Porno vendetta ed educazione sentimentale

Trent’anni fa ci hanno messo in mano delle telecamere per farci tutti i film che volevamo, con delle comode cassette rivedibili col videoregistratore.

Poi ci hanno dato delle deliziose macchine fotografiche digitali con le quali scattare scattare scattare foto a migliaia senza bisogno di stamparle, scaricabili sul pc per farci giochini, ritocchi e varie.

Poi ci hanno regalato un sacco di strumenti sul web per condividere la nostra produzione multimediale. Youtube, social network, piattaforme di vario tipo e declinazioni pornografiche degli stessi ambienti, ma anche file sharing, posta elettronica, BBS eccetera.

In ultimo, lo smartphone ha integrato tutte le funzioni tecniche e telematiche in uno strumento leggero, maneggevole, tascabile, incredibilmente potente, che consente con tre bottarelle di pollice di condividere col mondo qualunque istantanea dell’esistenza.

Sono (quasi) tutte cose che si potevano fare anche prima, ma occorrevano dei passaggi di intermediazione: le foto andavano sviluppate, i video proiettati, internet non esisteva, mostrare i propri prodotti richiedeva un tempo di maturazione e un pubblico circoscritto, ristretto a pochi intimi, non in grado di diffondere in modo virale i contenuti che mostravamo. Al massimo la cosa ha dato adito a equivoci immortalati nei film, con videocassette piccanti scambiate per filmini della prima comunione.

Oggi basta che un fotogramma finisca su una chat e il mondo ti può crollare addosso. All’uso sbagliato degli strumenti a disposizione non c’è rimedio. Ci vorrebbe un po’ di consapevolezza, viste le conseguenze possibili. Però il problema non è tecnico: si può perdere il controllo dei propri contenuti anche involontariamente, come dimostrano le varie intrusioni di cui si è parlato, anche a sproposito, in questi decenni naviganti.

Il problema risiede, purtroppo, nei rapporti tra le persone. E’ qui che il progresso tecnologico ha prodotto un effetto contrario alla disintermediazione di cui sopra: il mezzo/smartphone, e prima ancora il mezzo/internet, hanno messo a disposizione un luogo in cui gli approcci sentimentali (non trovo definizione migliore, mi scuso per la povertà) sono diventati indiretti. Non più fatti vis-à-vis. Non più implicanti una reazione/risposta immediata, diretta, fisica dell’altro. Una zona neutra di trattativa. Fredda.

Da qui all’esternazione incontrollata, senza i pudori e le esitazioni di prima, il passo è stato breve. Forse non significa niente, ma è un elemento che può spiegare come la disponibilità tecnologica abbia alterato certe situazioni.

Un altro punto da tenere presente è che la creatività del videomaker e del fotografo di situazioni intime è evidentemente piegata a un conformismo pornografico che spinge a riprodurre certe situazioni e solo quelle, senza dare sfogo alla fantasia.
Tonito Carotone cantava che el porno cansa. Stanca, essendo fondato sulla ripetizione pedissequa di situazioni sempre uguali, categorizzate, divise per scaffali.

Quindi quello che accade è che si usa la tecnologia disponibile per riprodurre in privato dei cliché mutuati dalla pornografia. Fin qui tra gente adulta e consenziente non ci sarebbe niente da dire, ma i dubbi nascono quando si verifica il ricatto, e immagino che quello che si classifica come Revenge Porn, o pornovendetta, citando il caso esemplare di Tiziana Cantone, sia solo la parte emersa di un ribollire puzzolente di ricatti e di ripicche pesanti.

La produzione di immagini intime tra persone presuppone un rapporto fiduciario.
Che possa essere mal riposto è pacifico, ma sempre di quello si tratta. Non voglio soffermarmi sull’imprudenza di chi si lascia fotografare o filmare, ma sulla sconsideratezza di chi diffonde le immagini, che detiene in base a quel rapporto fiduciario, senza il consenso dell’altra persona. Il fatto che sia diventato penalmente punibile è un notevole passo avanti, ma è della bruttezza del gesto che vorrei parlare.

Raccontare quello che si fa a letto, vantarsene, ragionare tra persone di situazioni intime avvenute altrove con altri protagonisti è brutto, inelegante, odioso, volgare, pessimo. Aggiungete aggettivi a caso. Si fa, lo si è fatto tutti o quasi, ma ci si deve astenere dal farlo. Non va bene. Condividere immagini riprese in quel contesto senza consenso è inqualificabile. Bruttissimo. Danneggia le vittime in modo irreversibile, perché un contenuto messo sul web non è mai più controllabile e va dove vuole.

Che i diffusori di questo materiale non lo capiscano è grave. Dipende dalla loro educazione sentimentale. C’è anche un lato sessista della cosa, perché difficilmente si sente parlare di donne che riprendono uomini in atteggiamenti intimi e diffondono le immagini senza consenso. Il cliché chiede che la protagonista sia femmina, in effetti.

La vendetta porno rientra nella casistica ampia dello stalking e della violenza di genere, secondo me, sguazza nello stesso fango limaccioso che più giù s’inabissa nel femminicidio, ed è strettamente connessa col senso del possesso della persona “amata”, che si difende in quanto cosa propria, nel senso che se ne difende la proprietà.
Anche dalla sua volontà.

Si può fare molto per venirne a capo, perché il tema è strettamente collegato a tutto il pacchetto della famiglia e delle abitudini sessuali, lo stesso che va in piazza a contarsi a Verona e si scontra quotidianamente sui social network. Ruoli che maschi e femmine devono smettere di recitare, e basterà quello per far sì che un oggetto che si tiene in tasca, di per sé neutro, come uno smartphone, non diventi una micidiale arma di ricatto e di condizionamento, fino alle estreme conseguenze, fino all’istigazione al suicidio, fino all’annientamento della vittima con un semplice clic.

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