Amatrice e la vera zona rossa

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Aleggia vista dalla via della Fonte. Foto da Wikipedia

Ho scritto alcune cose su Amatrice, subito dopo il terremoto, per raccontare il luogo dei ricordi bambini e spiegare qualcosa del territorio, nel momento in cui tutti cercavano di capire se c’era altro oltre a un piatto di spaghetti.

Poi ho smesso, perché era un esercizio che non volevo continuare a fare, dal caldo di un salotto toscano, avendo visto quello che c’era davvero sul posto: danni che nemmeno mille bombardamenti, disperazione, consapevolezza che ai proclami e alle promesse di ricostruzione sarebbe seguito il vuoto più angoscioso. La solitudine. Il vento gelido della montagna che soffia sulle macerie inerti, in mezzo alle quali marciscono gli oggetti fabbricati a mano dai nostri nonni.

Ho letto che la zona rossa è tornata nella disponibilità del Comune di Amatrice. E’ la fine di un momento lunghissimo in cui la schermatura pietosa dei soccorsi ha teso un velo sottile davanti all’enormità dell’accaduto.

In realtà c’è una zona rossa reale, che riguarda il sito amatriciano, quello accumolese e tutti gli altri distrutti dall’enorme tragedia che si è sviluppata tra il 2016 e il 2017 a danno di un’area sconfinata. Una zona dove non si può più accedere, quella che ricorda il passato di queste terre, oggi steso a terra e sminuzzato in polvere fina mescolata con la neve sporca, i calcinacci, i segni più o meno moderni di una costruzione che non può essere mai ricostruzione, che è fissazione dell’emergenza ove possibile, è impiego delle risorse messe insieme con la buona volontà e lo slancio di chi si rifiuta di mollare e poco, troppo poco altro.

Ricordando sempre il grande valore profuso da chi si è adoperato per salvare vite, ricomporre salme, mettere/rimettere in funzione la minima operatività dei servizi essenziali, tentare di salvare quel pochissimo che s’è potuto salvare.

Il presidio di sicurezza delle zone colpite era un artificio burocratico, un freno posto alla tempesta di morbosità, un tentativo d’impedire lo slancio verso un riordino arruffato e generoso di quello che s’è rovinato per sempre.

I nostri nonni, i padri di alcuni che conosco, e anche le loro stesse braccia, la mattina dopo la scossa avrebbero messo mano ciascuno alle proprie risorse di conoscenza e capacità di fare, per sistemare tetti e mura, dove possibile, pulire, rimettere in efficienza.

Per secoli è stato così. Le zone rosse hanno impedito che così fosse anche stavolta, nascondendo sotto il loro velo opaco la realtà tremenda di una popolazione smarrita, anziana, priva della forza di una comunità viva. Un gruppo sparuto di reduci di qualcosa che rimane soltanto nella memoria.

La rappresentazione di un ambiente abbandonato, spopolato, rimasto in mano a poche persone che non volevano mollare e che sono state travolte dall’enormità della tragedia.
Chiuse nella zona rossa del loro cuore. Impossibilitate a dare seguito a quello che con amore hanno portato avanti i loro padri, i loro e i nostri nonni e tutti quelli che sono venuti prima, a vedersi la vita scandita dal gelo dell’inverno e dalla fatica infinita della terra splendida e aspra che li circonda.

L’ultimo ricordo normale che ho dei miei luoghi amatriciani è il giorno triste in cui ci ha lasciati Umberto, un uomo che era la forza del luogo. Integro, schietto, sempre propositivo, sempre col pensiero a fare il meglio per i propri figli.

Ci sono cuori nobili che si esprimono col lavoro, col servizio, con la limpidezza dello sguardo, la generosità e la capacità di presidiare con cura ciò che gli altri, attratti da un sogno, abbandonano.

Umberto era così: il nostro luogo amatriciano era presidiato da lui, che se n’è andato proprio pochi giorni prima della prima scossa e ci ha riunito, nella cucina della casa che aveva sistemato per l’allargarsi della famiglia, tutti insieme, per l’ultima volta con le case dei paesi intere, il paesaggio integro, la dolcezza del ricordo che ancora non lasciava spazio all’angoscia e alla paura.

Se ne andò con un presentimento angoscioso. Mi sembrava impossibile che potesse starsene lì, inerte, dopo aver profuso così tanta forza per tutta la sua lunga vita. Non potevamo immaginare quello che stava per accadere di lì a qualche decina di ore.

La sua immagine mi è tornata in mente, il suo riposo meritato e giusto, di uomo puro e appassionato. Come il simbolo di una storia finita, ma che meritava di essere raccontata.
Una storia sparita in una zona rossa che non si potrà mai liberare.

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  1. The Running Franz

    le “zone rosse” predisposte sono ‘controllo militare’ del territorio bello e buono. UN conto è tutelare Il territorio da ricostruzioni affrettate e speculazioni, ma con la lenta burocrazia tipica dell’Italia, le zone rosse sono la morte di interi pezzi di territorio con paesi e cittadine fantasma, e si affievoliscono I legami secolari con la terra. Rimane un grande vuoto, che è mancanza di cura per il territorio stesso..

    Piace a 1 persona

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