Il vizio del blog, le blogosfere/pollaio (per esempio, Siena), il self publishing, la fiera della vanità. Zibaldoni gratis per penne incontinenti

I miei 50 lettori sono dei santi.
Gli altri, quelli che vedono passare le notifiche dei miei post sui social sospirando, dei benemeriti.
Ma perché tenere un blog nel 2019? Non sono attrezzi antiquati passati di moda?
Non lo so. Credo si tratti di una forma meno spinta del self publishing, che implica che tu consideri quello che hai scritto degno di essere stampato su un libro.
Il che è una cosa impegnativa.

Il blog invece è comodo. Ci tieni il tuo zibaldone personale, e non c’è bisogno di essere Leopardi per farlo. Non serve che le annotazioni che ci fai siano leggibili.
Non le leggono in molti, a parte amici, parenti e passanti capitati per caso a rimorchio di una ricerca su Google.

A proposito, quando controllavamo le statistiche con gli strumenti di una volta avevamo la lista delle ricerche nelle quali uscivano e venivano cliccati i nostri post. Erano molto divertenti. Oggi la tutela della privacy non ce le fa più vedere.

Quando prese piede la moda del blog la scena si divise in due tronconi: da una parte i nerd, i comunicatori e quelli-che-sapevano-quello-che-stavano-facendo, dall’altra quelli che ruzzavano, dando sfogo alla poesia da diario scolastico, anche in cerca di mutande da collezione.

Mi ricordo improbabili confronti tra distinti postatori e compilatrici di frasi amorose, ricette e conversazioni simili a quelle che avvengono nei salotti televisivi, corteggiamenti e cannibalismi, e la narrazione del proprio ombelico a stimolare ettolitri di salive impiccione, invidiose, adulanti o infoiate.

La confusione è andata avanti per un po’, poi del primo troncone è rimasto qualcuno serio serio che aveva delle cose da dire professionalmente, i nerd e i costruttori della blogosfera dove ci s’incontra e si fanno le amicizie che si spera contino si sono spostati altrove, alcuni hanno capitalizzato la breve stagione aurea, e le schermaglie da pianerottolo e da mutanda si sono trasferite parzialmente su altre e più specifiche piattaforme.

Il blog non è sparito ma si è trasformato in un mezzo di seconda schiera, su cui s’incontrano occasionalmente soggetti che capitano lì per caso: niente conversazione, solo contenuti statici, ogni tanto il tempo per dare un’occhiata al feed di wordpress, finita l’orgia degli aggregatori che consentivano di seguire contenuti che dall’oggi al domani, per magia, hanno smesso di essere interessanti. Pur essendo praticamente rimasti gli stessi. Le visite e le interazioni si sono ridotte del 90% e oltre, e ti capita di leggere post di scrittori, giornalisti e blogger di un certo livello senza like né commenti.

In alcune zone circoscritte, per esempio a Siena, invece, la mania social e la moda del blog si sono nutrite a vicenda e ancora producono ascolti e conversazioni accesissime, dense di riferimenti locali a questo e a quello, che non di rado hanno avuto effetti non virtuali, tipo querele, promesse di legnate, denunce e regolamenti di conti, allusioni, denigrazioni, macchine del fango, gogne, popolarità e autoreferenzialità.

Segno che il mezzo, efficace, semplice da usare e a suo modo potente, si lascia preferire, se si vuole uscire dalle pastoie del formato obbligato, rispetto ai social: la timeline di facebook è scomoda, twitter in 140 caratteri non consente un’invettiva denigratoria adeguata e impreziosita da immagini e link efficaci, instagram poi è buono per chi guarda le figure.

Quindi, ricapitolando, un po’ diario, un po’ self publishing, un po’ elemento-base di blogosfere-pollaio circoscritte, autoreferenziali e autonome.

Internet è un mare talmente enorme che consente di approdare su un’isoletta e mettersi lì, nudi, a trastullarsi, a ragionare delle proprie cose e a sparlare dei vicini, certi che, se anche manca la possibilità dell’oblio, la probabilità di venire letti è veramente bassa, e quella di ricevere risposte e di intavolare discussioni è pressoché nulla.
A parte i gallinai in cui si usa il mezzo per prendersi a cartate di merda.

Quindi se uno ha una penna feconda il blog è utile: ci scarichi dentro i tuoi contenuti, buoni o cattivi che siano, e li lasci lì, tanto non te li tocca nessuno. Anzi, dopo qualche anno scopri di aver scritto un appunto che avevi dimenticato e che ti torna utile per qualche ragione.

In più c’è il vantaggio che non ti metti nella situazione di quello che ha scritto un capolavoro di romanzo (tutti i romanzi che scriviamo sono capolavori) e lo ha dato alle stampe, per poi vederselo venire incontro ogni volta che entra in cantina, nel solido numero di copie acquistate per sostenere l’illuminato editore che ha accettato il rischio mortale di pubblicare in tiratura adeguata l’opera, terminata la collocazione presso amici, parenti e conoscenti, alcuni dei quali così gentili da pagare il manco tanto esoso prezzo di copertina, consentendo un parziale rientro dalle spese vive della vanità. 

La soddisfazione dell’autopubblicante è, in definitiva, vedere un oggetto prendere corpo, col proprio nome stampato sopra. Il blog te la regala quotidianamente, è gratis, a parte la corposa emissione atmosferica che serve per gestirlo e pubblicarlo, non sporca, non riempie le cantine, non spreca carta, non necessita di particolare promozione, lo correggi, lo reimpagini, lo modifichi come vuoi, non serve raccontarlo a nessuno e nessuno verrà lì a correggertelo.

E poi quando tornerà, tra 10.525 anni, la moda del blog, chi ha saputo tenerlo vivo si troverà avvantaggiato. Anche e soprattutto, non si sa mai, nella raccolta delle mutande. 

Annunci

  1. The Running Franz

    Scrivere su un blog è auto-indulgenza, è la necessità di sfogare, di dar forma a pensieri. Hai detto bene: zibaldone. Perchè uno ci può scrivere un po’ quello che ci pare. Ben inteso, se non ha una linea editoriale ben precisa da seguire e un martello da usare per piantare i concetti nella parete nord di qualche montagna della blogosfera.
    Il blog è un posto intimo, ma dove puoi esporre tutto te stesso. E conosco blogger che lo fanno, e sono interessantissimi da leggere.
    Quello che rimane del blog, una volta finita la “smania per la notorietà” (con cui magari molti hanno cominciato, ed anch’io porello me), è un legame sociale e personale con qualche decina di persone che perlopiù non si è mai incontrato. E abbiamo iniziato a farci andare bene anche questo, perchè noi esseri umani annusiamo le idee, oltre che i corpi e siamo capaci di rispondere alla domanda “friend or foe?” anche in remoto. Siamo capaci di affezionarci a vite che altrimenti non conosceremmo.
    A me piace il blog, ha una forma antica di essere e riesce a esprimere le inquietudini veloci in questo mondo di comunicazioni velocissime.
    Come sempre, sto scrivendo troppo. Se l’ho fatto è per dire che sono completamente d’accordo con quello che hai scritto. Anche la parte del pollaio, anche se io uso il blog come fosse una torre d’avorio, da dove getto ogni tanto una nocciolina o un sasso anonimo che mi si era fermato nella scarpa. Ad esempio il trattamente riservato a Daniele Nardi nel mondo dell’alpinismo, come se altri alpinisti potessero determinare e giudicare una cosa così umana come il Drang nach Oben, la spinta urgente verso l’alto, dopo che abbiamo esaurito tutti i Far West del mondo. Ma sto divagando, e naufragando.

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.