Semo gente de borgata

La discussione infuria, chi è contro i rom, chi è a favore di Simone, chi sposta il fronte delle barricate a Casal Bruciato. Il mio amico Antonio su Strisciarossa ricorda che nel 1987 accadeva la stessa cosa sulle barricate a Villalba, lungo la via Tiburtina, paralizzata da decine di posti di blocco contro l’insediamento di un campo rom tra Setteville e l’Albuccione.:

Trentadue anni fa. La rabbia dei quartieri già allora dimenticati era esplosiva. Covava nel profondo, serpeggiava nel livore e nell’abitare difficile, disegnava le periferie, quei campi sterminati dell’abbandono, della fatica di vivere, dell’immondizia e del cemento a strappare via il verde, la campagna, l’idea di bene comune, il futuro.

La distruzione del tessuto sociale era in atto, avveniva nel silenzio della politica, quando non nella complicità di una politica che non aveva chiaro il contesto, che cominciava a rinchiudersi in un meccanismo autoreferenziale, in un dialogo sempre troppo ravvicinato col potere economico. E quel potere chiedeva distruzione in cambio di poco, di briciole di lavoro, di aria pestifera, di cementificazione sulle sorgenti delle Acque Albule. Tutto quello che c’era da perdere è stato perduto“.

Tutto quello che c’era da perdere è stato perduto, ma c’è ancora da dare qualcosa: il voto. E quindi ecco che, oggi come allora, il mal di pancia della gente viene imbrigliato, cavalcato e portato dove serve a costruire consenso.

Che attraverso questo meccanismo avvenga un contagio sfugge a tutte le parti in causa, meno che all’untore: la gente semplice che scende in piazza in base a una certa visione del mondo non percepisce di entrare in un recinto razzista o fascista. Sono sicuro che se chiedessimo a quelli che sono andati li a protestare (a baccajà) molti di loro cadrebbero dalle nuvole. Razzista io? Maddeché.

Del resto chiunque abbia vissuto in periferia o in borgata a Roma è testimone di una quotidianità fatta di commenti amari sulla vita di tutti i giorni, di disillusione, quando non di odio, per la politica, di vagheggiamenti di uomini forti e di legge del taglione.
Di arretratezza, insomma, che si impasta con le spinte all’emancipazione da uno stato che non piace a nessuno ma che molti contrabbandano come dignitoso oltre ogni ragionevole dubbio.

L’elogio dell’ignoranza, la condanna dell’istruzione, il sospetto verso il sapere, il dito puntato verso il culturame sono spinte verso la ghettizzazione di chi sta indietro. La creazione di una riserva focalizzata esclusivamente sulla fame e la sete, sulla difesa del proprio orto e sull’aggressività verso un avversario invisibile, agitato dal vero nemico, lupo che si ammanta di un vello di pecora facile da riconoscere per chi ha occhi per vedere.

Così il diverso, il forestiero, l’intellettuale, quello che se la passa peggio diventano avversari da tenere a distanza, e ci si tramuta in cani da guardia di chi opera perché le diseguaglianze crescano e si crei un ambiente guasto a sufficienza per alimentare il proprio consenso. E’ la cronaca quotidiana.

Chi l’ignoranza della borgata l’ha conosciuta sa che si tratta di qualcosa di puro: la quotidianità passa per la ricerca di una soluzione per problemi elementari. La casa, il lavoro, la salute, crescere i figli, badare ai vecchi, trovare un posto meno caro dove fare la spesa, permettersi qualche piccolo lusso che renda più piacevole la vita. Mangiare, bere, fumare. Trovare compagnia, amici, amore. Fare il tifo per una squadra di calcio. Svoltare.

Spesso, avendo fatto qualche passo per cambiare punto d’osservazione, m’intenerisco, quando torno in certe zone che conosco bene. C’è sempre quel tratto d’ingenuità, quella piccola fanfaroneria, quella smania di mostrarsi a un livello migliore: l’ostentazione del lusso pacchiano, lo scambiare un livello culturale appena meno basso per un pulpito da dove ridicolmente concionare atteggiandosi a intellettuali, il rinvenire nel territorio segni di grandezza in cose che grandi non sono, il riconoscere supremazia culturale a elementi senza spessore.

E’ normale che sia così, e chi cerca tutti i giorni di migliorare sa quanto sia difficile, quanto impegno ci voglia e quanto la smania del miglioramento passi sempre per un intimo senso di inadeguatezza. Che in certi contesti, per il soffio populista, sta venendo a mancare, ma questo è un problema che riguarda i palazzi e l’attribuzione della leadership a chi lo merita.

In borgata, insomma, vive gente normale. Che non è ricca, altrimenti vivrebbe altrove, salvo rari casi. Che è il coagulo di diverse ondate migratorie, dalla città stessa, dall’Italia e dal mondo, spinte dalla fame di lavoro e dalla fame-fame, che come tali non portavano cultura alta, ma potevano fondersi in un particolare melting pot alla romana, e un po’ l’hanno fatto.

Le ragioni della rabbia che deborda si conoscono, certi brutti ceffi le alimentano e le cavalcano per i loro scopi ma non sono loro a crearle, anzi, in un certo senso ne sono frutto. Come Simone dimostra, però, è ben presente, negli stessi luoghi, la solidarietà, l’empatia, il desiderio di una vita migliore per sé e per gli altri e la consapevolezza che la distanza dagli ultimi non è tanta.

C’è gente che abbraccia tutti, anche i rom. E si trova nel caleidoscopio delle periferie, anche fuori da una rigida classificazione ideologica. Una volta era visibile nelle sezioni di partito, nelle parrocchie, nel blando associazionismo locale. Oggi certi luoghi di riferimento sono venuti meno, ma non mancano la bontà d’animo, il senso del bene comune, il desiderio di migliorare.

Ed è da lì che si deve ripartire, ma cambiando atteggiamento: non andando in certe zone a far finta di rispondere dall’alto a certi bisogni. Lo vediamo tutti i giorni: chi offre risposte a chi ha paura ogni giorno soffia sul fuoco della paura. Per forza. Senza paura non ci sono ronde, non c’è gente che si arma, non c’è nemico. Chi fa fortuna sulla paura ha bisogno della paura.

Bisogna lavorare sul posto, aiutare la gente che vive in periferia ad accorgersi che è sbagliato avere paura e che bisogna essere consapevoli dei propri limiti e chiedere a gran voce quello che serve per superarli. Per sé e per chi sta peggio. Prendendosi la responsabilità di rappresentare certe istanze con chiarezza e coerenza.

Perché l’ultimo, poi, chiude la fila, e più è distante da noi più c’è la possibilità di scivolare indietro, sia pure restando un passo avanti a lui. Ed è esattamente quello che sta accadendo.

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