L’otto m’arzo – giovani venditori di mimosa al semaforo

mazzo-di-mimosaIl mio amico Mauro abitava in un posto fantastico, praticamente dentro l’ippodromo delle Capannelle.

C’era tutta una campagna, una strada sterrata dove lui guidava prima di prendere la patente, e vari luoghi dove ci si divertiva da matti.
E un albero di mimosa.

Sempre scannati ma non privi d’iniziativa, decidemmo di spogliare l’albero, rimediammo non so dove delle cose per confezionare dei mazzetti di mimosa e ci mettemmo al lavoro, la sera del 7 marzo di un anno dei primi ’80, cazzeggiando, bevendo, fumando, mangiando,  e confezionando mazzetti sghembi e improponibili.

La sorella di Mauro ci venne a un certo punto in soccorso, confezionando mazzetti un po’ meno brutti. Andammo avanti a cincischiare e ci addormentammo tardissimo, come al solito, puntando a vendere i mazzolini la mattina dopo, trovando un semaforo adatto.

Io avevo esperienza in merito, avendo venduto rose al semaforo di Porta San Sebastiano e a quello dell’Acqua Santa l’estate prima. Faccia da ragazzetto bravo, fio de mamma, suscitavo la tenerezza delle signore, che compravano i miei fiori commentando “mejo che annà a fà gli scippi”.

D’Artagnan, il mio datore di lavoro, mi allungava delle piccole gratifiche, sostenendo che vendevo più fiori io da solo che tutti gli altri avanzi de galera. E per forza, vedessi che facce da patibolo… 8.000 lire al giorno più bonus, 6 giorni su 7, escluso lunedì, solo mattina tranne il sabato che c’era il doppio turno. Una giornata intera al semaforo è un’esperienza mistica. La sera hai la lingua che ti pare di aver leccato una spranga di ferro. I piedi che vanno a fuoco. Un’abbronzatura tra il muratore e il bagnino.

Il mio primo e unico infortunio sul lavoro, chiamiamolo così, mi capitò proprio allora: venivamo portati al semaforo da D’Artagnan con una vecchia Fiat 850 furgonata grigio topo, dentro la pancia della quale stavamo noi e i fiori. C’era una specie di gradino fatto di lamiera, largo una decina di centimetri, dove chi arrivava primo si sedeva, gli altri se ne stavano accosciati in mezzo, accanto alle rose. Ci stavamo in 4/5 persone. Quando andava bene ci accompagnava Babbo, il suo socio, che aveva un’Alfa 2000 beige molto coatta.

Il tragitto da Centocelle ai semafori non era brevissimo e il boss correva come se lo inseguissero le guardie. Seduto in equilibrio precario su questa specie di predellino venni sbalzato quando Pasquale (questo il suo vero nome) prese una buca (c’erano pure prima di Virginia).

Una botta al sacro micidiale, data sullo spigolo del gradino. Un dolore cane, lacrime agli occhi da non mostrare alle iene con gli zoccoli bianchi e i capelli ossigenati con cui dividevo il passaggio. Noi uomini duri. La sera a casa vidi che avevo addirittura una piccola ferita, con un’abbondante spellatura. Mi fruttò un problema alla schiena, anni dopo, che risolsi con una dose abbondante di ginnastica posturale.

La mattina dell’8 marzo partimmo, a bordo della 500 blu di Mauro, verso i semafori della capitale. Era già un po’ tardi. Dopo lungo vagare decidemmo di provare il semaforo della Prenestina con via Erasmo Gattamelata, bello grosso. Ci mettemmo lì con i nostri mazzolini e proponemmo uno sbadigliante “vuole le mimose?” agli automobilisti. I mazzetti erano piccoli e scalcagnati e li vendevamo a mille lire l’uno. Ne vendemmo un po’. Decidemmo di andare a prendere il caffè. Ci fermammo poi un attimo a fumare.

Era una di quelle belle giornate marzoline romane, sole e aria frizzantina. Ripartimmo un po’ a vendere. Ne avevamo tante. Il traffico della mattina presto era scemato, noi c’eravamo mossi un po’ tardi, l’entusiasmo diminuiva, le mimose si ammosciavano.

Facemmo due conti e a un certo punto ci mettemmo a regalarle. Poi tornammo a casa e ci mettemmo a dormire. C’eravamo divertiti un sacco ma non avevamo guadagnato una lira, o quasi.

Stamattina Mauro mi ha chiamato: s’è ricordato di quella storia.
E’ sempre bello sentirlo.

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