dovrebbe giovarsi della magnanimità dello Stato, nella circostanza, come lezione di civiltà? Siamo seri, ci mancano gli occhiali per fare certe letture.

Guardiamo però alla sostanza delle secchiate di merda quotidiane: l’unione fa la forza e la caratteristica principale di Facebook è la possibilità di aggregarsi rapidamente tra pensatori affini. Se di pensiero, in questo caso, si può parlare. Nemmeno ci si fa caso più di tanto: ieri ho letto di una ragazza aggredita verbalmente da un energumeno nel quadro di una disputa di stampo politico (Pd, se non ho capito male).

Lui l’ha strattonata, le ha tolto il telefono di mano e l’ha scagliato via con violenza, facendolo finire in mezzo alla strada. Lei lo ha scritto su Facebook, un po’ sconvolta, senza chiarire bene la dinamica dell’accadimento. I commenti si sono scatenati verso l’immigrato, la risorsa ingrata, inneggiando al Duce e ipotizzando la giusta tortura all’aggressore, che decine di commenti più giù si è rivelato essere italiano, ancorché stronzo. Della pioggia di like e di ulteriori sozzerie scritte nel frattempo nessuno ha detto niente, perché non ci si fa nemmeno più caso.

Niente ferma il ghigno della iena da tastiera, e chiedo scusa al povero animale, prigioniero di un luogo comune e del suo aspetto orrendo. Su qualunque cosa si deve intervenire, anche fuori luogo, anche quando il registro di una discussione escluderebbe commenti di livello troppo basso. Il minuetto dell’internet primordiale, danzato al suono della Netiquette, è un pallido ricordo, retaggio del tempo in cui tutto era avvolto nella melassa di uno smidollato politically correct.

Il maiuscolo gridato, l’off-topic, i troll, i flame, tutta roba che ci tocca rimpiangere, finita l’era d’oro degli emoticon :-(. Bei tempi, quando sul web scrivevano solo gli smanettoni. L’entropia ci si porta via, la conversazione è spazzata da uno tsunami di fiele che tutto sommerge, celebrando cadute, rallegrandosi di morti e di sconfitte, infierendo sui più deboli, impedendo ogni confronto tra parti diverse e cercando invece di contrapporsi per blocchi, un “noi” contro “voi” che sa di minaccia, di conteggio virtuale, di costituzione di schieramenti che trovino più a valle il modo di prevalere, anche passando alle maniere spicce.

Si tratta, perlopiù, di iene virtuali, che prese di petto perdono aggressività, farfugliano, minimizzano. La Lucarelli ne ha sputtanato qualcuno alla radio e non è stato un bello spettacolo, Mentana perde tempo a rispondergli mettendoli alla berlina, dimostrando che l’ironia è la migliore medicina. Ma tanto non smettono e consentono di mantenere fresca la banalizzazione dei temi che stanno alla base di una società solidale.

Attenzione, questo non vuol dire che i social come Facebook minano la prospettiva di un mondo tutto pace, amore e comprensione. Il mezzo è sempre un vettore, è il messaggio che trasporta che va messo a fuoco. La iena virtuale non è maggioranza. però testimonia un modo di pensare che è pronto a materializzarsi, se trova rappresentanza.

Non vedremo mai una iena virtuale  scendere in piazza accanto a quelli pericolosi per davvero, ma dobbiamo essere consapevoli che c’è una grande quantità di gente che accoglie nel suo privato con favore il messaggio più distorto e turpe, quello che vuole morte, vendetta, distruzione, che vuole ridere di chi piange. E che questo messaggio dal privato esce facilmente sul social, per fare del cattivismo una bandiera e irridere le persone perbene, spesso tacciate spregiativamente di “buonismo”, volentieri aggiungendo, in caso di tematiche umanitarie o che lambiscono il tema dei diritti, il gratuito e obsoleto bollino di “radical chic”.

Le streghe di Macbeth cantavano che bello è il brutto e brutto è il bello.  Erano profete di una grande sventura, che si realizzava attraverso la spinta inarrestabile di Lady Macbeth, che per convincere il marito lo spingeva a cambiare natura:

Venite, Spiriti che presiedete ai pensieri di morte; cancellate il mio sesso, stivatemi di crudeltà dalla corona ai piedi! Ispessite il mio sangue, sbarrate ogni accesso al rimorso: che nessuna ipocrita istanza di umanità scuota il mio disegno mortale o ne distorni l’effetto! Ecco il mio seno di donna: succhiatene il latte in cambio di fiele, voi ministri del crimine, dovunque siate, invisibili forme, al servizio della Natura malvagia!
Densa notte, vieni e ammantati del più buio fumo dell’inferno, perché il mio aguzzo coltello non veda le ferite che infligge, né il cielo possa sbirciare oltre la coltre di tenebra gridando: “Ferma! Ferma!”

Lady Macbeth temeva che il carattere del marito potesse distoglierlo dall’obiettivo: la corona di Scozia. Per raggiungerlo era necessario uccidere Duncan. Descriveva l’umanità del marito come un inutile ostacolo al compiersi di un destino di grandezza. In realtà la profezia delle streghe ne aveva acceso irrimediabilmente l’ambizione.

La morale è che, sebbene nessuno di noi sia superstizioso, è evidente che abbandonare ogni istanza di umanità porta jella. E lo stesso succede se si irride chi lo fa: quindi, care iene, regolatevi, perché il vostro atteggiamento cinico e sprezzante serve solo a scavarvi la fossa. E magari a seppellirvi sarà chi della cattiveria che predicate raccoglierà il testimone.

La storia ce lo racconta, e a niente varrà negare. Anche se ci sarà sempre spazio per chi si ricostruirà una verginità prendendo a calci il cadavere del suo idolo a Piazzale Loreto, confondendosi poi tra la folla di chi il male l’ha combattuto per davvero, cercando per tutta la vita di rimanere umano.

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Carrello selvaggio 2/Occupazione

Sabato scorso era una bella giornata. Il venerdì era festa, dunque eravamo nel mezzo di un ponte, c’era il sole, l’aria era lieve, si stava alla grande. Infatti in giro c’era poca gente, ci si muoveva fluidamente, si parcheggiava facilmente, si sorrideva e si pregustava la madre di tutte le partite che doveva disputarsi la sera. Real-Juve. La Champions. Quella che se tu preferisce uscire con moglie invece di birra gelata e finale Champions forse vero amore ma no vero uomo, come diceva Boskov.

La finale di Champions valeva bene una magnata di pesce e a questo puntavamo: una volta dentro scoprivamo che se le strade erano vuote un motivo c’era e non c’entrava, col ponte e la bella giornata. Erano tutti incastrati tra i banchi dell’ortofrutta della Coop. Si contendevano cetrioli e melanzane selvaggiamente, contavano ciliegie una a una, sfogliavano la margherita dell’acquisto con la lista in mano, oppure comunicando col mondo esterno alla battaglia attraverso il cellulare.

Il tutto, naturalmente, perdendo ogni controllo del corpo nello spazio, figurarsi del carrello, per tacere dell’orrendo sparpaglìo di macchine nel parcheggio. Dopo una lunga lotta abbiamo guadagnato, laceri e ansanti, la cassa, e davanti a noi si ergeva un fulgido esempio di boicottatore del consumatore in fila. Trattavasi di ometto tendente all’anziano, con forma a pera, maglietta polo di filo avana un po’ lunga sopra a jeans e scarpa con i lacci di quelle impagliate da vecchino.

Il carrello dell’omarino era l’Arca di Noè del supermercato. Vi era infilato dentro in almeno duplice esemplare ogni prodotto venduto negli scaffali che fosse rivendibile in un pubblico esercizio. Almeno, questo credo fosse l’utilizzo ultimo dell’enorme mole di derrate acquistate, lasciando sempre uno spiraglio alla possibile lettura della famiglia esageratamente numerosa, composta da almeno 26 tra figli, nipoti e acquisiti.

Le forme di cacio erano 6 fresche e 6 stagionate, il radicchio tondo almeno in 15 pallocche, i boccioni di vinsanto potevano allietare il dessert di un plotone di mogli di ussari in trepida attesa del ritorno dei loro cavalieri. E poi salami, pastasciutte, creme spalmabili, sughi, maionesi, carote, salsicce, fettine, peperoni, finocchi, arance, pere, carciofi, banane, ceci, succhi di frutta, birre, trapani elettrici, personal computer, pagaie, shampoo, filo interdentale, ciabatte di spugna, carta da foderare, pentole, padelle, acque minerali, prodotti vegani, cioccolato di modica, gallette di riso, salse di soia suzie wan, patatine classiche, biscotti Gentilini, caffè e decaffeinato, miele di sulla, cerotti per i calli, anacardi, mutande, soda caustica, croccantini, sgorgatori per pozzi neri, giornali quotidiani, gerani, lambrusco, coltelli, pop corn.

Il miracolo del tutto in un carrello, manco fosse l’Aleph. L’omino ha posto sul nastro tutto quel ben di dio e la cassiera l’ha straccamente acquisito, azzeccandolo in uno scontrino che doveva essere lungo diversi metri. Alla fine, l’astronomico totale. L’acquirente socio Coop si frugava così le tasche in cerca del denaro necessario, e tirava fuori un mazzetto di contanti che la cassiera faceva girare dentro la macchinina verificatrice. L’ordigno rifiutava sdegnato ogni banconota, di qualunque taglio fosse. La cassiera allora l’apriva e cominciava ad armeggiarci dentro, con fare disperato. Dietro, la folla mormorava e la fila cresceva. L’intervento della collega accanto non sortiva effetto. “Soffiaci!”, gridava lei alla collega inebetita, che con sguardo vitreo rispondeva: “Ma che ci voi soffià, se s’è rotto l’elastico?”.

A quel punto si rendeva necessario l’intervento dell’altra cassiera, che verificava le banconote, rivelatesi non false ma nemmeno bastanti a chiudere il conto. L’omino estraeva così il bancomat, cosa che avrebbe potuto fare prima se non fosse che era lì di sabato mattina a infilare nel carrello provviste per un inverno nucleare per il solo gusto di paralizzare l’attività di un intero supermercato. Recuperato il mazzetto di banconote, saldava con la carta digitando con poca certezza le cifre del pin, che per nostra fortuna si rivelava esatto, incassava il saluto della cassiera senza rispondere, e si allontanava, bello tranquillo, spingendo il suo Aleph-carrello, verso le nebbie del suo sabato.

Speriamo almeno fosse juventino.

Carrello selvaggio