Dieci anni e un giorno fa, l’Aquila

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Chi si ricorda il centro storico de l’Aquila prima della scossa devastante di dieci anni fa?
3.32 di notte, quattro minuti prima dell’Amatrice, quasi lo stesso numero di morti, danni incalcolabili, la sensazione sgradevole e inquietante di non avere nessuna possibilità di controllare un evento devastante di quella portata.
Che non è servita a prevenire il disastro del 2016, per motivi anche ovvi, se si considerano le dimensioni del capoluogo abruzzese, di gran lunga il centro più importante situato sulla spina dorsale montuosa della Penisola, e le differenze notevoli rispetto agli insediamenti più radi e poveri delle zone colpite dal sisma dell’Italia centrale.

Chi c’è stato prima ricorda una città allegra, dall’architettura elegante e ricercata.
Io ci andavo tutte le estati. Ci andai anche per acquistare la mia casa di Roma da un vecchio signore fetentissimo, proveniente da Rocca di Cambio. Dopo il rogito pranzammo fuori, era una bellissima giornata invernale e la città era uno splendore.
Con l’Università, le chiese, la fontana delle 99 cannelle, il castello, i negozi belli del centro, la passeggiata in quella che poi è diventata la zona rossa presidiata dai militari.

Visitandone le spoglie spettrali si poteva solo piangere, e non era un esercizio da cuori teneri: non si può resistere davanti a un simile disastro. Le chiese, i monumenti, i palazzi, i condomini moderni erano sventrati e molti lo sono ancora.

Una nuova fase del disastro, seguita a quelli che hanno scosso l’Italia centrale nei decenni precedenti, lasciando spazio a ricostruzioni parziali o totali che sembravano più rapide, innestate su un danno che sembrava meno devastante. Terremoti intensi e terribili, insomma, che però lasciavano danni che consentivano vie d’uscita.

All’Aquila, all’apparenza, no.

L’Aquila fu cavalcata da politici e comunicatori: il pianto, la promessa, la passerella di cui anche involontariamente si finisce per approfittare. Figuriamoci volendo.
Con la terribile realtà che ti sbatte al muro: chi viene da fuori aiuta, sostiene, piange, promette, spera. Ma poi se ne torna a casa, dai suoi affetti, al caldo, al sicuro.

E la notte resta ad angosciare chi è rimasto vivo e ha perso tutto, o nella migliore delle ipotesi ha perso il bene della propria città. Immaginatevi che accada nel posto dove siete: ecco, bravi, non riuscite neanche a immaginarlo. Nemmeno io. La sensazione che si ha visitando certi posti, anche conoscendoli bene, al punto di aver subito danni alle proprie cose, è che l’inferno tocca solo a chi ci vive sempre.

L’avvertimento del 2009 ha lasciato poi spazio all’allarme apocalittico del 2016 e del 2017: distanze in linea d’aria ridottissime. La pancia dello stivale ferita a morte, con la prospettiva di una ricostruzione difficile, onerosa, sanguinosa. Che non sarà vista da tanta gente che non ce la farà a sopravvivere fino a quando tornerà la normalità.
Se mai tornerà.

Si ricorda il cinismo di quei due mostri che ridevano al telefono davanti alla prospettiva di fare affari con la ricostruzione. Sono l’eccezione. Chi ha un cuore davanti a quel disastro piange e si dispera, sinceramente. E condivide l’augurio: possa rinascere presto, questa città meravigliosa, gettandosi alle spalle un tempo luttuoso e disperato.
Troppo lungo e penoso.

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