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Raccontava e resisteva

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Ci sono scrittori che consideriamo amici, gente con cui si potrebbe stare a chiacchierare a nottate, bevendo vino, fumando sigari e ascoltando racconti di un mondo lontano che per un periodo, bellissimo e terribile, abbiamo sentito come nostro. L’America Latina, e soprattutto il Cile.


Luis Sepulveda, uscito indenne dal tritacarne delle prigioni di Pinochet, il dittatore che ammazzava i poeti, ha attraversato 70 anni da vero ribelle, scanditi da decine di libri e da una visione lucida del mondo, lottando contro i fascismi e le diseguaglianze con la parola scritta e con la militanza, quella vera.

Poi, in un giorno infausto, ha incontrato il Covid-19, mentre si recava in Portogallo per un festival letterario. Il virus lo ha ucciso, fissando la memoria della sua esistenza nell’opera sconfinata che ha prodotto, tradotta e apprezzata in tutto il mondo.

A me i ribelli piacciono, da sempre, e Luis Sepulveda era uno dei nostri ribelli preferiti.
Gli rivolgo un pensiero grato e prometto di ricordarlo, mentre accarezzo i suoi libri migliori.

 

La primavera è qui. Ma è ancora lontana

arminio
Prendi un angolo del tuo paese
e fallo sacro,
vai a fargli visita prima di partire
e quando torni.
Stai molto di più all’aria aperta.
Ascolta un anziano, lascia che parli della sua vita.
Leggi poesie ad alta voce.
Esprimi ammirazione per qualcuno.
Esci all’alba ogni tanto.
Passa un po’ di tempo vicino a un animale,
prova a sentire il mondo
con gli occhi di una mosca,
con le zampe di un cane.

 

 

 

Franco Arminio mi piace perché ha un cognome straniero.
E perché il paese dei miei nonni non ha mai avuto più di 50 abitanti, e adesso non ne ha più nessuno, perché non c’è più nemmeno il paese.
Mi piace perché ho imparato a fare il pane prima della pandemia.
Perché respiro insieme a un gatto da quando sono nato e amo ascoltare quello che dice.
Mi piace Franco Arminio perché è vivo, presente, attuale.
Anche parlando poco. Quando scrive.
Ti dice assaggia.
Cammina.
Respira.

 

Asimmetrie

lui>Stamattina il canto di un usignolo mi ha fatto pensare a te
lei>…
lui>ti ho immaginata al mio fianco, ho chiuso gli occhi e mi sembrava che tu fossi qui
lei>asp
lui>la cosa che più mi fa soffrire di questa situazione è non vederti, non potermi perdere nell’azzurro infinito dei tuoi occhi
lei>cazz la caldaia perde
lui>ieri sera ho brindato con una lacrima, piangevo per la mancanza di te
lei>mi serve il numero dell’idraulico… non è che ce l’hai? Come si chiama, il signor Pennelli mi pare
lui>57723265641
lei>ma quello è il tuo numero
lui>chiamami, ho bisogno di sentire la tua voce
lei>un momento, devo controllare il pollo nel forno
lui>ogni momento passato ad aspettarti è un attimo d’infinito in cui mi perdo
lei>quasi cotto. Ok vado a preparare la tavola, ci aggiorniamo
lui>aspetta, resta ancora qui, un attimo di più
lei>starei, ma ho da fare. Ci becchiamo dopo
lui>non vedo l’ora, resterò qui ad aspettarti, con la finestra aperta, ascoltando il vento che mi parla di te
lei>ok, basta che non caschi di sotto, eh
lui>un bacio
lei>ciao core

La parola agli inesperti

asino_1-300x194Non sono esperto di niente.
Mi fido e non mi fido di quello che leggo e che sento.
Tendo a fidarmi dei medici e degli scienziati in genere, ma gradirei divulgassero più e meglio, per consentirci di avere idee nostre il più possibile ragionevoli.
Quando li vedo fronteggiarsi, però, sostenendo tesi in conflitto tra loro, mi rendo conto che è difficile che riescano a mettere in piedi una posizione oggettiva.
Figuriamoci per chi dovrebbe aderire, più o meno fideisticamente, a una posizione ufficiale. Esempi a piene mani: la questione delle mascherine su tutte.

Di evidente ci sono i morti, che mettono tutti d’accordo. Ma appena li seppellisci, e forse anche prima, ricomincia la tarantella.

Si accorcia, così, il confine tra i sostenitori della scienza e quelli che sposano tesi alternative. Non so dire se il problema dipenda dalla scienza che non divulga abbastanza o dall’internauta di Varazze che a partire da un par di paragrafi di Wikipedia pretende di sbugiardare un premio Nobel. Certo, dovendo scegliere di chi fidarmi, propenderei per il primo. Ma so anche che la dietrologia affascina troppe persone, specie quelle poco abituate ad attenersi a un impianto che abbia un minimo di logica.

Quando il tema, poi, è l’economia e la ricaduta di movimenti epocali, come per esempio la Brexit, o i confini spaventosi della crisi da Corona Virus, la divisione prende i connotati della lotta cieca tutti contro tutti. Spesso a partire da scenari basati su modelli che hanno il difetto di ridurre le persone a numeri. C’è un miliardo di individui, se basta, che ha visto da un giorno all’altro sconvolto il proprio quotidiano. Chi è in grado di quantificare l’impatto che questo periodo avrà sul nostro futuro?

Dal basso dell’ignoranza, perciò, ci si affida a visioni tifose. In base a quelle decidiamo, sbagliando quasi sempre. Nessuno possiede la verità, ma, soprattutto, nessuno sembra attendibile quando vaticina scenari futuri: tutto quello che sta accadendo in questo momento ci sorvola, inconsapevoli come siamo delle cause e degli effetti, a parte quelli, non secondari, che tocchiamo con mano quando perdiamo il lavoro o ci ammaliamo, noi o chi ci sta vicino.

Il virus, e prima ancora il terremoto, mettono a nudo i nostri difetti: la mancanza di conoscenza, l’incapacità di programmare, l’eccessiva dipendenza da modelli di sviluppo che hanno mostrato più volte che il pericolo più grande sta nella loro apparente irreversibilità.

Apparente, appunto.

Tutti a casa! Anzi, no, che c’è da fare il PIL

Mi manca lavorare a tempo pieno.

Ho aspettato troppo tempo per poterlo fare di nuovo, e adesso patisco questo standby da epidemia.

Però mi preoccupa lo strattone che stanno dando i padroni delle ferriere, che muovono giornali e televisioni per far pressione e ripartire a mezzo o pieno regime proprio dalle zone più incasinate col contagio, che poi sono le più produttive del Paese. Guarda caso, hai visto mai ci fosse un nesso.

I padroni spingono, l’economia è ferma, i clienti scappano, il fatturato è in picchiata, gli aiuti sono pochi, in debito, non si capisce ancora niente sulle coperture e sui tempi e modi d’intervento delle banche, le piccole attività sono già con un piede e mezzo nella fossa, eccetera. Tutto giusto.

Mi vengono però in mente le miniere e le acciaierie, due posti dove per lavorare s’è rischiata la salute di brutto, in passato e fino a ieri. E il fatto che in tante parti del mondo per mettere insieme il pranzo con la cena si subiscono ricatti e angherie.

Non saremo gli unici, insomma, a rischiare la buccia pur di lavorare, forse accadrà in modo controllato, il rischio non sarà elevatissimo, e tutto quanto. Ma rimane il fastidio per questa doppia morale, che fa predicare responsabilità e rigore fin quando non ci va di mezzo l’interesse di parte.

Il caso del calcio, per fare un esempio, è emblematico. Presidenti cattivoni non vogliono fermare il giocattolo e rischiano la salute dei loro dipendenti miliardari! L’accusa di media e sindacato. Quando poi si accingono a tagliare gli ingaggi, i demagoghi diventano loro.

Ciascuno difende la propria saccoccia a spada tratta, quindi, con la facile conclusione che gli anelli deboli del sistema, cioè i lavoratori precari, quelli poco garantiti, i piccoli commercianti, gli artigiani, tutti quelli a fatturato zero da un paio di mesi potranno sopravvivere a patto di pagarsi a rate il prezzo della salvezza, quando possibile. E se non si può, una prece.

La speranza di vita che passa anche per il potere contrattuale.
Non è una novità, ma tocca prenderne atto.

Chiedo allora che si calcoli un nuovo indice: un rapporto salute/PIL.
Ma lo dico con la voce del Poiana.
Ziocàn.

Sesso e Covid-19. L’alba di una nuova era

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Niente più appostamenti sotto casa.
Niente incontri casuali.
Niente beviamoci qualcosa, niente andiamo al cinema, niente passeggiate, gite al mare, weekend di gruppo o in coppia, niente appuntamenti al buio, niente serate in disco, niente di niente di niente.

La segregazione domestica ha distrutto quello che restava delle pratiche di seduzione.

Nel senso, detto brutalmente, che non si tromba più, se non tra coabitanti che sopportano la convivenza forzata. Si rivalutano improvvisamente le grazie delle vicine di casa e i muscoli un po’ flaccidi del prof del piano di sotto, si accolgono con mezzi sorrisi gli sguardi lascivi del portinaio rattuso, si rivisita il tema del sesso protetto anteponendo la mascherina al preservativo e rivalutando pratiche cibernetiche che sembravano, fino a ieri, sciocchezzine da articoletto sul futuro di là da venire, quello che non arriva mai.

L’onanismo militante (cit.) sostituisce il celibato impenitente, i corrieri s’ingolfano di pacchi anonimi contenenti sex toys, i sistemi di videochiamata soppiantano i portali hardcore, spacchettando immagini di insospettabili audaci amanti solitari, privati del contatto non assiduo che fino a ieri ritenevano troooppo migliore del ménage familiare.

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Per non parlare delle mutate pratiche estetiche: depilazione fai-da-te, tinture tricologiche, mani&pedicure, rimpolpatine estetiche, tutto fermo al palo e relegato alla perizia individuale, quando non si convive con un’estetista, mamma, figlia o sorella che sia. Vicina di casa un momento, prego, ché il contagio si alimenta in primis degli insospettabili.

Un bacio è ricordo del passato, il tatto s’infrange contro la freddezza del display, che sia touch o no, e per quanto si guardi la cam da vicino niente rivaleggia con uno sguardo e un battito di ciglia fatti vis-à-vis.

L’olfatto, poi, prima ancora che lo disattivi il virus, è reso inutile dall’incapacità del protocollo internettico di trasportarlo: possiamo mangiare teste d’aglio a colazione, nessuno se ne accorgerà. Il virus introduce un’era di isolamento puzzone, senza amore e cura del fisico, che sublima l’enorme energia sessuale in infinite pratiche domestiche di yoga, pilates, fitness, corse in tapis roulant, pedalate sui rulli, sollevamento di pesi e di forchette, cucina che arrotonda i fianchi e fa infine straripare le maniglie, orfane dell’amore fisico, quello che si tocca con mano.

Mala tempora currunt: l’intermediazione introdotta dai social, salutati come nuovi sensali di approcci seduttivi, ha fatto il salto di qualità ed è diventata veicolo unico del contatto sessuale, fuori dalla condivisione domestica. Quando McLuhan parlava di media come estensioni del corpo avrà pensato che un giorno il tema si sarebbe applicato anche al sesso?

In questa nuova era, però, non tutto è negativo: l’ansia da prestazione, per dire, se ne va a farsi benedire. Niente più fughe precipitose quando realizzi che lei, accompagnata a casa, sta per chiederti di salire a bere un ultimo drink. Niente più timori che lui ti chieda la prova d’amore, come si diceva negli anni ’70. Tutto si può fare mantenendo intatta, nel senso di non toccata, la propria sfera intima.
Non serve più nemmeno la doccia.
Aridaje con la puzza…
Ma tanto via web non si sente.
E se non ci fosse internet come si farebbe?

2000

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Quando ero un ragazzino leggevo e rileggevo i Classici dell’Audacia, serie completa di fumettoni che mi aveva gentilmente regalato mio cugino.

Ruotavano dei personaggi fissi, ogni albo era una storia, e accanto al mio preferito, Michel Vaillant, c’era Dan Cooper, che era un aviatore ma all’occorrenza poteva trasformarsi in astronauta. In una di quelle storie l’ottimo Dan, anticipando lo sbarco sulla luna di Armstrong, rilanciava, regalandosi il viaggio verso marte.

E io chiudevo le pagine e m’immaginavo il 2000.

Me l’immaginavo, più avanti, leggendo l’opera omnia di Isaac Asimov, e una bella quantità di Urania.
Me l’immaginavo, ancora, leggendo Orwell.
Me l’immaginavo, ma ormai se il 2000 lo chiamavi rispondeva, leggendo le pazze storie di Rudy Rucker.

Poi il 2000 è arrivato, ed era una bella merda, si può dire.
Le macchine, per esempio, mica volano.
Per fortuna non mangiamo pillole e cibi liofilizzati, ma roba che si cucina e si addenta come da tradizione, anche se talvolta fa un po’ schifo.
C’è internet, ok, ma non c’è mica la tv a ologramma, e le colture idroponiche, se esistono, non hanno risolto la fame nel mondo, né ci siamo inventati piante che fruttano sandwich, o melanzane, come preconizzava Rucker.

Non abbiamo sconfitto quasi nessuna malattiaccia, anzi, ce ne abbiamo di nuove sul groppone, e anche se giochiamo con l’intelligenza artificiale ancora siamo belli lontani dall’inventarci un androide fico come Rachael di Blade Runner.

Abbiamo continuato però a lordare il pianeta e abbiamo finto di diventare pacifici, inventando a tavolino ogni sorta di scenario alternativo di guerra che ci consentisse di rimandare l’autodistruzione, almeno fino alla nascita di un nuovo pazzo scriteriato, anche se diversi ceffi ci hanno fatto pensare che il momento fosse vicino.

In compenso abbiamo disseppellito gli zombie nazisti, negato più volte la storia, armato fondamentalisti, deforestato scriteriatamente, bucato l’ozono e fatto ogni sorta di stronzata autolesionista.

E adesso ci viene in mente che sia un’inezia come il Covid a mettere a rischio il nostro predominio sul pianeta perché lungi da noi fare un esame onesto delle responsabilità.

A casa tutti bene/il Corona cinema

coverlg_homeCon la scusa del morbo, mi accollo per la prima volta in vita mia con un film di Muccino: A casa tutti bene.
Ci casco dentro ignaro, in realtà, dopo aver visto Per un Pugno di Dollari prima di cena. Clicco sulla fotina con Favino e Accorsi, non mi ricordo se su Netflix o Sky, e parte.
A quel punto è fatta.
Leggo: Muccino e dico ok, il dado è tratto.
Cast stellare, c’è pure Sandra Milo nella parte della carampana. Cioè, se stessa.
Si parte con questi che salgono sul traghetto per andare verso un’isola.
Sembrano tutti parenti. Sono un centinaio.
C’è la Solarino, bella bella come al solito.
Fa la mamma di un’adolescente che si porta dietro un amichetto brufoloso.
Don’t know why.
C’è il tognazzino che come mette la ghigna davanti a una macchina da presa provoca un sussulto dalle parti della tomba del padre.
Fa la parte di un desperado marangone squattrinato con la moglie incinta, un po’ zora, che racconta barzellette volgari che non fanno ridere, e si sbraccia e lecca come un canone pulcioso.
C’è Accorsi che fa lo scrittore e a ogni battuta provoca crolli nella regione scrotale.
Ti ho lasciata bambina e ti ritrovo donna. C tua. Lo dice a un’ammiratrice bionda caruccetta che non si sa che cosa c’entri, ma c’è.
C’è Ghini in preda alla demenza scortato dalla pora Gerini, ovvero quel che resta dell’opulenza di un tempo.
Si arriva sull’isola dove li aspettano Sandrelli e marito, per le loro nozze d’oro.
Dialoghi fitti, nel senso che sono tanti, ciascuno dice una cosa inutile che dura non più di venti secondi, e quindi cucendo insieme le cose inutili si tirano fuori quei bei 20 minuti di broda. Film corale, dice.
Il movimento tellurico si sposta dalle parti di Scola e Comencini.

C’è ‘sta cerimonia, evviva. La vicenda ruota attorno a un ristorante gestito dagli isolani ma non si approfondisce. Tognazzino ci lavorava ma faceva scappare i clienti. Nun ce lo rivogliono. Lui guadambia 800 al mese con un lavoro c he gli ha trovato Coliandro.
C’è Impacciatore, brava, che fa la tipa ingenua che finge di non sapere che Coliandro je mette le corna a manetta.
Fuffa fuffa trallallero.

Tognazzino trova un pianoforte e fa piagne tutti incarrando Celentano a mezzanotte e tre e Cocciante adesso spogliatiiiii. Che repertorio da spiaggia, eh.
Giustamente Marescotti, il Sandrello, je tronca le mani.
Ve ne dovete annà, che parte il traghetto.
Ma il mare è in tempesta, vento di grecale a 718 nodi, nun se parte.

Favino intanto ha la moglie rompicazzo, ruolo che a Crescentini riesce bene.
Ha la figlia adolescente con Solarino e una piccola con Crescentini. Situazione esplosiva. Carolina gli martella le bolas di continuo. Gelosa della figlia. Toni fastidiosi.

Torna sequenza corale broda gente che prepara lenzuola Favino compra asciugamani Accorsi flirta con la biondina regalando perle da opuscolo cera Emulsio Impacciatore gioca con i bambini Sandrelli fa la chioccia Tognazzino dice stronzate ed elemosina lavoro nun ci ha una lira parla come un coatto rifardito Coliandro je rode er chicchero perché aveva una ganza a Parigi e je tocca abbozzà con la moglie.

Cena.

Accorsi finalmente tromba la caruccetta, con scena iniziale di deviazione dal percorso del gruppo, slinguazzate addosso a un muro erotiche come un’insalata di zucchine lesse e tofu. I due si rincorrono tipo vispa Teresa fino a una barca a vela parcheggiata sulla banchina. E’ aperta e dotata di ogni comfort.
Finalmente sex.

Lei ha una figlia piccola che sta col gruppo ma sticazzi.
Passa la notte in barca con lo scrittore che per fortuna parla poco.
Broda sentimentale.
Ognuno intanto dice una cosa che direbbe una volta nella vita, ma solo in preda a una sbronza dura da prosecco spago del discount. Però lo fanno tutti, nel giro di 4 minuti. Forse a cena c’era quel prosecco là.

A letto Crescentini rompe le palle a Favino.
Ma poi trombano con slancio ginnico.
Riconciliazione.

Tognazzino angosciato in bolletta.
Gerini assiste Ghini che svalvola.
Canzoni: altra roba nazionalpopolare.
Ogni tanto barzellette che non fanno ridere.

Poi mattinata di scazzi violenti, tutti contro tutti, uno via l’altro.
Sbrocca Ghini che dice: Terremoto! Lasciatelo stare, è malato!
Allora sbrocca Gerini nun ce la faccio piùùùù lo metto all’ospizioooo, ma era mejo quella de Verdone che scappava da Furio.
Sbrocca Favino che Crescentini dà della mignotta alla figlia adolescente, che poi fornicherà col giovane accompagnatore, avendo dormito nella stessa stanza, che si sa che benzina e fiammiferi vicino poi s’appiccia l’aria.
Sbrocca Crescentini che apostrofa Solarino che je dice sei matta.
Sbroccano tutti, alla fine, pure i tognazzis perché nun se becca una lira e finisce a scazzo generale.

La broda s’addensa di grida, vene del collo gonfie, gente che scazza in ogni dove, mentre Accorsi rimane in formato uomo/trivella, incurante del clima zozzo, e punta la biondina caruccetta senza darle tregua.

Alla fine cessa la tempesta e si torna.

Tognazzini mogi.
Crescentini molla Favino nel parcheggio informandolo delle corna che tiene.
Coliandro finalmente diretto a Parigi con lei che dice oh vai, ti si accompagna. Cazzi tua. La biondina caruccetta attesa al molo dall’omo, che se ne va con lui ma smessaggia promesse ad Accorsi, pronto ormai a scrivere un’opra che manco Moccia.
Sandrelli e marito, finalmente soli, si godono l’isola.
The end.
A Muccì, te posso toccà?

Frasario della seduzione ai tempi del virus/1

Quella mascherina fina
tanto stretta al punto che
m’immaginavo tutto

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia, quand’ella altrui saluta
a un metro di distanza, e non starnuta

Dall’amicizia al virus c’è
la distanza di un Bacio
(Baci PeCorona, nuovo prodotto per Valentine days)

La bocca mi basciò tutto tremante.
Galeotto fu Corona,  malo vìrusse
dapprima tossicchiammo solamente

Mentre che l’uno dopo starnutisse
l’altro piangea; amuchina, per pietade!
Io me la diedi a gambe, come Ulisse

Lui cadde come corpo morto cade.

 

 

L’amore ai tempi del virus

Lui rincasò armeggiando con la mascherina
aveva fatto la spesa dal fruttivendolo
e si apprestava a una lunga sosta
solo in casa, qualche provvista
ma niente da bere.
La videochiamò
e trovò finalmente il coraggio
di dirle che l’amava
confidando sulla zona rossa
che li divideva,
finalmente al riparo
dalla paura
di un
anch’io