Ho cominciato a leggere da piccolo (alcuni cadono dal seggiolone, a me è andata meglio)

photo_85889_landscape_850x566Ho iniziato a leggere presto, ma non prestissimo. Mi ricordo che c’erano un po’ di libri, a casa, che col tempo ho letto e riletto. Prima, però, ho cominciato a leggere fumetti. Topolino, naturalmente, e un po’ di roba d’importazione che mi passò mio cugino, una collana che uscì per la Mondadori, dal ’63 al ’67, con alcuni fumetti europei: Michel Vaillant, asso dell’automobilismo francese, il Professor Mortimer, fisico avventuroso, Dan Cooper, aviatore e cosmonauta, Jimmy Torrent, tennista, Ric Roland, reporter e aiuto detective. Roba sufficiente a popolare l’immaginario di un ragazzino delle elementari, alla quale si aggiungeva un robusto testo sulla storia della nazionale di calcio, letto e riletto e ultimamente ritrovato e ricomprato per pochi spicci su una bancarella. Le edizioni originali dei Classici dell’Audacia oggi varrebbero qualche soldo, ma io non conservo mai niente, o meglio a un certo punto mi stufo e butto via le cose o le regalo. Non ho l’animo del collezionista.

Si fa presto a dire Topolino, ma ti riempie l’esistenza, soprattutto quando non lo compri regolarmente ma te ne capitano ogni tanto un mucchio, da leggere, provenienti da chissà dove. Prima si leggevano la prima e l’ultima storia, quelle complete. Poi le storielline in mezzo, quelle brevi, dove trovava spazio qualche personaggio di contorno. Pluto, Orazio, Clarabella. Poi le rubriche, tipo la posta di Salvator Gotta, e i quiz, eccetera. Leggere diventa un imperativo, se ti appassioni, e quando hai finito quello che hai da leggere rileggi, e leggi quello che hai saltato. Tutto. Sempre. Troppo.

Mia madre si preoccupava e qualche volta mi costringeva a uscire, perché me ne stavo lì a leggere. Ogni tanto arrivava qualcuno che pensava fossi tonto, che non m’interessassero le femmine, che avessi chissà quale difetto. Ma a me piaceva leggere, se leggevo non mi mancava niente. Scrivere no, avevo una pessima grafia e non avevo consapevolezza di una capacità creativa con la scrittura. Mi successe alle superiori, con un tema letto alla classe dalla prof di italiano. Ho avuto due prof di italiano che mi hanno voluto bene. Quella di matematica, invece, no.

Leggevo, leggevo. Erano affascinanti certe pubblicità che si trovavano nei fumetti. Il Subbuteo, il Dolce Forno. Le foto che ritraevano famiglie felici ma austere, in bianco e nero, gli uomini con la cravatta sotto al pullover a V che stavano in poltrona e fumavano la pipa o sfidavano i figli con le piste Polycar. Le ragazzine con lo chignon e le mamme che servivano in tavola minestre fumanti. Alle medie aggiunsi altri elementi fondamentali: Jacovitti, poi un diario delirante rimediato non so dove con illustrazioni di Angese, un altro diario che raccontava aneddoti della storia del calcio. Li ricordo benissimo.

D’estate, nei soggiorni estivi amatriciani, leggevo le riviste di storia che aveva mio nonno. Historia. Era molto appassionante. Leggevo di Churchill e dei sicari che a Città del Messico avevano fatto secco Trotsky. La guerra si raccontava anche nei fumetti, e mi capitava spesso di leggere Super Eroica, con gli americani e gli inglesi che facevano neri tedeschi e giapponesi. Non ricordo che si parlasse granché dei fascisti, né dell’olocausto. Erano focalizzati più che altro sulle grandi battaglie. Roba inglese, credo, in origine, dagli anni ’60.

I fumetti si evolvevano: Tex, Zagor, il Comandante Mark. Se capitava Blek Macigno. Con poco entusiasmo quelli di seconda fascia, mai piaciuti ma letti perché non se ne poteva fare a meno, tipo Geppo e Tiramolla. Poi, Alan Ford, che segnava un netto salto di qualità. Infine, le superiori. E il cambiamento di paradigma: i libri. Fino allora avevo letto quello che trovavo a casa: un tomone sulle biografie di grandi personaggi della storia. Marie Curie, la Pulzella d’Orléans, Napoleone, Pasteur. Un libro di Selezione che avrò letto almeno tre volte. Tartarin di Tarascona e Capitani Coraggiosi. E Cuore, altro libro letto e riletto.

E Pinocchio, in un’edizione illustrata con le foto tratte dallo sceneggiato con Manfredi e Andrea Balestri. Lessi più volte e molto avidamente anche il sussidiario di mia madre delle elementari, di epoca fascista. Mi impressionava moltissimo, perché c’erano tutte cose su battaglie e guerre e armi che altrove non trovavo, e tutti i nomi esotici sull’Etiopia. Giarabub, Massaua, Adua, l’Amba Alagi, eccetera. Imparai dopo a capire come andavano lette certe filastrocche e certe poesie. Lettura molto formativa, in senso, per fortuna, antifascista.

La biblioteca di classe, a scuola, mi regalò Cesare Pavese, la Luna e i falò. E poi Siddharta e Narciso e Boccadoro. Non lessi Porci con le ali. L’ho letto dopo, da grande, e non mi è piaciuto pinniente. Continuavo a preferire il fumetto, che rimaneva focalizzato su Alan Ford e includeva l’Uomo Ragno e Capitan America, disegnati magnificamente. Verso i 16 anni oltre a leggere cominciai anche a disegnare. Ero bravino. Andai avanti per qualche anno e ancora adesso ogni tanto scarabocchio animalini. Facevo anche qualche vignetta, disegnavo spesso. Poi ho smesso. Un giorno ci torno sopra. Avevo imparato a cavarmela abbastanza bene col lettering.

A un certo punto esplosero due grandi passioni: la musica e la fantascienza. Il punk e Isaac Asimov. Mucchio Selvaggio e Urania. E Andrea Pazienza! Addio fumetti da ragazzini. Linus. Leggevo di musica, raccoglievo dati, disegnavo e leggevo di fantascienza. Poi cambiai e mi buttai sugli americani, cominciando da Bukowski, Hubert Selby, Hemingway, Mailer, Dos Passos, Miller. Saggi e biografie sulle rockstar.  Poi Benni, Pennac, poi tutto. Fino a lasciar perdere la musica e a continuare a leggere, leggere e leggere.

Poi sono arrivati i saggi ponderosi, poi le riprese degli studi, i libri d’attualità, quelli di storia, gli approfondimenti sulla lingua, e infine i libri in lingua originale, ancora pochissimi, in inglese e in francese. Una passione che riempie case e cantine, manco avessimo, poi, chissà quanti libri: a occhio e croce potranno essere un migliaio, con tutte le librerie già in doppia fila, e la cantina bella pienina, e libri anche da mia madre, e dischi, poi, e tutto. Per ridurre l’invasione qualche volta prendo libri in prestito in biblioteca comunale, ma mi dispiace poi restituirli.

Ho letto tanto ma mi sento impreparato su tante cose. Non ho letto un numero assurdo di classici che dovrebbero essere obbligatori. Il punto è che più una cosa assume importanza nel tuo orizzonte meno ti sembra di saperne, se soffri dell’insicurezza di quello che per ritenersi esperto di qualcosa deve saperne tutto. In realtà sono un ignorante che sa un sacco di cose, alcune inutili. E’ una condizione di fame che non cessa mai e che consente, ogni tanto, di godere profondamente di quello che si legge.
E di andarselo anche a rileggere, qualche volta.

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