Due anni fa, Centocelle

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Due anni fa, giorno più giorno meno, usciva il mio libro su Centocelle.
Ho riletto dei pezzi, l’altro giorno, e mi sono piaciuti. Strano, perché spesso capita di rileggersi e trovare cose che non vanno. Ogni rilettura porta decine di correzioni, ok, e ne avrei fatte parecchie di sicuro, anche se mi è parso di aver fatto proprio un buon lavoro.

Ho scritto quel libro in un momento particolare e ne ritrovo il suono nella scrittura, che talvolta si abbatte con colpi incessanti, uno dopo l’altro, come un tappeto ritmico, una scarica d’imprecazioni, una piena inarrestabile, un fluire di parole a fiotti, un caleidoscopio di colori che spengono il grigiore, la rabbia e il risentimento. Era un momento difficile, scrivere questo libro è stato liberatorio. Finanche terapeutico.

Poi il manoscritto è partito, era la primavera/estate del 2017, e c’è voluto più di un anno per arrivare alla pubblicazione. Un periodo lunghissimo: non per la ricerca dell’editore, durata pochissimo. Al primo tentativo è andata, Iacobelli mi ha chiamato al volo e mi ha detto che lo avrebbe pubblicato lui.

Ho dovuto aspettare tanto, però, e questo mi ha un po’ allontanato dal libro. Quando siamo arrivati a fare le prime (e uniche) presentazioni ho dovuto rileggere delle parti, avevo dimenticato dei particolari, mi sembravano lontane alcune cose, ne avrei forse eliminate delle altre.

Poi, l’impatto con la gente alla presentazione, e con i commenti di chi aveva letto il libro. Un mix di sensazioni: la nudità, l’inadeguatezza, il fatto di dover sostenere lo sguardo interrogativo degli altri. La sfacciataggine con cui devi presentarti come autore di qualcosa, persona che ha avuto l’ardire di sentirsi all’altezza di scrivere un’opera, un libriccino, una specie di saggio, un ibrido che parla di storia e di storie personali, inventa geometrie e le spaccia per autentiche, si arroga il diritto di farsi voce narrante di una storia popolare che è stata e rimane sangue che scorre, cuore che pulsa, viscere, rabbia.

Il sovrapporsi delle storie personali a quelle del quartiere, in un’asimmetria che mostra la debolezza di chi scrive, che però è invisibile per chi legge, ma chi scrive non lo sa: il senso d’inadeguatezza che ti fa sognare la notte di girare tra la gente vestito dalla cintola in su, terrorizzato dal fatto che gli altri possano notare che sei nudo.

Il libro è andato bene, direi. Recensioni buone. Vendite credo ok, non ho dati aggiornati. Non ho promosso il libro più di tanto: non vivo a Roma e non ho avuto grandi spunti da seguire, l’editore ha organizzato una presentazione, una l’ho fatta in casa, a San Quirico, un’altra ne abbiamo fatta in un circolo di Rifondazione grazie a chi ha pensato di organizzarla. Nel quartiere c’è stata una certa… resistenza, nel senso che il libro non ha trovato promozione nella rete locale di librerie.

Nessuno ha chiesto presentazioni, mi dicono che alcuni le abbiano addirittura rifiutate. Misteri che non m’interessa risolvere. Il libro poteva essere più paludato e rigoroso di così, ma decisi di scriverlo nel modo più leggibile possibile per gli abitanti del quartiere. Avevo voglia di finirlo perché volevo arrivare in fondo e non avevo sottomano tutte le fonti che mi servivano. Non mi sentivo, poi, all’altezza di scrivere un vero saggio. Scelsi perciò un tono scorrevole, semplice, cercando un ritmo che non facesse annoiare il lettore.

Non sono uno scrittore e non ho cultura accademica, ho lacune che considero importanti, me la cavo con la sensibilità, l’orecchio, qualche guizzo, un lavoro fatto sulla scrittura “a togliere”, che mi preservi dal terrore di scadere nel racconto da liceale, quello dello scrittore incompreso, quello di chi vuole per forza pubblicare delle cose inutili per togliersi una soddisfazione personale.

Ammiro chi scrive, anche solo per proprio diletto, nessuno mi fraintenda. Credo che concepire un’opera scritta e portarla a termine sia un lavoro difficile, che chiede perseveranza, voglia di mettersi in gioco, capacità progettuale, anche quando si risolve in un mezzo disastro che sarà letto da parenti e amici e commentato con pietosi buffetti d’approvazione che celano  scuotimenti di capo.

Alla fine, entrare in libreria e vedere una pila da venti copie di una cosa che hai scritto tu fa impressione. E fa piacere, eccome. Un piacere che si ripete ogni volta, quando capito mi affaccio e sbircio se c’è ancora. Quando lo vedo sorrido. Un paio di volte ho tentato un goffo approccio con i librai, dicendo tutto d’un fiato questo l’ho scritto io. Ripenso sempre agli Stranglers che, racconta la leggenda, sfasciarono un negozio perché non vendeva i loro dischi. Esagerati…

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