Interviste con laziali notevoli/10. Roberto Petti

Roberto Petti è prima di tutto un amico. Vent’anni di scaramucce verbali, discussioni protratte e fronti condivisi ci hanno affratellato: spesso ci siamo posti come una strana coppia, tipo Lemmon & Matthau, alimentando discussioni e approfondimenti sull’essenza delle cose laziali. Roberto è un fierissimo polemista, che non si piega davanti a nessuno pur di difendere il suo punto di vista. La passione è un tratto che lo distingue anche nelle cose della vita, generoso e irriducibile ma sempre alla rincorsa di un suo sogno di felicità. Si descrive così: Ho quasi 52 anni, una compagna, tre figli lazialissimi che purtroppo hanno perduto, ahimé, la mamma da poco. La vita professionale mi ha gratificato abbastanza, anche se mi resta la curiosità su che percorso avrei compiuto se a suo tempo avessi scelto una scuola umanistica. Oltre la Lazio e il calcio, se riesco cerco di vedere qualche film.

Come sei diventato laziale e cosa ricordi della prima volta allo stadio?

Come tanti, ho ereditato il tifo dai familiari: ma per fortuna non da mio papà, romanista: moderato, ma romanista. La vera appassionata era sua sorella, mia zia Wanda, che era stata affascinata dalla Lazio di Chinaglia e Di Vincenzo – “un branco di pazzi” – che aveva visto giocare quasi per caso: lei era segretaria in un’azienda di Pomezia che fabbricava laterizi dove spesso capitava Umberto Lenzini, che andava personalmente ad acquistare i materiali e qualche volta lasciava in regalo dei biglietti.

Il mio primo ricordo, nitidissimo, è quello delle figurine, si attaccavano ancora col barattolino di colla. Tra i nomi quelli rimasti impressi di Abbondanza e Polentes, quindi siamo nel 1972: le annate indimenticabili erano dietro l’angolo ma ancora di là da venire, quindi non mi ritengo un laziale arrivato a rimorchio dello scudetto.

La mia prima partita fu Lazio-Ternana 2-1, del novembre di quello stesso anno. Il ricordo più forte è quello dell’impatto coi colori, come per tanti di noi cresciuti con la televisione in bianco e nero. Il verde del prato, gli striscioni rossi e verdi delle maglie degli umbri. In campo spiccavano Re Cecconi biondissimo e, ovviamente, Chinaglia.

05novem72

Quel Lazio-Ternana

La tua passione per la Lazio non ti impedisce di osservare il calcio cercando di capirne i meccanismi, studiandone storia, dati, numeri. Sono cose che vanno di pari passo o ti sei appassionato al meccanismo strada facendo?

Tutt’altro: a lungo ho vissuto il tifo condividendo i luoghi comuni più diffusi, molti dei quali peraltro confermati dai numeri. Ad esempio la frase attribuita a Fulvio Bernardini, “datemi uno bravo a parare e uno bravo a buttarla dentro, gli altri sceglieteli a caso”, è tremendamente vera: un calciatore è tanto più importante quanto è vicino all’asse centrale del campo e alla porta: il portiere e il centravanti, appunto, sono i più importanti in assoluto.

Sono stati tre i personaggi di cui ho creduto che la Lazio non avrebbe potuto fare a meno: Chinaglia e Giordano, ed è facile capire perché, e Zeman.
Quando arrivò il boemo pensai che fossimo diventati depositari di una filosofia di calcio nuova e superiore, per efficacia e bellezza. la sua uscita di scena fu un trauma.
Poi Zoff con due semplici ritocchi mise a posto una squadra bislacca e lì mi convinsi che “l’allenatore bravo è quello che fa meno danni possibili”, un altro luogo comune veritiero: poi con l’avvento di internet cominciarono ad essere disponibili grandi quantità di dati e questo mondo mi affascinò non poco, diventando per me un prezioso ausilio per la comprensione di quello che si vede in campo.

Sei un vero nemico dei giallorossi, feroce ma leale. Come s’è srotolata la tua vita da laziale resistente, col derby in casa?

Se ti riferisci a mio papà, come ti ho detto lui era un romanista moderato e non certo antilaziale: diceva sempre anzi che dopo la Roma si augurava il successo di Lazio e Napoli, per ragioni geografiche. Ogni tanto per scherzare mi apostrofava “a’ lazziale!” ma niente di più.

L’ho visto esultare – sempre compostamente, figurarsi – una sola volta: al terzo gol di Paolo Rossi al Brasile nel 1982. Invece in un’altra occasione mi fece parecchio male: quando perdemmo 0-3 in casa il derby, quello con Zeman e Mazzone allenatori.
Lo incrociai a partita appena finita, l’avevano trasmessa in diretta sulla Rai, e mi sfoderò un ghigno senza dire nulla: resta e resterà la più brutta legnata presa da un romanista. Ci stava tutta perché a quel derby arrivammo tronfi ed esultanti, sicuri di contare i gol col pallottoliere: non era da noi e infatti finì con una lezione indimenticabile.

A proposito di derby, mi ricordo che uscisti, il giorno dopo la conquista dello scudetto da parte della Roma, e andasti al supermercato con la maglia della Lazio addosso.

Sì, qualche giorno dopo, in realtà. Lo scudetto romanista causò in città una vera e propria sospensione della legalità, fu permesso di tutto. È in quell’occasione che ho riflettuto profondamente su quella che io chiamo “prepotenza delle maggioranze”.

In particolare, si era diffuso il malvezzo di bloccare di notte strade e incroci, anche importanti, per “decorare” l’asfalto con tricolori e scritte. Il tutto con ampia tolleranza da parte della Municipale, quando questa addirittura non si prestava all’assistenza degli “artisti”. Poi alcuni simpaticoni andarono oltre, istituendo dei posti di blocco e costringendo chi transitava a sottoporsi alle loro “interviste”.

Una mattina si venne a sapere – anche se per l’informazione romana nulla di più che goliardico stava accadendo – che a Garbatella un signore anziano, che si era tranquillamente dichiarato laziale, era stato tirato fuori dall’automobile e picchiato. Allora indossai la maglia della Lazio e me ne andai tutta la mattina in giro per Roma: non sentìi mezzo fiato. Per fortuna perché avrei reagito molto male.

Fino a un certo punto della rivalità cittadina mi interessava poco, in provincia dove vivevo io da ragazzino i romanisti non esistevano, c’erano solo laziali, juventini e qualche interista. Poi cambiando frequentazioni i romanisti sbucarono fuori eccome, le superiori le ho fatte nel periodo 1980-85 e calcisticamente parlando fu dura assai: c’erano anche tanti laziali ma molti, arrivati a rimorchio del ’74, si erano, diciamo, assopiti, così io e i pochi altri sempre appassionati imparammo a gestire quella che non era solo un’inferiorità tecnica, ma una vera e propria collocazione su piani diversi.

Quando è così sviluppi la capacità di resistere e quella di replicare ferocemente, quando se ne presenta l’occasione: e per fortuna loro il fianco lo offrivano spesso. La dialettica si sgonfiò parecchio dopo la finale col Liverpool, per loro è stato un crepuscolo dal quale a mio avviso non sono mai venuti fuori, anche se la seconda metà degli Ottanta aprì ancora di più il solco tra noi e loro.

A rimettere le cose a posto, a riaprire il confronto cittadino e riportarlo su piani condivisi fu Di Canio: quel derby ha un prima e un dopo, come poche altre partite nella nostra storia.

15gennaio1989a

Il seguito è attualità: due squadre a cui manca sempre una lira per fare due, con momenti di luce ma senza che finora una abbia vibrato all’altra il colpo che chiude per sempre ogni questione: mettere in bacheca una Champions o vincere titoli nazionali a ripetizione spazzerebbe via tutta la storia della rivalità cittadina, ma se questo è stato possibile in passato ora è fuori questione per entrambe.

E i romanisti?

Senza voler cadere nelle battute facili, trovo sorprendenti la sopravvalutazione della loro dimensione calcistica e l’uniformità di pensiero che li caratterizza: non è più difficile di tanto quindi tenerli a bada.

Molto più complicato il rapporto tra laziali, capaci di litigare il giorno dopo lo scudetto su chi sia stato più decisivo tra Simeone e Nedved e in genere divisi in trentasei partiti anche sulla pressione delle gomme del pullman sociale. Quando hai conosciuto tutti i laziali meno uno, del laziale sai ancora poco, scrissi anni fa…

Sei sempre molto esposto a favore di Lotito, ma io che ti conosco so che sei l’ultimo che si può definire lotitiano. Cosa pensi dell’infinita contestazione mossa al presidente della Lazio e perché ritieni, al netto dell’oceano di idiozie lette e ascoltate alla radio, che sia un presidente da difendere? Lo è più di quanto non lo fosse Cragnotti?

Mah, mi sono ritrovato nella lista dei lotitiani in base a un meccanismo classico, quello del falso contrario di cui necessita chi spende posizioni che, con molta benevolenza, definirei come “alternative”.
Un po’ come gli omeopati che cercano di legittimarsi ponendosi su un piano opposto, ma quindi sullo stesso livello, rispetto alla medicina vera, che loro chiamano allopatia.

lotito

Io, assieme ad altri, ho semplicemente confutato e smontato illazioni, dicerie, autentici deliri letti e ascoltati in questi anni. Se un tifoso è scontento della posizione che occupa la Lazio in classifica, questo non può essergli contestato ovviamente: quando invece senti parlare di “disegni volti a relegarci definitivamente in subordine nel confronto cittadino”, disegni in cui Lotito sarebbe parte attiva, non puoi non sorridere, come minimo. Ci fosse almeno una base logica: affermazioni del genere valgono quanto un oroscopo, e c’è gente che le ha infarcite di altro nulla e rivendute per anni in ogni dove e in ogni forma.

Quando poi a questi signori chiedi come spieghino la Coppa Italia del 2013 a fronte di quella che per loro ormai è una certezza, vanno in tilt e allora scatta l’unica salvezza possibile per loro, che è quella di additare il pregiudizio: difendi Lotito. Tutto questo al netto di fatti più eclatanti: cordate, aggressioni e contestazioni pesantissime.

L’aspetto più drammatico del cosiddetto antilotitismo è che viene spento o acceso in base al volere di pochissime persone: è iniziato nel 2005 a seguito di una soluzione di continuità creata dal Presidente nei rapporti con la tifoseria organizzata, è terminato in coincidenza – e non è una coincidenza – dell’arrivo di Diaconale e Peruzzi nei quadri societari.

Ai messaggi della tifoseria organizzata il resto della comunicazione laziale si adegua prontamente ed è facile intuire perché, ma al di là di questo esiste una capacità di comunicazione invidiabile. Per fortuna, nonostante il comune sentire, il cammino di una società calcistica di alto livello è sempre più trasparente alle vicende del tifo, il consenso di quest’ultimo non è più necessario né di supporto apprezzabile.

Cosa pensi di Lotito?

Penso stia conducendo la Lazio come ogni imprenditore della sua dimensione avrebbe fatto. Il potenziale dei club in Italia è praticamente lo stesso dalla tragedia di Superga in poi, che è l’ultimo spartiacque storico prima del calcio moderno: il numero di sostenitori di Juventus, Milan, Lazio, Napoli e delle altre squadre di primo piano è sempre lo stesso, in termini percentuali: gli stessi sono quindi i potenziali economici e quindi quelli tecnici di ciascuno: perché, parliamoci chiaro, nel lungo termine vincerà sempre chi ha i calciatori migliori e quindi più soldi per comprarli e quindi più “clienti”.

Il problema sta nel fatto che i solchi tra una posizione e l’altra si sono dilatati e non sono più scavalcabili. Negli anni Settanta il torneo a sedici e l’assenza di stranieri accorciò moltissimo la griglia, e vennero i titoli di Cagliari, Lazio, Torino, Verona… Bastavano un Chinaglia formato ’74 e magari una stagione negativa, che so, di Bettega e Gentile, o un acquisto sbagliato tipo Vieri (padre), e la Juventus diventava battibile per una stagione. Ora uno scenario del genere è impensabile.

Anni fa il Rangers Glasgow vinse otto titoli consecutivi in Scozia e ci sembrava la testimonianza di un campionato ridicolo e senza competitori: ci siamo arrivati anche noi.

Pensare quindi che Lotito, o un altro Presidente, riesca a collocare la Lazio al di sopra di quel sesto posto che ci appartiene per natura, è ottimismo purissimo: quando non diventa pretesa, da sostenere con argomenti risibili, soprattutto da espertissimi di finanza da radio o da forum, che in genere nella vita si occupano di altro…

E Cragnotti?

Cragnotti ci ha illusi di aver dato alla Lazio una collocazione di alto livello, stabile e definitiva: in realtà si è giocato tutto alla roulette, compresi i soldi che non aveva e quelli rimediati una tantum vendendo la casa e i mobili: ma ha portato risultati enormi, rispetto a quella che era la nostra dimensione storica prima di lui, e ci ha fatto vivere anni di sogno.

cragnotti_sergio5

Né penso che la Lazio abbia mai corso seriamente il rischio di fallire, dopo la sua uscita di scena: Capitalia, sia pure con qualche prurito, l’aveva dotata subito di un robusto paracadute.

Per me resta il Presidente di uno scudetto, delle due uniche Coppe europee vinte da una squadra di Roma, di acquisti che ti lasciavano senza fiato. Mi ha permesso di veder giocare dal vivo e con la nostra maglia Nesta, Vieri, Jugovic, Salas, Nedved, Veron, Boksic, Signori, Casiraghi, Marchegiani, Mihajlovic, Simeone, Mancini, Stam e mi fermo perché ho i brividi.

Di come è finita non me ne importa nulla, né ho mai vissuto la cessione di Nesta per più di quello che era ragionando freddamente: una grave perdita tecnica: ai simboli avevo già abdicato da molti anni e non mi identifico con nessuno, per me se in cambio di Nesta fossero arrivati, che so, Figo e Raúl, sarei impazzito di entusiasmo.

Ma in realtà come ben ricordiamo quello fu il colpo finale all’epopea cragnottiana, per questo anche io l’ho vissuto con grande amarezza.

La gestione di Cragnotti è improponibile nel contesto economico odierno, ma per la sua epoca lui è stato senz’altro da otto in pagella.

A Lotito che voto dai, allora?

Lotito è quello di cui abbiamo bisogno nel quadro attuale, ma la sua pagella non può essere certamente come quella del Dottore: facciamo un sei e mezzo quindi. Mi permetto di ricordare anche Calleri, che per il percorso compiuto alla nostra guida merita un nove: senza le sue fondamenta, edificate su una palude maleodorante, Cragnotti non avrebbe potuto costruire molto…

Quindi arriviamo, seguendo la via principale della logica, alle stesse conclusioni degli antilotitiani: una grande Lazio non è più data, da qui all’eternità, o esisterà un evento qualunque che riporterà in campo un minimo di competitività?
Oppure siamo destinati ad assistere alla passerella juventina e all’assegnazione diretta dei quattro posti europei fino alla fine del tempo?
Sarebbe la fine del calcio, no?

Bella domanda. Il problema è nel fatto che il giro d’affari del pallone continua a crescere, nonostante noi vecchietti si storca il naso: e ogni imprenditore ha come obiettivo primario quello di massimizzare i profitti, e nessun altro.
Come peraltro avviene in ogni altro settore, vedi per esempio il web, si inizia con tante piccole realtà che man mano vengono divorate dal gigantismo dei più forti: nel calcio questo processo è durato decenni ma alla fine sta portando i suoi amari frutti. D’altra parte, assisto all’entusiasmo genuino con cui molti giovani vivono la passione calcistica e mi chiedo se, semplicemente, non siamo noi ad essere invecchiati.

Per riavere il calcio che piace a noi, quello in cui puoi vincere lo scudetto in una stagione anomala e rischiare la retrocessione l’anno dopo, l’unico sistema è quello di accorciare le distanze tra i competitori in gioco.

Questo può avvenire tramite regole che facciano da calmiere: rose ristrette, limiti di spesa, minore durata dei tornei; ovvero, si possono escludere i club più potenti da quelli che diventerebbero campionati locali, per dar vita a quella SuperLega europea di cui si parla da almeno vent’anni.

Prevarrà la formula più remunerativa, su questo non ho dubbi: ma vorrei esserci tra un secolo per vedere se il calcio esisterà ancora, e in che forma. Stiamo parlando di un gioco nato circa due secoli fa, assieme alla società industriale, che come nessun altro cammina a fianco del progresso tecnico e sociale: pensa solo all’evoluzione delle superfici di gioco, alle regole sempre più stringenti nei riguardi del gioco violento, alla presenza dei media, inesistenti a metà Ottocento, oggi parte attiva della direzione di gara.

È anche profondamente cambiata la fruizione del calcio locale: oggi lo spettatore rinuncia volentieri a vedere dal vivo la squadra della sua città in LegaPro, per fruire del grande evento internazionale in tv: e in questo senso va sottolineata l’enorme differenza tra la partita vista dal vivo, rispetto alla porzione di campo che ci mostra la regia. Insomma, un bel pentolone del quale non si riesce a intuire il contenuto.

Torniamo ai tuoi figli lazialissimi: come gli hai trasmesso la passione per la Lazio? E in che modo poi loro la esercitano? Seguendo le orme del padre (difficile) o sviluppando una propria sensibilità tifosa? Quanto sono coinvolti?

Ho tre figli, Francesco di 26 anni, Elena di 25 e Tommaso prossimo ai 16. I due maschi sono tifosissimi, la signorina ogni tanto un giro allo stadio lo fa. Quest’anno si sono imbarcati tutti e tre e se ne sono andati a Parma-Lazio, io non ho potuto esserci ma è stato un bel momento anche per me.
Sono cresciuti a Garbatella e quindi la difesa del fortino andava fatta a monte: molto sinceramente, direi di non aver dato loro scelta fin da piccoli: in casa come puoi immaginare la Lazio era qualcosa di molto presente, loro hanno respirato quest’aria e il resto è venuto da sé.

Un elemento a mio avviso fondamentale è la presenza allo stadio: per un bambino l’impatto è enorme e decisivo, difficilmente sarà influenzabile dalle amicizie o dallo spirito di gruppo. Alle elementari Tommaso era il solo laziale nella sua classe, ho cercato di capire se si sentisse isolato ed è venuto fuori il contrario: lui viveva il fatto di essere l’unico laziale come un privilegio, un fortunato in mezzo ai comuni mortali.

La cosa più bella è che i figli non ricalcano in modo pedissequo la visione del padre: spesso anzi mi hanno sorpreso, e dico anche che ho imparato molte cose da loro.

Gli manca totalmente, ad esempio, la visione tipica di noi cinquantenni, molto legata a miti del passato e molto pigra rispetto al calcio attuale. L’altra sera ho dovuto bloccare il piccolo che voleva andare da solo a Lazio-Eintracht, dato che tirava una brutta aria e c’era timore di incidenti, come poi è avvenuto. “Che ci vai a fare, è una partita inutile”, gli ho chiesto, “Che c’entra, allo stadio ci si va e basta”, mi ha risposto.

C’è l’entusiasmo in loro a prescindere da prospettive, mancate crescite e tutti i discorsi che facciamo noi – troppo – adulti. C’è anche una visione di eventi per noi leggendari – la Lazio di Maestrelli, quella di Fascetti – come fatti troppo lontani nel tempo o poco significativi: per noi la serie B è qualcosa che abbiamo “dentro”, nonostante dall’ultima volta siano passati trent’anni, per loro appartiene a una Lazio preistorica, di cui sentono inutile intuire la dimensione.

Se un ventenne di oggi si emoziona di più vedendo le immagini di Frustalupi rispetto a un assist di Milinkovic-Savic dal vivo, per me c’è qualcosa che non va.

Tutto questo non impedisce di vivere la Lazio in modo romantico e condiviso, ci sono stati momenti stupendi allo stadio assieme, alcuni personalissimi. Un gol al momento giusto, un risultato ribaltato in cinque minuti in una partita che proprio non dovevi perdere. Ci saranno ancora storie come queste, ne sono certo.

Il tema delle glorie andate è importante: c’è una sterminata produzione sulla storia della Lazio, dai primordi allo scudetto in bianco e nero, dai lutti degli anni ’70 all’epopea di Fascetti e dei -9. Si narra un tempo che si ritiene eroico e si rimuove, o quasi, la stagione dei trionfi cragnottiani, l’unica fase in cui davvero la Lazio è stata una realtà del calcio planetario. Sul vento cragnottiano Lotito ha spiegato le vele che gli consentono di condurre un club sempre a ridosso dell’eccellenza. Ma una volta non era così. Perché i laziali si circondano di santini e necrologi e ignorano la vera gloria dell’altroieri?

Me lo sono chiesto spesso e forse ho trovato la risposta: la Lazio di Maestrelli e Chinaglia, quella di Fascetti, ci rendono unici nel panorama calcistico. La Lazio di Cragnotti era fortissima, secondo molti metodi di valutazione è stata la prima al mondo per un lungo periodo a cavallo tra il 1999 e il 2000: ma questo è vero per tanti altri club, non è qualcosa che appartiene solo alla Lazio.

Forse è mancata la vittoria epocale, quella che sbanca il tavolo, e mi riferisco alla Champions League. Ecco, pensa a un 26 maggio – altro avvenimento unico e per questo diventato leggendario – moltiplicato per mille: in fondo mentre penso a un trionfo del genere immagino il valore che avrebbe “sbatterlo in faccia” alla controparte cittadina, prima di ogni altra cosa: cerchiamo l’unicità laziale in tutto, insomma.

Sei un testimone della gran parte delle storie del web biancoceleste. Che contributo pensi portino o abbiano portato al racconto del quotidiano laziale? E quali sono le differenze rispetto alla comunicazione verticale, radiofonica o televisiva o scritta, in cui l’agenda viene dettata dal comunicatore? Esiste negli ambienti social, che siano forum o altro, una capacità di sviluppare un racconto autonomo, un’agenda alternativa?

Uh, per rispondere a questa ci vorrebbe una settimana.

Ricordo che le prime comunità web laziali – inizialmente il forum del sito ufficiale, seppure non strutturato nella maniera oggi più diffusa e in seguito la prima Lazionet – erano accessibili a un’utenza limitata e di un certo tipo, vista la limitata e circoscritta a precisi ambiti disponibilità della connessione in rete: si formarono quindi nuclei di poche persone, con un certo tipo di estrazione culturale e avvezzi alla scrittura, come peraltro il mezzo richiedeva all’epoca: mettersi davanti a una tastiera per pubblicare un messaggio dava un po’ la sensazione del “compito in classe”, per intenderci: ne venivano fuori ragionamenti lunghi e strutturati.

Tutto questo era ben distante dalle dinamiche classiche della comunicazione locale, basata su radio e tv, e ancor più da quelle del tifo organizzato: il risultato fu quello di mettere assieme appassionati autentici ma che poco apprezzavano, eufemismo, certi eccessi da stadio e le modalità sciatte del cosiddetto “etere”: bollare tutto questo come “contro” e attribuirgli una matrice politica fu comodo e facile.

La cosa mi ha sempre fatto sorridere perché i fondatori di Lazionet non erano certo vicini alle idee di sinistra, ma l’accusa di politicizzazione a sinistra riguardò da subito anche loro, e perché in tanti anni passati dal lato della gestione non ho mai sentito mezza parola su “connotazioni politiche” da spendere in qualsivoglia contesto.

Cosa che invece è avvenuta in seguito quando qualcuno, prima tanto attivo sul fronte dell'”antifascismo”, una volta trovatosi in prima linea ha sentito la necessità di andare a rendere omaggio alla curva, spiegando come la “politicizzazione” di Lazionet fosse “colpa di quelli di prima”. E questa, sì, è politicizzazione: perché hai rinunciato all’autonomia di pensiero: cosa che in precedenza non era mai avvenuta, anzi qualsiasi ipotesi di scelte “convenienti” scatenava la reazione di chi voleva mantenere intatta l’indipendenza da qualsiasi fattore esterno. Non sto rivelando niente, le mani tese alla curva sono state rivendicate nero su bianco, e questo è l’aspetto peggiore a mio avviso.

Devo dire che a lungo ho creduto a una possibile valenza “educativa” dei forum, nel senso che il sentire che emanava dalla comunità, a un certo punto così numerosa da costituire uno spaccato numericamente significativo della tifoseria laziale, potesse diventare massa critica e innescare una coscienza collettiva che rendesse sempre più indigeribile e anacronistico un certo modo becero di vivere intorno alla Lazio: sbagliai senz’altro la valutazione, perché già dalla settimana precedente lo scudetto del 2000 mi resi conto come l’appeal della comunicazione classica e del tifo fosse intatto e, anzi, più che mai unica e vera forza aggregante.

In seguito accettai l’idea che la comunità virtuale ha valore in sé, come luogo di incontro per modi di sentire altrimenti isolati. Credo che questa “piazza”, se non ha avuto quel ruolo che inizialmente gli attribuivo, abbia fatto da catalizzatore di forze, poi sfociate in mille iniziative pregevoli: penso alla partecipazione ormai ultradecennale ai Mondiali antirazzisti, a Liberi Nantes, a LazioWiki.

Senza contare le esperienze non legate strettamente al calcio, dovute anche queste alla “piazza” virtuale. E infine ma non infine, l’enorme capitale umano condiviso e anch’esso sfociato in amicizie, rapporti, matrimoni… C’è chi ha scritto libri e non fosse per la spinta ricevuta dalla comunità virtuale probabilmente non l’avrebbe mai fatto. Un tesoro enorme, insomma. La cui spinta propulsiva sta un po’ scemando perché il mezzo comincia a soffrire di vetustà, sorpassato dalla comunicazione abbreviata in stile WhatsApp e da quel buco nero che tutto ingoia che è Facebook, ma i forum continuano ad esistere ed essere frequentati, speriamo a lungo.

E la comunicazione tradizionale?

La comunicazione tradizionale, radio e tv, più che dal web al quale è rimasta impermeabile, è stata intaccata dalla diffusione delle PayTV: ormai la “diretta” sulle private o il lungo post-partita, tra orari sfalsati ed esclusive sempre più stringenti, sono impraticabili: sopravvive bene invece il contenitore radiofonico, che è sganciato dall’immediatezza della partita: tutte le altre tipicità restano intatte, compresa una ripetitività che probabilmente ne costituisce il segreto del successo.

Il pubblico radiofonico, ho potuto constatare, è molto spesso del tutto assente dal web e anche questo spiega come le comunità virtuali restino, tutto sommato, a sé stanti.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...