La sinossi del mio curriculum

La fantastica rospata di Michela Murgia a Matteo Salvini mi ha fatto venire l’idea di scrivere la sinossi del mio curriculum, che pubblicherò su LinkedIn e allegherò al mio CV che i cacciatori di teste cestinano con grande regolarità.
Hai visto mai si notasse qualcosa di interessante.

Comincerò elencando una serie di titoli: Alien, Paradise Alley, Moonraker, La grande rapina al treno, Rocky III sono alcuni dei film che ricordo di aver visto al cinema da spettatore non pagante, vendendo pop corn, bomboniere di gelato e patatine in giro per i cinema di Roma.

Era l’inverno del 1979 e avevo 17 anni, non mi serviva quel lavoro per mantenermi agli studi di ragioneria, ma per sostenermi, comprarmi delle cose, vestiti, libri, pizze e tute da ginnastica.

L’estate successiva vendevo rose ai semafori dell’Acqua Santa e di Porta San Sebastiano a Roma, per un paio di fetentoni di Centocelle, prima di andare in vacanza all’Amatrice. Stesse finalità, comprese scarpe da riposo e pantaloncini di raso per fare atletica.

L’inverno successivo impegnavo le vacanze lavorando in nero per un famoso marchio romano di formaggi. Funzionava così: c’era un tizio che abitava all’Alessandrino, con gli occhialini alla John Lennon, che faceva da tramite e reclutava gente che si sperdeva nelle cantine della suddetta ditta, ubicate sulla Tiburtina.

Pulivamo forme di pecorino, le immagazzivamo in grotta per la stagionatura, facendo le corse con i carrelli, poi giravamo le forme di formaggio negli stampi, con gli stivaloni, sguazzando in pantani d’acqua nerastra, oppure mettevamo la ricotta nei cestini, o ancora incollavamo le etichette con acqua e vinavil.

Lo stesso caporale ci mandava a scaricare dei camion sulla Prenestina. Una volta ho mangiato in una giornata sette-otto banane Del Monte: si scaricava il camion, erano banane verdi, ma se ce n’erano di troppo mature potevamo mangiarle. Ricordo ancora l’odore di banane, ma più forte era, decisamente, quello del pecorino, che confezionavamo per l’esportazione, inscatolavamo eccetera. Il caporale riscuoteva dai committenti e ci pagava, 7-8mila lire l’ora, a seconda dei casi. Scaricare un camion rendeva di più.

L’estate successiva, dopo la maturità, la passai lavorando in un cantiere: era vicino Porta Cavalleggeri, si ristrutturava un edificio. Facevo il manovale: a forza di braccia issavo con una carrucola, rimanendo senza elmetto sotto i carichi pendenti, palanche, tubi innocenti, giunti, spinotti e varie, tutto messo in un secchio (cofana) che basculava pericolosamente mentre saliva.

La prassi antinfortunistica era di non stare sulla perpendicolare, ma fare qualche passo indietro, che ti portava in mezzo alla strada, per fortuna poco trafficata. Mentre issavi, però, dovevi stare attento che non passasse gente sotto i carichi. Una passeggiata, a 25mila lire al giorno, naturalmente in nero.

Dopo l’estate amatriciana ricominciai, stavolta a Castel Gandolfo (era una ditta che lavorava per committenti vaticani). Altro palazzetto da ristrutturare. Prima ancora un altro stabile dietro Piazza Navona. Mi ricordo ancora, a Castelgandolfo, una scossa di terremoto che ci fece ballare sul ponteggio.

Presi la patente ma non avevo la macchina e arrivare con il bus alle 7.30 la mattina a Castelgandolfo non era semplice. In più filtrare il grassello di calce senza guanti mi aveva creato dei problemi: avevo tutte chiazze rosse sulla pelle.

Mi capitò di cambiare e cominciai ad aiutare, sempre in nero, un mio vicino di casa, simpaticissimo, che faceva mille lavori, il più importante dei quali era il montaggio di pavimenti modulari per i nascenti CED. Parliamo del 1983, più o meno.

Imparai a tagliare i pannelli con la sega circolare: naturalmente si lavorava in nero, senza sicurezza, lama libera, sega portatile, punti d’appoggio di fortuna, pannelli che si ribaltavano, cose così. Sempre con attenzione, ma mi ricordo che alla centrale ENEL di Bastardo, in Umbria, mi dissero di stare attento con quel regolo da tre metri con cui verificavamo che il pavimento stesse bene in piano, ché poteva crearci dei problemi, vicino alla corrente ronzante che c’era.

Quando mancava lavoro ci si arrangiava facendo gli imbianchini. Si lavorava un po’ sì e un po’ no, con i soldi guadagnati comprai una Dyane celeste e aspettai tempi migliori.

Provai a buttarmi a fare l’elettricista con un mezzo parente fuori come un trampolino, ma lì l’assenza di sicurezza cominciava a diventare eccessiva. Quando mi misero in piedi sul binario che trasportava quarti di bue in un noto centro carni di Torpignattara, a tre metri da terra e senza sostegni o protezioni, mi dissi che forse non era il caso di cercarsela. Mi arrampicai sul tetto della cella frigorifera da cui mi ero calato, tra bustine della derattizzazione e monnezza varia, e me ne tornai a casa.

Nel 1985, a 23 anni, venne fuori una discreta, vista la situazione, opportunità: andai a lavorare in un noto forno/pizzicheria in centro a Roma, facendo il “cascherino”. Naturalmente in nero.

La mattina mi alzavo alle 5, prendevo il furgoncino e consegnavo pane, cornetti, dolci, biscotti, forme di parmigiano, salmoni, prosciutti, caci, ricotte, tartufi, ogni ben di dio in giro per Roma, da Via Veneto e dintorni a Via Nazionale, Teatro dell’Opera, Hotel De la Ville, Hassler, Wimpy, roba di prestigio.

Una mattina feci un frontale con una signora a Castro Pretorio, non ho mai capito di chi fosse la colpa, sfasciammo le macchine ma nessuno si fece male. Oddio, i polsi mi hanno dato fastidio per un bel po’. Le ceste di pane da 20 chili e le buste da 10 chili una per mano, e le cassettate di cornetti mi hanno fatto fare bei muscoli.

Flirtavo con le cassiere, ce n’era una che era uno schianto vero, a Via Boncompagni. Il pasticciere brigava perché mi unissi a lui per fare torte, dopo le consegne. Io avevo sonno, la sera uscivo, andavo a letto alle due e mi alzavo alle 5, mi addormentavo ovunque, anche in piedi.

Poi arrivò, nel 1987, un’opportunità vera: un amico mi segnalò un’impresa di costruzioni dal grande nome che assumeva dei contratti di formazione così, senza raccomandazione. Scrissi una lettera a quel sant’uomo del direttore amministrativo, che la lesse e decise di prendermi. 5 anni, senza esperienza, senza un contributo versato, senz’arte né parte, solo perché gli piaceva quello che scrivevo.

Così mi tuffai nell’ufficio del personale, grezzo come un tricheco, vestito da tamarro, a digerire casse integrazioni e a fare paghe su paghe, a imparare a usare un pc, e poi un foglio elettronico, fino all’invio in cantiere, a Napoli, dove fui trasferito, dopo aver schivato Reggio Calabria, senza preavviso.

Nel senso, andai lì per starci una settimana e ci rimasi un anno. Stipendio raddoppiato, però. Lavorai come un matto, misi da parte dei soldi con cui comprai una casa. Cioè, pagai l’anticipo e il notaio e mi concessero un mutuo: ero assunto a tempo indeterminato.

Da lì in poi diventai un giovane specialista delle risorse umane, tornai a Roma, cambiai azienda, guadagnai qualcosa in più, ma poi l’azienda entrò in crisi, erano i tempi di Tangentopoli, e mi rifugiai in un porto sicuro, una solida/storica impresa di costruzioni romana. Parioli.

Ci ho passato quindici anni prima di trasferirmi a Siena. Lì mi occupavo dell’AS400 e davo una mano in contabilità, all’ufficio del personale, nei cantieri. Facevo di tutto. Esperienza tornata buona in seguito.

In Toscana dal 2007, ho trovato di tutto e fatto di tutto: aziende ben gestite e mal gestite, tempi determinati, collaborazioni zoppe con cooperative velleitarie, assistenza a workers’ buyout scalcagnati che navigavano a vista a un palmo dagli scogli, assistenza a startup di giovani neolaureati finiti in balia di macchine del fango locali, amministrativo in società di calcio professionistiche che si accingevano a fallire, e poi in storiche industrie alimentari, sotto il tallone di un capo litigioso, invidioso, irrispettoso e insopportabile. Da mandare a quel paese. Lo feci.

Scrissi allora un libro. Iacobelli, santo pure lui, me lo pubblicò. Raccontava del mio quartiere romano, Centocelle. La faccenda della scrittura veniva su dal 2000, attraverso varie esperienze, collaborazioni con giornali, blog personali, eccetera. Un primo librino autoprodotto, un centinaio di copie, che parlava della mia passione per la Lazio.

Fondai l’anno scorso con un fraterno amico e sua moglie una vineria letteraria a San Quirico d’Orcia. Ci passai l’estate e poi venni via perché le dimensioni del business lo richiedevano.

Mi tuffai così in un inverno cupo di curriculum inviati e cestinati, fino a sbarcare in un Caf, da somministrato, dove squaderno oggi modelli 730 a tempo determinato, da qui all’estate. Per farlo ho fatto un corso. Negli anni ne ho fatti tanti: sono un rendicontatore di progetti finanziati dal FSE diplomato, un cuoco patentato, uno che se la sbroglia con l’inglese a livello B2, e ho fatto corsi di primo soccorso, so usare un defibrillatore, e poi antincendio, sicurezza, sistemi operativi che gestiscono reti informatiche e chi più ne ha più ne metta.

Non so se questo fa di me un soggetto all’altezza di una Murgia o di un Salvini, e non m’interessa. Però se fossi un cacciatore di teste mi chiamerei, tanto per vedere di fare una chiacchierata con un 56enne, quasi 57, rimasto con uno sguardo bambino e pieno di vitalità e di lampi di curiosità che qualcuno confonde, bontà sua, con l’intelligenza.

Cara persona, di poche pretese, mite, pulita, sorridente. Amabile conversatore. Un po’ orso, lì per lì. Non si allarga volentieri e si ripone facilmente in un’anta d’armadio.
Un po’ sovrappeso, ma in forte e determinata rimonta sulla bilancia, e dai muscoli possenti, ancorché vellutati.

Io proverei, fossi in voi.

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