Fare l’imprenditore è un mestiere difficile, che non possono fare tutti. Un’azienda in difficoltà è un mondo di sofferenza

Le mie vicissitudini lavorative mi hanno portato a operare in diverse aziende, gestite da mani sapienti oppure incapaci, in maniera prudente o spregiudicata o suicida o criminale, a seconda dei casi.

Ho imparato, lavorando in amministrazione e cercando di approfondire l’analisi oltre ai numeri di routine, che l’equilibrio di un’azienda è difficile da raggiungere e può essere fragile, esposto a rovesci legati alla congiuntura, ma anche agli errori che fa chi manovra.

E’ impossibile non farne, ma non è questo il punto: da un errore può scaturire anche una lezione salutare, un cambio di direzione proficuo, un nuovo sviluppo insospettato.

Da qui discende, perciò, che per gestire un’azienda in modo equilibrato bisogna essere prudenti, ma anche possedere una visione che fa sì che non ci si limiti ai confini stretti dei conti da quadrare. La prudenza è degli amministrativi ed è un contrappeso alla spregiudicatezza degli imprenditori. Per funzionare un’azienda ha bisogno di tutte e due le cose. E ha bisogno, più di tutto, di gente capace.

Chi pensa che i lavoratori di un’azienda siano facilmente sostituibili sbaglia. Ciò non significa che ce ne siano di indispensabili o di insostituibili, né che il loro potere contrattuale sia illimitato. Più semplicemente, la struttura di un’azienda di piccole o medie dimensioni poggia su alcuni elementi-cardine che devono essere scelti bene e devono esprimere concretamente la filosofia dell’azienda. Una specie di squadra titolare, per dirla con metafora calcistica, alla quale aggiungere gli elementi di complemento, ugualmente preziosi, tra i quali si possono individuare i nuovi “titolari”.

Un’azienda che funziona deve avere un’identità, che può consolidarsi solo se i dipendenti credono in valori condivisi, che evidentemente non possono essere soltanto questioni di tornaconto. Il modo con cui si trattano i dipendenti è fondamentale per determinarne l’identificazione con l’azienda. Non si tratta soltanto di condizioni economiche o di agevolazioni, ma di rispetto e di comprensione reciproca. Un dipendente che sente l’ostilità dell’azienda, che si sente sopportato e minacciato nella continuità del posto di lavoro, renderà meno e tenderà a non identificarsi, piuttosto a stare sulla difensiva.

Trattare bene le persone è una questione etica, che non può essere confusa con la dabbenaggine e la fesseria. La correttezza verso i dipendenti e verso clienti, fornitori e entità coinvolte con l’attività aziendale non toglie che in certi frangenti servano fermezza e capacità di far valere una linea di principio e di richiamare tutti alle proprie responsabilità.

Un’azienda perde l’equilibrio quando non si racconta la verità, che viene testimoniata dai numeri. Che devono essere veritieri, al di là di ogni imbellettamento di facciata, agli occhi dell’imprenditore. Sapere dove si guadagna, dove si perde e perché, è fondamentale, e per farlo bisogna mettere in piedi il miglior sistema informativo possibile. Intuire dove andare a prendere un vento buono, invece, non è da tutti.
Quindi serve un supporto amministrativo forte sul quale basarsi per esercitare una guida che si spera illuminata. Il rischio imprenditoriale.

Usare l’azienda come un bancomat, trattare i dipendenti come schiavi, saccheggiarla se possiede ricchezza in quantità, ubriacarla di soldi presi a debito che si buttano via, sprecare risorse in investimenti inutili, non avere consapevolezza dello squilibrio prodotto dall’eccessiva incidenza di alcuni costi, mantenere dei settori dell’azienda in perdita che affossano quelli che guadagnano, avere un atteggiamento scorretto verso clienti e fornitori, sono alcuni dei comportamenti che possono minare l’equilibrio di un’azienda fino a farla fallire. Si fallisce sempre perché non si pagano più i conti, ma il cammino per arrivare fin lì è lungo e c’è tutto il tempo per capire dove si sta andando e correggere la rotta, magari frenando prima che arrivi il precipizio, o trovando delle alternative, o degli aiuti.

Lavorare in un’azienda in crisi, o in condizione prefallimentare, è uno stress terribile. Personalmente ne ho risentito, quando è capitato, anche fisicamente, e non sono un tipo ansioso o che si turba facilmente. E’ una questione ambientale, prima di tutto. L’incertezza del domani, i salari che non vengono pagati, il livello di aggressività aumentato a dismisura, la colpevolizzazione delle persone, il risentimento verso l’azienda sono micidiali.

Un’azienda in cui c’è consapevolezza di una crisi, anche soltanto per l’attivazione di un ammortizzatore sociale, diventa facilmente uno sciame impazzito di persone che dentro di sé temono di perdere il lavoro, di non poter pagare i conti, di diventare presto povere, eccetera.

Sono meccanismi legati alla sfera individuale dei lavoratori, alla loro cultura, al loro retroterra. La gente si guarda intorno, progetta vie di fuga, viene meno. Fa saltare ogni equilibrio. Lavorare così è difficilissimo e frustrante, e può far sprofondare tutti quelli che sono coinvolti in una cupa depressione.

Non nel senso patologico del termine, ma in quello, non meno condizionante, della mancanza di fiducia in sé stessi, nella mancanza di punti di riferimento legati al lavoro, che porta ordine nell’esistenza delle persone, risorse per realizzare i propri desideri e soddisfare i bisogni propri e della propria famiglia.

A tutti i miei ex colleghi, ai compagni disoccupati dei corsi che sto frequentando e ho frequentato, a chi sperimenta sulla propria pelle le sofferenze legate alla disoccupazione, al mancato pagamento del salario o dello stipendio, alla mancanza di rispetto sul luogo di lavoro, e agli imprenditori in difficoltà perché non vengono pagati o perché, in buona fede, non riescono a trovare le risorse per andare avanti, va tutta la mia vicinanza e solidarietà.

 

 

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